Lo so, è una vita e mezza che non aggiorno questo blog-cadavere. Ma visto che siete in quattro gatti a leggerlo immagino che non vi siate neppure troppo offesi. Comunque, da oggi, provo a ricominciare, nonostante gli impegni (ma de che?) e gli anni che corrono via come macchine impazzite (ah ecco).
La ripartenza è un vecchio classico: i dischi che girano nel mio stereo in questi giorni e con i quali ammorbo i miei vicini. Nonostante i pochi soldi in tasca, infatti, da brava cicala, negli ultimi mesi (che dico mesi, settimane) mi sono portato a casa qualche bel dischetto ignorante. E qualcuno mi è stato pure regalato da Grazia (dopo un furto in auto in cui ho perso una bella sacchettata di vinili). Ed è proprio di uno di questi dischi "perduti" che vorrei raccontarvi. Così, tanto per sparare due minchiate in libertà, sia chiaro.
Ho sentito parlare per la prima volta di "First Italian punk contest", il vinile della Hate Records col meglio del punk romano (ma anche italiano) di fine Anni Novanta appena era uscito, e cioè nel 1998. Ricordo vagamente una recensione su Rocksound, per via della copertina inconfondibile. Ma all'epoca non è che me la fossi cagata gran che, sta compilation. Forse perché era stata stampata solo in vinile e io sarei riuscito ad avere un piatto soltanto sei o sette anni più avanti (porcaccia). Chissà. Comunque, oltre dieci anni dopo, anzi per essere più precisi l'estate scorsa, mi imbatto nuovamente nei Bingo del grande Alex Vargiu e mi rendo conto di essere stato un cretino totale a non essermi mai procurato un loro disco (hanno pubblicato un lp postumo e poi qualche 7''). Gironzolando sulla pagina Facebook dello stesso Alex, inoltre, becco una canzone presa da youtube della mitica compila di cui sopra: l'ignorantissima "Rivendicazione" di Johnny Boy and the Bookmakers, una band nata,a quanto ne so, lì per lì e poi magnificamente morta all'istante. La quintessenza del punk-rock, per quel che mi riguarda, visto anche lo splendido ritornello - se così si può chiamare - che ripete ossessivamente l'espressione "mortacci tua". Un capolavoro, insomma. E così parte la ricerca della raccoltona che, scopro, contiene pure un paio pezzi dei Bingo ("abbiamo scelto questo nome - aveva risposto candidamente Alex in un'intervista uscita su "Bassa Fedeltà" - perché fa rima con in culo te lo spingo": genio). In ogni modo mi metto a spulciare Discogs ed Ebay e che ti vado a scoprire? che una copia del disco la vende proprio il grande Gila (uno dei miei numi tutelari in campo punk/hc e anche un buon amico). A quel punto lo contatto e ci mettiamo d'accordo che, appena passo a Milano, mi porta "First Italian punk contest" lasciandomela pure a un superprezzo (in modo da evitare le spese di spedizione). Alla fine a Milano ci riesco ad andare soltanto sei mesi dopo (ve l'ho pur detto che sono impegnato) e appena metto le mani sul disco - sfiga vuole - qualche stronzo me lo ruba dal bagagliaio della macchina. Devo dire che al momento della denuncia alla polizia è stato abbastanza comico elencare tutti gli album che mi avevano fatto saltare, tra cui questo "First Italian punk contest". Quindi con le pive nel sacco me ne torno a casa pensando che mi sarei dovuto rassegnare a sentire i pezzi del raccoltone della Hate su youtube. Non avevo però fatto i conti con Grazia che si è subito messa sotto e nel giro di pochi giorni mi ha fatto recapitare una copia del disco direttamente a casa. Che dire? Dio c'è, mi odia ma anche lui qualche volta deve arrendersi all'evidenza. E al punk-rock. E così il giorno fatidico, appena tornato dal lavoro, mi sono sparato il vinolozzo sul piatto. Appena sono partite le prima note sono corso ad abbracciare Grazia, perché quello che usciva dalle mie casse da quattro soldi era davvero una roba da non crederci. I Bingo, tanto per parlare di una band di cui ancora non ho detto nulla, aprono le danze con "Hey you!" che, come dicono quelli seri, è un calcio in culo ben assestato con tanto di rincorsa. Chitarre rumorose da ferrai, voce stridula e furia garage. I Damned a mille all'ora. La band successiva, gli Ufo Diktatorz di quella bestia di Pierpaolo De Iulis, invece macinano cattiveria nota dopo nota, stordendoti con le loro ritmiche acide e scomposte. Mentre i Temporal Sluts, che sono tra i migliori del lotto, non sono altro che un supergruppo di puro punk "minore" di matrice americana. Ma dentro sto dischetto della Hate records c'è davvero di tutto: pazzi furiosi (tipo Johnny Boy) come i Punk Al Muro; garage rocker abrasivi come i Rock'n'Roll Class e altre band di "alta classe" tipo gli STP (all'epoca agli inizi) e Vargiu and the Haters (vi ho mica già parlato di Alex?), E poi ancora una manciata di deliziose meteore punk (Two Bo's Maniacs, Boomers e Assholes, che nome belin che nome!) di cui nessuno ha mai più sentito parlare. Insomma se non l'avete capito questo "First Italian punk contest" è un piccolo gioiellino di furia e bellezza, nonché un pezzo di storia del nostro punk. Negli Anni Novanta non c'erano solo i figli illegittimi dei Ramones e della Lookout a incendiare i palchi italiani e gli impianti stereo di qualche adolescente brufoloso. C'era anche questa gentaglia qui, che, per un breve ma intensissimo momento, ci ha fatto letteralmente sognare.
