mercoledì 5 agosto 2020

Tre libri is megl che uan - Recensioni lampo delle biografie di Roger Miret e Alex Chilton e di "No Control".

E' un periodo che leggo molto lentamente. E non è solo perché con una bimba di pochi mesi al seguito si dorme poco e si è, per forza di cose, più stanchi e deconcentrati. E' proprio un momento così: una di quelle fasi della vita in cui capita di impiegare anche un mese a leggere un libro di 300 pagine. Quando fino a poco tempo prima bastavano due settimane. Certo, nel frattempo sto divorando parecchie riviste, quotidiani, fumetti, fanzine e qualche articolo interessante su alcuni siti Internet. Però questa lentezza nella lettura di romanzi, saggi e biografie musicali - la mia classica dieta libraria - un po' mi scazza. Soprattutto perché sta uscendo un sacco di roba pazzesca, che, quando va bene, accumulo sul comodino e quando va male finisco direttamente per non comprare, in attesa di momenti migliori. Così è passato parecchio tempo da quando in questo blog scalcinato si è parlato di libri. E visto che tra quarantena e vacanze ne ho letti almeno tre a carattere musicale, beccatevi queste tre recensioni lampo.

p.s. leggendo meno mi sono anche arrugginito parecchio nello scrivere. Ok, non sono mai stato un drago, ma visto che nella mia vita mi sono sempre guadagnato da vivere più o meno così, non è che sia propria una cazzata. Scrivere non è un dono. Per farlo bene bisogna leggere e - naturalmente - scrivere tanto. E' come fare una maratona: se non ti alleni arrivi ultimo o ti ritiri a metà percorso. Bene, ora che vi ho tediato in abbondanza con le mie stupidaggini parliamo di cose più serie.

My Riot. Agnostic Front: la mia vita hardcore - di Roger Miret e Jon Weiderhorn

Ho comprato questa biografia di Roger Miret degli Agnostic Front sulla fiducia. Perché a stamparla in italiano è la Hellnation di Roberto Gagliardi e l'intera operazione è stata seguita da Flavio Frezza e dalla sua Crombie Media. Un atto di fede, quindi. Anche perché l'hardcore di New York e gli Agnostic Front non sono mai stati il mio pane. Conosco per sommi capi la scena in questione e ho quasi tutti i dischi considerati fondamentali - compresi i primi due della band di Miret e Stigma - ma il mio timore era che questo libro non fosse altro che una variazione sul tema della biografia di Harley Flanagan dei Cro-Mags: un volume che avevo faticato a finire e che non mi aveva convinto per niente (si parlava quasi solo di risse, droga, risse, droga, risse e ancora droga. Insomma: alla lunga due palle). Per come la vedevo io Miret e Flanagan erano due facce della stessa medaglia. E quindi mi aspettavo che anche questo libro fosse il solito concentrato di scazzottate, coltellate, onore, vita di strada e... sticazzi. Invece in "My Riot" la musica è assai diversa. Prima di tutto il libro è scritto (e quindi anche tradotto) molto bene. Si legge tutto d'un fiato, con le parole che scorrono rapide lungo le circa 300 pagine di questa semplice, ma al tempo stesso ottima, edizione italiana. Certo, la vita di Miret è un bel casino come quella di Flanagan. Si parla molto della sua infanzia difficile da immigrato cubano, dei problemi con il suo patrigno violento e della sua vita di strada sin da giovanissimo. A questo poi si aggiunge tutto il calvario dell'età adulta: le relazioni incasinate, la droga, lo spaccio e la galera. Ma c'è anche parecchio spazio dedicato alla musica e alla scena punk di New York di fine anni Settanta e di tutti gli anni Ottanta. Per farla breve non si parla solo di disagio. Non fraintendetemi: non voglio dire che quell'aspetto delle biografia musicali sia noioso o inutile. Anzi, il vissuto personale di un artista è fondamentale per capire l'origine della sua musica, soprattutto in una scena come quella punk (ma più in generale nel giro underground), dove è difficile scindere vita e arte. Però c'è modo e modo di affrontare l'argomento. E credo che Miret, ma soprattutto Weiderhorn, che ha materialmente scritto il libro, lo abbiano fatto nel modo giusto. "My Riot" parla di cosa voglia dire essere un immigrato cubano nella New York di fine anni Sessanta e Settanta, ci racconta una città dolente e in decadenza, che proprio nel suo momento più difficile (la Grande Mela era vicina alla bancarotta) è riuscita a diventare un punto di riferimento culturale per tutto l'occidente. E poi in questa biografia si racconta anche come sono cambiati il punk e l'hardcore nel corso degli anni. Di come, nel giro di tre lustri, siano passati dall'essere la musica dei reietti a scalare le classifiche e diventare la nuova gallina dalle uova d'oro del music business (anche se Miret ha cominciato a vedere qualche dollaro solo in tarda età). "My Riot" è un libro completo. Che bilancia bene biografia personale e biografia musicale. Una bella sorpresa, anche per chi non è un fan accanito degli Agnostic Front (anzi: grazie a questa lettura li ho riscoperti con grande piacere).


Alex Chilton. Un uomo chiamato distruzione - Holly George-Warren
Aspettavo questo libro - pubblicato da Jimenez - da parecchi anni. Almeno da quando Giulio mi ha convinto a comprare il mio primo disco dei Big Star, "Radio City", dopo che gli avevo confidato di aver appena scoperto il magico mondo del power-pop. "Se ti piacciono quelle band devi assolutamente ascoltare i Big Star - mi aveva detto con una certa solennità mentre spulciavamo i dischi da Fnac - Loro sono i capostipiti del genere". Aveva dannatamente ragione. E "Radio City" resta uno degli album pre punk più belli della mia collezione.
Alex Chilton, però, come ci racconta questa splendida e approfondita biografia, è stato molto più che un semplice precursore del power-pop. Anche perché i Big Star rappresentano solo una fase della sua immensa storia musicale. Gli inizi, ancora adolescente, con i Box Tops e il successo incredibile - direi quasi planetario - di quella teen band, le delusioni verso il music business, la lenta discesa all'inferno (con l'inspiegabile flop dei Big Star e i problemi con alcol e droghe), le storie d'amore laceranti, la carriera solista che non decolla e che lo porta ad accettare lavori umili e concerti per pochi spiccioli, la fiducia ritrovata, il punk che lo riabilita e una nuova dimensione da padre nobile dell rock alternativo. Sono queste alcune delle tappe cruciali della vita incredibile e convulsa di Alex Chiltron, morto ad appena 59 anni nel 2010. Holly George-Warren, che lo aveva conosciuto nei primi anni Ottanta (e aveva battezzato la loro amicizia vomitandogli nel lavandino di casa) racconta questa storia incredibile e molto americana con una dovizia di particolari che ha del miracoloso. La vita di Chilton, in queste 400 e rotte pagine, viene passata al setaccio sin dal suo albero genealogico. George-Warren si sofferma anche su alcuni episodi molto personali come la tragica e prematura morte del fratello più grande e l'eccentrica vita della sua famiglia. Qualcuno, ora non mi ricordo più chi, pur avendo amato questo libro, ha criticato lo stile di scrittura dell'autrice, definendolo un po' troppo didascalico. Non sono d'accordo. A mio modestissimo parere questa biografia è scritta molto bene, anche dal punto di vista stilistico. Certo, non è un romanzo e a volte le citazioni hanno la meglio sulla vivacità della scrittura. Ma pur avendo impiegato parecchio tempo a finirlo, ho trovato "Un uomo chiamato distruzione" decisamente ben fatto. La parte più interessante del libro - ma forse il mio è un giudizio di parte - è la seconda e cioè quella che parte con lo scioglimento dei Big Star (anche se è stato bellissimo leggere la genesi di album incredibili come "#1 Record" e "Radio City"). Tra la fine degli anni Settanta e gli anni Novanta Alex Chilton ha vissuto letteralmente sulle montagne russa, ma ha anche fatto la vita che probabilmente ha sempre desiderato. Ha suonato ciò che amava per pochi fedelissimi spettatori e si è riscattato grazie all'ammirazione di band sulla cresta dell'onda che erano cresciute con i suoi dischi (soprattutto con quelli dei Big Star). Parlo di gente come Replacements e Rem, tanto per chiarire. E ha pubblicato alcuni ottimi dischi che sono stati dei meravigliosi insuccessi commerciali (l'ep per la Ork Records in pieno fermento punk e l'apparentemente sconclusionato ma secondo me superbo lp "Like flies on sherbert").
Uno dei libri dell'anno. Procuratevelo al più presto.


