giovedì 31 ottobre 2019

Un po' di recensioni a babbo 15/Io sono vivo e voi siete tutti morti (cit)

E vabbè manco lo faccio più il cappello sul fatto che cercherò di scrivere con più costanza... tanto non ci credo neppure io. Daje, ecco qualche recensione 'a babbo...


No Strange - Mutter der erde
Sembra un manifesto di psichedelia bucolica "Mutter der erde", il nuovo disco dei No Strange pubblicato su vinile da Area Pirata. Dodici tracce fra rock progressivo, new age e musica antica, che guardano alle sperimentazioni più ardite degli Anni Sessanta e mescolano suoni crepuscolari e colori pastello. Composizioni - è proprio il caso di dirlo - che sembrano scritte per la colonna sonora di un film in costume, magari uno dei tanti Decameroni che andavano in voga una quarantina di anni fa ed erano girati con poche lire nelle campagne del centro Italia. Flauti e chitarre conducono le danze, ma sono tantissimi gli strumenti impiegati lungo i solchi di questo vinile. Le canzoni, preghiere laiche intrise di misticismo, hanno titoli programmatici come "Il profumo del bosco alto", "Un viandante tra le stelle" e "Madre della terra". Su tutte spicca l'intensa "Kilikia", una un brando che affonda le radici nella tradizione della musica araba, impreziosito dalla voce suadente della cantante armena Rita Tekeyan. Certo, a un primo ascolto, un album come "Mutter der erde" non sembra proprio pane per i miei denti (marci) abituati al rock'n'roll sporco e dissonante (e in parte è proprio così). Ma per chi frequenta certi territori musicali e ha seguito l'insolita, ma al tempo stesso solidissima storia dei No Strange - uno dei nomi di punta della nuova psichedelia italiana anni Ottanta, qui al quinto album dopo la reunion di 8 anni fa - questa raccolta di canzoni non può che rappresentare una nuova tappa nell'intenso cammino musicale di questa magnifica band torinese. Quindi: via i paraocchi, posate la puntina sul primo solco, abbassate le palpebre e preparatevi a iniziare un viaggio lisergico verso terre ed epoche lontane. 

Orrendo Subotnik - Orrendo_1
Tredici minuti (e 41 secondi) d'odio. Dura meno di "Group Sex" e di un quarto d'ora accademico "Orrendo_1", il disco d'esordio degli Orrendo Subotnik, un gruppo di cui ignoro praticamente tutto e che mi è stato segnalato da Tommaso Salvini (che non credo proprio sia parente di Matteo...) con un messaggio privato su Facebook. Soltanto il fatto che mi abbia scritto "Ciao, ti ho chiesto l'amicizia perché ho scoperto, per caso, che sei tu il ragazzo di Hello Bastards. Se ti va bene, posso mandarti un link col disco del mio gruppo per una recensione a babbo?" mi ha fatto sciogliere. Naturalmente mi riferisco alla parola "ragazzo", che, alla mia veneranda età, ormai, me l'affibbiano soltanto i vecchietti in coda alle poste. E così, colpito al cuore, ho accettato di buon grado di ascoltare questo dischetto di punk rumoroso e urticante, che, per il momento, esiste solo in formato digitale. I 12 pezzi in scaletta durano una media di un minuto ciascuno, con deliziose punte da 39 secondi netti. I testi, in italiano, sono quasi impossibili da decifrare, essendo letteralmente sepolti sotto uno spesso strato di chitarra ferrosa e batteria martellante. La musica è un ammasso di suoni malati e minimali, un punk ridotto all'osso e velenoso che vi striscerà sulla schiena come una vipera impazzita. Un mix fra hardcore e garage, suonato con strumenti rubati alla Standa (che non esiste più, tra l'altro). Lungo i 12 brani del disco c'è spazio anche per una cover da paura come "Scemo" dei Peggio Punx, una della band cardine dell'hc italiano anni Ottanta. La dimostrazione lampante che la furia degli Orrendo Subotnik arriva da lontano e ha solide basi. 

Santamaria - s/t
E' da una vita che voglio scrivere due parole sul primo disco omonimo dei Santamaria: quattro ventenni genovesi che, grazie al cielo, ascoltano e suonano punk-rock, come se fosse la loro unica ragione di vita. In questo cd prodotto da Flamingo Records - una delle migliori realtà punk italiane, tra negozio-rifugio e preziosissima casa discografica indipendente - c'è tutta la meravigliosa ingenuità di chi suona per divertirsi, ammazzare la noia e fare incazzare i propri genitori. I pezzi del disco sono ruvidi e melodici, veloci e sgraziati come quelli dei Crimpshrine e dei Corrupted Morals (chi se li ricorda?). Anche se dubito che qualcuno dei Santamaria sappia chi siano queste due storiche e misconosciute band californiane (anzi, spero proprio che sia così). Ascoltando questo delizioso dischetto sembra di essere tornati alla San Francisco di fine anni Ottanta-primi Novanta, quando la Lookout non era ancora il punto di riferimento del pop-punk americano, ma cercava solo di documentare una micro scena locale, che faceva capo al Gilman Street. Ecco, con le dovute proporzioni, mi sembra che Flamingo e Santamaria abbiano quell'attitudine lì. Musica da perdenti fatta con il cuore e senza starci troppo a pensare. Ogni canzone è un piccolo gioiello di urgenza, fatto di melodie sgraziate e zoppicanti, che rendono assolutamente unico e irripetibile questo disco. Un esordio coi fiocchi, insomma, e a mio insindacabile parere uno degli album punk dell'anno. Più lo ascolto (e lo avrò già sentito almeno 30 volte) più ci vado sotto.

Punx Xerox - Game Over
Io e Luca Tanzini, alias Tab_ularasa e un'altra miriade di progetti grafici e musicali stupendi - uno su tutti la mitica Bubca Records - ci vediamo una volta ogni due o tre anni, ma, per fortuna, ci sentiamo regolarmente. E quando la scorsa settimana, dopo una vita che non ci si beccava dal vivo, è venuto a suonare a Genova, è stato così gentile da regalarmi un sacco di musica bellissima. Il primo disco che ho messo su quando sono arrivato a casa è stato "Game over" di Punx Xerox, uno dei suoi progetti più interessanti, figlio delle pulsioni cosmiche e kraute di Luca. Una viaggio musicale nello spazio, che mescola elettronica minimale e analogica a rumori ed effetti vari. Non sono molto ferrato in materia, ma quando infilo il cdr di Punx Xerox nello stereo: spengo le luci e mi abbandono sulla mia vecchia poltrona da anziano, pronto a partire per galassie sconosciute. A differenza di "Broken", il disco precedente questo "Game over" è in alcuni tratti più "giocattoloso", come direbbe Giorce. Un pezzo come "Buttero", per esempio, che supera la soglia dei 14 minuti, sembra il resoconto di una partita a videogame giocata tra Marte e Saturno. Il resto del'album, parliamo di cinque tracce in tutto, con lunghezze che vanno dai 4 ai 6 minuti (senza contare i già citati 14 minuti di "Buttero") viaggia tra nebulose soniche e lunghe cavalcate strumentali, dove la stella polare sono i Kraftwerk, ma anche certe atmosfere cupe da periferia metropolitana. 



venerdì 23 agosto 2019

Un po' di recensioni a babbo 14/Pi$, love & Furnasette (più Enkil)

Due recensioni al volo, anche per non perdere l'appuntamento mensile con questo scalcinato blog. Con l'autunno spero di riuscire a scrivere un po' di più. Non è una promessa, ma una minaccia.