mercoledì 4 marzo 2015
domenica 23 febbraio 2014
MAMMA DAMMI GLI SLEEVES
Ci sono serate magnifiche che iniziano malissimo. Perché diciamocelo chiaramente: cosa c'è di peggio di pianificare per giorni di andare a sentire i Giuda, una delle migliori band italiane degli ultimi dieci anni, e scoprire, qualche ora prima, di non poterlo fare? Il lavoro, i soldi le menate: verrebbe quasi voglia di imparare qualche nuova lingua straniera solo per trovare le bestemmie giuste da tirare in casi come questi. Ma ahimè la vita è molto spesso una merda e bisogna farsene una ragione. E così, verso le sei di pomeriggio, ho provato a mettermi il cuore in pace ed è a quel punto che mi sono ricordato di una cosa. Sia benedetto Facebook nonostante tutte le sue insidie: qualche giorno prima mi era arrivato un invito per andare a sentire gli Sleeves - dico gli Sleeves, cazzo - a Pegli, a due passi da casa mia, in un baretto del posto dove ogni tanto faccio colazione, perché è proprio a mezzo metro dal mare. Mi ero quasi dimenticato, cazzo, forse perché troppo drogato della possibilità di rivedere i Giuda, che in questo sabato ghiacciato di fine febbraio, c'era un concerto che non potevo assolutamente perdere. Anche perché, tra una palla e l'altra, non ero mai riuscito a vedere Marco Cheldi e la sua band dal vivo. Lo avevo conosciuto qualche anno fa quando stavo preparando il libro sui Dirty Actions, visto che lui è stato un personaggio fondamentale della prima scena punk genovese (e non solo) con i suoi Establishment. E poi, dopo che Andrea Valentini non faceva altro che parlare degli Sleeves, il suo gruppo di fine anni Ottanta, sono riuscito a trovare a un prezzo onesto il disco "Five day to hell", che è una fottuta bomba di rock'n'roll desertico (niente a che vedere con lo stoner) suonato e cantato come dio comanda. E così, per farla breve, complice una corsa dalla redazione al treno tipo quella di Fantozzi quando Filini gli assesta una martellata sul dito, sono riuscito ad arrivare al baretto in questione a un orario quasi decente, le dieci meno dieci. Loro stavano già suonando davanti ad alcuni famigliari e a un branco di bifolchi. Io mi sono sistemato in fondo, ho ordinato una media chiara e ho aspettato che Grazia mi raggiungesse. Vedere gli Sleeves dietro casa mia e in un locale dove di solito - quando va bene - suonano le cover band dei peggio gruppi di sempre (Guns, Pink Floyd e sti cazzi) mi ha fatto un effetto piuttosto strano. Anche perché il pubblico - in certi momenti scarso, in altri più folto - era davvero composto da tipi umani assurdi. Gente che si beveva la coca cola o il gin tonic di fronte alla storia della musica genovese e manco se ne accorgeva. Facce da impiegati post aperitivo con moglie al seguito, noccioline e milf pronte a ballare su ogni canzone: un mix perfetto da perdenti, mentre in sottofondo scorrevano canzoni di Lou Reed, Rem, Bob Dylan e naturalmente i pezzi originali degli Sleeves. Quasi tutti in inglese anche se, quelli in italiano, non mi dispiacciono per niente. Marco cantava benissimo, con quella voce chiara e profonda, ma mai cavernosa. Carlo, suo fratello, alla chitarra solista partiva per lunghi viaggi lisergici, mentre batterista e bassista (che purtroppo non conosco) tenevano botta alla grande. Tutto questo in pochi metri quadrati di placo, con la cameriera che chiudeva costantemente la porta che separava il dehor al chiuso dove suonava la band e il resto del bar dove alcune tavolate di ragazzini e cinquantenni sparavano cazzate e bevevano cocktail banali. Gli Sleeves - cazzo, gli Sleeves - sul palco se la ridevano e si divertivano come matti. Perché a loro importava solo una cosa: suonare. E lo facevano dannatamente bene. Marco poi è un personaggio davvero leggendario. Quando mi sono avvicinato a lui per portargli i saluti del Valentini e presentarmi (visto che non pensavo minimamente si ricordasse chi fossi) mi ha anticipato dicendo: "Ciao Diego, grazie di essere venuto". Un sorriso enorme e una stretta di mano vigorosa. E poi quell'incredibile modestia che salta fuori appena gli dici quanto stiano suonano bene e quanto sia bello "Five days to hell". Ma c'era ancora il tempo di un sorriso e poi bisognava riattaccare. Perché gli Sleeves, sabato, in un baretto alla periferia dell'impero, hanno suonato per due ore filate. Fermandosi solo cinque minuti e regalandoci pezzi bellissimi fra cui alcune cover azzeccate e rifatte con stile. Quando è scoccata la mezzanotte un cameriere gli ha fatto segno di smettere. Come se il rock'n'roll potesse fermarsi così, per una stupida questione di orari. Anche le milf si sono ribellate e hanno chiesto almeno un altro pezzo. E così Marco ha attaccato a suonare "Satisfaction" dei Rolling Stones e ce ne siamo andati tutti a dormire contenti.
lunedì 30 dicembre 2013
10 DISCHI 2013
Minchia, dopo quasi un anno torno a rompervi il cazzo col mio blog musicale (ora ne ho uno culinar-turistico-cazzaro, ma comunque). Torno a rompervi il cazzo, dicevo, perché dovrei fare la borsa per andare via, ma non ho voglia di farla adesso. E così vi piazzo la mia orrida classifica dei dischi del 2013 che ho giù buttato giù su Facebook e per la quale un quintale di persone mi ha insultato per bene. Copia e incolla, quindi? Manco per l'anima, perché in questo caso vi sussate anche i miei commenti annessi. La classifica tra l'altro è piena di dischi che il 90 per cento dei miei amici giudica brutti. E che quindi io amo ancora di più. Sono tutti italiani tranne uno. Ed è stata una vera lotta non mettere direttamente 10 band italiane e mandare tutti a quel paese. Ok lo so che fa tristezza, ma tra le novità ascoltate in questo terrificante 2013 non ho trovato nulla (o quasi) di entusiasmante fuori dai nostri maledettissimi confini. Sarà che non ascolto musica "famosa". Sarà che sono un coglione, insomma eccola.
