mercoledì 19 settembre 2018

Un po' di recensioni a babbo 8/Largo all'avanguardia (ma anche alla Wild Honey)

Torno a sputare le mie sentenze con una manciata di recensioni "a babbo" tanto per ricordare a me stesso che, nonostante tutto, scrivere resta ancora la mia seconda passione più grande.


AA/VV - ETERNALLYT. THE CORRUGATED COMPLICATION
Per festeggiare la sua cinquantesima uscita, l'etichetta digitale Asbestos Digit di Andrea Prevignano pubblica il suo primo cd in formato fisico: la compilation "Eternallyt. The Corrugated complication", che ruota intorno a un concept piuttosto particolare: l'Eternit. Una storia di morte e dolore, che ha scritto una pagina buia - e ancora lontana dall'essere chiusa - del nostro paese. Prevignano, che oggi vive a Roma (o almeno credo) ma è originario di Casale Monferrato conosce molto bene la vicenda e anche nel packaging di questo disco, con la copertina ondulata che sembra una lamiera di Eternit, ha voluto aggiungere un ulteriore elemento "tattile" piuttosto forte e azzeccato. Il contenuto dell'album - musica d'avanguardia e sperimentale, come nella tradizione delle uscite Asbestos - non si discostata dal concept e mette in fila una serie di gruppi "classici" dell'etichetta, per un totale di dieci pezzi. Ad aprire il disco tocca a Lucy Mina con la sua "Doggy Style", una nebbia di suoni inquietanti che si dissolve in poco più di due minuti. Si cambia totalmente registro con "Anche i cigni non cantano più" delle Cose Bianche, unico pezzo cantato della raccolta. Il brano sembra una b-side dei Massimo Volume registrata in bassa fedeltà, mescolata a suoni disturbati e vari sfrigolii. "Groundwork n.1 (For a threnody)" di Pierluigi Pugno - della durata di oltre sei minuti - ricorda il segnale di una sonda persa nello spazio: il suono è quasi impercettibile e se provate ad ascoltarlo in cuffia facendo l'errore di alzare al massimo il volume dello stereo, per cogliere tutte le sfumature del pezzo, tenete d'occhio il minutaggio perché, altrimenti, alla sua conclusione rischierete di perdere l'udito per qualche secondo. "La Furnasetta is already dead", sesto brano della raccolta firmato, appunto, da La Furnasetta, band noise-avant dai suoni metallici dirompenti e ipnotici, è infatti una bomba di rumore dissonante, che farà a pezzi i vostri timpani e foraggerà il vostro acufene (per chi lo ha già...). In poco più di 4 minuti il gruppo (un dei migliori della compilation) saprà sfondarvi il cranio con uno "stoner elettronico" lento, pensante e assordante. Un antipasto perfetto per le dissonanze acquatiche di Luca Serrapiglio e il suo "Incanto e incatenato". Mademoiselle Bisturi (un'altra delle mie favorite della raccolta) ci regala, invece, una pioggia dorata (o forse placcata oro) di ferraglia, grazie alla cavalcata noise di "Half life", il cui suono fa venire in mente una fresa che taglia una lamiera di Eternit. Ne "La discipline n'est pas une étude (vers. III)" di Gianmaria Aprile, invece, una tromba jazz squarcia il silenzio, come in quei funerali per i soldati caduti in guerra, salvo poi spegnersi in una coda elettronica e palpitante. I Legendary Gay Cowboys - nome della vita! - si adoperano, con la loro "Il perno del mondo", in una sorta di mini colonna sonora cosmica di tre minuti, mentre "Superego" di Faluomo - al terzo posto della mia classifica personale di questa ottima compila - sembra quasi un omaggio ad "Amore tossico", grazie a un sinth spettrale, che suona come una campana a morto. Chiude la raccolta "Speed & politics" degli uBik: una catena di montaggio di suoni minimali in sequenza. 
Anche se della cosiddetta musica d'avanguardia non si parla praticamente mai in questo blog e, di solito, i miei ascolti spaziano dal punk al punk-rock, devo ammettere che "Eternallyt" rappresenta una bellissima eccezione, tanto che, nel giro di pochi giorni, questa compilation è diventata una degli ascolti più frequenti dell'ultimo periodo. Forse è l'inquietudine e la violenza di certi pezzi (non necessariamente quelli più rumorosi) ad avermi colpito così tanto. Ma è anche vero che, per chi, come me, è digiuno da certi suoni, partire da una raccolta che mette insieme gruppi e musicisti così diversi e intensi potrebbe essere un ottimo punto di partenza. Provate a spararvi l'intero disco in cuffia cliccando sul link sotto la recensione e (con le dovute accortezze di cui sopra) immergetevi in queste nebbie tossiche ed elettriche.   
Ps Tornando brevemente alla confezione di questa raccolta stampata in 30 copie numerate a mano, all'interno del già citato involucro simil lamiera (di cartone) dentro il quale è custodito il cd, troverete una tracklist in carta lucida e un piccolo lucido con disegnato un cagnolino. Nella busta c'è anche una spilla della Asbetos.
https://asbestosdigit.bandcamp.com/album/various-artists-eternallyt-the-corrugated-complication-asbestos-digit-50