Enkil / La Furnasetta - Industrial Archeology
Archeologia industriale è il termine giusto per definire questo split urticante fra Enkil e la Furnasetta, appena pubblicato su cassetta dalla svizzera Luce Sia. Due progetti musicali - quelli in messi in campo un questo disco - che, banalmente, potremmo definire di pura avanguardia, tra noise, sperimentazioni varie e metal estremo. Musica fragorosa e sferragliante, suonata con due tipi di approccio assai diversi. Gli Enkili, sempre che si tratti di una band, sembrano dei Massimo Volume da Istituto Luce. Una voce enfatica che si insinua tra rumori, scampoli di elettronica e musica meccanica. Sembra di sentire un coro di operai-messa morti sul lavoro, che mettono a processo il capitale. Non lo so, magari dico una cazzata, ma è questa la sensazione che mi dà questo lato dello split. Ci sono pezzi lunghi 5 minuti e persino lunghissimi ("Madre" che supera i 10 minuti), ma anche brani più "a misura" come la conclusiva "Vento" che, con la sua lenta coda elettronica, suona come un perfetto epilogo.
A questo punto tocca alla Furnasetta, di cui ormai parlo con una certa frequenza, vista la mole di uscite recenti (tra compilation, dischi e, appunto, split). Senza tradire la sua tradizione avant e il suo storico amore per il rumore, la band piemontese, in questo disco, sposa il tema industriale attorno il quale girano i due lati della cassetta. Dopo un intro insolitamente a basse frequenze, "Fonderia informe" raccoglie i suoni della fabbrica dentro una crisalide elettronica. "North sentinel" ha un incidere cadenzato e ossessivo, con voci di sottofondo quasi indecifrabili, che si mescolano alla musica fino a soppiantarla. "Schegge di un'estate senza fine" è claustrofobica e dark come una gita notturna in una centrale nucleare abbandonata: si sente quasi il lamento degli spiriti che viaggiano tra i laboratori e a un certo punto arriva una voce di donna, dai toni spettrali, che parla della paura
"Submit to force", invece, ricorda dei Prodigy da officina, con il suo ritmo che via via si fa sempre più danzereccio, mentre la chiusura di "VII Legio" è un'altra variante del rumorismo, questa volta insistente e quasi spensierato, come un bimbo-robot deciso a rompere tutto. 

Pi$ - s/t
L'altro giorno, mentre stavo andando a comprare il pane, ho avuto la malsana idea di dare un'occhiata alla pagina bandcamp della Bubca Records (altro nome che gli sventurati quattro lettori di questo blog conosceranno a memoria). E cosa ti becco: il disco (o forse il singolo) di un gruppo mai sentito prima e di cui non ho trovato neppure mezza informazione, I Pi$.  O meglio le Pi$, visto che in questi quattro pezzi rapidi come una sciabolata la voce princiale e le doppie voci sono tutte femminili. Un altro indizio arriva con la terza traccia: "IOMISONOINNAMORATODITE", unico pezzo in italiano del disco (e stranamente declinato al maschile) da cui si evince la nazionalità della band. Per il resto a parlare sono le quattro canzoni di questo mini album omonimo e della grafica bellissima in stile Bubca. Le Pi$ suonano un pop scarnificato e appiccicaticcio, costruito su ottime melodie vocali dal suono stridulo e acido, che si muovono su un tappetto sonoro essenziale e semiacustico. Punk nell'approccio ma non solo. Come delle novelle Slits senza la fascinazione per il lato black della musica, con qualche richiamo anche alle più recente Goat Girl di casa Rough Trade. Se non fossi stato abbastanza chiaro: questi quattro pezzi sono una bomba. E non vedo l'ora che Luca Tanzini - boss della Bubca e tante altre bellissime cose - mi dica qualcosa di più sulle Pi$ (che, tra l'altro, hanno un nome della madonna).  




domenica 21 luglio 2019

Un po' di recensioni a babbo 13 Parte 2/Frittura globale totale

Con un ritardo immenso ecco la seconda parte delle recensioni iniziate un mesetto fa. Sono lento, lo so, ma prometto, come al solito, che d'ora in poi mi darò una mossa. Anche perché vorrei scrivere un sacco di altre fregnacce su questo blog scalcinato.


Franco Zaio - Those important years
"Those important years" di Franco Zaio è uno dei dischi più belli che abbia ascoltato quest'anno. E non me ne importa niente che si tratti un album di cover suonato da un mio amico fraterno, in cui canta (in due pezzi) una carissima amica come Francesca Pongiluppi e che sia stato registrato da un altro super amico come Berna. Non è colpa mia se conosco gente speciale, che fa cose bellissime. Ciò che conta è che ascoltando queste 14 rivisitazioni acustiche di altrettante canzoni degli Husker Du - e cioè IL GRUPPO - la pelle d'oca sale veloce lungo le braccia e il cuore corre in gola come una macchina impazzita. E' davvero difficile capire se le emozioni fortissime che questo disco è capace di sprigionare sin dal suo primo pezzo (la maestosa "Standing in the rain") siano frutto dell'intesa interpretazione di Franco o siano la naturale conseguenza del fatto che gli Husker Du, in meno di dieci anni di vita artistica, siano stati capaci di scrivere una miriade di pezzi incredibili. Forse, come banalmente si dice in questi casi, sono vere entrambe le cose. Anche se la chiave di volta del disco è innegabilmente la voce di Zaio, più vicina alla dolcezza di Hart che all'irruenza di Mould, ma comunque lontanissima da qualsiasi maldestro tentativo di imitazione. "Those important years" è un tributo suonato - e soprattutto cantato - col cuore, da un ragazzo di 50 anni a cui "Warehouse" e "Zen Arcade" hanno letteralmente cambiato la vita. E infatti la scaletta pesca a piene mani da questi due dischi, ma anche da "New day rising" (con tanto di omaggio in copertina), "Flip your Wig" e "Candy apple gray": insomma gli Husker Du più melodici ed eccitanti, quelli del periodo di mezzo e del glorioso epilogo su major. Ma anche quelli capaci di erigere un muro di suono denso e psichedelico, che nella versione di Franco Zaio torna, invece, alle origini scheletriche voce-e-chitarra, senza perdere un briciolo di magia. Anzi, ascoltando "Those important years" si capisce benissimo come molte di questa canzoni siano nate, probabilmente, in questo modo: con Bob e Grant che imbracciavano la loro sei corde e, dopo aver bevuto un paio di lattine di birra del discount, buttavano giù una melodia e tre accordi sghembi (Norton intanto si lisciava i baffi a manubrio e si preparava un hamburger). Certo, nel disco ci sono anche arrangiamenti più complessi come in "Green eyes", dove spunta la chitarra psych-folk di Matteo Bocci dei Fenomeni e in "Book about Ufos", uno dei pezzi più belli di questo tributo, trasformato in una sorta di gospel indù, con tanto di sitar, suonato in onore della dea Shiva appena atterrata da Marte. E poi ci sono "Pink turns to blue" e "She's a woman (and now he is a man)" cantante entrambe da Francesca Pongiluppi: la prima con una voce dolorosa e in stato di grazia e l'altra in duetto con Franco, in un crescendo potentissimo. E poi "These important years" - uno dei miei pezzi preferiti degli Huskers - suonata con meno irruenza rispetto all'originale, quasi come se si trattasse di un'amara constatazione del presente, più che di una celebrazione di ciò che è stato; e ancora: "Sorry somehow", altra paela assoluta dell'album, con la voce di Franco che insegue la chitarra o la furia disperata e sonica di "Something a learned today". A chiudere il disco un brano giudicato a torto minore di "Warehouse" come "Bed of nails", qui trasformato in una cavalcata noise sporca e disturbante, grazie alla metal machine guitar di Berna e alla voce distorta di Franco, pronta a intonare l'apocalisse. Che dire? Se siete fan del Husker Du spero vivamente che dopo appena due righe di questa stupida recensione abbiate spento il pc o il telefonino e siate usciti di casa per cercare di procurarvi questo album bellissimo. Tutti gli altri, e cioè coloro che non sanno minimamente chi siano Mould, Hart e Norton, si vergognino e chiedano umilmente scusa.