GIUDA "LET'S DO IT AGAIN"
Ero davvero preoccupato per questo secondo album dei Giuda (non ve lo dico chi sono, perché se non li conoscete siete delle brutte persone). L'esordio di tre anni fa era stato un filmine a ciel sereno. Un capolavoro caduto da Marte direttamente nel mio povero stereo. E così, se da una parte attendevo un seguito con ansia spasmodica, dall'altra temevo di essere deluso. E invece no cazzo, "Let's do it again" è bello da morire. E' più glam di "Racey roller" e meno immediato. Ma al terzo ascolto è già il disco dell'anno. Ma che dico dell'anno, del giorno!
RADIO DAYS "GET SOME ACTION"
Se per i Giuda avevo un po' di paura, per Dario, Paco e soci - dopo un ep capitale e un disco stupendo - i dubbi erano ridotti a zero e già sapevo che avrei amato alla follia qualsiasi loro nuova uscita. E infatti "Get some action" è un album coi controfiocchi. Melodie da paura, stacchetti perfetti e canzoni scintillanti. I Radio Days sono i responsabili del mio ammorbidimento musicale degli ultimi anni. Prima di loro non sapevo neppure cosa diamine fosse il power-pop. E se ancora oggi godo come un riccio ad ascoltare gli Impact, è altrettanto vero che subito dopo corro a ristorarmi con i Beat.
THE SENSIBLES "A BUNCH OF ANIMALS"
Va bene, sono amici. Va bene, a Giacomo voglio un bene pazzesco. Però queste cose non contano, dico in sede di giudizio. Provate a buttare sul piatto questo esordio a 33 giri - dopo un po' di ep e di split niente male - e ditemi se non vi prende il cuore, la gola e il culo (nel senso che ve lo fa muovere) da quanto è bello! Anche qui le melodie zuccherose si sprecano. Per me è l'anello di congiunzione fra il pop-punk e il power-pop. E se vi stupite che abbia scritto due volte la parola pop nella stessa riga levatevi pure di torno.
I CANI "GLAMOUR"
Ok sparate pure quando volete. Datemi tranquillamente dell'hipster, termine che ho conosciuto grazie a quelli che dicevano di non esserlo, tra l'altro. Sinceramente non me ne frega nulla. Che "Glamour" rischiasse di essere una cagata non è certo un segreto. E anche se, un po' per partito preso, ero sicuro che i Cani non mi avrebbero tradito, dopo aver sentito il primo singolo ero pronto a gettare la spugna. E invece... sto album mi piace parecchio. Meno del disco d'esordio, certo. Ma devo dire che i pazzi funzionano più nell'insieme che singolarmente. Anche quel primo singolo del cazzo non è poi così male. Senza contare che la traccia nascosta "2033" resta per me uno dei pezzi dell'anno.
DIAFRAMMA "PRESO NEL VORTICE"
Ogni volta che esce un disco nuovo dei Diaframma o di Fiumani, che per me è la stessa cosa, lo compro a scatola chiusa. Non mi importa se mi deluderà. Il primo istinto resta quello di comprarlo. E se "Niente di serio" mi aveva convinto a metà (l'avevo messo comunque nella mia classifica di fine anno), "Preso nel vortice" è stato una bella sorpresa. Di punk e new wave forse non ce n'è quasi più traccia, ma insomma siamo tutti un po' cresciuti. In questo album però ci sono i pezzi, c'è una chitarra mai così Television e ci sono dei testi che Federico ti sembra di avercelo in casa a prendere il tè (corretto). Forse l'unico neo è la copertina, che detto fra noi non mi fa impazzire. Ma il disco, cari miei, è (nuovo) rock italiano di quello bello (cazzo, ho detto rock italiano, fate qualcosa).
FAZ WALTZ "BACK ON MONDO"
Era un po' che tenevo d'occhio i Faz Waltz, soprattutto perché in tanti li accostavano ai Giuda. E un giorno che mi succede? Vengono a suonare a Varezze, in una bella sera d'estate mentre sono in ferie. Così mi fiondo lì e, naturalmente, incontro Luca (che col suo negozio di dischi mi ha letteralmente cresciuto quando ero un pivello). Prima ancora che i Faz attacchino gli amplificatori Luca viene da me con una birra in mano e mi sussurra: "Il loro nuovo album è il disco dell'anno". E così lo compro. Senza neppure sentirli. E quando suonano capisco di aver fatto la scelta giusta. Cosa fanno i Faz Waltz? Una sorta di glam e di rock primi anni Settanta. Voce alta, ma ritmiche belle pestone e impastate. Qualche recensore ci ha visto dentro persino i Queen (uno dei gruppi che più schifo in assoluto, insieme ai Deep Purple). Secondo me invece fanno rock'n'roll bastardo e leggermente sofisticato. Altro che Freddy e merda varia.
GAZEBO PENQUINS "RAUDO"
Anche qui ci troviamo di fronte a un secondo disco, o quasi. In realtà i nostri sono al terzo se non addirittura quarto lavoro. Ma "Raudo" è il passo successivo a "Legna", album in cui i Pinguini si sono buttati sulla lingua italiana, trovando una loro via all'emo-core. Anche in questo caso i pezzi suonano tosti e casinari, melodici e agrodolci. Insomma un bel vinile compatto, senza alcun cedimento. Il pezzo che mi piace di più però è quello meno scontato e cioè "Correggio". Ma qui è sempre colpa della mia vena melodica e malinconica. Questo disco suona come un raudo nel culo del tuo peggior nemico.
FIDLAR "WICHITA"
Ed eccoci arrivati all'unico album non italiano di questa classifica. L'unico sopravvissuto alla scure della mia ignoranza (in realtà stava per essere scalzato d'ufficio dagli Evolution So Far, ma visto che non sono ancora riuscito ad ascoltare il loro "Selvaggio" uscito in sti giorno, purtroppo li ho dovuti escludere dalla classifica). Comunque sto esordio dei Fidlar dopo vari singoli non è niente male. Anzi spacca davvero. La ricetta è semplice e molto di moda di questi tempi: garage punk lo-fi venato di melodie acide e scomposte. Una nuova psichedelia da centro commerciale, che però piace a noi finti giovani. Tra l'altro devo ringraziare Grazia e Calabrò che me li hanno fatti scoprire. Perché se aspettavate me...