PEAWEES - MOVING TARGET
Forse dovrei aspettare di poter stringere fra le mani il vinile. Ma visto che non so resistere (e non ho neppure la più pallida idea di quando riuscirò a comprarlo) ho deciso di recensire l'ultimo disco dei Peawees, dopo averlo ascoltato (più volte) sulla pagina bandcamp della Wild Honey e su - orrore - Spotify. "Moving target" (e già il titolo che cita, anche se temo inconsapevolmente, uno dei miei gruppi preferiti è una garanzia) potrebbe essere quello che un recensore serio definirebbe un album maturo. Una sorta di anello di congiunzione fra il più classico e pacato "Leave it behind" - suo predecessore uscito ben sette anni fa - e il capolavoro del 2001 "Dead end city". Perché se, da una parte, il suono di questo nuovo disco è decisamente più quadrato e corposo rispetto alle prime uscite della band, ciò che lo differenzia dai due dischi post "Dead end city" sono, essenzialmente, le canzoni. Ognuno dei 10 brani di "Moving Targets", infatti, ha una precisa identità e potrebbe essere un potenziale singolo. Cosa che mancava un po' in "Leave it behind" e "Walking the walk". Per carità, parliamo di due album potenti e compatti, dove la vena rock'n'roll e country dei Peawees era al massimo del suo splendore. Ma per chi, come il sottoscritto, ha letteralmente consumato, da pivello, "Dead end city", quei due dischi restano un gradino sotto quel piccolo grande capolavoro targato Stardumb. In "Moving Targets", insomma, tornano le canzoni che ti si appiccicano in testa, grazie a una spiccata vena pop che, magari, rallenta un po' il ritorno rispetto al passato, ma che, coniugata con un songwriting robusto e di classe, trasforma questo disco in uno dei migliori in assoluto della band; secondo, forse, solo a "Dead end city". Difficile dire quali pezzi preferisca fra queste dieci perle e così, senza pensarci troppo, vi butto lì un terzetto da urlo formato da "Walking through my hell", "Stranger" e "Phil Spector". Ma non è possibile non menzionare anche "As long as you can sleep" e "A reason why": insomma finisce che mi tocca citare tutti e dieci i brani. Come dicevo poco fa la classica formula "rock'n'roll/musica delle radici americane" diventata, ormai, un marchio di fabbrica della band spezzina, in questo "Moving Target" viene riaggionrata con un gusto power-pop davvero irresistibile. Per non farla tanto lunga, il nuovo album dei Peawees è senza dubbio uno dei dieci dischi più belli dell'anno.


DENIZ TEK - LOST FOR WORDS
Restando sempre in casa Wild Honey un altro disco incredibile in uscita in questi giorni e che potete ascoltare sulla loro pagina bandcamp è il nuovo album solista di Deniz Tek dei Radio Birdman. Franz e compagni sono dei veri e propri fan della band australiana - che infatti è uno dei nomi di punta di Otis Tour - e, da qualche mese, si sono messi in testa di ristampare il materiale legato alla carriera post RB di Deniz Tek: la prima uscita è stato l'unico e omonimo album dei Visitors (anno di grazia 1978): un disco che, nella versione originale, è pressoché introvabile a prezzi umani e che Wild Honey ha ripubblicato in un sontuoso vinile rosso, con tanto di bonus track. "Lost for words", invece, è un album nuovo, appena inciso e interamente strumentale: dieci pezzi in bilico fra surf e rock chitarristico e desertico, perfetti per una serata in spiaggia bere birra ghiacciata e a guardare le onde. Arpeggi sinuosi e riff delicati si distengono lentamente su un tappeto di melodie soffici e ipnotiche. Lunghe fughe strumentali come "The Barrens" si alternano a surf'n'roll in salsa garage come "Hondo's dog" e "Song for Dave". Un album splendido e immeditato. Una colonna sonora calda e malinconica, come il mare d'autunno.


THE SHOWBIZ - DO THE ROCK'N'ROLL
Il pub e il rock'n'roll sono due luoghi fisici e dell'anima che oserei definire sacri. E d'altra parte è ormai acclarato che una buona birra, insieme a una bella canzone, siano in grado di curare parecchie ferite. Di questo parere sembrano anche gli Showbiz che, per la Tongue Records, hanno recentemente pubblicato un 7'' dal titolo più che esplicito "Do the rock'n'roll". Quattro brani bollenti e senza troppi fronzoli, con la chitarra in primo piano a macinare riff vertiginosi e inarrestabili. Niente di nuovo sul fronte occidentale, per carità: ma gli Showbiz sono dei discepoli di Chuck Berry e dei Sonics, che hanno come unico obiettivo quello di restituire alla musica le sue radici più genuine. E in questo pezzetto di vinile ci riescono a meraviglia. E' solo rock'n'roll e ci piace parecchio. Una menzione speciale per il brano che apre il lato b,"All the girls", che grazie a una melodia azzeccatissima riesce a colpire subito al cuore.
 