N.I.A. Punx - N.I.A. Punx 1989-2019
Dopo la sberla di ristampe sull'hc italiano anni Ottanta, che negli ultimi 15-16 anni ha fatto conoscere alle nuove generazioni (e anche alla mia, che sta in mezzo tra i vecchi e i giovani) un po' di dischi fino a quel momento introvabili a prezzi umani, pare sia (finalmente?) arrivato il momento di riscoprire anche ciò che è successo immediatamente dopo quella stagione incredibile. Parlo del periodo che va dalla fine della scene hardcore (che collocherei intorno all'88) e arriva giusto un attimo prima dell'esplosione del revival punk di metà Novanta (1993-94 diciamo). Un momento storico particolare e molto sperimentale dal punto di vista sonoro, con band pronte a mescolare stili e generi diversi (punk, hc, ska e tanto altro, a volte persino dentro un unico pezzo) nel nome del "crossover" (quello vero, però, non la merda nu metal di fine Novanta). Tra questi gruppi difficilmente classificabili c'erano senza dubbio i N.I.A. Punx di Cosenza, dove N.I.A. sta per Nerds In Acid, che dall'89 al 2005 (anche se la prima formazione si è sciolta a metà Novanta) hanno rappresentato un vero e proprio punto di riferimento per la scena del sud Italia. A ristampare tutto il loro materiale (compreso il primo demo) è la solita e inarrestabile Area Pirata che ha stipato la bellezza di 23 canzoni in un sontuoso digipack dal titolo "N.I.A. Punx 1989-2019". Dentro trovate letteralmente di tutto, viste le tante direzioni musicali presa dalla band nel corso degli anni. Ci sono pezzi hardcore e brani più squisitamente punk, randellate metalliche e ballate power-rock. E anche i testi - quasi mai banali - alternano italiano e inglese, come succedeva spesso in quel periodo incasinato che erano i primi anni Novanta. Il disco parte con il combat punk-rock di "Voice of freedom" e "In ginocchio mai", che mostrano alla perfezione la dualità inglese-italiano di cui si diceva prima. Chitarre minimali, batteria suonata e mille, cori che esplodono in ritornelli a presa rapida: dentro i pezzi di questa raccolta c'è davvero di tutto, dall'oi! al punk 77 fino, come detto, all'hardcore furioso e metallico. I N.I.A. sono figli del loro tempo nel senso migliore del termine, erano ingenui e sinceri, ma anche potenti e capaci di scrivere pezzi trascinanti come l'esplosiva "No eroina". E se "Sdp" sembra uscita da un concerto del Virus e ricorda Impact e Wretched, "Last sacrifice" e "Questa città" suonano granitiche come l'hc di New York di fine anni Ottanta. "When I'll pass the limit" è invece una ballata power-rock dal retrogusto amaro e intrisa di blues, così come "Scendere a sud" (che è il suo contraltare in italiano), mentre più ci si avvicina alla fine del disco più ci imbatte in facili melodie flower-punk ("Power punk"), incursioni oi! ("Warriors") e pezzi di hc melodico anni Novanta con tanto di batteria tupa-tupa ("Suffer of children"). Una fotografia perfetta di un'epoca che sembra lontanissima. Che cos'è l'eternità se gli anni Novanta era tanto tempo fa?


Tab_ularasa - Faccia di fiori
Filastrocche ipnotiche e viaggi spaziali dentro scatole di biscotti arrugginite. "Faccia di fiori" di Tab_ularasa (pubblicato da Mondo Tarocco records con l'ormai inimitabile marchio di fabbrica della "sorella" Bubca) è ciò che dovrebbe essere oggi il punk: diretto, minimale, fastidioso, inclassificabile, sincero, ingenuo, urticante e povero. Un disco "rito propiziatorio", come lo definisce Luca Tanzini - voce, chitarra e mente dietro Tab_ularasa - che festeggia il solstizio d'estate, con 8 brani di musica fatta in casa con scope, mestoli, chitarre rotte e vecchi computer. "Goccioline", "Faccia di fiori" e "4 metri sotto terra" sono cantilene monotone e marziali, dal sapore ermetico e demenziale. "Pioggia e vento prosegue l'ondata di maltempo" è un pezzo strumentale che taglia in due il disco, grazie alla sua chitarra acustica affilata e meccanica. Con "Fatti un selfie" inizia la seconda parte dell'album, quella più sperimentale e krauta, che assomiglia alla colonna sonora di un film balenare per alieni. Pura psichedelia spaziale, sempre intrisa di poesia bambina ("Lo spaventapasseri"), ma con un sottofondo di sonar e carambole interstellari ("San Pietro"), che sapranno teletrasportarvi verso galassie lontane ("Mondo tarocco"). Un disco apparentemente eterogeneo, ma che conserva ha una coerenza di fondo fortissima. Quella di Tab_ularasa è musica marziana che viene da lontano e che non ha - per fortuna - alcun punto di riferimento.