LABRADORS "GROWING BACK"
I Labradors han suonato a Varazze (sia benedetta questa ridente cittadina rivierasca) lo stesso giorno dei Faz Waltz e, posso dirlo?, non avevo la benché minima intenzione di filarmeli. Il problema era che le uniche informazioni che avevo su di loro arrivavano da una recensione su Internet che li paragonava ai Blink 182 e sinceramente ne avevo per il cazzo di ascoltarli. Poi però tra una birra e l'altra mi sono piazzato sotto il palco e... cazzo che botta! Suoni perfetti, ottime melodie e pezzi ruspanti. Power-pop, ma anche rock (belin l'ho ridetto, aiutatemi) ed esagero? vabbè dai esagero: Husker Du medio periodo. Parlando con Giulio, anche lui rimasto molto colpito dalla band, ho azzardato: "Mi ricordano i Suinage" (uno dei gruppi italiani più sottovalutati degli ultimi anni). E sorpresa sorpresa si trattava proprio della formazione nata dalle ceneri di quella splendida band. Inutile dire che mi sono fiondato sul loro banchetto. Ma Grazia aveva già fatto l'acquisto per me. Così non ho dovuto piantarla lì con le birrette.
MONELLI/GOONIES "MONELLI VS GOONIES"
Uno split tra i 10 dischi dell'anno? Per giunta di due gruppi amici, ma che dico amici amicissimi? Eh già come dice quel tipo là. Però il disco merita davvero. Si tratta di pop-punk in italiano fatto come si faceva 18 anni fa. Cioè come lo suonavano i Fichissimi (no, non sto sproloquiando), Gli Ignoranti e tutta quella roba lì. Più che pezzi veloci (due a testa) i nostri hanno scelto delle quasi ballate punk. E "Consumarsi" dei Monelli e "So che" dei Goonies non ti mollano più le orecchie come il Vinavil.
GIUDA "LET'S DO IT AGAIN"
Ero davvero preoccupato per questo secondo album dei Giuda (non ve lo dico chi sono, perché se non li conoscete siete delle brutte persone). L'esordio di tre anni fa era stato un filmine a ciel sereno. Un capolavoro caduto da Marte direttamente nel mio povero stereo. E così, se da una parte attendevo un seguito con ansia spasmodica, dall'altra temevo di essere deluso. E invece no cazzo, "Let's do it again" è bello da morire. E' più glam di "Racey roller" e meno immediato. Ma al terzo ascolto è già il disco dell'anno. Ma che dico dell'anno, del giorno!
RADIO DAYS "GET SOME ACTION"
Se per i Giuda avevo un po' di paura, per Dario, Paco e soci - dopo un ep capitale e un disco stupendo - i dubbi erano ridotti a zero e già sapevo che avrei amato alla follia qualsiasi loro nuova uscita. E infatti "Get some action" è un album coi controfiocchi. Melodie da paura, stacchetti perfetti e canzoni scintillanti. I Radio Days sono i responsabili del mio ammorbidimento musicale degli ultimi anni. Prima di loro non sapevo neppure cosa diamine fosse il power-pop. E se ancora oggi godo come un riccio ad ascoltare gli Impact, è altrettanto vero che subito dopo corro a ristorarmi con i Beat.
THE SENSIBLES "A BUNCH OF ANIMALS"
Va bene, sono amici. Va bene, a Giacomo voglio un bene pazzesco. Però queste cose non contano, dico in sede di giudizio. Provate a buttare sul piatto questo esordio a 33 giri - dopo un po' di ep e di split niente male - e ditemi se non vi prende il cuore, la gola e il culo (nel senso che ve lo fa muovere) da quanto è bello! Anche qui le melodie zuccherose si sprecano. Per me è l'anello di congiunzione fra il pop-punk e il power-pop. E se vi stupite che abbia scritto due volte la parola pop nella stessa riga levatevi pure di torno.
I CANI "GLAMOUR"
Ok sparate pure quando volete. Datemi tranquillamente dell'hipster, termine che ho conosciuto grazie a quelli che dicevano di non esserlo, tra l'altro. Sinceramente non me ne frega nulla. Che "Glamour" rischiasse di essere una cagata non è certo un segreto. E anche se, un po' per partito preso, ero sicuro che i Cani non mi avrebbero tradito, dopo aver sentito il primo singolo ero pronto a gettare la spugna. E invece... sto album mi piace parecchio. Meno del disco d'esordio, certo. Ma devo dire che i pazzi funzionano più nell'insieme che singolarmente. Anche quel primo singolo del cazzo non è poi così male. Senza contare che la traccia nascosta "2033" resta per me uno dei pezzi dell'anno.
DIAFRAMMA "PRESO NEL VORTICE"
Ogni volta che esce un disco nuovo dei Diaframma o di Fiumani, che per me è la stessa cosa, lo compro a scatola chiusa. Non mi importa se mi deluderà. Il primo istinto resta quello di comprarlo. E se "Niente di serio" mi aveva convinto a metà (l'avevo messo comunque nella mia classifica di fine anno), "Preso nel vortice" è stato una bella sorpresa. Di punk e new wave forse non ce n'è quasi più traccia, ma insomma siamo tutti un po' cresciuti. In questo album però ci sono i pezzi, c'è una chitarra mai così Television e ci sono dei testi che Federico ti sembra di avercelo in casa a prendere il tè (corretto). Forse l'unico neo è la copertina, che detto fra noi non mi fa impazzire. Ma il disco, cari miei, è (nuovo) rock italiano di quello bello (cazzo, ho detto rock italiano, fate qualcosa).
FAZ WALTZ "BACK ON MONDO"
Era un po' che tenevo d'occhio i Faz Waltz, soprattutto perché in tanti li accostavano ai Giuda. E un giorno che mi succede? Vengono a suonare a Varezze, in una bella sera d'estate mentre sono in ferie. Così mi fiondo lì e, naturalmente, incontro Luca (che col suo negozio di dischi mi ha letteralmente cresciuto quando ero un pivello). Prima ancora che i Faz attacchino gli amplificatori Luca viene da me con una birra in mano e mi sussurra: "Il loro nuovo album è il disco dell'anno". E così lo compro. Senza neppure sentirli. E quando suonano capisco di aver fatto la scelta giusta. Cosa fanno i Faz Waltz? Una sorta di glam e di rock primi anni Settanta. Voce alta, ma ritmiche belle pestone e impastate. Qualche recensore ci ha visto dentro persino i Queen (uno dei gruppi che più schifo in assoluto, insieme ai Deep Purple). Secondo me invece fanno rock'n'roll bastardo e leggermente sofisticato. Altro che Freddy e merda varia.