No Control. Storie di hardcore punk californiano 1980-2000 - Federico Guglielmi.
L'avvertenza scritta dall'autore nell'introduzione è chiara e onesta: "questo libro non è un'enciclopedia dell'hardcore punk californiano né una guida pratica del fenomeno in questione". Si tratta invece di un raccolta delle interviste, delle recensioni (soprattutto) e degli articoli scritti da Federico Guglielmi nei suoi primi vent'anni di carriera giornalistica (anche se limitatamente a un preciso argomento). Un bel vademecum, quindi, su come una delle firme più conosciute del giornalismo rock italiano abbia raccontato l'hardcore punk, sin dalle sue origini fino all'esplosione commerciale del 1994 e poi lungo le sue successive diramazioni, su alcune delle riviste mainstream italiane più importanti degli ultimi 30 anni: Mucchio Selvaggio, Rumore, Velvet (solo per citarne tre). Ma se da una parte è piuttosto interessante, soprattutto per chi, come me, ha scoperto certe sonorità soltanto a metà anni Novanta, leggere come venivano accolti e raccontati in tempo reale certi dischi nel nostro Paese, dall'altra credo che questo libro sia soprattutto una grande occasione persa Mi spiego meglio. Quando ho letto il titolo "No control. Storie di hardcore punk californiano" e poi, in calce, la firma di Guglielmi - che oltre a essere un grande appassionato del genere è anche piuttosto ferrato in materia avendolo seguito sin dalle sue origini, come detto poco sopra - ho sperato subito in un volume che documentasse e raccontasse l'epopea di questo fenomeno (che anche io adoro e seguo in tutte le sue sfaccettature). Una sorta di storia ragionata dell'hardcore punk californiano (sul tema esistono diversi libri, purtroppo quasi mai tradotti in italiano). Invece, in questo caso, si è preferito fare un collage - esteticamente anche molto bello, visto che la Tsunami cura sempre molto bene la grafica delle sue uscite - di qualcosa di già edito e che per tante ragioni, qualche volta, suona pure un po' datato. Un'operazione analoga a quella di "Noi conquisteremo la luna", raccolta di articoli, interviste e recensioni, sempre di Guglielmi, sul "nuovo rock" italiano degli anni Ottanta (la scena new wave e post-punk, insomma), pubblicata qualche anno fa da Rave Up. Un libro interessante, che ho letto con piacere. Ma anche in quel caso mi ero chiesto: perché uno che conosce così bene questo fenomeno, che l'ha vissuto e raccontato in tempo reale (a volte persino in solitaria, visto che il resto della stampa specializzata all'epoca lo snobbava) e che dispone di un archivio sonoro e cartaceo così imponente, non scrive da zero una storia omogenea di quella scena? Mi rendo conto che si tratta di un lavoro immane. E lo stesso vale per l'hardacore punk californiano. Però il risultato sarebbe stato nettamente migliore. "No control", comunque, resta una lettura interessante. Soprattutto dal punto di vista storico-giornalistico. Per i neofiti, inoltre, è una miniera di consigli utili per districarsi all'interno di una discografia enorme, che conta parecchi outsider straordinari, sui cui Guglielmi, giustamente, "spreca" parecchio inchiostro (Middle Class, Rikk Agnew, Shattered Faith, CH3, solo per fare alcuni esempi). Davvero notevoli poi alcune interviste (Bad Religion e Robbie Fileds della Posh Boy su tutte). Mentre ho trovato un po' poco approfondita la parte sul revival degli anni Novanta (si parla poco di Lookout, per esempio). In definitiva: "No control" è un libro che un appassionato di hc-punk californiano non può farsi sfuggire. Anche perché sfido chiunque a trovare altri volumi così completi in italiano. Detto questo mi sarei aspettato qualcosa di più. Anzi, sotto sotto, spero che questo libro sia solo l'antipasto di qualcosa di più elaborato e strutturato su una delle scene musicali più eccitanti di sempre. Se le vendite sono andate bene come spero (e credo), Tsunami e Guglielmi (o anche qualche altra casa editrice e qualche altro autore) ci facciano almeno un pensierino...


martedì 9 giugno 2020

Un po' di recensioni a babbo/18 Maggiorenne da vent'anni

Il lockdown probabilmente non mi ha reso migliore. Sicuramennte non ha avuto effetti positivi sulla mia proverbiale lentezza. Quindi ecco una manciata di rencesioni che avrei dovuto pubblicare un paio di settimane fa. Dischi davvero clamorosi che vi consiglio caldamente. Ok, qualcuno dirà: ma minchia ti piacciono sempre tutti? No, è che di solito le ciofeche si fermano prima di arrivare al mio stereo. E a meno che non facciano cagare al cubo - e allora mi diverto - non perdo tempo a scriverci sopra neppure mezza riga.

La Furnasetta/Sara Ohm – Bat Kvinnor split tape
Lo split tape tra la Furnasetta (la band avant con base a Casale Monferrato, che i due lettori di questo blog ormai hanno imparato a conoscere) e l'artista svedese Sara Ohm sembra rispondere a una delle domande più leziose degli ultimi anni: come suonerebbe oggi il nuovo punk? Probabilmente così. Sempre che, quando parliamo di punk, intendiamo qualcosa che vada al di là dei rigidi canoni musicali e privilegi piuttosto l'aspetto spiazzante, urticante e rivoluzionario. Ma come detto la domanda è leziosa. E anche la risposta non è da meno. Di certo il nuovo punk non è la trap. Almeno questo consentitemelo. Tornando al disco in questione – pubblicato su cassetta da Industrial Coast, ma voi potete ascoltarlo separatamente in streaming sulle due pagine bandcamp della Furnasetta e di Sara Ohm - l'atmosfera generale che pervade “Bat Kvinnor” è decadente e apocalittica. Lo so che si tratta di due elementi molto diversi tra loro e poco conciliabili, ma quando sento l'incedere tribale di “Italian spread it better” (titolo geniale) sostenuto dalla voce lamentosa di Zen-Ga – quasi un omaggio a “Penis envy” dei Crass – e i rumori da discoteca siderurgica di “New possibilities” mi sembra di essere di fronte a un manifesto politico, che recupera la radicalità del passato, filtrandola con i suoni del futuro. “Flowers on the loose” è minimalismo allo stato puro, come una navicella perduta nello spazio, la cui eco arriva flebile sino a noi. “Trapped under ice” è una radio impazzita dai toni glaciali, mentre “Brass tactics” è una viaggio elettronico-psichedelico tra curve e tornanti, che termina con i rumorismi di “Absestos rescue” - che cita la label di Casale che produce gran parte dei lavori della Furnasetta e che ha registrato questo lato dello split –: un pezzo rovente di industrial, che assomiglia a un match di lotta a mani nude.
Il secondo lato dello split è quello musicalmente più politico. Sara Ohm non è solo una musicista, ma anche un'attivista (almeno, così credo di aver capito) e il suo noise-punk sperimentale è la colonna sonora perfetta della rivolta. Suoni monotoni e martellanti soffocano le urla di “Girl, you are a human now” (altro titolo bellissimo). “Future” è una cantilena lontana, che si perde in spazi vuoti e angusti e che, anche quando esplode, resta sepolta sotto coltri di feedback. “Scum/Vs” sembra quasi la registrazione su cassetta e in presa diretta di un vecchio concerto hardcore trasmesso alla radio. Il nastro è consumato dal tempo e dagli ascolti, ma in lontananza si sentono il furore e la rabbia, nonostante la ricezione disturbata. I fischi e i larsen che accompagnano tutto il lato di Sara Ohm aumentano di intensità in “Images of you”, un brano costruito su una voce ossessiva e ansiogena. Chiude il lato e il disco “Confront them”, il pezzo più violento e dissonante dell'intera tape. Anche qui si sento l'eco dei Crass e in particolare della già citata parte femminile del collettivo anarcho punk inglese. Una chiusura del cerchio per l'album (visto che si ricollega – almeno secondo me – a “Italian spread It better” della Furnasetta) ma anche per l'intero progetto che vi sta dietro. La nuova radicalità musicale è anche un fatto politico e “Bat Kvinnor” ha il gusto acido dei lacrimogeni che atterrano sull'asfalto.

Bag of Snacks – Paper girls
Paolo Meranda è uno dei tipi più punk che conosca. Non perché abbia il moicano verde, indossi ogni giorno il giubbotto di pelle o beva una bottiglia di gin la mattina, appena sveglio. Anzi se vi capitasse di vederlo a un concerto e vi venisse in mente di offrigli da bere ricordatevi che non tocca una goccia d'alcol neppure a capodanno. Quello che fa la differenza, per quel che mi riguarda, è il suo approccio alla musica. Paolo non è uno che sta troppo a menarsela e quando ha un'idea mette su una band e nel giro di qualche settimana ha già pronto un disco. Musica veloce e urgente, suonata con una spontaneità (che se fossimo dei fricchettoni definiremmo spontaneismo) davvero micidiale. Tra i suoi tanti progetti – quasi tutti improntati a un rock'n'roll sporco e travolgente – Bag of Snack è forse quello che mi piace di più (e già ero un fan accanito di Ase e dei Kinn-Oks, che ho recensito il mese scorso). Il disco – coprodotto da una serie di piccole etichette tra cui la genovese Flamingo Records, che non sbaglia mai un colpo – è un lussuoso picture disc serigrafato e registrato su unico lato, con dodici pezzi spettacolari che, in un solo caso, superano i 2 minuti di lunghezza (“Come on!” dura appena 14 secondi). Il titolo dell'album, “Paper girls” è anche il manifesto del concept attorno al quale girano le canzoni (he sì, anche i punk sanno fare i concept album, ma durano come un solo pezzo prog). I nostri, infatti, hanno deciso di dedicare ogni brano a una diversa eroina dei fumetti, meglio se erotici o porno. Il risultato è da 10 e lode e una parte del merito è anche dello splendido artwork di Delicatessen. Alla solita furia iconoclasta tipica dei gruppi del Merenda, questa volta si aggiunge anche un pizzico di vena melodica in più, merito degli altri due componenti della band: Rudelph al basso e cori e Denny alla batteria e alle doppie voci. Il mio pezzo preferito è “Paper girl” (la title track) con i suoi coretti surf irresistibili, ma tutto il disco è una vera bomba. Immaginate le canzoni dei Queers cantante con la voce del cantante degli Zeke: un sogno! I testi sono minali e spesso ruotano intorno a un'unica frase ripetuta per un minuto i mezzo. Il disco è stato registrato in presa diretta, ma suona da Dio e qua e là ci sono piccoli cameo di alcuni eroi del punk italiano come Mauro Codeluppi dei Raw Power, Paolo Ciaccio dei Semprefreski, Lucky del Kid Combo e Alberto Cagnoli de Permanent Scar.