AAVV - Asbestos sampler 2019
Suoni metallici e sconnessi, come una lama che cerca di forare l'acciaio. Lunghe cavalcate psicheliche e viaggi all'inferno senza ritorno. "2019 sampler", la compilation annuale di Asbestos Digt, ormai una vecchia conoscenza per chi frequenta questo blog e per chi ama la musica d'avanguardia più sghemba, dissonante e senza compromessi, è come sempre una miniera di suoni e sensazioni dannatamente inquietanti. "Lubna e Ranxerox (Instrument aginst time mix)" (che titolo, ragaz!) dei Legendary Gay Cosplayers (altro super nome!) - e cioè la prima traccia di questa raccolta pubblicata solo in digitale sulla pagina bandcamp della casa discografica - è una rasoiata di velenoso metal evoluto, intriso di suoni pastosi e ruvidi. "The Dentist" di Fabio Fazzi, invece, centellina una serie di note acquatiche e suoni lontani che si perdono nel tempo: una sorta di preludio all'arrivo del terribile trapano del dentista. Il terzo nome in scaletta è quello della Furnasetta - collettivo di cui ormai sono totalmente innamorato - che qui appare in collaborazione con Eljam. La lor "Mandik" è parecchio diversa dalle cose ascoltate finora e ci regala una melodia quasi esotica, mista a lamenti ed elettronica intermittente. Con "Reactive metal" di HgM ci troviamo di fronte a una nuova frontiera della psichedelia piuttosto rumorista, una sorta di contraltare della traccia seguente: "Ecstasy of Saint Terese" degli Outdoor Sex, che alla mistica sonica aggiunge un ritmo serrato da marcia funebre interstellare. I Dope in the Pig Bags, con la loro "The guide for the perplexed" sono puro "spippolamento", mentre Buckminister - M.A.I. (non ho capito se si tratti di due gruppi e o di uno solo) propone - o propongono - una sonata per violini in fondo agli abissi, come una sorta di orchestrina lisergica del Titanic poco dopo la collisione con l'iceberg. Il brano numero 8 è forse il pezzo più conturbante di questo sampler: "3" di Bosna, infatti, è una danza robotica e vagamente psichedelica alla Kraftwerk e alla Cunfusional Quartet. Le atmosfere cupe e spaziali tornano a fare capolino con "Night lady I'm here" di Leather Parisi & Lucy Mina, una lunga intro jazz metal strumentale che sembra quasi la colonna sonora di un film di guerra ambientato nella giungla di qualche pianeta sconosciuto. E se con "Mithlab" i Cubic Centimetre ci regalano un minuto e pochi spiccioli di rumorismo puro che lascia davvero poche tracce, a chiudere i conti di questa compilation a suo modo estiva della Asbestos ci pensano Girl In The Fridge e Little Boy Blue: dei cubisti del rock'n'roll, che scompongono il suono per riassemblarlo a caso, generando un'interessante ibrido di elettronica "a tentativi" (non saprei come definirla altrimenti) dal titolo "And Now For Something Completly Different". Qui trovate il link della compilation: https://asbestosdigit.bandcamp.com/album/various-artists-2019-sampler-asbestos-digit-64





mercoledì 19 giugno 2019

Un po' di recensioni a babbo 13 Parte 1/Frittura globale totale

Vista la mole di materiale che mi è arrivato nella cassetta della posta (siete matti? Vi voglio bene, sappiatelo) e la mia cronica lentezze quella che segue è la prima parte di una serie recensioni 'a babbo' che leggerete in questi giorni. A breve arriva il secondo lato. 


The Twerks - (No) opinions
Vado pazzo per le cassette. Sono piccole, brutte e scomode, ma se parliamo di suono caldo e punk non hanno decisamente rivali. Un formato pessimo se vi piacciono i Pink Floyd, ma particolarmente azzeccato se dovete ascoltare una band ruvida come i milanesi Twerks. L'ep,  che rappresenta una sorta di ripartenza per il gruppo dopo un periodo di pausa, esce per Rocketman Records, si intitola "(No) opinions" e contiene tre pezzi per lato che La Contessa, Ale e Taffy cantano e suonano insieme a un po' di vecchi amici della scena lombarda. 
Anche se il filo conduttore dell'intero nastro resta il "punk", bisogna ammettere che in questi sei brani i Twerks dimostrano di avere un certo gusto eterogeneo per i cari vecchi tre accordi e spaziano dal classico garage sferragliante al punk-rock venato di melodia, che faceva sfracelli negli anni Novanta. "Neighbourhood", per esempio, il brano che apre il lato A, ha decisamente un piglio garage rock piuttosto sfacciato e di marca "scandinava". "Animal", il secondo pezzo in scaletta, continua sul sentiero del rock'n'roll suonato a tutta velocità e urlato squarciagola, mentre "Burkini", che chiude questa prima parte dell'ep, è una scheggia di musica selvaggia e maleducata (ma comunque in linea con i due brani precedenti).
Con il lato b - che è decisamente il mio preferito e lo dico senza malizia e doppi sensi - le carte in tavola cambiano. Il sound dei Twerks si fa più melodico, senza per questo perdere in irruenza. La partenza è affidata alla vorticosa "Work from home", con una strofa appiccicosa sorretta da ottimi coretti e cantata a rotta di collo. "Reason" parte un po' più lenta e si poggia su un riff di chitarra circolare e ipnotico, pronto ad esplodere, mentre "Opinion" - che conclude il disco ed è forse il mio brano preferito insieme a "Work from home" - è costruita su un riff da perdere la testa ed è un concentrato di furia pop-punk davvero irresistibile. Che dire? I Twerks, a dispetto delle tante sfumature, sembrano una band solida che si diverte a suonare ciò che gli pare, senza starsela a menare con troppe sovrastrutture. Che il Dio del punk ce li conservi (e che qualche giovane ardimentoso li porti a Genova a suonare, belin!).

AAVV - Fuck California Dreaming III
I pacchi della Buba Records di Luca Tanzini sono sempre una festa per chi, come me, ama alla follia l'etica e l'estetica Do it yourself. Cdr scritti a pennarello e infilati dentro buste trasparenti piene zeppe di adesivi, foglietti, disegni, messaggi scritti a penna e scarabocchi. Un mondo di carta e plastica ricco di sorprese e regali inaspettati, così come questo terzo e purtroppo ultimo volume di "Fuck California Dreaming", una serie di compilation messe insieme da Luca spulciando su Internet e intessendo contatti con la peggio feccia del punk, garage e blues dell'assolata costa ovest americana. Piccole canaglie decise e mettere a ferro e fuoco il vostro stereo con canzoni fulminanti da due o tre minuti, puro godimento per le orecchie, ma anche probabile fonte di lite condominiale con il vostro amato dirimpettaio. Solo per fare un esempio della lungimiranza di Luca, nel primo volume della serie, che posseggo fieramente in cassetta, figurava persino un allora misconosciuto Ty Segall. Ma se già vi state chiedendo quale delle tredici band (per 26 canzoni, due per ciascuna) presenti nella terza compilation sfonderà da qui ai prossimi anni: mettetevi pure l'anima in pace, molti dei gruppi in scaletta potrebbero essere già stati divorati dal tempo, dalle droghe, dalla vita regolare o, peggio ancora, magari sono finiti a suonare jazz o fusion. Già perché il disco in questione, pubblicato dalla Bubca ad aprile, raccoglie materiale che risale al 2011 e che solo per una serie infinita di casini - i soliti traslochi e le care vecchie menate che rendono il diy così eccitante - non è stato dato alle stampe otto anni fa. Questo piccolo particolare, raccontato nelle solite splendide note di Luca, non inficia assolutamente la bellezza e l'importanza di questo disco. Una sorta di Killed by Death al quadrato, con gruppi bollenti e malauguratamente pop (anzi speed-pop) come gli appiccicosissimi e torrenziali Cum Stain ("Smoker" e "Suckher 4 you" sono due perle incredibili e loro sono decisamente i miei preferiti) o studelinquenti annoiati come i Dirt Dress, con le loro cantilene indolenti, miste a una psichedelia d'accatto e ridotta all'osso ("Go to sleep"). L'inizio della compilation è quasi un omaggio al blues sporco e ferroso dei Birthday Party: gli Alpha Males En Parade sono delle bestie difficili da classificare, visto che partono con un pezzo lungo più di 5 minuti e ricco di suoni deviati, per poi sfociare in un secondo brano di rock puzzolente e sporco. Ecco, la sporcizia e la bassa fedeltà, come d'abitudine, sono due vere e proprie stelle polari per i gruppi che affollano "Fuck California Dreaming" e, d'altra parte, non poteva essere altrimenti per un disco che porta fieramente il marchio della Bubca Records. Tra gli esempi lampanti di questa filosofia sonica spiccano senza dubbio gli Okies Dokies con i loro punk velenoso e strisciante e i TRMRS, autori di noise rudimentale e al limite dalla cacofonia, che fa il paio con il loro nome insensato e impronunciabile. Ma è davvero un'impresa citare tutte le band in scaletta, così ecco ancora due o tre dritte per voi golosoni: i Bird Strike, che sembrano quasi una versione americana di Ta_bularasa, i Some Days con il loro country-punk lofi da veri campagnoli con la zappa e l'aratro e i Pipsqueak, che mescolano melodie zuccherose, garage e motivetti pop come solo i veri perdenti sono in grado di fare. Che dire? Uno dei dischi dell'estate. Sentitevelo a scrocco su bandcamp, ma poi ordinatelo a Luca, che costa poco e fa godere molto.

