sabato 11 maggio 2019

Un po' di recensioni a babbo12/La razione Area Pirata - Dieta garage-beat

È un periodo in cui mi trovo per le mani parecchi dischi interessanti. Tra acquisti, musica liquida ascoltata in streaming e qualche busta succosa infilata nella mia cassetta delle lettere il materiale da sentire (per fortuna) è davvero tanto. E praticamente tutto di alta qualità. Quindi devo cominciare a suddividere un po' le puntate delle mie recensioni. Almeno per argomento, altrimenti finisce che mi metto a stampare una fanzine (cosa che farei di corsa, figuriamoci, ma adesso non è proprio il momento).
Qui sotto, tanto per cominciare, eccovi una bella informata di garage-beat, grazie alle nuove preziosissime uscite targate Area Pirata. Un poker vinilico davvero ottimo e in grado di sbancare il banco dopo solo un primo ascolto.

The Trip Takers - Don't Back Out Now
Un bel "viaggio" Anni Sessanta tra beat e pop da capogiro. E' davvero un piacere appoggiare la puntina su "Don't Back Out Now", secondo disco in lp dei The Trip Takers, appena pubblicato da Area Pirata. La band messinese sembra uscita direttamente dai locali fumosi della swinging London e va a braccetto con le sonorità di Small Faces, Creation e Kinks, tanto per citare alcuni nomi di grido. Un approccio filologico e totalmente nostalgico, che saprà scaldarvi i cuori grazie a melodie deliziose, infarcite di corretti e qualche svisata psichdelica, come nelle code di "The Knight & The Hag" e della conclusiva "Wonder For A Way". Tra i brani migliori svettano senza dubbio "Why Don't You Come Home?", con il suo ritmo agrodolce e scanzonato e "Gamblin' Gal", sorretta da una chitarra ruspante e da una pioggia di suoni scintillanti. Ma è davvero difficile scegliere tra una canzone e l'altra, vista l'alta qualità globale del disco. Un album interamente votato all'amore per i sixties, che colpisce sin dal primo ascolto.

The Backdoor Society - s/t
Parlando ancora di beat - ma questa volta in salsa garage - il primo lp omonimo dei The Backdoor Society (sempre fuori per Area Pirata) mette insieme una serie di piccole schegge di rock selvaggio, che vi faranno girare la testa. Ritmi serrati, riff di chitarra al limite dello "speed surf" a inseguire basso e batteria e una voce sgraziata al punto giusto, sono gli ingredienti principali dell'album. Una buona dose di sonorità vintage - la band lo chiama Dutch beat, perché guarda al modello dei gruppi olandesi degli Anni Sessanta - lanciate a bomba contro ogni moda e ogni musica di tendenza (fortunatamente). Le danze scatenate di "The Magic's Gone" e "You Wish Me Back" sono un vero toccasana per chi ama il rock'n'roll sanguigno, mentre ballate come "Pitch Me Out", "Please Don't Worry" e soprattutto "You", sono in grado di toccare le corde giuste, senza rinunciare un'attitudine sporca e cattiva. Senza farla troppo lunga: davvero un grande esordio per questa band piacentina, che ci regala un disco compatto e ricco di ispirazione.

Tony Borlotti e i suoi Flauers - Belinda contro i mangiadischi
Ad ascoltare Tony Borlotti e i suoi Flauers viene quasi voglia di farsi i capelli a caschetto, abbandonare le magliette nere dei Joy Division per indossare camicie a fiori e tuffarsi in un mondo di colori sgargianti e buoni sentimenti. E' inutile: anche certi inguaribili mugugnoni e misantropi come il sottoscritto non possono che alzare bandiera bianca (o forse sarebbe meglio dire gialla) di fronte alle armonie vocali, gli stacchetti e le melodie appiccicose di "Belinda contro i mangiadischi", ultimo lavoro della storica band salentina, dedita, da quasi 25 anni, a un infaticabile omaggio agli Anni Sessanta italiani. Il disco, ancora una volta, porta il marchio di Area Pirata, una delle etichette più attive e prolifiche in materia di revival sixties. Come da tradizione l'album infila, una dopo l'altra, una serie di canzoni che potrebbero essere uscite dalla penna dei Corvi e dell'Equipe 84: musica da ballare fino a notte fonda e da amare incondizionatamente.

Cannon Jack & The Cables - Primitivo/Big bad monkey man
Bastano due pezzi - quelli contenuti in questo 45 giri bollente - per innamorarsi dei Cannon Jack & The Cables. Garage-fuzz al fulmicotone cantato in italiano e in inglese come Dio comanda. Un party selvaggio a base di chitarre sfrigolanti e Farsifa, due schegge accuminate che vi frantumeranno le orecchie e faranno poltiglia di tutti i vostri buoni propositi. "Primitivo" (lato A) dice già tutto nel titolo, mentre "Big bad monkey man" è un pezzo di garage tribale, inciso dentro una caverna della giungla nera.







mercoledì 1 maggio 2019

Alla sera leggevamo i gekiga

Prima ancora di venire folgorato dal punk alla fine della terza media, il mio cuore di sbarbo era in pieno subbuglio per quella che, oggi, è a tutti gli effetti la mia più antica e bruciante passione: i manga. Un amore sbocciato sin dalla prima elementare con i cartoni di Ken il Guerriero (guardati di nascosto da miei genitori su Junior Tv) e poi esploso letteralmente grazie a una vicina di casa più grande di almeno una dozzina d'anni, che una sera di inizio Anni Novanta mi ha fatto conoscere il fumetto di Akira, pubblicato all'epoca da Glenat Italia. Avevo 8 anni, ero in quarta elementare e quella violenza così feroce e mai edulcorata, quei disegni rotondi e al tempo stesso realistici e quelle storie così adulte e travolgenti mi hanno immediatamente conquistato.
Da quel momento non mi sono più fermato e, per tutto il resto della mia vita - e cioè i 30 anni, successivi -, ho continuato a comprare con cadenza regolare e alterno fervore i "fumetti giapponesi" (come li ho sempre prosaicamente chiamati).
Nel corso del tempo la passione non è mai venuta meno, anche se con variabile intensità. Da adolescente, per esempio, pur continuando a collezionare volumetti e a seguire alcune serie tutti i mesi, sono stato quasi completamente risucchiato dalla musica, dai concerti, dalle riviste rock, dalle fanzine, dalla birra, dalle tipelle e da tutto quello che si muoveva intorno. E i manga ho cominciato a cagarli un po' meno. Ci sono stati momenti in cui mi sono persino spinto a leggere qualche fumetto americano e italiano, scoprendo Magnus, Andrea Pazienza, Garth Ennis, Warren Ellis e Alan Moore. Insomma in tre decenni di appostamenti alle edicole ed esplorazioni nelle librerie specializzate ho attraversato varie fasi, senza mai abbandonare completamente quella passione che mi aveva cambiato la vita da bambino (dal 1993, per esempio, continuo a comprare ininterrottamente "Le bizzarre avventure di JoJo").
Qualche anno fa, però, due "episodi" hanno risvegliato prepotentemente la mia scimmia manga che si era leggermente assopita con l'avanzare dei capelli bianchi: la pubblicazione di alcuni classici Anni Sessanta-Settanta e Ottanta di Nagai, Tezuka e Ishinomori (più il mitico "Kagemaru Den" di Shirato) e la scoperta del gekiga, il fumetto adulto e "verista" nato alla fine degli anni '50 e codificato, in Giappone, sulle pagine della rivista "Garo".
A parlarmi per la prima volta di "gekiga" è stato Paolo Cattaneo, amico del giro dei concerti genovesi e fumettista di grande talento (recuperate i suoi due lavori usciti per Canicola, "L'estate scorsa" e "Manuelone": non ve ne pentirete!). Una sera, mentre facevo il barista volontario all'Altrove spillando birre e fingendo di preparare cocktail, ci siamo messi a chiacchierare a ruota libera di fumetti. E mentre gli raccontavo della mia passione atavica per i manga, avanzando qualche perplessità sulle nuove uscite (anzi, sui titoli pubblicati negli ultimi 15 anni), Paolo mi ha chiesto a bruciapelo: "Ma tu hai mai letto qualche storia gekiga?". Naturalmente non sapevo neppure di cosa stesse parlando e quando mi ha rivelato che Coconino aveva iniziato a pubblicare una serie di volumi dedicati a questo tipo di manga più adulto, introspettivo e talvolta a tinte noir, nato a fine Anni Cinquanta nel tentativo di distinguersi nettamente dai fumetti per bambini e di mero intrattenimento, ho iniziato a guardare su Internet qualche titolo. Quella chiacchierata mi ha aperto un mondo e da qual momento ho cercato con avidità tutte le uscite della collana. Così ho scoperto autori incredibili come i fratelli Tsuge, Tadao e Yoshiharu, grandi maestri come Yoshihiro Tatsumi, Susumu Katsumata e il giro dei fumetti horror grotteschi, che col gekia c'entrano assai poco, ma che restano delle perle assolute (parlo delle opere di Kazuo Umezu - o Umezz come si fa chiamare a volte - Suhehiro Maruo e Hideshi Hino). Neanche a farlo a posta, in questi ultimi anni, la pubblicazione dei lavori degli autori gekiga è stata fittissima, tanto che fatico non poco a stargli dietro (parliamo sempre di volumi che variano tra i 18 e i 30 euro). Comunque grazie a qualche colpo di fortuna e a qualche parente illuminato che per i regali di Natale e compleanno consulta le mie liste "della spesa", sono riuscito a mettere insieme un po' di materiale interessante. Ed è per questo che ho deciso di fare qualche piccola e rapida recensione di una selezione di ciò che ho raccolto in questi tre anni.