GAZEBO PENQUINS "RAUDO"
Anche qui ci troviamo di fronte a un secondo disco, o quasi. In realtà i nostri sono al terzo se non addirittura quarto lavoro. Ma "Raudo" è il passo successivo a "Legna", album in cui i Pinguini si sono buttati sulla lingua italiana, trovando una loro via all'emo-core. Anche in questo caso i pezzi suonano tosti e casinari, melodici e agrodolci. Insomma un bel vinile compatto, senza alcun cedimento. Il pezzo che mi piace di più però è quello meno scontato e cioè "Correggio". Ma qui è sempre colpa della mia vena melodica e malinconica. Questo disco suona come un raudo nel culo del tuo peggior nemico.
FIDLAR "WICHITA"
Ed eccoci arrivati all'unico album non italiano di questa classifica. L'unico sopravvissuto alla scure della mia ignoranza (in realtà stava per essere scalzato d'ufficio dagli Evolution So Far, ma visto che non sono ancora riuscito ad ascoltare il loro "Selvaggio" uscito in sti giorno, purtroppo li ho dovuti escludere dalla classifica). Comunque sto esordio dei Fidlar dopo vari singoli non è niente male. Anzi spacca davvero. La ricetta è semplice e molto di moda di questi tempi: garage punk lo-fi venato di melodie acide e scomposte. Una nuova psichedelia da centro commerciale, che però piace a noi finti giovani. Tra l'altro devo ringraziare Grazia e Calabrò che me li hanno fatti scoprire. Perché se aspettavate me...
LABRADORS "GROWING BACK"
I Labradors han suonato a Varazze (sia benedetta questa ridente cittadina rivierasca) lo stesso giorno dei Faz Waltz e, posso dirlo?, non avevo la benché minima intenzione di filarmeli. Il problema era che le uniche informazioni che avevo su di loro arrivavano da una recensione su Internet che li paragonava ai Blink 182 e sinceramente ne avevo per il cazzo di ascoltarli. Poi però tra una birra e l'altra mi sono piazzato sotto il palco e... cazzo che botta! Suoni perfetti, ottime melodie e pezzi ruspanti. Power-pop, ma anche rock (belin l'ho ridetto, aiutatemi) ed esagero? vabbè dai esagero: Husker Du medio periodo. Parlando con Giulio, anche lui rimasto molto colpito dalla band, ho azzardato: "Mi ricordano i Suinage" (uno dei gruppi italiani più sottovalutati degli ultimi anni). E sorpresa sorpresa si trattava proprio della formazione nata dalle ceneri di quella splendida band. Inutile dire che mi sono fiondato sul loro banchetto. Ma Grazia aveva già fatto l'acquisto per me. Così non ho dovuto piantarla lì con le birrette.
MONELLI/GOONIES "MONELLI VS GOONIES"
Uno split tra i 10 dischi dell'anno? Per giunta di due gruppi amici, ma che dico amici amicissimi? Eh già come dice quel tipo là. Però il disco merita davvero. Si tratta di pop-punk in italiano fatto come si faceva 18 anni fa. Cioè come lo suonavano i Fichissimi (no, non sto sproloquiando), Gli Ignoranti e tutta quella roba lì. Più che pezzi veloci (due a testa) i nostri hanno scelto delle quasi ballate punk. E "Consumarsi" dei Monelli e "So che" dei Goonies non ti mollano più le orecchie come il Vinavil.
martedì 22 gennaio 2013
Grazie Vecchia Talpa
Le giornate di merda iniziano presto ma finiscono tardi. E così ieri notte quando sono tornato a casa dopo quasi 12 ore di lavoro, ho scoperto che la libreria La Vecchia Talpa di Luca Frazzi avrebbe chiuso per sempre. Sto parlando di quel piccolo angolo di civiltà aperto nel cuore della bellissima Fidenza, una cittadina a due passi da Parma e Salsomaggiore, che consiglio a tutti di visitare.
Sono stato alla Vecchia Talpa una sola volta, purtroppo, per presentare insieme a Johnny "Figli del demonio". Quando ho mandato il libro a Luca, dico la verità, ero un po' in ansia per il suo giudizio, anche perché sognavo profondamente di poter fare una presentazione lì da lui.
Di "Rumore di carta", uscito 5 anni prima, aveva scritto una buona recensione su "Rumore", ma si era capito subito che non lo aveva convinto del tutto. E siccome la mia educazione storica al punk e all'hardcore italiano la devo in gran parte a lui: lo ammetto, volevo fare bella figura con Luca Frazzi. Per fortuna "Figli del demonio" gli è piaciuto - forse perché è un super fan di Johnny - e così quando mi ha chiesto se avessi voluto presentarlo alla Vecchia Talpa ho preso la macchina e sono partito insieme a Grazia senza pensarci neanche un minuto. Genova-Fidenza non è una passeggiata, soprattutto se ti butti in autostrada con la Cubo e le istruzioni di Google Map stampate la mattina stessa. Ma nonostante la mia incapacità al volante siamo arrivati sani e salvi a destinazione. Naturalmente quando abbiamo parcheggiato ci siamo accorti che ormai era l'ora di pranzo e la libreria aveva già chiuso. Io non mi ero minimamente preoccupato di prendere il cellulare di Luca e non avevo la più pallida idea di dove fosse l'albergo che avevamo prenotato. L'idea infatti era di restare lì anche alla sera, vedersi il concerto dei Tunas al mitico Taun e dormire nella pensione convenzionata con il locale. Insomma una bella giornata punk-rock.