Baby Jesus – Words of hate
“Words of hate” dei Baby Jesus è un disco della madonna. Inutile girarci troppo intorno. La band svedese, con questo suo terzo album pubblicato in vinile dall'italiana Area Pirata, ha fatto centro. Garage, country, surf, power-pop e psichedelia si fondono alla perfezione in un mix perverso e irresistibile, che ricorda i Black Lips più scanzonati degli ultimi bellissimi dischi. L'album è pieno zeppo di canzoni dalle melodie svogliate e sopraffine, suonate con uno scazzo magistrale e una dolcissima indolenza. “Country I C” - la mia preferita in assoluto - “Red fangs”, “Who you are” e la title track “Words of hate” sono dei veri e propri gioielli di rock sfilacciato e zuccheroso, che ti restano addosso come il fumo di una sigaretta puzzolente. “Bjorns” e “No money”sembrano appena uscite da un volume perduto “Nuggets”, mentre il blues-punk malato di “Baked for money” è quasi un'invocazione laica al dio del rok'n'roll. Ma se continuo di questo passo finisce che vi elenco ogni singolo pezzo e mi metto a svarionare come al solito. Il fatto è che “Words of hate” non ha un brano debole neppure a pagarlo. Ogni canzoni vale il prezzo del biglietto. Quindi poche storie: fate vostro questo disco e mi ringrazierete per il resto dei vostri giorni.

AA/VV – Last white X-Mas
Quando si recensisce un disco come “Last white X-Mas”, il doppio cd pubblicato da Area Pirata che cattura il concerto del 4 dicembre 1983 a Pisa in cui hanno suonato alcuni pesi massimi dell'hardcore italiano degli anni Ottanta (quasi tutti del Granducato Hc a parte i Raw Power), si rischia di parlare molto più della portata storica dell'evento, che dei contenuti dell'album. Anche perché questo raduno, al di là dell'aspetto musicale, rappresenta uno dei punti cardine di una storia bellissima e incandescente come quella dell'hardcore italiano e in particolare della scena Toscana. Un avamposto controculturale, che andava sotto il nome del già citato Granducato Hc, all'interno del quale sono fioriti gruppi meravigliosi, sono state date alle stampe fanzine pazzesche e organizzati concerti da capogiro. Insomma un minimo di contestualizzazione è inevitabile. Ma poi bisogna parlare della musica. Anche perché Alessandro Sportelli, che 36 anni fa aveva registrato il concerto e lo aveva affidato allo statunitense Chirs BCT affinché lo pubblicasse in due cassette con la sua etichetta indipendente, ha interamente rimasterizzato i nastri originali. E il risultato ha dell'incredibile. Il suono dei 71 (avete letto bene, 71!) pezzi contenuti in questi due cd è pazzesco. Ruvido e sporco, certo, ma al tempo stesso nitido e pieno di calore. Eppure stiamo parlando di band hardcore punk di quasi 40 anni fa, equipaggiate con strumenti scadenti, dotate quasi tutte di una tecnica elementare e registrate in presa diretta da un gruppo di ventenni. Quel giorno, però, Brontosauri, Jaggernaut, Stato di Polizia, Putrid Fever, Dements, Useless Boys, Wardogs, A'ufchlang, Cheetah Chrome Moterfuckers (CCM), I Refuse It! e Traumatic (i pezzi dei Raw Power non compaiono nel cd per un questione di diritti) dovevano trovarsi in un vero e proprio stato di grazia.
Quella del Granducato era una delle scene più “americane” dell'hardcore italiano. Infatti molte band toscane cantavano in inglese – cosa gravissima all'epoca, sopratutto per le frange anarcho-punk vicine ai Crass – e amavano sperimentare nuove soluzioni musicali, rispetto al classico canone hc. Gruppi come gli I Refuse It! - nome in inglese ma testi in italiano – erano delle vere e proprie mosche bianche all'interno della scena. I loro testi erano claustrofobici, citavano film d'essai ed esprimevano una poetica unica, a tratti esistenzialista. Anche i CCM rappresentavano un mondo a parte. A volte erano stroppo ostici persino per chi ascoltava solo hardcore. Il loro suono abrasivo e violentissimo, accompagnato dalle performance massacranti del cantante Syd, ha lasciato un segno indelebile nella storia dell'hc (non solo italiano). E poi c'erano i Putrid Fever, una delle band più legate al suono statunitense e tra i miei preferiti del Granducato, grazie a un approccio totalmente nichilista (e quindi molto punk), filtrato attraverso la lente massiccia dell'hc. Ecco, volevo parlare del disco e sono finito a disquisire dei massimi sistemi. Ma in fondo lo sapevo che non sarebbe stato facile scrivere lucidamente di questo doppio cd. Quindi mi avvio alla conclusione dicendo che, tra le band meno blasonate presenti in “Last white X-Mas”, quelle che mi hanno colpito di più sono gli Stato di Polizia, dissonanti al limite del noise pur con qualche breve sprazzo di melodia e gli A'fschlag, che non avevo mai sentito prima, con la loro disperazione sparata a mille all'ora, come un missile terra-aria.
In definitiva: mettendo per un attimo da parte l'enorme valore storico di questa raccolta – un'operazione meritoria che mi ricorda un altro ottimo doppio cd uscito recentemente: “Rock & metropoli”, il disco compilato da Stefano Gilardino e Luca Frazzi che fotografa il concerto del 23 novembre 1979 al Palalido di Milano, uno dei battesimi ufficiali della prima scena punk italiana – “Last white X-Mas” è una vera e propria leccornia, per tutti coloro che amano il suono feroce e brutale dell'hc italiano degli anni Ottanta. Se avete tra le mani uno degli album (o singoli) usciti all'epoca, ma anche una delle tante ristampe pubblicate negli ultimi 20 anni, noterete che la qualità sonora di questo cd targato Area Pirata non di discosta molto da quelle produzioni. Se poi qualcuno nutrisse ancora dei dubbi sulla bellezza di questo “oggetto” vi dico solo che il ricco libretto interno, oltre ad alcune note interessanti sul concerto (con testi in inglese di Chirs BCT e di alcune delle band presenti), raccoglie anche una serie di splendide fotografie in bianco e nero dell'evento. Un disco monumentale.

Lisa Beat e I Bugiardi – Dal tramonto all'alba
Che spettacolo questo 7'' di Lisa Beat e I Bugiardi appena pubblicato da Area Pirata! Tre pezzi di coloratissimo pop anni Sessanta, tra citazioni più o meno esplicite dei Question Mark & The Mysterians (l'hammond eccitante che guida le danze nel primo pezzo intitolato “Dal tramonto all'alba”), beat italiano purosangue (“Inutile piangere” sembra uscita da una serata al Piper) e cover da sballo come la travolgente “Little latin Lupe Lu”, scritta da Bill Medley, ma portata al successo dai Righteous Brothers. Un singolo tutto da ballare e da rimettere sul piatto senza sosta, impreziosito da una grafica super sixties davvero clamorosa. Se amate le melodie e i balli sfrenati al centro della pista ecco la band che fa per voi. 


venerdì 8 maggio 2020

Un po' di recensioni a babbo/17 Roma punkona e co.


Torno ad aggiornare il blog dopo un mese di silenzio con qualche recensione, visto che mi sono trovato per le mani una manciata di ottimi dischi. Quattro su cinque sono targati Area Pirata.