Una vita tra i margini - Yoshihiro Tatsumi
Anche se solo recentemente sono riuscito a mettere le mani su questo fumetto, credo che uno dei modi migliori par conoscere il gekiga sia partire da questo corposo volume di 800 pagine, dato alle stampe da Bao sette anni fa. Non si tratta di una vecchia storia Anni 50 e il conto che vi troverete a pagare non è dei più economici (29 euro, anche se io ho avuto la fortuna di trovarlo praticamente a metà prezzo su Ebay: quindi cercatelo all'usato, che non si sa mai...), eppure sono dell'idea che chiunque voglia comprendere meglio questo lato oscuro del fumetto giapponese non possa che passare da qui. L'opera, scritta tra gli Anni Novanta e i primi Duemila (Tatsumi è morto nel 2015) racconta la storia personale dell'autore (anche se con un altro nome) e la nascita dell'epopea gekiga, di cui Tatsumi è stato in un certo senso l'inventore e sicuramente uno dei nomi di spicco. Siamo nel Giappone del dopoguerra, nel periodo in cui iniziano a uscire le riviste di fumetti a prestito. Il tratto del disegno è semplice e diretto, la storia assomiglia al romanzo di formazione di un'intera generazione di artisti. Non è una lettura facile, anche se piuttosto scorrevole, perché è un fumetto nel fumetto, un manga nel manga. Una vicenda ricca di rimandi storici, che resta un passaggio obbligato per chiunque voglia conoscere la vera storia del gekiga. Di Tatsumi la casa editrice Coconino ha pubblicato anche una serie di raccolte di racconti brevi altrettanto imprescindibili, di cui, per il momento ho solo l'ottimo "Crocevia". Bao, invece, ha dato alle stampe uno dei suoi primi lavori di rottura, "Tormenta nera", del 1956, in un'edizione davvero interessante dal punto di vista grafico. Anche Oblomov edizioni ha pubblicato alcune perle di Tatsumi come "I pescatori di mezzanotte".


L'uomo senza talento - Yoshiharu Tsuge
Se dovessi indicare una storia a fumetti che tutti dovrebbero leggere, indipendentemente dalla loro passione e dal genere gekiga, citerei sicuramente "L'uomo senza talento", pubblicato da Canicola nel 2017, come primo volume di una trilogia dedicata a Tsuge, a cui sono seguiti (nel 2018 e pochi giorni fa) gli ottimi "Il giovane Yoshio" e "La stanza silenziosa". Tre volumi imprescindibili, anche a se, come detto, "L'uomo senza talento" rimane la punta di diamante dell'intera "serie". Il racconto è una lenta discesa agli inferi della propria inadeguatezza, un storia cruda, ma al tempo stesso carveriana - anche se non credo che Tsuge conoscesse Carver - attraverso la quale l'autore mette a nudo tutte le proprie sofferenze umane ed esistenziali. La vicenda parla di un mangaka fallito, un uomo "senza talento", appunto, che prova in tutti i modi a sbarcare il lunario, senza troppa fortuna. Il tratto di Tsuge, così come quello di Tatsumi e dell'intera scuola gekiga, è essenziale e piuttosto realista. E sono proprio queste matite scarne e rigide e rendere ancora più squallido e desolante il tono del racconto. Ci sono molti tratti autobiografici in quest'opera, anche perché Tsuge non ha mai potuto vantare una produzione corposa e ricca di soddisfazioni economiche. "L'uomo senza talento" è uscito in Giappone nel 1986 e non rappresenta solo l'apice artistico di quest'autore semisconosciuto in Italia: è anche la sua ultima pubblicazione, prima del ritiro dalle scene nel 1987. Un testamento feroce e amarissimo.
Assolutamente da recuperare anche la raccolta di racconti "Destino", pubblicata recentemente da Oblomov.

La mia vita in barca vol. 1 e 2 - Tadao Tsuge
I due volumi di Coconino che raccolgono alcuni racconti Anni Novanta di Tadao Tsuge, fratello di Yoshiharu, sono stati il mio primo incontro con il gekiga. Non ricordo perché sia partito da lì, ma credo che chiunque voglia leggere "manga" alternativi e guardare alla cultura giapponese con uno sguardo più autentico non debba farsi scappare questi due corposi volumi. "La mia vita in barca" è stato pubblicato a puntate dal 1997 al 2001 su una rivista di pesca e raccoglie una serie di storie dal piglio pacato e dal tratto sghembo, che regalano pochi sorrisi e qualche amarezze. Lungo queste pagine (circa seicento in tutto) si snodano storie minime di vita quotidiana, fatte di lunghi silenzi, attese e piccole conquiste. Anche qui il metro di paragone occidentale che mi viene da utilizzare è quello del verismo e del carverismo, generi che mescolano tragedie umane (anche se in forma ridotta, per quel che riguarda "La mia vita in barca") e storie in cui - apparentemente - non accade quasi mai nulla. Il protagonista, Tsuda, è uno scrittore da quattro soldi e senza ispirazione, che decide di comprare una barca e passare un po' di tempo da solo, lontano dal negozio della moglie. La sua vita scorre lenta, insieme alle stagioni, tra pesci che non abboccano, tempeste e vecchi amici. Sembra quasi di leggere quei romanzi ambientati nella profonda provincia americana, come il ciclo di Holt di Kent Haruf.