Duodenum - Senza Catene
Più che un disco, "Senza catene" dei Duodenum è il Santo Graal della musica merdosa, nel senso migliore del termine (avete presente Merda zine? Molto male, merdacce che non siete altro, andate a procurarvela e poi tornate qui!). Dicevo, questo album targato Bubca Records è un disco davvero particolare perché documenta, con dovizia di urla belluine e chitarre gracchianti, la rocambolesca esibizione dei nostri eroi al Dalverme di Roma il 10 febbraio del 2012. Non so se questa data vi dica qualcosa, in caso contrario vi verrò in soccorso io (e due...): parliamo della "mitica" nevicata che paralizzò per più di due giorni la Capitale e che, come da tradizione, scatenò polemiche a non finire su tv e giornali. Vi ricordate Alemanno con la pala che faceva finta di spalare la neve? Esatto, parliamo proprio di quel giorno lì. Con tanto di coprifuoco imposto dal sindaco, che vietò tutti (o quasi) gli spettacoli e gli eventi previsti in città. Dico quasi perché il Dalverme e i Duodenum se ne fotterono altamente delle ordinanze comunali e confermarono ugualmente il concerto, anche se uno dei due componenti della band, il mitico Number 71, si era appena messo in viaggio da Napoli, senza essere minimamente preparato ad affrontare la neve (nel foglietto allegato al cd trovate tutti i particolari). Questo live quindi è prima di tutto una testimonianza preziosa e oziosa di una concerto unico e irripetibile, suonato davanti a sette indomiti spettatori, che hanno sfidato le intemperie per vedere i nostri eroi all'opera. Vorrei dirvi che tra quei sette fortunelli ero presente anch'io. Ma purtroppo non solo non è così, ma facendo due o tre calcoli mentali ho scoperto - con sgomento - che quella sera pure io mi trovavo a Roma, ma nella mia infinita ignoranza non sapevo nulla del Dalverme e dei Duodenum. La mi ragazza (oggi mia moglie) mi aveva spedito in areo a trovare il mio amico Alessandro, che viveva e vive tuttora nella Capitale. Ma mentre stavamo per atterrare a Fiumicino l'aereo ha iniziato a girare su se stesso (e io a morire di infarto) perché a causa del maltempo non lo facevano atterrare. A quel punto il pilota ha fatto rotta verso Ciampino dove ci hanno fatto scendere in mezzo al nulla e a 80 centimetri di neve. Ho preso al volo l'unica corriera disponibile (una vera botta di culo) e di riffa o di raffa sono riuscito ad arrivare alla stazione Termine, immersa in un clima surreale: neve ovunque, gente in coda in attesa di taxi che non passavano e un silenzio spettrale. Quando sono arrivato - saranno state le undici di sera - ho chiamato Ale con il cellulare e solo seguendo le sue indicazioni sono riuscito a trovare casa sua. Quando ci siamo visti da lontano, con i fiocchi di neve che cadevano e la città vuota, bianca e immobile, mi sono sentito come il protagonista sfigato di un film di Pasolini. Tornassi indietro convincere Ale a portarmi, anche con una slitta, al Dalverme a sentire i Duodenum. Perché quello, cari miei, è stato uno dei concerti del secolo e le 5 luridissime tracce impresse in questo cdr di puro rumore sonico e disgraziato sono una testimonianza imprescindibile di quella serata magica. 

The Mads - Turn me up
Se seguite questo scalcinato blog avrete già sentito il nome dei Mads, la prima mod band italiana - si sono formati nel 1979 - che, dopo qualche decennio di silenzio, ha deciso di tornare nuovamente in pista, con tanto di album, singoli e concerti. A seguire i Mads passo passo in questa seconda giovinezza sono i ragazzi di Area Pirata che, in queste settimane, hanno dato alle stampe un 45 giri nuovo di pacca intitolato "Turn me up". Un singolo che non tradisce le aspettative, grazie a una miscela di power-pop e mod revival che pochi (anzi oserei dire nessuno) sa fare così bene in Italia. La title-track è già un piccolo classico di rock souleggiante: un pezzo che ti si stampa subito in testa e non ti molla più, grazie a un ritornello azzeccato e un arrangiamento curato nei minimi particolari. Ottimo anche il lato B: una cover vibrante e perfetta di "Strange town" di Paul Weller, tanto per chiarire quali siano le radici della band. Nella versione in cd c'è anche una terza traccia, la versione strumentale di "Turn me up". Suoni eleganti, ritmo contagiosa e una continua conferma: più passano gli anni, più i Mads diventano i re incontrastati del mod revival italiano.

Los Infartos - El narco ritmo
Non ho la più pallida idea di chi siano i Los Infartos, ma dai nomi dei componenti stampati sul retro di copertina direi che non si tratta di una band spagnola (come suggerirebbero invece il moniker e il titolo di questo singolo). Ciò che mi interessa, comunque, è quello che questi quattro brutti ceffi suonano: un vigoroso garage-beat alla vecchia, con fuzz a profusione. Suoni martellanti, voce che gracchia come un uccellaccio del malaugurio e quattro pezzi da infarto (appunto). Il singolo, due canzoni per lato, porta il marchio di Area Pirata e oltre ai rimandi anni Sessanta - quelli americani e più sfrenati, insomma quelli che piacciono a me - ha un'innegabile attitudine punk (ascoltatevi "Karrate Bilbao" e poi mi dite). Ma al di là delle solite chiacchiere il consiglio che mi sento di darvi è: mollate subito questa recensione e procuratevi al più presto questo 45 giri da sturbo.




giovedì 6 giugno 2019

Affinità e divergenze fra il compagno Marshall e noi - Recensione non richiesta di "Spirit of '69", la Bibbia skinhead.

Non sono mai stato skinhead, per il semplice fatto che sin da ragazzino - cioè da quando ho cominciato a bazzicare la scena underground genovese e ad ascoltare musica punk - mi è sempre sembrata una sottocultura troppo vicina all'idea di "branco" (nel senso più nobile del termine). Quando guardavo gli skin, compresi molti miei amici, vedevo - e vedo ancora adesso - un gruppo coeso di persone con gli stessi gusti e gli stessi valori: gente con molte affinità, che riesce a stare insieme non solo ai concerti, ma anche al pub, alla partita o il sabato pomeriggio a cazzeggiare in giro per la città.