AAVV – Rocks these ancient ruins – Mamma Roma's kids
Non è sempre stata figa come oggi la scena punk romana. Ha attraversato varie fasi, come capita spesso. Ma ci ha sempre regalato grandi band. Prendete il periodo d'oro dell'hardcore italiano: nei furiosi anni Ottanta erano decisamente altre le città a dettare la linea. Anche se dalla Capitala arrivava un gruppo stratosferico a metà fra il punk 77 e l'hc che tutti voi dovreste conoscere e amare: i Bloody Riot del compianto Roberto Perciballi. E proprio nei Bloody Riot ha mosso i primi passi uno dei pilastri della Roma punk di ieri e di oggi: Alex Vargiu, che sin dalla fine degli Anni Settanta è stato (ed è tuttora) uno dei protagonisti della scena capitolina, grazie a una serie di band incredibili come i Bingo, autori di un solo album e di una manciata di singoli nella seconda metà degli anni novanta (altro periodo fertilissimo per la Città Eterna). Ma dicevamo di Alex - che ho avuto il piacere di conoscere una volta da Hellnation –: è sua, in tandem con Pauletta Du (Plutonium Baby e Motarama), la mano dietro lo splendido artowork di “Rocks these ancient ruins – Mamma Roma's kids”, splendida raccolta di band punk, rock'n'roll e glam della scena romana, curata e compilata con grande gusto da Simone Lucciola (Blood 77, Gioventù Bruciata e la fanza Lamette) e Lorenzo Canevacci (Wendy?! e Bloody Riot). Un'idea semplice, ma meravigliosa - nata sulla scia delle prime edizioni del “Raw rock'n'roll festival” - che ci dimostra quanto siano vivi e pulsanti certi suoni nelle viscere della Capitale. La compilation, prodotta da Area Pirata e Surfin' Ki Records in vinile, non mette in fila solo i migliori gruppi attualmente in circolazione, ma butta nella mischia anche qualche nome storico tornato recentemente alla ribalta. Il piatto è davvero ricchissimo e la scaletta è con i contro fiocchi. C'è il punk dritto e sporco degli Alieni, il power-pop glammoso degli Wendy?! e il punk melodico e velenoso di Alex Dissuader (Alex Vargiu), che è, senza ombra di dubbio, tra le cose migliori che potrete ascoltare su questi solchi. E ancora: il garage psichedelico dei Plutonium Baby, il punk-rock ramonesiano dei Beats Me (che non conoscevo e che mi sono piaciuti molto), il rock'n'roll marcio e catarroso dei Blood '77 e i Cyclone (altro gruppo che ho ascoltato per la prima volta grazie a questa raccolta) con la loro trascinante e dissonante "Fuga fuori Roma", una sorta di oi! sperimentale. Non saprei definirla altrimenti.
Anche se in questa compilation mancano i Giuda ci sono comunque i mai troppo lodati Taxi (l'incarnazione precedente e punk della band di Tenda e Lorenzo): un gruppo pazzesco, che andrebbe riscoperto all'istante. I Queen Kong – band al suo esordio assoluto con Alex Vargiu e Daniela dei Plutonium Baby e Carlo Panta - hanno una vena pop seducente, che si insinua come un serpente sotto una chitarra punk che macina riff a manetta, mentre gli Human Race - tra i miei preferiti fra i nuovi gruppi romani - vanno alle radici del punk '77 californiano e toccano le corde del cuore. Gli Idol Lips sono una macchina ben oliata di garage a tutta velocità, mentre i Tigers in Furs sono un'altra punk band "alla vecchia" - come i già citati Human Race - da cui attendo, ormai da tempo, un album sulla lunga distanza. Chiudono questa compilation pazzesca - non c'è neppure un pezzo fuori posto – altre due grandi band: i Mad Rollers, vorticosi e in bilico tra punk, glam e power-pop, e un pezzo di storia del primo punk romano di fine Settanta come i Ferox, che qualche mese fa hanno pubblicato il loro primo disco su Rave Up. La nota critica del disco è curata dal giornalista Federico Guglielmi (che non credo abbia bisogno di presentazioni).

Smallatown Tigers – Five things
Punk sporco e indolente, una voce catarrosa che fa da contraltare a melodie allo zucchero filato avariato e un'urgenza, come si dice in questi casi, che ti riconcilia con il mondo. Le Smolltown Tigers sono tre teppiste di Rimini che suonano un rok'n'roll cattivo e senza pretese, pieno di coretti deliziosi e guidato da un suono di chitarra minimale ed eccitante. Per quel che mi riguarda hanno tutti gli ingredienti della band perfetta. Non fanno nulla per farsi piacere e invece sono irresistibili. Questo lp di 8 pezzi targato Area Pirata arriva dopo un ottimo e promettente singolo uscito qualche mese fa. Ma quello era solo l'antipasto: con "Five things" le ragazze dimostrano che ci sanno fare alla grande. "Girl", il secondo pezzo in scaletta, è una vera bomba, così come "Runaway girl", con quel ritornello zoppicante e quel riff clamoroso, che ti entra subito in testa. Ma tutte le otto canzoni in scaletta sono dei veri gioielli. L'album sembra registrato 45 anni fa, agli albori del punk, quando una manciata di band decise di resuscitare il vecchio rock'n'roll, con una dose di cattiveria in più. Non voglio tirarla troppo per le lunghe, ma credo proprio che "Five things" si candidi a diventare uno dei dischi più belli usciti quest'anno. Non è un caso che le Smalltown Tigers siano in piedi da poco tempo, ma abbiano già suonato in giro per l'Europa.

Strange Flowers – Songs for imaginary movies
"Songs for imaginary movies" è il nome perfetto per l'ottavo album degli Strange Flowers, targato Area Pirata e Surfin' Ki. La band neo psichedelica pisana (attiva dal 1987) non ama guardarsi indietro e nella sua seconda vita iniziata 17 anni fa e costellata di alcuni cambi di formazione - anche se qui i ragazzi si riprestano con il nucleo praticamente originale - ha dimostrato di sapersi sempre reinventare, senza perdere il proprio tocco "magico". E questo nuovo disco ne è uno splendido esempio. Gli undici brani in scaletta (più due bonus per la versione cd) scorrono limpidi e avvolgenti come un Margarita ghiacciato, bevuto a bordo vasca e hanno una carica onirica unica, che li fa sembrare davvero la colonna sonora di un film. Ci sono i rimandi alla psichedelia anni Sessanta, chiaramente, ma non mancano neppure i punti di contatto con il power-pop della origini (alla Big Star, tanto per capirci): quel suono malinconico ma dannatamente rock, che ti ammalia subito con le sue melodie liquide e ricercate. D'altra parte gli Strange Flowers sono un gruppo che fa le cose per bene e che cura nei minimi dettagli ogni pezzo (gli arrangiamenti sono uno dei punti di forza del disco). La freschezza di "Song of the jungle" fa da contraltare alla psichedelia di "Heal", il garage (quasi funk) di "Supermodel" va a braccetto con il folk di "The girl with the moon in her eyes". Un album che colpisce subito al cuore e che si fa amare sin dal primo ascolto.

Golden Shower – Dildo party
Si fa presto a dire garage. I Golden Shower sono un gruppo urticante di punk'n'roll tagliente, che non disegna la melodia acida e il rock delle radici. Sin dal nome (ma anche dal titolo del disco: "Dildo party") i nostri non fanno nulla per farsi accettare nei salotti buoni della musica di tendenza. E fanno maledettamente bene. Anche perché il rock'n'roll non è mai stato un party di gala, al massimo un dildo party. D'alltra parte se la musica del diavolo oggi non fa più paura a nessuno, riuscire a imbarazzare qualche anima candida è il minimo sindacale per chi suona un certo tipo di musica. Ma in questi tredici pezzi i Golden Shower non si limitano a mettere a nudo - è il caso di dirlo - la nostra falsa moralità: la band punta soprattutto a farci ballare e divertire. Come si fa a stare fermi con il ritmo vorticoso di "Velvet sky"? E che pezzo da sballo è "Timeless", con la sua inaspettata vena "pop" che ricorda gli ultimi Black Lips? "Dildo party" è un album davvero ottimo, che parte bello spedito, ma che è anche capace di rallentare e regalarci pezzi intensi e rock "all'americana". Un disco davvero eccellente, che porta il marchio di qualità Area Pirata.

The Trip Takers – The Trip Takers collection
Esattamente un anno fa (vabbè, era l'11 maggio ma siamo lì) ho recensito su questo scalcinato blog "Don't back out now" dei Trip Takers, un ottimo lp di scintillante r&b anni Sessanta, che mi aveva colpito al cuore. Dodici mesi dopo Area Pirata - che aveva prodotto quel 33 giri - ha deciso di pubblicare un cd con tutto il materiale della band e quindi oltre a "Don't back out now" anche il singolo "Jumpers blues/Another one" del 2018 e il mini album omonimo del 2017. Otto tracce in più rispetto al disco dell'anno scorso, che rendono ancora più speciale questa "raccolta". Gli ingredienti che mi avevano fatto amare "Don't back out now" ci sono tutti, ma devo dire che il primo materiale della band - che ignoravo totalmente - è ancora più devoto alla causa sixties dell'album uscito 365 giorni fa: i campanellini di "You are not me", che chiude il mini, sono spettacolari, mentre il 7'' sembra uscito direttamente dalla penna dei Count Five. Sulla qualità dell'album dell'anno scorso non mi sto a ripetere: era una figata molto Kinks e Creation. Ma se proprio vogliamo trovare una piccola differenza tra il materiale più vecchio e quello più recente dei Trip Takers direi che prima i modelli di riferimenti mi parevano più americani, adesso - almeno per quanto riguarda"Don't back out now" - direi che lo sguardo è rivolto soprattutto (ma non solo) all'Inghilterra.