Naturalmente ci sono tantissimi altri volumi bellissimi da leggere e da scoprire come, solo per citarne un paio, "Neve rossa" di Katsumata o "Flight" di Kuniko Tsurita (entrambi della collana Coconino diretta dal grande Vincenzo Filosa, fumettista e autore di un cult come "Viaggio a Tokyo", uscito per Canicola).
In un altro post parlerò anche delle ristampe di Nagai, Tezuka e co. e dei manga horror. Ma ora non vorrei farla troppo lunga ed è meglio che mi fermi qui.


martedì 2 aprile 2019

Un po' di recensioni a babbo 11/Sono tornato, belin

The Kaams - Kick it

Era da un po' di tempo che avevo perso le tracce dei Kaams. Direi da almeno due anni: e cioè il tempo che separa questo nuovo disco targato Area Pirata e il loro precedente singolo, l'ottimo "Don't forget my name", anch'esso uscito per l'etichetta toscana. Così, quando mi sono visto recapitare nella buca delle lettere il nuovo cd - ma per i più golosi esiste anche un'edizione in vinile - inciso dal trio bergamasco l'ho subito infilato nelle stereo per capire cosa stesse frullando in testa ad Andrea, Marco e Tiziano. "Kick it" è, sin dalle prime note di "Misery", il brano che apre l'album, un concentrato di rock'n'roll malinconico e a tratti psichedelico: un disco molto compatto, con pennellate taglienti di chitarra e melodie deliziosamente indolenti. Ci sono echi garage anni Sessanta tipici delle band di Nuggets, naturalmente, ma non manca neppure quel retrogusto oscuro che guarda al revival sixties degli anni Ottanta: il tutto suonato con una naturalezza davvero unica. Le spruzzate pop di "Floating in my fantasy" si sposano bene con il rock ruspante di "Walk out the door", che mi ricorda gli ultimi Peawees, le cavalcate paisley underground di "Out of blue" si alternano a brani più squisitamente rock'n'roll come "My destiny", il vecchio singolo ripescato "Don't forget my name" e "Free". Insomma un disco curato nei minimi dettagli, che per essere amato fino in fondo necessità di almeno due o tre ascolti. I Kaams sono cresciuti parecchio in questi ultimi due anni e oggi suonano come una band americana innamorata della frontiera e dei film western dove i buoni, però, non sono quasi mai quelli col cappello da cowboy. Pezzi come "Cold in my bones" vi si insinueranno nel cervello come la lama di un coltello bruciato dal sole.


The Rock'n'Roll Kamikazes - Campari & toothpaste

Non sono mai stato un grande fan del rockabilly. Da vecchio amante impenitente di Clash, Sex Pistols e Ramones ho sempre preferito la violenza del punk ai ritmi sincopati del primo rock'n'roll e del suo revival cotonato. Quindi quando mi sono messo all'ascolto del nuovo cd dei Rock'n'Roll Kamikazes, pubblicato da Area Pirata, ho provato, prima di tutto, ad allargare leggermente i miei strettissimi orizzonti musicali. Mettiamola così: pur non impazzendo per certe sonorità e restando un po' allergico a un certo tipo di attitudine, devo comunque ammettere che questi "ragazzi", al decimo anno di scorribande in giro per l'Europa con il loro circo rock'n'roll, sanno davvero il fatto loro. D'altra parte cosa potete aspettarvi da una band guidata da quel matto di Andy Mcfarlane degli Hormonauts (anzi ex Hourmonauts)? "Campari & toohthpaste" sembra un disco di Elvis Presley sotto anfetamina, una cavalcata malsana e al tempo stesso dirompente, dove il contrabbasso di Nicolò Fiori e la batteria di Sandro Battistini (anche se in un paio di brani torna il fondatore Peppe DeGregoriis) se la chiacchierano allegramente, come due liceali in fuga da scuola, con la sigaretta nascosta dietro l'orecchio. Il disco, poi, per la felicità del sottoscritto non è solo una raccolta di scapestrati brani rockabilly, come suggerirebbero l'iniziale "Pocket" e la title track. I ragazzi, infatti, pur non dimenticando da dove arrivano, infilano tra un pezzo e l'altro qualche canzone surfeggiante ("Ice cold beer") e blues-voodoo rock ("Wolf" , "Graveyard blues" e "Early night"). Niente male neppure la zampata punk di "A hole in your soul", che chiude in bellezza l'album. Se amate il rockabilly e non siete dei maledetti puristi fate vostro "Campari & Thoothpaste"; se invece siete di un'altra parrocchia come il sottoscritto, dategli comunque un ascolto: i pezzi interessanti non mancano.  

Figli dei figli dei fiori - I Mitomani Beat

Non si esce vivi dagli anni Sessanta. O almeno è questa la piacevole sensazione che si prova quando si ascolta "Figli dei figli dei fiori", nuovo disco dei romani I Mitomani Beat. Un album autoprodotto, ma distribuito da Area Pirata che sembra uscito direttamente dal Piper. Testi in italiano, armonica impazzita, dosi massicce di organo Farsiva e suoni circolari. La band non si preoccupa minimamente di apparire derivativa, anzi fa di tutto per calarsi perfettamente nel contesto beat di mezzo secolo fa. E devo dire che il risultato è sorprendente. Pezzi diretti e ultramelodici sono il piatto forte di quest'operazione nostalgia perfettamente riuscita. L'uno-due "Pa pa pa"-"Pulmino beat" è un manifesto d'intenti, mentre la divertente chiusura lampo affidata al "Tango di Tony" con Tony Borlotti alla voce (già evocato nel brano precedente "Vorrei essere come Tony") è la dimostrazione che i ragazzi si sono rivolti ai giusti numi tutelari. In mezzo c'è una raccolta di canzoni ricca di sfumature e di divertimento. Un disco perfetto per la bella stagione appena iniziata, da lasciare per settimane dentro l'autoradio. 

Kinn-Ocks - Again

Dieci canzoni in un 9 minuti e 17 secondi (più altri venti secondi di traccia nascosta). E' questa l'idea che i Kinn-Ocks hanno del punk. E direi proprio che siamo sulla stessa lunghezza d'onda. Perché in questa manicata di minuti di rock'n'roll sparato a mille e registrato in presa diretta-buona la prima c'è tutto ciò che per me rappresenta la musica. Velocità, furia, melodie ottuse, urgenza ed essenzialità. Difficile fare meglio, di questi tempi. Perché quella dei Kinno-Ocks è classe, cari i mie coglionazzi. E la classe non la si può certo imparare. O ce l'hai o copi a nastro i NOFX e i Ramones. E Matty, Edo e Paolo "Snack" Meranda ce l'hanno eccome (vi dicono qualcosa gruppi come Kompagni di Merenda, Madido Respiro, Anno Senza Estate e Depp Thrat?) "Again", il nome di questo secondo ep che segue l'altrettanto fulminante disco omonimo, è coprodotto da SFA e IEU e uscirà a breve anche negli Stati Uniti per Pig Records. Mentre dopo l'estate è in programma un bel vinilozzo che comprenderà entrambi i dischi. Ogni volta che rischiaccio il tasto play per far ripartire questa bomba della durata di un 45 giri penso che chiunque ami il punk e anche un certo primo hardcore californiano non possa che perdere la testa per i Kinn-Ocks. Se poi siete dei fan di Zeke, Crilce Jerks e Black Flag periodo pre Rollins, ma anche dei film con Bombolo e del fumetto splatterone italiano questo è un gruppo che vi farà diventare "passi".

Carlo Cannella - Antologia dei vivi (libro-fanzine)

Nel succulento pacco che il buon Paolo Merenda mi ha inviato qualche giorno fa, oltre all'ep di Kinn-Ocks c'era anche questa prima uscita del suo nuovo progetto editoriale, insieme a Fabio di "È un brutto posto dove vivere" e Marco di TPIC Editions: Inchiostro Sprecato. Una serie di libretti in formato A6 in stile "Millelire" (ve li ricordate? Sempre che siate nati prima degli anni Novanta), stampati su carta patinata. La prima uscita è una raccolta di racconti di Carlo Cannella degli Affluente (e non solo), autore dell'ottimo libro "La città è quieta... ombre parlano" sulla scena punk-hc di Ascoli Piceno. Questo nuovo lavoro targato Inchiostro Sprecato si legge in un batter d'occhio, anche seduti sul cesso. Si ride, ci si commuove, ma molto spesso si resta anche spiazzati. Piccole storie metropolitane, deliri assortiti e mazzate varie, sono il menù principale di questo piccolo gioiello di letteratura punk. Tra un racconto e l'altro si cambia spesso registro e, parola dopo parola, si entra mani e piedi nel particolarissimo mondo di Cannella. Una sorta di psichedelia straight edge, dove i mostri siamo noi lettori. Ottima la copertina a cura di Delicatessen. 



domenica 20 gennaio 2019

Un po' di recensioni a babbo 10/ Ex punk, ora venduto

Dopo l'abbuffata natalizia, torno a fracassare i maroni con tre recensioni fresche fresche e assolutamente non punk. Mi sto evolvendo? Sto cambiando gusti? Sto diventando grande (adesso non mi va)? No, resto sempre la solita testa di minchia.