Io, invece, la logica del branco l'ho sempre rifiutata. Forse perché, fondamentalmente, resto un tipo solitario, un cane sciolto e soprattutto un inguaribile bastian contrario, che appena capisce di trovarsi in sintonia con qualcuno inizia ad agitarsi e a cercare, a tutti i costi, un modo qualunque per distinguersi. Che ci volete fare, è più forte di me.

Per tutte queste ragioni - ma anche per molte altre - mi sono accostato con curiosità e un pizzico di distacco alla lettura di "Spirit of '69", la Bibbia skinhead, come viene comunemente definito lo storico libro di George Marshall, pubblicato per la prima volta in Italia da Hellnation, con la traduzione di Flavio Frezza. Chiarisco subito che quello di cui mi accingo a parlare è un testo fondamentale per capire fino in fondo questa sottocultura ed è pazzesco che, fino a poche settimane fa, non fosse mai uscita una sua traduzione italiana (quindi un grande plauso va a Robertò di Hellnation e a Flavio che hanno coperto quest'enorme lacuna).
Detto questo, leggere da "non-skinhead" - ma comunque da simpatizzante - la Bibbia di Marshall è senza dubbio un'esperienza interessante e stimolante, per vari motivi. Prima di tutto perché consente di capire, in modo semplice e chiaro, le evoluzioni storiche di questa sottocultura, visto che Marshall ha deciso di impostare il suo racconto in forma cronologica, partendo dai primi vagiti della seconda metà degli anni Sessanta e arrivando sino ai primi Novanta (quando il libro è uscito ed è stato poi aggiornato, 1991 e 1994). E poi si tratta di un volume scritto senza alcun ammiccamento nei confronti del lettore. E questo contribuisce a mettere in moto il pensiero critico di chi sta dall'altra parte della pagina.
Un altro aspetto interessante di questo volume è il titolo, che mette già in chiaro quale sia la chiave di lettura utilizzata da Marshall per descrivere questa sottocultura: l'autore applica un giudizio qualitativo (e non quantitativo) all'analisi del movimento skinhead, visto che uno dei fili conduttori del volume è la "nostalgia" per gli esordi di fine anni Sessanta (lo spirito del 1969, appunto), rispetto alla seconda fase legata al punk-oi!, che però coincide anche con la sua massima diffusione (anche fuori dai confini inglesi). Naturalmente - visto anche il periodo in cui è stato scritto il libro e cioè i primi '90 - a tenere banco, in molti casi, è la classica diatriba skinhead-politica e Marshall si dilunga spesso sul tentativo dell'estrema destra di inglobare frange più o meno consistenti di questa sottocultura. Una questione (anzi La Questione, a mio avviso) rispetto alla quale non sempre mi trovo d'accordo con l'autore; soprattutto non condivido il suo atteggiamento di fondo, visto che, in alcuni passi, sembra quasi mettere sullo stesso piano gli skin di sinistra e quelli legati al Fronte Nazionale, in nome della stella polare dell'apoliticità. Come dire: "rossi e neri sono tutti uguali", visto che - provo a interpretare il pensiero del vecchio George - il vero cancro della sottocultura è proprio la politica, indipendentemente dallo "schieramento" che si sceglie.
Certo, si tratta di una posizione legittima, anche perché un conto sono i vestiti che porti e la musica che ascolti, un altro è cosa voti nella cabina elettorale. Io però ho sempre pensato che il personale sia politico (e qui forse Marshall mi avrebbe dato dello sporco hippie) e molto banalmente credo ci sia ancora una grossa differenza tra stare dalla parte di razzisti e fascisti e schierarsi con antirazzisti e antifascisti (o più semplicemente definirsi di sinistra). Oggi chi si dichiara apolitico, spesso, è semplicemente di destra e fatica ad ammetterlo. Mentre 30 anni fa, quando Marshall ha scritto la sua Bibbia, c'erano in ballo altre cose e alcuni skinehad che si professavano apolitici provavano, in quel modo, a marcare una differenza nei confronti di chi era di estrema destra e quindi "politico". In più non possiamo non sottovalutare il diverso retroterra ideologico che si porta dietro chi abbraccia una qualsiasi sottocultura in l'Italia, rispetto a chi fa la stessa scelta in un Paese anglosassone, dove l'approccio è sempre stato meno politico (basta ensare a cosa accadeva qui da noi negli anni Settanta e confrontarlo con ciò che avveniva in Inghilterra nello stesso periodo. Vi dicono niente le Brigate Rosse, il terrorismo nero, le trame di Stato ecc?). Insomma il solito casino, quando si parla di sottocultura skinhead e politica (a tal proposito, molte risposte interessanti e condivisibili, si trovano nel libro di Flavio Frezza "Italia skins").

Il libro, comunque, non parla solo di questi argomenti scottanti e delicati. Ma dedica molte pagine anche all'abbigliamento (forse quelle che ho trovato più noiose) e alla musica (le mie preferite). Si parla di raggae, ska, punk e oi!, della storia di alcune band cardine e soprattutto si leggono testimonianze di prima mano, visto che Marshall ha vissuto direttamente e sulla propria pelle la seconda ondata skinhead inglese, quella esplosa insieme al punk. "Spirit of '69" racconta di concerti memorabili a cui l'autore ha partecipato e descrive le band con le quali l'autore è entrato in contatto direttamente. E anche se oggi l'ossatura - ma non il succo - di queste informazioni è patrimonio di tutti grazie a Internet, trent'anni fa, quando è uscito "Spirit of '69", era difficile mettere in ordine tutto quel materiale infiammabile.

In definitiva credo che ogni skinhead che si rispetti non possa fare a meno di leggere questo libro (tra l'altro ben scritto, tradotto ottimamente e corredato da una fitta serie di note). Ma visto che do per scontato che qualsiasi testa resata abbia già messo le mani su questo volume (chi non l'ha fatto provveda subito), consiglio la lettura della Bibbia di Marshall soprattutto a chi, come me, non ha mai abbracciato questa sottocultura. Conoscere, anche con un occhio esterno, la nascita e l'evoluzione di un movimento sociale e culturale di tale portata è fondamentale e obbligatorio, non solo per chi non ama il mainstream, ma anche per chi vuole ampliare i propri orizzonti e ha ancora voglia di imparare qualcosa.



sabato 11 maggio 2019

Un po' di recensioni a babbo12/La razione Area Pirata - Dieta garage-beat

È un periodo in cui mi trovo per le mani parecchi dischi interessanti. Tra acquisti, musica liquida ascoltata in streaming e qualche busta succosa infilata nella mia cassetta delle lettere il materiale da sentire (per fortuna) è davvero tanto. E praticamente tutto di alta qualità. Quindi devo cominciare a suddividere un po' le puntate delle mie recensioni. Almeno per argomento, altrimenti finisce che mi metto a stampare una fanzine (cosa che farei di corsa, figuriamoci, ma adesso non è proprio il momento).
Qui sotto, tanto per cominciare, eccovi una bella informata di garage-beat, grazie alle nuove preziosissime uscite targate Area Pirata. Un poker vinilico davvero ottimo e in grado di sbancare il banco dopo solo un primo ascolto.