Kinn-Ocks - Resurrection
Dura 11 minuti per sei canzoni (più un'introduzione e un outro di pianoforte) il nuovo rozzissimo ep dei Kinn-Ocks di Paolo Merenda. “Resurrection” è stato scritto e registrato in piena quarantena e dopo una partenza “lenta” con la ballata “8 bit love”, sfodera una serie di randellate scum punk pronte a spettinarvi i capelli (che tanto sono due mesi che non andate dal parrucchiere e sarete tutti un disastro). Pezzi come “No onions” e la metallica “Old school” sono proiettili di piombo per lupi mannari con la cresta alla moicana. Ma anche i brani più cadenzati e meno violenti come “Capitan underpants” (titolo da dieci, vorrei leggere il testo) e “Donate blood” - con le sue atmosfere dark – sono carichi di ferocia e spontaneità. Chiude (prima dell'outro) un'altra bastonata nei denti intitolata “Nintendo R'N'R”: un piccolo inno malsano, condito da una chitarre che frigge e si tormenta. I Kinn-Ocks sono un dei gruppi più punk in circolazione. Suonano come se non potessero farne a meno. E forse è davvero così. Per il momento il disco esiste solo in formato digitale (lo trovate su Yuotube). Spero di poterlo stringere presto fra le mie vecchie mani rugose.

mercoledì 8 aprile 2020

Nuovo cinema punk-hardcore

In questi giorni di quarantena, pur lavorando e pur avendo una bambina piccola (ok, presto smetterò di scriverlo in ogni post), ho trovato più tempo per fare cose che mi piacciono e piano piano sto cercando di recuperare alcuni dischi, libri, fumetti, film, riviste (e quindi cose importanti) che ho accumulato nei mesi scorsi e che non sono ancora riuscito a godermi appieno. Negli ultimi tre giorni, anche grazie all'aiuto fondamentale di due amici, ho visto tre di documentari che bramavo da diverso tempo: "Turn it around", sulla scena californiana della Bay Area legata al Gilman Street e alla Lookout, "Punk", la serie tv in 4 puntate prodotta da Iggy Pop (che tra l'altro è pure la voce narrante di "Turn it around", vedi i casi della vita) e "Hanno paura di me", il documentario sul Professor Bad Trip.


TURN IT AROUND - THE STORY OF EAST BAY PUNK. 
di Robert Adeuyi.
Partiamo proprio da "Turn it around", uscito un annetto fa e prodotto dai Green Day (con tanto di colonna sonora in vinile): un film bellissimo dalla durata "monstre" di due ore e mezza (anzi, due ore e 37 minuti). Appena ne ho sentito parlare ho cercato in tutti i modi una versione in dvd che contenesse i sottotitoli in italiano. E avrei speso anche 30 euro, se qualcuno lo avesse messo in commercio. Il massimo che sono riuscito a trovare però - grazie alle solite buone dritte - è stata la versione integrale su Youtube in alta risoluzione, senza alcun tipo di sottotitolo (neppure in inglese). Naturalmente in pochi giorni quel video è stato rimosso dalla piattaforma (lode a chi l'ha caricato nottetempo). Ma, fortunatamente, ho avuto l'accortezza di segnalarlo a Gippy (che aveva già sottotitolato lavori simili, ma mai così lunghi) che, in men che  non si dica, l'ha scaricato e si è messo sotto a tradurlo. Un lavoro mastodontico e completamente diy, terminato pochi giorni fa solo grazie alla quarantena.
Esatto, avete capito bene: uno dei migliori documentari sul punk americano è stato finalmente sottotitolato in italiano e oggi se lo possono godere anche i caproni come me (anche perché dovreste provare a decifrare ciò che dicono Mike Dirnt e Matt Freeman nelle interviste... ).
Ma torniamo al contenuto vero e proprio del "film". "Turn it around" prende il nome dalla prima e seminale compilation sulla scena punk (ma non solo) che, a fine anni Ottanta, gravitava intorno al 924 Gilman Street, il circolo giovanile di Berkeley fondato, nel 1986, da Tim Yohannon di Maximumrocknroll e da una schiera di giovani reietti della zona compresa tra San Francisco, Oakland, Berkeley e tutte le piccole e insignificanti cittadini lì intorno (Pinole, Rodeo ecc). Una comunità, che ha potuto contare anche sul supporto della Lookout Records di Larry Livermore, che qualche anno dopo avrebbe fatto il botto grazie ai Green Day e al loro successo planetario su major.
Senza scendere troppo nei dettagli "Turn it around" è indubbiamente uno dei documentari sul punk più appassionanti e coinvolgenti che abbia mai visto. Ma forse la penso così perché adoro quella scena e vado matto per gruppi come Crimpshrine, Mr. T Experience, Operation Ivy, Sweet Baby (ex Sweet Baby Jesus), Lookouts, Isocracy e Corrupted Morals. Insomma il punk e l'hc della Bay Area per eccellenza. Il documentario scandaglia fino in fondo questo periodo storico, che, come precisa qualcuno, sarebbe rimasto sommerso o relegato a una precisa area geografica se non ci fosse stata la Lookout Records. Prima di lanciare Queers e Screeching Weasel, l'etichetta di Livermore ha fatto ciò che tutte le case discografiche indipendenti dovrebbero fare: ha registrato le band della sua zona, dando un chance a un sacco di ragazzini arrabbiati e senza nulla da perdere. In questo modo ha dato dignità a una scena, che, per sua fortuna, era molto viva, creativa ed eterogenea, pur rimanendo all'interno del "recinto" punk. Ogni band, come succede tutte le volte che ci troviamo di fronte a un piccolo miracolo musicale, suonava diversa dalle altre, ma le radici e la matrice erano comuni (anche per il grunge è stato così. E che mi dite del primissimo punk newyorkese, almeno fino al 77?). Quella era la sua forza, corroborata, naturalmente, da uno spazio come il Gilman che, oltre a offrire un palco e un tetto a tutte quelle band, ha anche contribuito alla loro educazione "politica", promuovendo l'aggregazione, l'antirazzismo, l'antifascismo, la lotta al sessismo e a qualsiasi tipo di prevaricazione.
Inutile dire che lungo le 2 ore e 37 minuti di "Turn it around" potrete vedere e ascoltare praticamente tutti i protagonisti di quella storia. E il fatto che siano stati proprio i Green Day a produrre il documentario, secondo me, è un altro segnale importante di come fosse unita la scena del Gilman delle origini. Tim Yohannan (buonanima) non è mai stato tenero con Billie Joe e soci dopo che hanno firmato per la Reprise (anzi, su Maximumrocknroll vennero messi letteralmente alla gogna, anche se non direttamente da Tim) e per molto tempo la band fu addirittura bandita dal Gilman, nonostante fosse stata la sua casa per anni. In tempi recenti - purtroppo dopo la morte di Yohannan, direi, anche se da tempo Tim non guidava più il centro giovanile - i Green Day si sono riappacificati con il club di Berkeley (anche perché molte band di quelle parti devono parecchio a Billie, Mike e Trè) e con questo documentario direi che il cerchio si è finalmente chiuso.
Come detto la voce narrante appartiene - inspiegabilmente, ma va benissimo così - a Iggy Pop. L'inizio di "Turn it around" inquadra dal punto di vista storico, sociale e culturale la Bay Area oggetto di indagine. E al di là delle classiche interviste che scandiscono il tempo del documentario - una costante, ormai, per questo tipo di lavori - ci sono tantissimi filmati dell'epoca che tolgono letteralmente il fiato. In "Turn it around", naturalmente, potrete vedere e ascoltare Jello Biafra, i Green Day, Fat Mike, Tim Armstrong e altri "big" della scena, ma nel documentario non mancano neppure le voci e i volti di personaggi fondamentali, ma meno conosciuti, come Aaron Cometbus, Jesse Michaels e Kamala, solo per citarne alcuni.
In poche parole "Turn it around" è un vero gioiello, che non potete permettervi di non vedere. Adesso non avete più scuse.