La Furnasetta - La prima stella
La Asbestos ci ha preso gusto e, ancora una volta, dopo la speciale raccoltona con cui ha festeggiato le sue prima 50 produzioni, decide di uscire dai ristretti meandri del digitale pubblicando un altro cd in formato fisico. "La prima stella", che raccoglie praticamente tutta la discografia de La Furnasetta - collettivo avant noise sperimentale di Casale Monferrato - è un disco acido e dai toni solenni: la perfetta colonna sonora di un film horror distopico, ambientato nei boschi piemontesi. L'apertura di "She is already dead" è metallica e "quasi rock" per gli standard della band, mentre "Menace ruin" è un brano inquietante e crepuscolare. Con la doppietta "Scareri" (scandita dalla voce di Carmelo Bene) e "The last call", si precipita direttamente in un incubo di suoni lontani e voci da brivido. I tempi delle canzoni si dilatano e non lasciano scampo: quasi tutte hanno una lentezza angosciante, che ti penetra nelle ossa e rimbalza vertebra dopo vertebra. In "Forza neri (in Siria)" sembra di sentire l'eco delle bombe che esplodono, mentre una chitarra sintetica stride a intermittenza; "Shiva built my hotrod", invece, inizia come un delizioso tentativo - fallito - di scrivere un brano rock'n'roll, per poi perdersi in mille manipolazioni. "Agro Callori's Womb" è un canto gregoriano su ritmi techno minimal a cui segue "Bizarra": una marcia di elettronica liquida e scarnificata. Il disco si conclude con "Digital skinhead", una brano che sembra una rivisitazione delle storiche library music, ideale per descrivere il monotono lavoro di fabbrica. Insomma un disco eterogeneo e decisamente poco rassicurante, una raccolta di musica estrema, dannatamente seducente. Anche la confezione è curata nei minimi particolari: cartoncino rosso, con lucido colorato in copertina, spilla e adesivo della Asbestos in omaggio. Un disco prezioso, da conservare.

Marshmallow Overcoat - Songs from the motion picture All you need is fuzz
Dopo averci viziato per anni con ristampe di storici gruppi neo psichedelici italiani degli anni Ottanta, Area Pirata, questa volta, vola oltreoceano e ci regala un vero e proprio gioiello del garage-psych americano: i Marshmallow Overcoat di Timothy Gassen. "Songs from the motion picture All you need is fuzz" è la summa di 30 anni di onorata carriera, ma anche la colonna sonora del documentario realizzato dallo stesso Gassen e dal titolo "All you need is fuzz: 30 years in a garage band". Venticinque brani fra garage, paisley, psichdelia, pop e punk, per un caleidoscopio di suoni caldissimi e vertiginosi, che hanno il sapore del deserto e il colore dei cieli lisergici e fiammeggianti dell'Arizona. "Wait for her" (uno dei tre pezzi nuovi del disco), "The Beyond", "Half a life" e "1000 years ago", sono solo alcune delle punte di diamante di un album oggettivamente bellissimo. Il segreto è, senza dubbio, la capacità, quasi naturale, di Gassen e soci di scrivere brani melodici e dagli arrangiamenti sontuosi, senza per questo risultare artefatti. La materia prima dei Marshmallow Overcoat resta pur sempre il caro vecchio rock'n'roll, anche se immerso in atmosfere anni Sessanta. Quindi recuperate al più presto questo portento di album e convertitevi al verbo del fuzz.

Moscow - Moscow ep
I Moscow sono una band noise-hc di Piacenza e questo ep è il loro esordio assoluto. Qualche mese fa (mi scuso ancora per il colpevole ritardo) Alessio, uno dei ragazzi del gruppo, mi ha scritto girandomi il link di Soundcloud  e anche se, di solito, preferisco recensire i dischi stringendo fra le mani le care vecchie copie fisiche mi sono incuriosito e ho deciso di mettermi all'ascolto. I primi due pezzi dell'ep, "Skill road" e "Anschulss", sono una classica randellata di rumore metallico in piena faccia sullo stile dei Big Black, due brani lunghi (come tutte le quattro canzoni dell'ep) che lasciano poco spazio ai sofismi e alle menate da finto critico musicale. Con "Branched" e "Rosmery's lounge", gli ultimi due titoli in scaletta, invece, le coordinante cambiano leggermente: la voce diventa più velenosa e potente e il sound ricorda alcuni gruppi grunge "meno allineati" come i Tad. Insomma un disco che ha una certa varietà, nonostante il numero esiguo di brani (parliamo pur sempre di un ep) e alcuni riferimenti abbastanza palesi. Sarà interessante capire che strada prenderà il sound dei Moscow nei prossimi lavori.


domenica 9 dicembre 2018

Classifiche dischi 2018

Questa volta buttare giù una classifica dei dieci migliori dischi usciti nel corso dell'anno si è rivelato più difficile del solito. Prima di tutto mi sono reso conto che, negli ultimi 12 mesi, sono usciti un sacco di album italiani di ottimo livello. E se, da un lato, sarebbe suonato un po' paradossale e provinciale infarcire questa lista di soli gruppi di casa nostra (o quasi), dall'altra ci sono, comunque, un sacco di lp "stranieri" che meritano di stare nelle prime dieci posizioni. Poi, come al solito, è saltato fuori anche il problema delle ristampe, nel senso che, come accade ormai da tempo, anche nel 2018 sono stati tantissimi i vecchi titoli ritornati disponibili dopo anni di oblio. E così ho deciso di fare tre classifiche distinte: stranieri, italiani e ristampe-raccolte. Trenta dischi spettacolari su cui non sempre sono riuscito a mettere le mani sopra (anche se quelli che ho sentito solo in formato digitale sono una ristretta minoranza), che dimostrano come il 2018 sia stata davvero un'annata niente male. Vista la mole dei dischi, quest'anno scriverò poche righe per ciascuno, altrimenti rischio di diventare più verboso del solito.
Ah dimenticavo, le classifiche sono disposte in modo del tutto casuale, non ci sono primi o secondi posti. Tutti i dischi hanno pari dignità (per la graduatoria vera e propria vi rimando al pezzo che scriverò entro una decina di giorni per Maso su Tomorrow Hit Today).


STRANIERI

The Chats - s/t
Questi delinquentelli australiani appena maggiorenni sono una delle band garage-punk (o primitive punk, mi verrebbe da dire) più incandescenti del momento. Suonano, in modo ottuso e sporco, canzoni deliziose e dalla melodie malate: un rock'n'roll minimale, furioso e urgente, come non si sentiva da un po' di tempo. Questo cdr dall'insuperabile Bubca Records raccoglie i primi introvabili ep del gruppo e ce li offre a un prezzo talmente amico (5 euro) da uscirci di testa.

Beechwood - Inside the flesh hotel
I Beechwood sono un terzetto di giovani newyorkesi che guarda alla tradizione proto-punk di Modern Lovers, New York Dolls e Velvet Underground, mettendo in campo anche una buona dose di personalità. Melodie anni Sessanta, si mescolano a una certa ruvidezza di fondo, che fa molto shogaze. Ma con un piglio punk, che rende il suono più aspro e immediato. Uno dei gruppi del momento.

Surfbort - Friendship music

Anche in questo caso parliamo di un esordio. I Surfbort sono una band newyorkese (d'adozione) formata da tre veterani della scena punk americana e una giovane cantante scapestrata, dalla voce di cartavetro. A un primo ascolto sembra di sentire un gruppo losangelino di fine anni Settanta e, non a caso, tra i loro sponsor c'è il mitico John Doe degli X. Ma la furia di alcuni pezzi dimostra anche una certa dimestichezza con il primo hardcore statunitense. Canzoni sparate a mille e un gusto maleducato per la melodia davvero irresistibile.

Color Tv - s/t
Mi sono imbattuto in questa band di Minneapolis un po' per caso e me ne sono subito innamorato. Questo album omonimo è il primo sulla lunga distanza, dopo una serie di singoli interessanti. Garage, punk e hardcore sembrano convivere alla perfezione lungo 10 pezzi che raramente superano il minuto e 40 secondi. Canzoni come "Serial offenders" hanno una vena dark e malinconica, che ricorda il beach punk californiano dei primi anni Ottanta e i più recenti Red Dons.