Dopo varie richieste di informazioni andate a vuoto - la gente del posto non sapeva nulla del Taun- abbiamo trovato l'albergo e scaricato gli zaini. Nel frattempo Johnny mi ha spedito il numero di Luca e, tra una cosa e l'altra, è arrivata anche l'ora di riapertura pomeridiana. Quando sono entrato ho capito subito di essere in un posto speciale. E Frazzi, come l'ho sempre chiamato da lettore di "Bassa Fedeltà" e "Rumore", si è rivelato una persona incredibile. Sembra quasi un genovese, all'apparenza. Un finto burbero che ti stupisce per la sua gentilezza. In attesa che arrivasse l'ora x e dopo un giro approfondito per la libreria, io Grazia ci siamo concessi una visita turistica di Fidenza, scoprendo il Duomo, la piazza e alcuni scavi archeologici.
Quando siamo tornati alla Vecchia Talpa abbiamo trovato Johnny appena arrivato da Modena, mentre Luca e la sua ragazza affettavano salame e sistemavano sopra un tavolino alcune bottiglie di vino bianco e di birra.
L'atmosfera era pazzesca. Sembrava davvero di essere a casa. Solo che ero fra due dei miei piccoli miti da moccioso punk trentenne: Luca Frazzi e Johnny Grieco, appunto (che in questo post ho già citato tipo 20 volte, ma li ridico lo stesso: Luca Frazzi e Johnny Grieco, cazzo). Forse, ho pensato lì per lì, non ho completamente buttato la mia vita.
Comunque dopo poco è arrivata l'ora della presentazione. Il pubblico non era foltissimo, ma assai selezionato (il vecchio adagio: pochi ma buoni calzava alla perfezione). Fra chi era venuto a sentire le mie stronzate e le perle di saggezza di Johnny c'erano i Tunas, le Bomb'o'nyrics, il mitico Joe Fuzz, alcuni punk rocker del posto e Grazia che faceva il tifo e le foto. Abbiamo chiacchierato un sacco. Io avevo la maglietta dei Locals, mentre Johnny era in divisa Catzillo. Dopo la presentazione (la più bella che abbia mai fatto) siamo andati a mangiare le mitiche "schiacciate" offerte da Luca e poi di corsa al Taun in tempo per il concerto. Bomb'o'nyrics e Tunas, tra l'altro, hanno suonato alla grande. E appena hanno finito mi sono subito fiondato al banchetto per accaparrarmi i loro vinili. Un mezza pazza del luogo ha persino provato ad abbordare Grazia. E quando, stanchi ma felici, siamo andati a dormire, non riuscivo a togliermi un cazzo di sorriso ebete dalla faccia. Il giorno dopo siamo ripartiti in tarda mattina. Non sono neppure riuscito a vedere Luca perché mi sono svegliato tardi e lui stava partendo per Casa Cervi. Mancavano pochi giorni al 25 aprile. Non pensavo sarebbe stata l'ultima volta che avrei messo piede alla Vecchia Talpa. Dovevo farci un salto anche quando hanno premiato Johnny per "Bad Baby" ma ero senza un soldo. Se ci ripenso credo che avrei preferito digiunare una settimana ma essere lì a fare casino, fra tutti quei libri, Luca, Joe Fuzz, Johnny e i ragazzi di Fidenza. Che mondo di merda.
domenica 20 gennaio 2013
La mamma beve latte, di nuovo
Ieri come un vero coglione sono rimasto in centro dopo il lavoro. Sono uscito alle dieci di sera e pioveva a dirotto. Avevo un ombrello mezzo scassato, la borsa della Soul Jazz dove infilo sempre le mie stronzate, ma sopratutto ero a piedi. Niente macchina e nessuno che potesse darmi un passaggio; l'allerta neve che incombeva sulla nottata e nemmeno lo straccio di un bar aperto,
Nonostante questo ero deciso ad andare al circolo Giardini Luzzati per vedere i Mum Drinks Milk Again, un gruppo di Prato che non avevo mai sentito nominare, ma di cui Michele mi aveva parlato molto bene. Ecchecazzo - ho pensato - non è questo, in fondo, il rock'n'roll? Scolarsi come una merda sotto il diluvio, mangiare i tramezzini delle macchinette della stazione che costano due euro e ti riempiono la pancia e andare a vedere una band sconosciuta di Prato che magari odierai per tutta quanta la sera. Insomma: coglioni si nasce e io modestamente lo nacqui.
Arrivato al locale, mentre fra via Ravecca e la discesina che porta ai Giardini Luzzati infuriava la bufera, ho subito adocchiato Michele che se la chiacchierava con due figuri. Erano i Mum Drinks Milk Again e ci siamo subito bevuti una birra tutti e quattro insieme. Intanto i due tramezzini pollo e formaggio stavano facendo il loro dovere. Tra una chiacchierata e l'altra ho scoperto che i due non si erano portati dietro alcun vinile, ma solo qualche cd. E vabbè primo scazzo. Poi, dopo un'altra Menabrea a 3,5 euro, è arrivato il turno dei Cuccioli Morti una band genovese che ho visto una sola volta dal vivo, senza restarne gran che impressionato, Sono dei ragazzini rumorosi coi maglioni pesanti i capelli spettinati. Ma devo dire che, a posteriori, non han fatto un brutto concerto. Anzi: tante ingenuità, quelle che piacciono a me. E una buona dose di coraggio. Testi interessanti e nessuna direzione musicale ben precisa (che in questo caso è un pregio),
I Mum Drinks Milk Again hanno preso posto subito dopo di loro. Si sono infilati diligentemente nell'angolino riservato alle band dei Giardini Luzzati e hanno iniziato a spogliarsi e a preparare gli strumenti. Ed eccoli lì pronti a suonare: chitarra-voce e batteria-controcanto, la più classicona delle formazioni anni Duemila. Eppure appena sono partiti mi hanno fatto fare un balzo sulla sedia sulla quale mi ero rifugiato. Non erano il solito clone dei White Stripes, anche se in qualche caso li ricordavano, erano soprattutto una schiacciasassi rock'n'roll in salsa stoner, che sapeva pettinarti per benino i peli del cazzo. Canzoni veloci e gracchianti, con una batteria furiosa, che sembrava volesse saltarti addosso. I due poi se la ridevano, sparavano cazzate con il loro accento toscano rinforzato e i pochi temerari che ieri hanno sfidato allerta e tempesta sono rimasti sicuramente soddisfatti. Io, me ne sono stato quasi tutto il tempo in un angolo con il sorriso sulle labbra e la testa sugli orari del bus che mi aveva spedito Grazia via messaggio. Una volta preso il cd, perché comunque i ragazzi se lo sono meritato, mi sono fiondato in piazza Caricamento. Ho preso ancora un po' d'acqua e poi finalmente mi sono rifugiato sull'1 che mi ha riportato sano e salvo a casa.