PUNK (SERIE TV)
di Jesse James Miller. 
Non avrei mai immaginato che qualcuno si prendesse la briga di tradurre, quasi in tempo reale, "Punk", la serie in 4 puntate prodotta da Iggy Pop sulla nascita e lo sviluppo - principalmente in America e in Inghilterra - di questa controcultura. E invece l'ha fatto Sky Arte: un canale a pagamento mainstream, che con quest'operazione si è guadagnato tutta la mia riconoscenza. Quando cercavo forsennatamente un link per vedere la serie (non ho Sky, visto che già pago Netflix e Prime e i soldi sono quello che sono) in tanti cercavano di indorarmi la pillola avvertendomi che non mi stavo perdendo tutto sto gran che. "Sono le solite robe", mi dicevano.Ma io adoro le solite robe! Cioè la storia del punk, per chi ha letto qualche libro o rivista, è abbastanza chiara, almeno se parliamo del suo sviluppo generale: e cioè i primi vagiti che iniziano a farsi sentire negli Stati Uniti con M5C e Stooges - che rappresentano una sorta di progenitori del "movimento" (anche se io ci metterei pure le garage band di qualche anno prima, come i Count Five) - e poi i New York Dolls e la scena della Grande Mela legata al Cbgb's e al Max verso il 1975. Parallelamente qualcosa stava iniziando a germogliare anche in Inghilterra (e il ruolo di Malcom Mc Laren è stato fondamentale per questa connessione transoceanica) e via di questo passo. Certo, nessuna rivelazione particolare, però, diavolo!, è comunque una bella storia. E se a raccontarla sono direttamente i protagonisti, da Wayne Kramer a Sylvain Sylvain, da Johnny Rotten (parecchio inciccionito) a Fat Mike (i nomi sono tantissimi e di alto livello) la cosa si fa ancora più interessante.
Come già detto ormai la formula del documentario musicale che ti racconta una storia intrecciando interviste (anzi piccoli interventi tratti da interviste più grandi) e immagini di repertorio è un classico. Però la materia, in questo caso, è talmente incandescente che l'originalità della tecnica narrativa passa in secondo piano.
Questa prima serie - che credo sia unica, anche se spero di sbagliarmi - si articolare in 4 puntate. La prima è sul proto-punk, la seconda è sul punk del 77 soprattutto a New Yor, la terza sull'Inghilterra del 77 e sugli anni Ottanta (anche se qui mancano parecchie cose) e la quarta sul revival anni Novanta.
Certo, non si parla mai dei Misfits, degli Husker Du e di un sacco di altri gruppi fondamentali. Ma la storia ha comunque un suo filo logico e non credo che gli autori avessero velleità di completismo. Se si volesse andare più a fondo, però, servirebbe davvero una seconda serie, che colmasse qualche lacuna e magari ampliasse il raggio d'azione. Il punk ha indubbie radici negli Stati Uniti e in Inghilterra, ma ha attecchito ovunque, riuscendo a cogliere lo spirito del luogo in cui è via via arrivato, manifestandosi, ogni volta, con alcune peculiarità della cultura locale che "aggrediva".
A tal proposito sarebbe un delitto non parlare di scene fertili e stupende come quella australiana o non citare alcune band europee e sudamericane pazzesche (l'hc italiano degli anni Ottanta ha fatto letteralmente scuola, anche in Usa). Del Canada, invece (altra fucina di gruppi incredibili) si fa solo un breve accenno, attraverso i Doa. Ma anche qui si potrebbe aprire un libro enorme.
Detto questo se riuscite a recuperare "Punk" (la prima puntata è gratis in lingua originale su Youtube) guardatela e ditemi se sono stato, come al solito, troppo buono o se anche voi vi siete divertiti.

HANNO A PAURA DI ME. SANNO CHE SONO PUNK E CHE VENGO DAL CANALETTO
di Andrea Castagna e Carmine Cicchetti.
Un'altra perla trovata in questi giorni di quarantena (gratis su Youtube) e dopo mesi di vane ricerche è il breve, ma bellissimo documentario sul Professor Bad Trip e cioè Gianluca Lerici, uno dei più grandi artisti italiani usciti dal marasma controculturale degli anni Ottanta: un disegnatore eccezzionale, legato saldamente alla scena punk italiana. Credo che tutti qui (e cioè tutti e 3, quanti siete) conoscano il Prof. Bad Trip e i suoi fumetti (o le sue tavole) psichedeliche e coloratissime, con quel tratto grasso e pieno, come un Van Gogh punk-hc stordito da un concerto di Dead Kennedys e Fear. Ma se così non fosse fate subito ammenda, guardate il documentario e appena riaprono le librerie compratevi tutti i suoi volumi (che purtroppo non sono molti).
Gianluca, classe 1963, è morto improvvisamente e inspiegabilmente 16 anni fa (è già passato così tanto: è incredibile). Era spezzino, anzi veniva, come ricorda orgogliosamente il titolo del documentario, dal quartiere popolare del Canaletto, zona di "muscolai" (i pescatori che raccolgono i "muscoli", come vengono chiamate in Liguria le cozze) e di parecchie teste di cazzo (a detta dello stesso artista). Autore di fanzine e musicista nella band di culto Holocaust, credo che il Prof. non abbia mai davvero raccolto quanto seminato nel corso della sua breve, ma intensissima esistenza. Mi sono innamorato dei suoi disegni da ragazzino, dopo aver letto "Costretti a sanguinare" di Philopat, che, nell'edizione Shake, conteneva un suo breve fumetto che illustrava il pezzo "I love livin' in the city" dei Fear.
"Hanno paura di me", che dura appena 26 minuti, parla del Professor Bad Trip, ma anche di Gianluca Lerici, dell'artista incredibile che abbiamo perso, ma anche della persone eccezionale che si celava dietro i suoi disegni. Naturalmente c'è anche qualche aneddoto interessante sulla scena punk spezzina, grazie agli interventi Benzo dei Fall Out, storico gruppo cittadino ancora in attività. D'altra parte il Prof. era molto legato alla sua terra e lo testimoniano le sue opere realizzate e regalate alla Skaletta, che ancora oggi impreziosiscono le mura di questo storico circolo punk rock della Liguria.
Insomma lungo questa mezzora scarsa scorre una storia minima, ma al tempo stesso enorme. Un omaggio fatto con il cuore (nel documentario parla spesso anche l'amico e artista Vittore Baroni) a un gigante dell'underground italiano. Uno che, tanto per usare un cliché abusato ma mai così azzeccato, se fosse stato americano o inglese avrebbe esposto i suoi lavori in tutto il mondo e oggi sarebbe ricordato al pari di Pettibon e di altri grandi artisti.


 

giovedì 19 marzo 2020

Siamo nati da soli - Alessia Masini

E' da un pezzo che non scrivo da queste parti. Sarà almeno un mese e mezzo. Ma come molti sapranno sono giorni complicati e al tempo stesso bellissimi, visto che sono diventato papà di una splendida bimba (anche se sto cazzo di Coronavirus ci sta complicando un po' le cose). Questo però non è un blog personale; quindi bando alle ciance e alle classiche scuse, e iniziamo a parlare delle solite cose importantissime.


Siamo nati da soli. Punk, rock e politica in Italia e in Gran Bretagna (1977-1984) - Alessia Masini (Edizioni Le ragioni di Clio)

Avrei dovuto parlarvi di questo libro a dicembre, appena ho finito di leggerlo, perché come accade a tutti gli anziani ho una pessima memoria. Ma per fortuna non sono così suonato da aver dimenticato tutto. "Siamo nati da soli" non è il classico libro di storie sul punk raccontate da protagonisti di prima mano e reduci - certo, ci sono anche alcuni contributi di quel genere -: il volume di Alessia Masini è soprattutto uno studio accurato su un fenomeno controculturale che, nel nostro Paese, è sempre rimasto ai margini della cosiddetta accademia (cosa che, invece, non è avvenuta altrove, per esempio in Inghilterra). Intendiamoci: istituzionalizzare il punk non è mai cosa buona e semplice. E lo dice uno che, nel suo piccolo ci ha persino provato, seppur involontariamente, visto che mi sono laureato con una tesi sulle fanzine punk e hardcore diventata poi un libercolo di scarso successo (che Alessia, gentilmente, cita nelle prime pagine del suo testo). Molti punk, soprattutto, chi ha vissuto sulla propria pelle il periodo tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, non guardano con favore a questo tipo di approccio e tendono a preferire (e approvare) solo i libri scritti all'interno della scena.
Alessia Masini, però, non è solo una giovane studiosa che prende questa controcultura, la viviseziona e la indaga cercando di darle una veste universitaria, è anche un'appassionata militante, una persona che applica la metodologia della storica a un materiale infiammabile, che la coinvolge in prima persona. Il risultato è un libro che riesce a stare perfettamente in bilico tra la ricerca storico-sociale e l'epica del punk. Un racconto coerente e articolato, che va maneggiato con cura e letto con estrema attenzione.
A guidare Alessia in questo viaggio, in molti passi del libro, è una protagonista d'eccezione come Laura Carroli dei Raf Punk (dalla sua collezione personale arrivano molte delle fanzine e dei materiali che l'autrice cita). E già questo basterebbe a mettere da parte qualsiasi tipo di riserva sulla genuinità di questo libro. "Siamo nati da soli", anche se mette in parallelo il punk inglese e quello italiano, si concentra soprattutto su due città cardine per questo asse internazionale: Londra e Bologna. Anche se oltre alla City bisognerebbe citare anche le campagne dell'Essex in cui vivevano i Crass, visto che la band di Steve Ignorant ed Eve Libertine rivestono un ruolo molto importante nell'economia del libro (d'altra parte Bologna è stata una delle città più crassiane d'Italia, proprio grazie ai già citati Raf Punk e alle loro varie diramazioni). 
Tra gli aspetti più interessanti del libro ci sono le riflessioni sulle implicazioni politiche del punk, sulle incomprensioni che nacquero soprattutto inizialmente di fronte a certe provocazioni (le svastiche, tanto per dirne una), che ebbero conseguenze diverse in Italia e in Gran Bretagna. "Siamo nati da soli" è stato scritto attingendo a una ricchissima mole di fonti (dalle riviste alle fanzine più oscure, e proprio questo è uno degli aspetti più gustosi dell'intero volume). Certo, trattandosi di uno studio effettuato con metodo accademico ci sono anche alcune pagine in cui si racconta la genesi del punk inglese e il suo sviluppo: storie che tanti appassionati avranno già letto e conosceranno più o meno a memoria. Ma credo che scrivere solo per una stretta cerchia di persone che sa già tutto della materia (e che quindi, forse, non avrebbero neppure bisogno o voglia di documentarsi) sia la cosa meno punk che ci possa essere. Quindi ben vengano libri come "Siamo nati da soli", che trattano questa controcultura putrescente e fuori dagli schemi con metodi e sistemi nuovi e diversi dal solito. Non si tratta di dare dignità al punk (e chi l'ha mai voluta?), ma di capire, esplorare, collegare e mettere insieme una serie di spunti, per stimolare la nostra curiosità su una storia che ci ha letteralmente cambiato la vita. Questo è ciò che mette in moto Alessia Masini attraverso il suo libro. Un prezioso tassello all'interno di una vicenda che, ancora oggi, dopo oltre 40 anni, riesce a farci litigare e discutere, ma anche commuovere e stupire, come se andassimo ancora al liceo e avessimo la cresta verde.