Sick Thoughts - s/t
Ho scoperto Sick Thoughts, con colpevole ritardo, tre anni fa grazie a Sottoterra. E all'epoca, tra singoli, cassette e dischi, questo teppistello di Baltimora aveva già sfornato una quindicina di uscite, pur avendo appena 18 anni. Ora che di anni ne ha ormai 21, se ne esce con questo disco di punk grezzo (come suo solito), ma dalla venature più oscure. Un altro centro perfetto. Scritto e suonato con una naturalezza inquietante.

Night Birds - Roll credits
Tra le poche band Fat Wreack a tenere alta la bandiera dei bei tempi andati (insieme a NOFX, Pears e ben poco altro, purtroppo) ci sono senza dubbio i Night Birds. Un gruppo che sembra uscito direttamente dalla California degli anni Ottanta, grazie al suo beach punk furioso e senza compromessi. Questo ep, per fortuna, non si discosta assolutamente dai dischi precedenti e suona abrasivo e vorticoso in tutti i suoi otto pezzi in 17 minuti.

Rik and the Pigs - A child's gator
Altro esordio, altro gruppo da paura. I Rik and the Pigs vengono da Olympia e hanno un'attitudine alla bassa fedeltà, che si sposa alla perfezione con il loro punk storto, zoppicante e un po' cafone. Un eccezionale concentrato di imperizia tecnica e voglia di fare rumore, che riporta il rock'n'roll alle sue radici moleste e urticanti. Per fortuna esistono ancora gruppi punk che conservano uno spirito casinista. 

Bad Sports - Constant stimulation
Sono un fan a fasi alterne dei Bad Sports. Ho un loro disco (il secondo) che mi piace da impazzire, mentre quello successivo non è mai riuscito a convincermi. Gli altri due, il primo e il quarto, non li ho ancora ascoltati e quando mi sono accostato a "Constant stimulation" temevo di rimanere deluso. E invece in questo nuovo lavoro ci sono tutti gli ingredienti che mi hanno fatto amare "Kings of the weekend". Canzoni power-pop suonate a mille e cantante in coro, riff contagiosi e un tiro che levati. Un classico disco Dirtnap, nel senso più nobile del termine.

Dark Thoughts - At work
Fino a pochi giorni fa non avevo mai sentito parlare dei canadesi Dark Thoughts e poi il vecchio Stefano Fantino, il cui sport preferito è prendermi per il culo, me li ha buttati lì con nonchalance. Sono bastati pochi secondi perché fosse amore a prima vista. "At work" suona come un disco anni Ottanta dei Ramones, ma ancora più involuto e prevedibile. Insomma un mezzo capolavoro in 19 minuti netti.

Archie and the Bunkers - Songs from the lodge
Saranno anche delle mezze star dell'underground ormai, ma Archie and he Bunkers suonano come nessuno suona più da un pezzo. Meno Suicide e meno garage, rispetto al passato, ma con una vena pop anni Ottanta (molto inglese, che a tratti ricorda addirittura i Pulp), che fa davvero faville. Sfumature che non ti aspetti e che dimostrano come i due ragazzacci siano cresciuti. 


ITALIANI

Neuvegramme - s/t
Emo-core, tra vecchia scuola anni Ottanta e incursioni screamo (ma di quello serio). Questo progetto, che mette insieme un po' di bella gente della scena hc ligure, suona diretto e lancinante, come pochi ormai sanno fare. Testi esistenziali, doppie voci e ritmi forsennati sono i punti di forza di un album unico e dirompente.

Lupe Veléz - Wierd tales
Il punk e il post-hc americano di metà Ottanta e primi Novanta sono il terreno in cui si muove questa band toscana, formata da alcuni veterani della scena. È difficile non perdere la bussola quando si viene catapultati in un disco capace di mescolare MC5, Husker Du e Moving Targets. I Lupe Veléz ci riescono alla grande, in un vortice di melodie a presa rapida che non lasciano scampo. Un disco bellissimo. D'altra parte garantisce Area Pirata.

Hakan - III
C'è chi dice che gli Hakan siano i Marked Men italiani. E ditemi se è poco... Punk-rock malinconico e veloce, sensibilità pop spiccatissima e canzoni che scivolano via in pochi minuti. Tre dischi e tre mezzi capolavori, naturalmente sottovalutatissimi.

Colle Der Fomento - Adversus
Sette anni di silenzio e i Colle se ne escono con un album eccezionale come questo. Brani intensi, testi che parlano, con fierezza, di sconfitte e delusioni e basi suonate, che ricordano le colonne sonore e le sonorizzazioni anni Sessanta e Settanta. Un album profondo, capace di raccontare storie come in pochi, nel rap italiano odierno, sanno fare.

Diaframma - L'abisso
I Diaframma sono uno dei miei gruppi preferiti, ma dopo il penultimo album uscito 5 anni fa (che non mi aveva convinto) temevo che la vena di Federico si fosse esaurita. E invece "L'abisso" è un disco doloroso e diretto, pieno di canzoni eccellenti e scritte col cuore. La chitarra liquida di Fiumani si sposa alla perfezione con i suoi testi diretti e al tempo stesso ermetici. Una nuova poesia scritta sul tavolo della cucina, mentre fuori scende la sera.

Peawees - Moving Target
Il miglior gruppo rock'n'roll italiano torna dopo un lungo silenzio discografico e lo fa con un disco di rara bellezza. Ogni canzone è un potenziale singolo. Rispetto al passato c'è meno furia e più melodia. Il risultato è uno dei vertici della loro discografia.

Shitty Life - Switch off your head
Gli Shitty Life non cambiano di una virgola la loro formula fatta di garage primordiale sparato a mille e hardcore bruciante. Naturalmente fanno benissimo e restare su questi binari fatti di chitarre taglienti e metalliche, urla sguaiate e ritmi serratissimi "Switch off tour head" scorre via che è un piacere: come se i Discharge si mettessero a suonare rock'n'roll.

Lame - Alone and alright
I Lame sono uno dei più grandi gruppi garage in circolazione. Non solo in Italia, ma in tutta Europa. Questo lp, il secondo dopo lo splendido esordio, spazza via ogni concorrenza. I pezzi hanno una classe unica e guardano al blues maledetto dell'America più profonda e alla scena gunk punk dei primi Novanta. Lungo i solchi del disco si respira un'atmosfera malinconica e apocalittica. Il piatto forte, questa volta, sono le "ballate".

Holiday Inn - Torbido
I suoni malati e ossessivi ricordano i Suicide, certo, ma sarebbe riduttivo fermarsi alle semplici apparenze. Gli Holiday Inn sono un gruppo torbido come il titolo di questo disco. Una band nata per disturbare, interferire e martellare l'ascoltatore. La voce di Gabor è un lamento extraterrestre che arriva dall'iperuranio e ti si insinua nel cervello, mentre il synth di Bob Junior mena rasoiate sintetiche, che penetrano in profondità. Punk nel senso più vero del termine.

Laser Geyser - Sons of lightning
I Laser Geyser sono un power trio di Bologna, che suona un rock compatto e melodico, sulla scia di Foo Fighters e Sugar. "Sons of lightning" non ha un pezzo debole e ti entra in testa al primo ascolto. È un disco suonato bene e arrangiato con grande gusto. Ci sono voci raddoppiate e coretti a profusione. In certi momenti mi ricordano i mitici Suinage.


RISTAMPE/RACCOLTE

Visitors - s/t
Costola dei Radio Birdman guidata da Deniz Tek, i Visitors sono un gruppo cardine della seconda ondata punk australiana. Il loro unico e bellissimo disco omonimo era introvabile da un pezzo. Almeno fino a quando quel santo di Franz Barcella non ha deciso di ristamparlo (in vinile rosso). Punk da spiaggia deturpata e reminiscenze garage anni Sessanta.

Punks - Lost & found 1973-1977
Se li ricordano in pochi i Punks, nonostante quel nome tautologico che dice già tutto. Forse la loro sfiga principale è stata quella di precorrere i tempi e arrivare spompati alla meta del '77. A recuperare questa band incredibile tra Stooges, garage e un pizzico di glam è stata la Rave Up di Roma. Una gemma nascosta di puro rock'n'roll, sepolta nella profonda provincia americana.