sabato 22 dicembre 2012
10 anni senza Joe
Quando è morto Joe Strummer avevo 20 anni. E adesso ne ho 30. Joe è sempre stato il mio eroe. E anche se il punk ci ha sempre insegnato che non bisogna averne, di eroi, lui - cazzo - lo era. Lo è stato sin dall'inizio, da quando a 14 anni ho scoperto la musica dei Clash prima sulle pagine di un libro, "Jack Frusciante è uscito dal gruppo", e poi nella canzoni di una cassetta ("The singles") che mi ero regalato in quarta ginnasio per il primo bel voto di greco (dopo è stato un disastro, fino a ottobre però promettevo bene).
Mi ricordo ancora come ho saputo la notizia della morte di Joe il 22 dicembre di dieci anni fa, anzi era il 23. Perché qui da noi si è saputo solo il giorno dopo cosa fosse successo. Internet non era ancora il mezzo di comunicazione globale che è oggi. C'era ancora un piccolo filtro per i profani. E così, mentre ero in camera a cazzeggiare in attesa della cena pre-natalizia organizzata sopra l'agenzia di viaggi di Fabio, mi arriva un messaggio sul cellulare: è Marco, un mio compagno di università. Nel sms c'è scritto "soltanto": è morto Joe Strummer. E nient'altro.
Ho faticato parecchio a decifrare quelle quattro parole in croce. E mi sono subito precipitato ad accendere la tv per controllare sul televideo (sembra davvero passato un secolo). Fra le "ultim'ora" messe in fila sullo schermo luminoso e spartano del servizio d'informazione Rai spiccava, tra un pezzo di cronaca e un'agenzia politica, la notizia che stavo cercando ma non avrei mai voluto leggere: è morto Jo Strummer, cantante dei Clash. Inutile dire che è stato un bruttissimo colpo. Perché se pensi che un amico ti possa fare uno scherzo di cattivo gusto, quando leggi una cosa del genere su organo di informazioni, sai che che purtroppo è tutto vero. Chi darebbe mai una notizia falsa su Joe Strummer? Ma soprattutto: chi se lo cagava, all'epoca, Joe Strummer fuori dal giro punk? Ormai il mio eroe era un simbolo per pochissime persone: un totem del tempo che fu, un cinquantenne che era tornato a fare musica senza troppi clamori e con un successo inferiore a ciò che avrebbe meritato. Negli anni Novanta, quando l'ho conosciuto per la prima volta con quella mitica cassettina, Joe, ma anche i Clash, erano roba per carbonari. Sì, qualche adulto si ricordava vagamente di loro, ma i miei amici quindicenni manco sapevano cosa fosse il punk. Per me Joe è sempre stato un piccolo grande eroe per pochi eletti. E solo dopo la morte, come accade spesso, la sua fama è ritornata quella degli anni belli di fine Settanta inizio Ottanta.
Comunque: quando ho capito che Marco, nel suo messaggio semplice e glaciale, non stava scherzando la prima reazione è stata quella di mettermi a piangere. Non lo facevo da anni. E mia madre, quando mi ha visto così malpreso si è persino spaventata. Poi mi sono chiuso nella mia cameretta e ho infilato "London calling" nello stereo. Sono andato alla cena di Natale che ero un straccio. Ho portato una cassetta dei Clash e mi sono ubriacato con i miei amici, anche se per loro Joe era un cantante come tanti e non è che gliene fregasse molto.
Io invece coi Clash ho passato alcuni dei momenti più belle della mia vita. Mi ricordo praticamente tutto dei miei incontri con la loro musica. Il disco omonimo, per esempio, che in cd si trovava in due versioni, quella americana - con dentro anche alcuni singoli - e quella inglese. L'ho comprato alla Fiera del disco per 15 mila lire e adesso ce l'ho anche in vinile. "Giv'em enough rope" l'avevo preso invece da New Deal, il negozietto di Sestri che per qualche mese fece sconti pazzi e che poi chiuse all'improvviso portandosi dietro centinaia si caparre di ordini mai fatti. "London Calling" invece è arrivato una calda estate di 15 anni fa, dopo aver distribuito volantini per il Festival d'Irlanda. Mentre "Sandinista!" è stato un bellissimo regalo di Natale, anche se all'epoca c'avevo messo un po' a capirlo e ad amarlo. "Combat rock" l'avevo preso nuovamente da New Deal, prima ancora di "London calling" e ricordo che all'inizio sentivo solo "Should I stay o should I go". Poi ho comprato anche "Cut the crup", usato al Libraccio, perché anche se tutti dicevano che era brutto, volevo avere la discografia completa. E quando su "Musica" di Repubblica ho visto che Joe sarebbe tornato con una nuova band, i Mescaleros, e avrebbe fatto tappa in Italia ho messo a perdere i miei per andare al concerto. Avevo 17 anni, era l'inizio di settembre del 1999. Sono andato all'Indepedent Day Festival con due amici e i loro genitori. Pioveva e all'arena Parco Nord si era formato uno strato di fango appiccicoso. Quando Joe è salito sul palco mi sono messo a ridere dalla gioia. E non appena, sotto la pioggia, ha intonato "London calling" ho iniziato subito a cantare nel mio inglese stentato, facendo attenzione a beccare le uniche parole che conoscevo. Ancora oggi quello resta il concerto più bella della mia vita e uno di quei momenti che ricorderò per sempre.
Forse aver bisogno di eroi è sbagliato. E sono stati proprio i Clash a insegnarmelo. Ma per me Joe resterà sempre una figura mitica. Non un amico più grande da voler emulare. No, lui è il mio eroe. L'unico e ultimo della mia vita del cazzo.