mercoledì 29 gennaio 2020

Un po' di recensioni a babbo/16 Rieccolo

Non sono tornato per costituirmi. E' che in questi mesi di latitanza dal blog ho avuto un milione di cose da fare. Come tutti, certo, ma io sono anche pigro e lento. Quindi dovete avere un po' più di pazienza. Detto questo ho anche un milione di cose che vorrei scrivere su queste pagine scalcinate. Mi riferisco soprattutto ad alcuni libri e fumetti davvero interessanti usciti in questa fine 2019-inizio 2020 e di cui non ho avuto ancora tempo di parlare. La cosa più impellente però restano i dischi. Eccovi quindi un po' di recensioni a babbo.


AA/VV - XXV-XII-MMXIX

E' uscita poco più di un mese fa, ma solo adesso riesco a scrivere qualcosa su questa nuova compilation Asbestos Digit intitolata "XXV-XII-MMXIX". L'uscita numero 81 della prolifica ed eterogenea casa discografica indipendente di Casale Monferrato è come al solito spiazzante e urticante: un concentrato di suoni molesti e rumori irresistibili, che faranno la gioia di tutti coloro che dalla musica si aspettano qualcosa di più del classico rock'n'roll. La partenza è affidata alla dance liquida e martellante dei Leather Parisi e della loro "Innerstella 666": un viaggio in un piccolo rave domestico, in cui fanno capolino dei Daft Punk da sagra della salamella (con tutto il rispetto per entrambi). "XDXDXTXCXHXRXSXMXS" degli Outdoor Sex è un trapano lo-fi con voce meccanica, che si trasforma in una breve marcia di soldati robot in avaria. Il terzo pezzo della raccolta chiama in causa i lisergici Lucy Mina che con "Birthday Song" ci propongono il suono di una giungla meccanica dissonante e carica di ansia, che termina la sua corsa con una coda disco-noise. Il giro di boa è affidato ai suoni truzzi ed heavy metal dei Legendary Gay Cowboys: "Islamabad" è un brano cafone e roboante, come la moto di Joey DeMaio che scoreggia sul palco, mentre i Surfisti Nazi (che devono morire) del mitico film della Troma  si prendono allegramente il sole a due passi dal pogo. Un brano, quello dei Legendary Gay Cowboys, che è un po' il contraltare di "Antipater II" dei Dope In The Pig Bags: anche in questo caso ci troviamo di fronte a suoni scoppiettanti e metallici, ma il tutto è mescolato a un bombardamento di droni impazziti. Il sesto gruppo in scaletta sono i Bosna e anche qui - ma forse la colpa è mia che sono un dannato bruciato - appena parte "Surfing Sarzo Ssamritch" la mente corre al già citato capolavoro trash di Peter George. Certo, in questo caso siamo in territori più mistici, con un'elettronica ricca di suoni stratificati e scampanellii. Ma le atmosfere da videogioco selvaggio postatomico ci sono tutte. A questo punto è la volta di Pierluigi Pugno che, con "The Birth Of J.C." spinge la sua ricerca musicale attraverso un noise rarefatto e pacato, grazie a un suono laborioso che cresce di intensità a mano a mano che macina secondi. Fabio Fazzi, altra vecchia conoscenza Asbestos (come molti protagonisti della compilation) con "Shattered Connections (Xmas Revamp)" propone una dance dissonante, obliqua e dark, un suono inquietante e circolare dall'incedere ipnotico.
Chiude una delle mie band avant preferite: la Furnasetta, un po' il pezzo da novanta del catalogo Asbestos, grazie a un approccio musicale totalmente anarchico e al tempo stesso rigoroso. "trOto Cooks Great Meatballs" è una traccia meno violenta del solito e assomiglia a un bisbiglio elettronico, intriso di mirabile decadenza.


La Furnasetta/Lether Parsi - Past Present Temple

Quando due pezzi da novanta della famiglia Asbestos si mettono insieme non possono che fare sfracelli. Se poi si tratta de La Furnasetta e dei Lether Parisi: allora è il caso di gridare al miracolo. Lo split tape che è venuto fuori da questa collaborazione si chiama "Past Present Temple", esce per l'inglese Industriale Coast, porta la firma grafica ed estetica di Rosa Lavita e contiene sette pezzi per ciascuna delle due band mescolando elettronica minimale, noise e avanguardia (quando non so cosa dire mi gioco sempre questi termini). Un mix letale che riuscirà a rivoltarvi le viscere come un aruspice.
Il lato della Furnasetta - ricco di collaborazioni e mix - parte con la cantilena infernale di "Diaz" e si conclude con l'elettronica deviata di "Risultato" (che assomiglia a una telefonata partita dalla viscere della terra). In mezzo ci sono videogiochi interstellari ("Sadhu Sonic"), musica che frigge di rabbia, noise orientaleggiante ("Fallimento di Ottobre") e muraglie di suono psichedelico.  
Il lato affidato ai Lether Parisi è forse più uniforme rispetto a quello dei compagni di avventura. I sette brani in scaletta sono una versione minimale e disossata della dance, un suono tribale e carico di ritmo, che ha in "Taxidermist", la traccia numero tre, uno dei suoi apici. Il resto spazia dal classico rumorismo ruvido e martellante (al limite della sparatoria) di "21/10/19" al il vortice di violenza sonica e inquieta di "Katodik". Chiude questa cassetta infernale e deliziosa il minuto e 24 secondi di "Panchina legacy": un invito a ballare sul ciclo di un burrone.


Toni Crimine - s/t

Garage acuminato e beach punk sono gli ingredienti del disco omonimo dei Toni Crimine uscito per Area Pirata dopo 15 anni di silenzio (nel 2006 i nostri avevano dato alle stampe uno split ep con i Fase Quattro). Una scheggia di musica robusta e senza troppi fronzoli, che mescola Rich Kids On Lsd, Zeke e un certo retrogusto beat all'italiana. Saranno i testi nella nostra lingua madre (un azzardo assai difficile quando si maneggiano certi suoni), ma era dai tempi degli Smart Cops che non ascoltavo un album italiano così tirato e genuinamente rock. In molti casi i 14 pezzi del disco non superano i 2 minuti di durata: la voce è pura cartavetro stesa su chitarre velenose e ferrose. Un approccio "alla bersagliera" e a rotta di collo, che mi ricorda quelle band che, dal vivo, suonano tutta la scaletta un pezzo dopo l'altro senza mai fermarsi, neppure per dire grazie. Tra i pezzi da segnalare ci sono piccoli gioielli come "Pisa Brucia", l'apripista "Linoleum" e la ruspante "Collezione di vizi".


Le Carogne - TuttiFuzzy

Le Carogne hanno un suono inconfondibile: il loro intruglio di garage, beat e punk fuzzettoso è ormai un marchio di fabbrica che le rende immediatamente riconoscibili anche per chi abita fuori dai confini liguri e le conosce da relativamente poco tempo. Con questo "TuttiFuzzy" appena uscito per Area Pirata in formato 10'' la band di Imperia sporca ulteriormente il proprio sound, rendendolo leggermente più lo-fi e violento. Unica eccezione la bellissima e melodica "Peonia", che diventa immediatamente uno dei miei pezzi preferiti della band. Gli altri sei brani di questo mini - che annovera in tutto tre pezzi in italiano e quattro in inglese - alternano psichedelia e rock'n'roll con gusto e attitudine, aggiungendo al classico formato chitarra-basso-batteria anche sintetizzatori, Theremin e armonica (ma chi conosce le Carogne non si stupirà di certo). Menzione speciale alla splendida grafica dell'album curata da Stefano Rossetti, che insieme al fratello Riccardo rappresenta il cuore pulsante del gruppo imperiese. 