Moving Targets - The other side
Il gruppo più sottovalutato di tutti i tempi torna, inaspettatamente, a fare parlare di sé grazie a questa raccolta di live, rarità e primi demo. Post-hc alla Husker Du, melodicissimo e vibrante. Da lacrime. E non ho altro da dire, vostro onore.

Marked Men - On the other side
La miglior punk-rock band degli anni Duemila ha smesso di incidere album nel 2008. Ma con questo disco, che raccoglie singoli, b-side, rarità e persino due inediti, dimostra che, anche quando mette insieme i propri "scarti" riesce a dare la stecca a tanti. Pop-punk darkeggiante, in pieno stile Dirtnap.

The Celibate Rifles - Roman beach party
Questo ristampone targato Area Pirata e curato da un esperto del calibro di Roberto Calabrò ci permette di ritrovare, a un prezzo umano, un classico del punk australiano anni Ottanta. Rock'n'roll di strada suonato a rotta di collo, chitarre ruggenti e quel tocco stoogesiano tanto caro alla terra dei canguri.

Per Sellers and the Hollywood Party - The early years 1985-1988
I Peter Sellers and the Hollywood Party erano, fino a poco tempo fa, una delle poche band italiane anni Ottanta a non essere state ancora ristampate. Una mancanza enorme a cui Spittle e il già citato Calabrò hanno fortunatamente posto rimedio. In questa splendida raccolta ci sono i primi singoli della band e i brani finiti dentro le compilation: pura psichedelia tra primi Pink Floyd (cioè gli unici da ascoltare) e i Velvet Underground, rock americano e suoni coloratissimi.

Barrence Whitfield and the Savages - Dig everything!
Soul, blues, rockabilly: una cascata di suoni travolgenti e quella voce ruvida ma caldissima che riuscirebbe a far ballare anche Arnold Schwarzenegger. Barrage Whitfield è un vero e proprio mito e, pur non essendo più un ragazzino, devasta ancora i palchi di mezzo mondo con il suo r&b d'assalto. Qui trovate, per la prima volta in cd, la ristampa dei suoi primi due dischi fondamentali, usciti a inizio Ottanta.

Barricata Rossa - ...e non si arrende
Una ristampa doverosa, non solo per la portata storica (si tratta della prima e unica produzione musicale targata Centro Sociale Zapata), ma anche per il contenuto. I Barricata Rossa era una combat punk band genovese degli anni Novanta. Hanno inciso solo questo disco, che guarda ai Gang, ai Kortatu (con tanto di cover italianizzata di "Sarri sarri"), ai Clash e all'oi!. Per fortuna ci ha pensato Hellnation a recuperare questo pezzo di storia perduto.

Sangue Misto - SXM
Ristampa attesissima per il disco più bello e importante del rap italiano. Peccato sia uscita in poche copie solo su vinile e sia andata esaurita in un lampo. E infatti io me la sono persa. Spero comunque in un altro giro, magari con una versione economica in cd. Comunque i Sangue Misto di Neffa, Dj Gruff e Deda restano davvero uno dei vertici del rap italiano all'italiana. Un capolavoro assoluto, che ha messo le basi per un vero e proprio canone rap.

Joe Strummer - 001
Chiudo con un pezzo di cuore. Perché Joe Strummer è forse l'artista che ha maggiormente influenzato la mia vita. Quando sento la sua voce ancora mi vengono i brividi, come quando avevo 14 anni. Questo doppio disco raccoglie un po' di brani della carriera solista di Joe (sapete tutti che suonava nei Clash, vero?) e alcuni inediti (tra cui molte versioni alternative di brani noti) pescati direttamente dal mega archivio di famiglia. Sappiate che non mancano le belle sorprese. Tanti buoni motivi per risentire, ancora una volta, quella voce calda e avvolgente, che sa prenderti per mano e portarti al centro della rivolta.



mercoledì 28 novembre 2018

Con Jesse Malin (al Bloser) ti porti a casa un pezzo di New York

Sogno di vedere dal vivo Jesse Malin da vent'anni. Da quando, nel 1998, sedicenne sbarbo coi capelli a mezzo collo, mi ero messo a spulciare le novità punk del Music Store del Porto Antico. All'epoca - prima del file sharing e di Yotube - l'unico modo per sentire qualche disco in anteprima era fiondarsi in quel paradiso del cd a mezzo chilometro del capolinea dell'autobus numero 1, mettersi sotto l'apposita colonnina, scegliere uno degli album selezionati dal personale del negozio, indossare le cuffie e schiacciare play. E' così che ho scoperto i D Generation, gruppo punk newyorkese anni novanta guidato da Jesse Malin. Una scoperta col botto, visto che la prima traccia di quel disco - l'ottimo "Through the darkness" - era la magnetica "Helpless", che parte a razzo con quel "nonononono" cantato con strafottenza pop da Jesse, inseguendo una melodia acida e fulminante: una canzone che mi aveva mandato letteralmente in pappa il cervello, esplodendomi a tradimento nelle orecchie. Insomma, fu amore al primo ascolto, tanto che, ancora oggi, quel brano resta, inspiegabilmente, una delle mie più longeve ossessioni musicali. Lo so, non ha le caratteristiche del classico pezzo della vita, eppure è proprio questo l'effetto che continua a farmi a distanza di vent'anni. Ma la mia passione per i D Generation nel 1998 era più che altro platonica, visto che non sapevo chi fossero, da dove venissero, quanti dischi avessero fatto e soprattutto non avevo i soldi per comprarmi "Through the darkness" (tanto che sono riuscito a recuperarlo soltanto un anno e mezzo fa, mentre "Helpless" l'ho scaricata da Napster pochi anni dopo averla ascoltata e, da allora, l'ho infilata in qualsiasi compilation per walkman e autoradio). E questo, più o meno, è tutto. O almeno lo era fino a qualche giorno fa, quando ho letto che al Bloser, a pochi chilometri da casa mia, in un freddo martedì di novembre, sarebbe atterrato proprio Jesse Malin, oggi cinquantenne e con una solida carriera solista, fatta di brani acustici più pop-rock che punk. Musica figlia di quel suono delle strade di New York dove Jesse è cresciuto e che ti lascia un'impronta assolutamente inconfondibile. Certo, inizialmente, il fatto che il concerto fosse chitarra acustica e pianoforte (suonato da tal Derek Cruz) mi aveva un po' inquietato. Ma come si fa a non andare a sentire il cantante dei D Generation quando ce l'hai quasi sotto casa? Se il me stesso di vent'anni fa avesse saputo una cosa del genere mi avrebbe sicuramente preso a calcio in culo (anche se probabilmente già dovrebbe farlo per come mi sono rammollito con la vecchiaia). Comunque, fidandomi della mia solita incoscienza, ho preso coraggio e insieme a Grazia mi sono diretto al Bloser. Abbiamo parcheggiato come al solito lontanissimo e siamo entrati in questo piccolo teatrino sotterraneo, dietro il Duse e il Politeama. Ad aprire il concerto c'era Eugenia Post Meridiem, con chitarra elettrica e una voce grande così. Conosco la ragazza e l'avevo già sentita dal vivo. Devo ammettere che non è stata niente male, col suo piglio da Joni Mitchel postatomica. Anche se, sulla carta, non è che sia proprio "la mia tazza di tè".  