Mi ricordo ancora come ho saputo la notizia della morte di Joe il 22 dicembre di dieci anni fa, anzi era il 23. Perché qui da noi si è saputo solo il giorno dopo cosa fosse successo. Internet non era ancora il mezzo di comunicazione globale che è oggi. C'era ancora un piccolo filtro per i profani. E così, mentre ero in camera a cazzeggiare in attesa della cena pre-natalizia organizzata sopra l'agenzia di viaggi di Fabio, mi arriva un messaggio sul cellulare: è Marco, un mio compagno di università. Nel sms c'è scritto "soltanto": è morto Joe Strummer. E nient'altro.
Ho faticato parecchio a decifrare quelle quattro parole in croce. E mi sono subito precipitato ad accendere la tv per controllare sul televideo (sembra davvero passato un secolo). Fra le "ultim'ora" messe in fila sullo schermo luminoso e spartano del servizio d'informazione Rai spiccava, tra un pezzo di cronaca e un'agenzia politica, la notizia che stavo cercando ma non avrei mai voluto leggere: è morto Jo Strummer, cantante dei Clash. Inutile dire che è stato un bruttissimo colpo. Perché se pensi che un amico ti possa fare uno scherzo di cattivo gusto, quando leggi una cosa del genere su organo di informazioni, sai che che purtroppo è tutto vero. Chi darebbe mai una notizia falsa su Joe Strummer? Ma soprattutto: chi se lo cagava, all'epoca, Joe Strummer fuori dal giro punk? Ormai il mio eroe era un simbolo per pochissime persone: un totem del tempo che fu, un cinquantenne che era tornato a fare musica senza troppi clamori e con un successo inferiore a ciò che avrebbe meritato. Negli anni Novanta, quando l'ho conosciuto per la prima volta con quella mitica cassettina, Joe, ma anche i Clash, erano roba per carbonari. Sì, qualche adulto si ricordava vagamente di loro, ma i miei amici quindicenni manco sapevano cosa fosse il punk. Per me Joe è sempre stato un piccolo grande eroe per pochi eletti. E solo dopo la morte, come accade spesso, la sua fama è ritornata quella degli anni belli di fine Settanta inizio Ottanta.
Comunque: quando ho capito che Marco, nel suo messaggio semplice e glaciale, non stava scherzando la prima reazione è stata quella di mettermi a piangere. Non lo facevo da anni. E mia madre, quando mi ha visto così malpreso si è persino spaventata. Poi mi sono chiuso nella mia cameretta e ho infilato "London calling" nello stereo. Sono andato alla cena di Natale che ero un straccio. Ho portato una cassetta dei Clash e mi sono ubriacato con i miei amici, anche se per loro Joe era un cantante come tanti e non è che gliene fregasse molto.
Io invece coi Clash ho passato alcuni dei momenti più belle della mia vita. Mi ricordo praticamente tutto dei miei incontri con la loro musica. Il disco omonimo, per esempio, che in cd si trovava in due versioni, quella americana - con dentro anche alcuni singoli - e quella inglese. L'ho comprato alla Fiera del disco per 15 mila lire e adesso ce l'ho anche in vinile. "Giv'em enough rope" l'avevo preso invece da New Deal, il negozietto di Sestri che per qualche mese fece sconti pazzi e che poi chiuse all'improvviso portandosi dietro centinaia si caparre di ordini mai fatti. "London Calling" invece è arrivato una calda estate di 15 anni fa, dopo aver distribuito volantini per il Festival d'Irlanda. Mentre "Sandinista!" è stato un bellissimo regalo di Natale, anche se all'epoca c'avevo messo un po' a capirlo e ad amarlo. "Combat rock" l'avevo preso nuovamente da New Deal, prima ancora di "London calling" e ricordo che all'inizio sentivo solo "Should I stay o should I go". Poi ho comprato anche "Cut the crup", usato al Libraccio, perché anche se tutti dicevano che era brutto, volevo avere la discografia completa. E quando su "Musica" di Repubblica ho visto che Joe sarebbe tornato con una nuova band, i Mescaleros, e avrebbe fatto tappa in Italia ho messo a perdere i miei per andare al concerto. Avevo 17 anni, era l'inizio di settembre del 1999. Sono andato all'Indepedent Day Festival con due amici e i loro genitori. Pioveva e all'arena Parco Nord si era formato uno strato di fango appiccicoso. Quando Joe è salito sul palco mi sono messo a ridere dalla gioia. E non appena, sotto la pioggia, ha intonato "London calling" ho iniziato subito a cantare nel mio inglese stentato, facendo attenzione a beccare le uniche parole che conoscevo. Ancora oggi quello resta il concerto più bella della mia vita e uno di quei momenti che ricorderò per sempre.
Forse aver bisogno di eroi è sbagliato. E sono stati proprio i Clash a insegnarmelo. Ma per me Joe resterà sempre una figura mitica. Non un amico più grande da voler emulare. No, lui è il mio eroe. L'unico e ultimo della mia vita del cazzo.
domenica 9 dicembre 2012
Dischi 2012
Ed ecco la solita manfrina che piace tanto ai giovani (e pure a me): la classifica dei dischi dell'anno in ordine sparso.
1) GREEN DAY "Uno", "Dos", "Tre"
2) NOFX "Self entitled"
3) TY SEGALL "Twins"
4) OFF "Off"
5) DIAFRAMMA "Niente di serio"
6) I FENOMENI "Un vuoto appeso - Memorie della vita di G.L."
7) TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI "Nel giardino dei fantasmi"
8) TUNAS "Tunas"
9) HEROIN IN TAHITI "Death surf"
10) EDDA "Odio i vivi"
1) GREEN DAY "Uno", "Dos", "Tre"
2) NOFX "Self entitled"
3) TY SEGALL "Twins"
4) OFF "Off"
5) DIAFRAMMA "Niente di serio"
6) I FENOMENI "Un vuoto appeso - Memorie della vita di G.L."
7) TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI "Nel giardino dei fantasmi"
8) TUNAS "Tunas"
9) HEROIN IN TAHITI "Death surf"
10) EDDA "Odio i vivi"
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