Not Moving L.T.D. - s/t

Parlare di una band storica e fondamentale come i Not Moving - scoperta, naturalmente, con enorme ritardo dal sottoscritto una ventina di anni fa leggendo Bassa Fedeltà - non è mai facile, perché c'è sempre di mezzo un pezzo di cuore. Il gruppo piacentino, negli anni Ottanta, non aveva nulla da invidiare a gente del calibro di Flesh Eaters e Gun Club, ma ha avuto decisamente meno fortuna dei suoi colleghi americani. Oggi, dopo una prima reunion di una decina di anni fa, i nostri hanno deciso di tornare a incendiare i palchi dello stivale, presentandosi in una versione aggiornata che vede coinvolti tre componenti storici come Lilith, Antonio Bacciocchi e Dome la Muerte, più la "novizia" Iride Volpi. Il moniker è leggermente cambiato e al nome storico è stato aggiunto l'acronimo L.T.D (che penso stia per Lilith, Tony e Dome). La vera notizia, però, è che oltre a suonare in giro portando lo storico repertorio punk-blues e voodoo-billy la band è tornata a incidere materiale inedito. Per il momento parliamo di un solo pezzo, "Lady Wine", che occupa il primo lato di questo 7'' targato Area Pirata: un ottimo brano di blues carvernoso e dall'incidere funereo, che spero sia il succulento antipasto di un imminente lavoro sulla lunga distanza. Sul lato B del singolo ci sono invece due vecchie canzoni riarrangiate  per l'occasione ("Spider" e "Suicide Temple") che servono a ricordare ai più giovani la grandezza di una band che ha saputo scrivere, senza montarsi la testa, un pezzo di storia del rock italiano.


giovedì 31 ottobre 2019

Un po' di recensioni a babbo 15/Io sono vivo e voi siete tutti morti (cit)

E vabbè manco lo faccio più il cappello sul fatto che cercherò di scrivere con più costanza... tanto non ci credo neppure io. Daje, ecco qualche recensione 'a babbo...


No Strange - Mutter der erde
Sembra un manifesto di psichedelia bucolica "Mutter der erde", il nuovo disco dei No Strange pubblicato su vinile da Area Pirata. Dodici tracce fra rock progressivo, new age e musica antica, che guardano alle sperimentazioni più ardite degli Anni Sessanta e mescolano suoni crepuscolari e colori pastello. Composizioni - è proprio il caso di dirlo - che sembrano scritte per la colonna sonora di un film in costume, magari uno dei tanti Decameroni che andavano in voga una quarantina di anni fa ed erano girati con poche lire nelle campagne del centro Italia. Flauti e chitarre conducono le danze, ma sono tantissimi gli strumenti impiegati lungo i solchi di questo vinile. Le canzoni, preghiere laiche intrise di misticismo, hanno titoli programmatici come "Il profumo del bosco alto", "Un viandante tra le stelle" e "Madre della terra". Su tutte spicca l'intensa "Kilikia", una un brando che affonda le radici nella tradizione della musica araba, impreziosito dalla voce suadente della cantante armena Rita Tekeyan. Certo, a un primo ascolto, un album come "Mutter der erde" non sembra proprio pane per i miei denti (marci) abituati al rock'n'roll sporco e dissonante (e in parte è proprio così). Ma per chi frequenta certi territori musicali e ha seguito l'insolita, ma al tempo stesso solidissima storia dei No Strange - uno dei nomi di punta della nuova psichedelia italiana anni Ottanta, qui al quinto album dopo la reunion di 8 anni fa - questa raccolta di canzoni non può che rappresentare una nuova tappa nell'intenso cammino musicale di questa magnifica band torinese. Quindi: via i paraocchi, posate la puntina sul primo solco, abbassate le palpebre e preparatevi a iniziare un viaggio lisergico verso terre ed epoche lontane. 

Orrendo Subotnik - Orrendo_1
Tredici minuti (e 41 secondi) d'odio. Dura meno di "Group Sex" e di un quarto d'ora accademico "Orrendo_1", il disco d'esordio degli Orrendo Subotnik, un gruppo di cui ignoro praticamente tutto e che mi è stato segnalato da Tommaso Salvini (che non credo proprio sia parente di Matteo...) con un messaggio privato su Facebook. Soltanto il fatto che mi abbia scritto "Ciao, ti ho chiesto l'amicizia perché ho scoperto, per caso, che sei tu il ragazzo di Hello Bastards. Se ti va bene, posso mandarti un link col disco del mio gruppo per una recensione a babbo?" mi ha fatto sciogliere. Naturalmente mi riferisco alla parola "ragazzo", che, alla mia veneranda età, ormai, me l'affibbiano soltanto i vecchietti in coda alle poste. E così, colpito al cuore, ho accettato di buon grado di ascoltare questo dischetto di punk rumoroso e urticante, che, per il momento, esiste solo in formato digitale. I 12 pezzi in scaletta durano una media di un minuto ciascuno, con deliziose punte da 39 secondi netti. I testi, in italiano, sono quasi impossibili da decifrare, essendo letteralmente sepolti sotto uno spesso strato di chitarra ferrosa e batteria martellante. La musica è un ammasso di suoni malati e minimali, un punk ridotto all'osso e velenoso che vi striscerà sulla schiena come una vipera impazzita. Un mix fra hardcore e garage, suonato con strumenti rubati alla Standa (che non esiste più, tra l'altro). Lungo i 12 brani del disco c'è spazio anche per una cover da paura come "Scemo" dei Peggio Punx, una della band cardine dell'hc italiano anni Ottanta. La dimostrazione lampante che la furia degli Orrendo Subotnik arriva da lontano e ha solide basi. 

Santamaria - s/t
E' da una vita che voglio scrivere due parole sul primo disco omonimo dei Santamaria: quattro ventenni genovesi che, grazie al cielo, ascoltano e suonano punk-rock, come se fosse la loro unica ragione di vita. In questo cd prodotto da Flamingo Records - una delle migliori realtà punk italiane, tra negozio-rifugio e preziosissima casa discografica indipendente - c'è tutta la meravigliosa ingenuità di chi suona per divertirsi, ammazzare la noia e fare incazzare i propri genitori. I pezzi del disco sono ruvidi e melodici, veloci e sgraziati come quelli dei Crimpshrine e dei Corrupted Morals (chi se li ricorda?). Anche se dubito che qualcuno dei Santamaria sappia chi siano queste due storiche e misconosciute band californiane (anzi, spero proprio che sia così). Ascoltando questo delizioso dischetto sembra di essere tornati alla San Francisco di fine anni Ottanta-primi Novanta, quando la Lookout non era ancora il punto di riferimento del pop-punk americano, ma cercava solo di documentare una micro scena locale, che faceva capo al Gilman Street. Ecco, con le dovute proporzioni, mi sembra che Flamingo e Santamaria abbiano quell'attitudine lì. Musica da perdenti fatta con il cuore e senza starci troppo a pensare. Ogni canzone è un piccolo gioiello di urgenza, fatto di melodie sgraziate e zoppicanti, che rendono assolutamente unico e irripetibile questo disco. Un esordio coi fiocchi, insomma, e a mio insindacabile parere uno degli album punk dell'anno. Più lo ascolto (e lo avrò già sentito almeno 30 volte) più ci vado sotto.

Punx Xerox - Game Over
Io e Luca Tanzini, alias Tab_ularasa e un'altra miriade di progetti grafici e musicali stupendi - uno su tutti la mitica Bubca Records - ci vediamo una volta ogni due o tre anni, ma, per fortuna, ci sentiamo regolarmente. E quando la scorsa settimana, dopo una vita che non ci si beccava dal vivo, è venuto a suonare a Genova, è stato così gentile da regalarmi un sacco di musica bellissima. Il primo disco che ho messo su quando sono arrivato a casa è stato "Game over" di Punx Xerox, uno dei suoi progetti più interessanti, figlio delle pulsioni cosmiche e kraute di Luca. Una viaggio musicale nello spazio, che mescola elettronica minimale e analogica a rumori ed effetti vari. Non sono molto ferrato in materia, ma quando infilo il cdr di Punx Xerox nello stereo: spengo le luci e mi abbandono sulla mia vecchia poltrona da anziano, pronto a partire per galassie sconosciute. A differenza di "Broken", il disco precedente questo "Game over" è in alcuni tratti più "giocattoloso", come direbbe Giorce. Un pezzo come "Buttero", per esempio, che supera la soglia dei 14 minuti, sembra il resoconto di una partita a videogame giocata tra Marte e Saturno. Il resto del'album, parliamo di cinque tracce in tutto, con lunghezze che vanno dai 4 ai 6 minuti (senza contare i già citati 14 minuti di "Buttero") viaggia tra nebulose soniche e lunghe cavalcate strumentali, dove la stella polare sono i Kraftwerk, ma anche certe atmosfere cupe da periferia metropolitana.