Quando finalmente è arrivato Jesse Malin, il Bloser è esploso, ma un piccolo problema tecnico a un microfono ha immediatamente indispettire il nostro più del dovuto, tanto che, un po' stizzito, ha deciso di rifugiarsi in camerino, insieme al fidato Cruz. Il guasto, in realtà, era cosa da poco ed è stato risolto in tre minuti d'orologio, ma quando è tornato sul palco, Jesse, ha dato quasi l'impressione di essere un po' scazzato, si è messo a torturare il pianoforte e ha cominciato a parlare al microfono. Eccallà - ho pensato col morale sotto le suole - vedrai che si rivelerà uno stronzo egocentrico e, per una cazzata come questa, farà un concerto di merda, che mi rovinerà l'immagine che ho di lui. Invece, tempo trenta secondi netti, Jesse ha messo su un sorriso sornione da vecchia volpe, è partito con un tiritera sul fatto che avrebbe parlato inglese lentamente per farsi capire da tutti e poi, carico come una miccia, ha iniziato uno dei concerti più belli che mi sia capitato di vedere quest'anno (e forse anche oltre). Dopo le prime note anche Grazia si è illuminata, mi ha stampato un bacio sulla guancia e io sono salito direttamente in Paradiso. Il concerto stava piacendo anche a lei e mi sentivo come un bambino a Disneyland. Jesse Malin, quello che mi aveva sconvolto la vita al Music Store quando avevo 16 anni, era lì davanti a me che cantava. Eravamo a un palmo di mano l'uno dall'altro e lui suonava canzoni bellissime, che non conoscevo per niente, pescando a piene piena mani dai suoi quattro o cinque dischi solisti che, a quel punto, avrei voluto comprare in blocco (ma alla fine mi sono accontentato di prendere soltanto la ristampa del primo cd). Ha attaccato con "Broocklyn", "Black haired girl", si è lanciato in una cover spericolata dei Pogues e poi ha presentato"Broken radio", una vecchia canzone scritta per sua madre - morta quando lui aveva sedici anni - che qualche anno fa ha inciso insieme a Bruce Springsteen (ok, odio Bruce Springsteen, ma per un secondo me lo sono dimenticato). Jesse, tra un brano e l'altro, si è messo a chiacchierare col pubblico e a spalleggiarlo in silenzio c'era sempre il fido Cruz, discreto e preziosissimo non soltanto al piano, ma anche alla seconda chitarra e ai cori. In ordine sparso il buon Malin ci ha parlato dell'importanza dei piccoli negozi di dischi; di quella volta che mentre si trovava a Los Angeles a registrare un album, si è messo a camminare per mezza giornata ed è finito in una zona piena di prostitute; dell'intervista surreale che gli aveva fatto un giornalista di Rolling Stone Germania sul titolo del suo primo album ("The fine art of self destruction"); di quando ha registrato la canzone per sua madre a casa di Bruce Springsteen e il Boss si è presentato con un'ora di ritardo e in sella a una moto; di come in Italia anche il cibo del peggiore autogrill sia meglio di quello servito nel miglior ristornate di New York e di quando si è trovato Shane MacGowan dei Pogues a bordo palco (con tanto di imitazione ignorantissima del vecchio Shane). Il resto è stato una cascata di canzoni dalle melodie cristalline, suonate con piglio punk, ma con strumentazione folk. Jesse ha una voce limpida e gentile e l'altra sera sferzava le corde della sua chitarra come un matto. E' sceso anche in mezzo al pubblico, riuscendo a convincere tutti a sedersi per terra, mentre Cruz suonava leggero sui tasti del pianoforte. "Sembra di stare a New York"  mi ha detto Grazia, a un certo punto. Ed era proprio vero. Malin, che ripeteva tra un aneddoto e l'altro che bisogna vivere giorno per giorno, è riuscito a trasformare uno sfigatissimo martedì sera in un concerto da incorniciare. Quando alla fine - dopo il classico bis - ha detto, quasi automaticamente: "Ci vediamo l'anno prossimo", io ho sgranato gli occhi e l'ho preso come un impegno. Chi se l'aspettava una serata così, vibrante e da batticuore, a mezzo metro da uno degli eroi della mia adolescenza pop-punk? E invece vedi alle volte che succede a inseguire i sogni di quando eri ragazzino. 

Jesse Malin al Bloser nella foto scattata da Giovanni Villani

venerdì 2 novembre 2018

Un po' di recensioni a babbo 9/Tre giovani teppisti e Bobby Solo

Torno alle buone abitudini con il solito giro di recensioni a babbo, grazie a due succosi pacchi arrivati qualche giorno fa nella cassetta della posta. Uno da Luca Tanzini della Buba Records e l'altro da Tiziano Rimotti per Area Pirata. Un sacco di roba fighissima, di cui andrò testé a parlavi.


PUNK XEROX - BROKEN

La Bubca Records di Luca Tanzini (se non lo conoscete vuol dire che la vostra coscienza punk-hc he bhé ma è proprio scarsa, per citare il poeta) è una delle ultime etichette realmente punk in circolazione. Lo è per la sua etica, certo, ma anche per la sua estetica e naturalmente per la musica che produce. Dischi quasi sempre stampati in cdr o in cassetta, con inserti fatti a mano, infilati in buste trasparenti piene zeppe di "pizzini", adesivi e disegni a pennarello dalla punta grossa. Dischi apparentemente di fortuna, che invece, nel loro essere spartani ma al tempo stesso curatissimi, rappresentano pezzi unici ma accessibili a tutte le tasche (5 euro, riga'). Come se, per una volta, sovvertendo i postulati di Walter Benjamin, l'opera d'arte fosse tale proprio per la sua riproducibilità. E questo è molto punk. Se poi passiamo all'ascolto - lasciando perdere tutte le pippe mentali che vi ho rifilato fino a questo momento - e piazziamo nel lettore cd "Broken" di Punk Xerox, uno degli ultimi folli progetti di Luca, la faccenda si fa ancora più ingarbugliata. E dannatamente pesa. Perché Punx Xerox - che non sto manco a dirvi chi cita perché altrimenti volano pattoni - è un progetto stortissimo e lisergico, che mescola improvvisazioni rumoriste a manipolazioni cosmiche e assomiglia alla colonna sonora di un film di fantascienza. L'album è articolato in sei pezzi piuttosto lunghi: quasi tutti intorno ai 4-5 minuti, tranne l'ultimo, "Agenzia viaggia interplanetaria", che supera i 9. Sei brani che estremizzano al massimo le ossessioni musicali di Luca - da Tabula Rasa ai Centauri - costruendo un nuovo linguaggio robotico e metallico, dove gli strumenti si mischiano e ci si arrangia a suonare quello che si trova. "Punk Xerox", la title track che apre il disco, per esempio, è un assortimento di rumori infernali che sembra uscito da una b side dei Suicide registrata in un altoforno, mentre "Il grigio" - al di là dei soliti titoli strepitosi, tipo il terzo pezzo che si chiama "Diploma, l'album è tutto strumentale - è un'improvvisazione noise-cosmica, costruita su una chitarra minimale e da coito interrotto. Il già citato "Diploma" è un pezzo distensivo, basato su dei riff di chitarra ripetuti ossessivamente, in una sorta di crescendo. "Rain in my brain", invece, è una sorta di sonorizzazione in bassa frequenza che ci prepara al viaggio intorno al sistema solare dell'ultimo pezzo. Ma prima c'è "Broken Xerox Machine", una brano bellissimo tra surf, manipolazioni, rumori e sonde spaziali impazzite (mentre lo ascoltavo mia moglie, che era in un'altra stanza, mi ha chiesto cosa fosse tutto quel casino, temendo che la tv stesse dando in numeri). E poi eccoci al gran finale di "Agenda di viaggi interplanetaria": una lunga suite psichedelica, composta per astronauti degenerati. Insomma "Broken" è un disco pieno di sorprese, ma al tempo stesso difficile. Un album minimale, ma dai suoni stratificati e vari, tra punk sintetico e sonorizzazioni. E' tutto suonato in analogico  e registrato in casa, raccogliendo frammenti sonori sparsi nel giro di quasi tre anni, tra il 2016 e il 2018. Punk Xerox  è il suono punk del futuro distopico nel quale si sta tramutando il nostro presente.