The Trip Takers - Don't Back Out Now
Un bel "viaggio" Anni Sessanta tra beat e pop da capogiro. E' davvero un piacere appoggiare la puntina su "Don't Back Out Now", secondo disco in lp dei The Trip Takers, appena pubblicato da Area Pirata. La band messinese sembra uscita direttamente dai locali fumosi della swinging London e va a braccetto con le sonorità di Small Faces, Creation e Kinks, tanto per citare alcuni nomi di grido. Un approccio filologico e totalmente nostalgico, che saprà scaldarvi i cuori grazie a melodie deliziose, infarcite di corretti e qualche svisata psichdelica, come nelle code di "The Knight & The Hag" e della conclusiva "Wonder For A Way". Tra i brani migliori svettano senza dubbio "Why Don't You Come Home?", con il suo ritmo agrodolce e scanzonato e "Gamblin' Gal", sorretta da una chitarra ruspante e da una pioggia di suoni scintillanti. Ma è davvero difficile scegliere tra una canzone e l'altra, vista l'alta qualità globale del disco. Un album interamente votato all'amore per i sixties, che colpisce sin dal primo ascolto.

The Backdoor Society - s/t
Parlando ancora di beat - ma questa volta in salsa garage - il primo lp omonimo dei The Backdoor Society (sempre fuori per Area Pirata) mette insieme una serie di piccole schegge di rock selvaggio, che vi faranno girare la testa. Ritmi serrati, riff di chitarra al limite dello "speed surf" a inseguire basso e batteria e una voce sgraziata al punto giusto, sono gli ingredienti principali dell'album. Una buona dose di sonorità vintage - la band lo chiama Dutch beat, perché guarda al modello dei gruppi olandesi degli Anni Sessanta - lanciate a bomba contro ogni moda e ogni musica di tendenza (fortunatamente). Le danze scatenate di "The Magic's Gone" e "You Wish Me Back" sono un vero toccasana per chi ama il rock'n'roll sanguigno, mentre ballate come "Pitch Me Out", "Please Don't Worry" e soprattutto "You", sono in grado di toccare le corde giuste, senza rinunciare un'attitudine sporca e cattiva. Senza farla troppo lunga: davvero un grande esordio per questa band piacentina, che ci regala un disco compatto e ricco di ispirazione.

Tony Borlotti e i suoi Flauers - Belinda contro i mangiadischi
Ad ascoltare Tony Borlotti e i suoi Flauers viene quasi voglia di farsi i capelli a caschetto, abbandonare le magliette nere dei Joy Division per indossare camicie a fiori e tuffarsi in un mondo di colori sgargianti e buoni sentimenti. E' inutile: anche certi inguaribili mugugnoni e misantropi come il sottoscritto non possono che alzare bandiera bianca (o forse sarebbe meglio dire gialla) di fronte alle armonie vocali, gli stacchetti e le melodie appiccicose di "Belinda contro i mangiadischi", ultimo lavoro della storica band salentina, dedita, da quasi 25 anni, a un infaticabile omaggio agli Anni Sessanta italiani. Il disco, ancora una volta, porta il marchio di Area Pirata, una delle etichette più attive e prolifiche in materia di revival sixties. Come da tradizione l'album infila, una dopo l'altra, una serie di canzoni che potrebbero essere uscite dalla penna dei Corvi e dell'Equipe 84: musica da ballare fino a notte fonda e da amare incondizionatamente.

Cannon Jack & The Cables - Primitivo/Big bad monkey man
Bastano due pezzi - quelli contenuti in questo 45 giri bollente - per innamorarsi dei Cannon Jack & The Cables. Garage-fuzz al fulmicotone cantato in italiano e in inglese come Dio comanda. Un party selvaggio a base di chitarre sfrigolanti e Farsifa, due schegge accuminate che vi frantumeranno le orecchie e faranno poltiglia di tutti i vostri buoni propositi. "Primitivo" (lato A) dice già tutto nel titolo, mentre "Big bad monkey man" è un pezzo di garage tribale, inciso dentro una caverna della giungla nera.







mercoledì 1 maggio 2019

Alla sera leggevamo i gekiga

Prima ancora di venire folgorato dal punk alla fine della terza media, il mio cuore di sbarbo era in pieno subbuglio per quella che, oggi, è a tutti gli effetti la mia più antica e bruciante passione: i manga. Un amore sbocciato sin dalla prima elementare con i cartoni di Ken il Guerriero (guardati di nascosto da miei genitori su Junior Tv) e poi esploso letteralmente grazie a una vicina di casa più grande di almeno una dozzina d'anni, che una sera di inizio Anni Novanta mi ha fatto conoscere il fumetto di Akira, pubblicato all'epoca da Glenat Italia. Avevo 8 anni, ero in quarta elementare e quella violenza così feroce e mai edulcorata, quei disegni rotondi e al tempo stesso realistici e quelle storie così adulte e travolgenti mi hanno immediatamente conquistato.
Da quel momento non mi sono più fermato e, per tutto il resto della mia vita - e cioè i 30 anni, successivi -, ho continuato a comprare con cadenza regolare e alterno fervore i "fumetti giapponesi" (come li ho sempre prosaicamente chiamati).
Nel corso del tempo la passione non è mai venuta meno, anche se con variabile intensità. Da adolescente, per esempio, pur continuando a collezionare volumetti e a seguire alcune serie tutti i mesi, sono stato quasi completamente risucchiato dalla musica, dai concerti, dalle riviste rock, dalle fanzine, dalla birra, dalle tipelle e da tutto quello che si muoveva intorno. E i manga ho cominciato a cagarli un po' meno. Ci sono stati momenti in cui mi sono persino spinto a leggere qualche fumetto americano e italiano, scoprendo Magnus, Andrea Pazienza, Garth Ennis, Warren Ellis e Alan Moore. Insomma in tre decenni di appostamenti alle edicole ed esplorazioni nelle librerie specializzate ho attraversato varie fasi, senza mai abbandonare completamente quella passione che mi aveva cambiato la vita da bambino (dal 1993, per esempio, continuo a comprare ininterrottamente "Le bizzarre avventure di JoJo").
Qualche anno fa, però, due "episodi" hanno risvegliato prepotentemente la mia scimmia manga che si era leggermente assopita con l'avanzare dei capelli bianchi: la pubblicazione di alcuni classici Anni Sessanta-Settanta e Ottanta di Nagai, Tezuka e Ishinomori (più il mitico "Kagemaru Den" di Shirato) e la scoperta del gekiga, il fumetto adulto e "verista" nato alla fine degli anni '50 e codificato, in Giappone, sulle pagine della rivista "Garo".
A parlarmi per la prima volta di "gekiga" è stato Paolo Cattaneo, amico del giro dei concerti genovesi e fumettista di grande talento (recuperate i suoi due lavori usciti per Canicola, "L'estate scorsa" e "Manuelone": non ve ne pentirete!). Una sera, mentre facevo il barista volontario all'Altrove spillando birre e fingendo di preparare cocktail, ci siamo messi a chiacchierare a ruota libera di fumetti. E mentre gli raccontavo della mia passione atavica per i manga, avanzando qualche perplessità sulle nuove uscite (anzi, sui titoli pubblicati negli ultimi 15 anni), Paolo mi ha chiesto a bruciapelo: "Ma tu hai mai letto qualche storia gekiga?". Naturalmente non sapevo neppure di cosa stesse parlando e quando mi ha rivelato che Coconino aveva iniziato a pubblicare una serie di volumi dedicati a questo tipo di manga più adulto, introspettivo e talvolta a tinte noir, nato a fine Anni Cinquanta nel tentativo di distinguersi nettamente dai fumetti per bambini e di mero intrattenimento, ho iniziato a guardare su Internet qualche titolo. Quella chiacchierata mi ha aperto un mondo e da qual momento ho cercato con avidità tutte le uscite della collana. Così ho scoperto autori incredibili come i fratelli Tsuge, Tadao e Yoshiharu, grandi maestri come Yoshihiro Tatsumi, Susumu Katsumata e il giro dei fumetti horror grotteschi, che col gekia c'entrano assai poco, ma che restano delle perle assolute (parlo delle opere di Kazuo Umezu - o Umezz come si fa chiamare a volte - Suhehiro Maruo e Hideshi Hino). Neanche a farlo a posta, in questi ultimi anni, la pubblicazione dei lavori degli autori gekiga è stata fittissima, tanto che fatico non poco a stargli dietro (parliamo sempre di volumi che variano tra i 18 e i 30 euro). Comunque grazie a qualche colpo di fortuna e a qualche parente illuminato che per i regali di Natale e compleanno consulta le mie liste "della spesa", sono riuscito a mettere insieme un po' di materiale interessante. Ed è per questo che ho deciso di fare qualche piccola e rapida recensione di una selezione di ciò che ho raccolto in questi tre anni.