RAWWAR - FIGHTING FOR LOVE
Escono sempre su Bubca Records e vedono ancora una volta protagonista il grande Luca Tanzini i Rawwar. Anche in questo caso siamo di fronte  a un cdr (che credo sia uscito anche in cassetta), con busta di plastica sottile e inserti fatti a mano e fotocopiati. "Fighting for love", questo il nome dell'album, è un ep di tre pezzi in dieci minuti secchi di garage lo-fi, in cui chitarre e tastiere si mescolano a una voce impastata e lontana, registrata dentro una coppa del cesso con un megafono. Tre perle melodiche che ricordano, in parte, i primi lavori del Trio Banana, ma che qui mettono in evidenza una vena pop - seppur orticante - davvero inaspettata. Oltre a Luca (voce e chitarra), la band vede schierati anche The Doctor / Il Dottore alla batteria e Gianlorenzo Nardi alle tastiere e ai rumori vari. Un bel calcio nel culo fresco fresco  - visto che è appena uscito - registrato il 25 aprile scorso in presa diretta a Tor Pignattara. I 5 minuti della title track sapranno perseguitarvi con le loro urla lancinanti e la loro melodia monotona per almeno 7-8 minuti.

THE CHATS - s/t
Non ringrazierò mai abbastanza Luca e la Bubca Records per aver pubblicato in cdr uno dei migliori gruppi punk contemporanei: i Chats, tre degenerati australiani appena maggiorenni (forse), che hanno all'attivo tre ep e, al momento, nessun album vero e proprio. Luca, appena li ha sentiti, ne è rimasto folgorato - così come molte altre persone fuori dall'Italia - e visti anche i prezzi assurdi con cui viaggiano i primi due singoli della band (il secondo e più interessante parte da una base di 40 euro su Discogs e sale fino a 200, vabbè), ha deciso di raccoglierli entrambi in un cd fiammeggiante fatto, come al solito, in casa, che potrà essere vostro per soli 5 miseri euro. Badate bene: al prezzo di una birra media vi accaparrerete uno dei dischi dell'anno. Perché se da noi i ragazzini se la stanno a menare tutto il giorno con la trap e i telefonini, questi imberbi australiani riescono a tirare fuori un rock'n'roll talmente basico, primitivo e maleducato da farti letteralmente commuovere. Ho sempre pensato di ascoltare musica per anziani e pensionati, ma gentaglia come i Chats mi fa ben sperare nelle nuove generazioni (che, a parte pochi e selezionatissimi casi, mi fanno ribrezzo, essendo un vecchio malmostoso trentaseienne). Il disco conta quindici pezzi in 30 minuti, con una voce sbracata che sbraita stronzate e proposito di birra, serate ignoranti e altre tematiche di alto spessore culturale, una chitarra asinina che suona quasi sempre lo stesso riff e una sezione ritmica talmente stazza e incerta da farti gridare al miracolo. Il tutto condito con melodie pop irresistibili. Finalmente un gruppo di giovani teppisti, che suona musica di merda. E lo dico nel senso migliore del termine, visto che al loro confronto anche i Cavemen sembrano dei professori di Oxford. Questo è il punk, signora mia. Questa è una delle poche luci accese in un universo di musica tremendamente bolsa e inutile. I Chats, cari fessacchiotti, sono il vostro biglietto per il paradiso della birra a basso costo. Speriamo non si rovinino crescendo. O forse sì.

BARMUDAS - ROCK THE BARMUDAS
Passando invece al ricco pacco targato Area Pirata, non mi stancherò mai di ripetere quanto Tiziano e Jacopo siano oggi due figure fondamentali per lo sviluppo e la promozione della scena underground italiana. Questi due toscanacci dal cuore d'oro non solo, da quasi vent'anni, recuperano perle nascoste e storici gruppi del nostro passato beat, punk e hardcore, ma sfornano anche progetti nuovi di zecca di altissimo livello. Uno di questi è senza dubbio il singolo d'esordio dei Barmudas, band in giro da appena un anno e formata da alcuni veterani dell'attuale scena punk sotterranea fiorentina. Punk, ma con la passione per il glam, come ci hanno insegnato i Giuda, illustri precursori di questo curioso e splendido revival. Ma se la band romana è più spostata sul versante rok'n'roll e guarda, seppur con mostrando una certa personalità, agli Slade e ai Bay City Rollers, i Barmudas, sono leggermente meno scalmanati e più pop. Detto questo l'unica pecca dei due pezzi contenuta in questo singolo dal titolo "Rock the Barmudas" è che si tratti, appunto, di appena due pezzi. Perché dopo aver sentito il ritmo contagioso dalla title track e del lato b "Zaira" - un po' più esotica ma sempre in palla - viene una voglia matta di ascoltare un album per intero. Anzi, Tiziano e Jacopo: promettetemi di stare dietro ai ragazzi e giurate che li obbligherete a scrivere un lp di almeno 10 pezzi. Perché ormai questi due li conosco a memoria.

THE THINGLERS - s/t
Sono al loro esordio su singolo, ma non sono certo dei novellini i Thinglers, di cui Area Pirata ha pubblicato il singolo omonimo. Quattro pezzi di garage sixties immediato e suonato a rotta di collo dalla band di Pordenone, nata dalle ceneri degli storici Seuss. Il primo lato dal singolo mette in fila "Hangin' out" (cover dei Blox) e l'originale "Leave me alone": due brani che ci riportano immediatamente ai beai tempi del revival garage di metà Anni Ottanta, fra Sick Rose e Miracle Workers. Il menù non cambia di una virgola neppure con "Come on" degli Atlantics e l'altro brano originale "Without you", sul secondo lato. Beat suonato a manetta e imbastardito dal punk, soprattutto nei due pezzi a firma della band di Pordenone. Le melodie degli Anni Sessanta incontrano la furia degli Anni Settata-Ottanta: un mix perfetto che magari non aggiunge molto alla lezione impartita da raccolte come "Pebbles" e "Back from the grave", ma di cui è davvero difficile stancarsi. Anche in questo caso attendo con ansia un disco sulla lunga distanza, anche perché i due pezzi originali, con quel pizzico di furia in più rispetto alle cover, sembrano scritti appositamente per me.  

BROADCASH FEAT. BOBBY SOLO - BROADCASH PLAYS CASH FEATURING BOBBY SOLO
Chi se lo sarebbe immaginato che sarei finito ad ascoltare un disco di Bobby Solo? E soprattutto che, a pubblicarlo, sarebbe stata Area Pirata? Eppure è proprio ciò che è successo con "Broadcash play Cash featuring Bobby Solo", un agile 10'' con quattro pezzi di Johnny Cash suonati da una della cover band italiane per eccellenza del bandito del country rock americano (gli ottimi Broadcash, appunto) e cantate dalla voce inconfondibile di Bobby, eroe dei miei nonni e persino di qualche mi vecchia zia. Non se ne abbia a male Roberto Satti, vero nome del mitico autore - in coppia con Mogol - di "Una lacrima sul viso", perché al di là delle battute e della vulgata televisiva che lo dipinge sempre con un vecchio eroe nazional popolare, conosco da tempo le sue passioni musicali "alte". Qualche anno fa, per esempio, quando lavoravo al "Corriere Mercantile" mi è capitato di parlare di un rassegna jazz nell'entroterra genovese e di scoprire che insieme ai vari ospiti blasonati d'oltre oceano c'era anche lui: Bobby Solo. Un tipo eclettico e magenticamente simpatico, uno che il rock'n'roll non solo lo ama, ma lo ha anche vissuto in prima persona al momento giusto. E infatti si sente: quando canta con la sua voce grossa e pulita i 4 pezzi di Johnny Cash scelti per questo tributo, "Cry cry cry", "I walk the line", "Big river" e "Folsom Prison blues" (quattro capolavori assoluti del "maestro") si resta letteralmente ipnotizzati dalla magia che si sprigiona. Bobby, tra l'altro, è uno che Cash l'ha conosciuto personalmente negli anni Sessanta alla base americana di Rammstein in Germania. Quindi quale modo migliore per festeggiare il mezzo secolo di "Live at Folson Prison" se non regalarci questo disco di assoluta eleganza? Una piccola perla che dovremmo regalare in massa a chi si occupa dei palinsesti televisivi e si ostina a far cantare a Bobby sempre e solo le solite robe. Per carità, sono pezzi che hanno fatto la storia della musica italiana. Però quanto il nostro si cimenta col rock'n'roll o quando veste i panni di Johnny Cash anche la sciura davanti alla televisione rischia di andare in brodo di giuggiole.