Una vita tra i margini - Yoshihiro Tatsumi
Anche se solo recentemente sono riuscito a mettere le mani su questo fumetto, credo che uno dei modi migliori par conoscere il gekiga sia partire da questo corposo volume di 800 pagine, dato alle stampe da Bao sette anni fa. Non si tratta di una vecchia storia Anni 50 e il conto che vi troverete a pagare non è dei più economici (29 euro, anche se io ho avuto la fortuna di trovarlo praticamente a metà prezzo su Ebay: quindi cercatelo all'usato, che non si sa mai...), eppure sono dell'idea che chiunque voglia comprendere meglio questo lato oscuro del fumetto giapponese non possa che passare da qui. L'opera, scritta tra gli Anni Novanta e i primi Duemila (Tatsumi è morto nel 2015) racconta la storia personale dell'autore (anche se con un altro nome) e la nascita dell'epopea gekiga, di cui Tatsumi è stato in un certo senso l'inventore e sicuramente uno dei nomi di spicco. Siamo nel Giappone del dopoguerra, nel periodo in cui iniziano a uscire le riviste di fumetti a prestito. Il tratto del disegno è semplice e diretto, la storia assomiglia al romanzo di formazione di un'intera generazione di artisti. Non è una lettura facile, anche se piuttosto scorrevole, perché è un fumetto nel fumetto, un manga nel manga. Una vicenda ricca di rimandi storici, che resta un passaggio obbligato per chiunque voglia conoscere la vera storia del gekiga. Di Tatsumi la casa editrice Coconino ha pubblicato anche una serie di raccolte di racconti brevi altrettanto imprescindibili, di cui, per il momento ho solo l'ottimo "Crocevia". Bao, invece, ha dato alle stampe uno dei suoi primi lavori di rottura, "Tormenta nera", del 1956, in un'edizione davvero interessante dal punto di vista grafico. Anche Oblomov edizioni ha pubblicato alcune perle di Tatsumi come "I pescatori di mezzanotte".


L'uomo senza talento - Yoshiharu Tsuge
Se dovessi indicare una storia a fumetti che tutti dovrebbero leggere, indipendentemente dalla loro passione e dal genere gekiga, citerei sicuramente "L'uomo senza talento", pubblicato da Canicola nel 2017, come primo volume di una trilogia dedicata a Tsuge, a cui sono seguiti (nel 2018 e pochi giorni fa) gli ottimi "Il giovane Yoshio" e "La stanza silenziosa". Tre volumi imprescindibili, anche a se, come detto, "L'uomo senza talento" rimane la punta di diamante dell'intera "serie". Il racconto è una lenta discesa agli inferi della propria inadeguatezza, un storia cruda, ma al tempo stesso carveriana - anche se non credo che Tsuge conoscesse Carver - attraverso la quale l'autore mette a nudo tutte le proprie sofferenze umane ed esistenziali. La vicenda parla di un mangaka fallito, un uomo "senza talento", appunto, che prova in tutti i modi a sbarcare il lunario, senza troppa fortuna. Il tratto di Tsuge, così come quello di Tatsumi e dell'intera scuola gekiga, è essenziale e piuttosto realista. E sono proprio queste matite scarne e rigide e rendere ancora più squallido e desolante il tono del racconto. Ci sono molti tratti autobiografici in quest'opera, anche perché Tsuge non ha mai potuto vantare una produzione corposa e ricca di soddisfazioni economiche. "L'uomo senza talento" è uscito in Giappone nel 1986 e non rappresenta solo l'apice artistico di quest'autore semisconosciuto in Italia: è anche la sua ultima pubblicazione, prima del ritiro dalle scene nel 1987. Un testamento feroce e amarissimo.
Assolutamente da recuperare anche la raccolta di racconti "Destino", pubblicata recentemente da Oblomov.

La mia vita in barca vol. 1 e 2 - Tadao Tsuge
I due volumi di Coconino che raccolgono alcuni racconti Anni Novanta di Tadao Tsuge, fratello di Yoshiharu, sono stati il mio primo incontro con il gekiga. Non ricordo perché sia partito da lì, ma credo che chiunque voglia leggere "manga" alternativi e guardare alla cultura giapponese con uno sguardo più autentico non debba farsi scappare questi due corposi volumi. "La mia vita in barca" è stato pubblicato a puntate dal 1997 al 2001 su una rivista di pesca e raccoglie una serie di storie dal piglio pacato e dal tratto sghembo, che regalano pochi sorrisi e qualche amarezze. Lungo queste pagine (circa seicento in tutto) si snodano storie minime di vita quotidiana, fatte di lunghi silenzi, attese e piccole conquiste. Anche qui il metro di paragone occidentale che mi viene da utilizzare è quello del verismo e del carverismo, generi che mescolano tragedie umane (anche se in forma ridotta, per quel che riguarda "La mia vita in barca") e storie in cui - apparentemente - non accade quasi mai nulla. Il protagonista, Tsuda, è uno scrittore da quattro soldi e senza ispirazione, che decide di comprare una barca e passare un po' di tempo da solo, lontano dal negozio della moglie. La sua vita scorre lenta, insieme alle stagioni, tra pesci che non abboccano, tempeste e vecchi amici. Sembra quasi di leggere quei romanzi ambientati nella profonda provincia americana, come il ciclo di Holt di Kent Haruf.

Naturalmente ci sono tantissimi altri volumi bellissimi da leggere e da scoprire come, solo per citarne un paio, "Neve rossa" di Katsumata o "Flight" di Kuniko Tsurita (entrambi della collana Coconino diretta dal grande Vincenzo Filosa, fumettista e autore di un cult come "Viaggio a Tokyo", uscito per Canicola).
In un altro post parlerò anche delle ristampe di Nagai, Tezuka e co. e dei manga horror. Ma ora non vorrei farla troppo lunga ed è meglio che mi fermi qui.