domenica 5 agosto 2018

"New York Rock" è bello ma non ci vivrei - Perché il libro di Blush mi è piaciuto a metà


Quando ho finalmente stretto tra le mani "New York Rock - Dalla nascita dei Velvet Underground al declino del CBGB" dei Steven Blush (tradotto in italiano da Spittle/Goodfellas) ero convinto di aver trovato un altro Santo Graal dell'editoria punk. Anche perché, memore del bellissimo - o, almeno, è così che me lo ricordo - "American punk hardcore" pubblicato nel 2007 da Shake, l'idea di leggere un altro volume firmato da Blush sulla mia musica preferita mi entusiasmava non poco. Fin alle prime pagine, però, mi sono accorto che "New York Rock" non sarebbe stata una lettura particolarmente avvincente.
Intendiamoci: siamo di fronte a un libro prezioso, che riscostruisce con dovizia di particolari la scena musicale della Grande Mela dall'inizio degli Anni Sessanta a oggi (anche se si comincia a fare sul serio, come suggerisce il sottotitolo, proprio dai Velvet Underground e quindi verso la fine dei sixties). Ma l'idea dell'autore di non affrontare organicamente - a mo' di romanzo, diciamo - l'intera vicenda e di suddividerla in capitoli-schede con sezioni sempre uguali e titoli come "La nascita", "La scena", "La musica" e "Il declino", rende "New York Rock" più che un vero e proprio libro da leggere tutto d'un fiato, una sorta di catalogo di luoghi, club, band e dischi. Una scelta che, alla lunga, risulta un po' stucchevole.
Risfogliando "American punk hardcore" mi sono accorto che, anche per quel mitico volume, Blush aveva utilizzato un metodo simile, seppur meno statico. E forse dovrei  rileggerlo per capire se oggi avrei per quel libro le stesse riserve che nutro per "New York Rock". Chissà: sarà stato l'argomento - all'epoca era davvero difficile trovare, in italiano, un volume che parlasse così diffusamente dell'hc americano degli Anni Ottanta - o forse sarà stata colpa del mio entusiasmo giovanile: avevo 11 anni di meno e tanta fame di storie punk in più. Fatto sta che i ricordi che mi suscita "American punk hardcore" sono molto diversi dalla sensazioni trasmesse da questa nuova pubblicazione. E non è un caso che mi ci vollero appena tre giorni per polverizzare le sue 462 pagine, mentre ho impiegato quasi un mese a far fuori le 500 facciate di "New York Rock". Certo, il volume oggetto di questa recensione è talmente eterogeneo e affronta così tante scene musicali diverse che è difficile entusiasmarsi per tutte le vicende raccontate (cosa che è invece più semplice per una monografia come "American punk hardcore"). Ma non credo sia solo questo il punto.
Il problema di "New York Rock" è che, dopo poche pagine, si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un lungo elenco di band e album, con pochissime notazioni critiche: una sfilza di nomi davvero difficili da ricordare una volta interrotta la lettura; e questo che non aiuta ad affezionarsi al libro. Blush deve aver fatto un lavoro di ricerca enorme - anche se molte storie le ha vissute direttamente sulla propria pelle - per mettere insieme tutte queste informazioni. Ma pur restando imprescindibile il valore documentale di questo testo, credo che conserverò "New York Rock" più che altro come una buona guida per scoprire "nuove" band del passato che fino a oggi ignoravo (e in questo caso il libro di Blush è una vera e propria miniera di informazioni).
Al di là delle cretiche "letterarie", comunque, in "New York Rock" ci sono molti spunti interessanti: soprattutto quando Blush parla di scene e periodi poco battuti dall'editoria musicale (o magari sono io a saperne poco e niente). Perché se del CBGB, del New York hardcore, ma anche dei Velvet Underground e della no wave è già stato scritto di tutto, ho letto con grande interesse e curiosità - soprattutto nell'ultima parte del volume - i focus relativi alla nascita e lo sviluppo della scena anti folk e di quella garage revival, dell'alt rock di Hoboken e soprattutto del revival punk dei primi Novanta (il giro legato ai D Generation e a una miriade di altre band pazzesche e sottovalutate). Forse "New York Rock" sconta proprio il fatto che sulla musica "classica" della Grande Mela si è scritto e pubblicato tantissimo negli ultimi 50 anni e che riparlare oggi di certe band come Ramones, Patti Smith e Sonic Youth rischia di risultare un po' superfluo, anche se a scriverne è un protagonista diretto come Blush. Per altri versi, proprio grazie al suo carattere didascalico, questo libro potrebbe diventare il volume definitivo del rock newyorkese: il compendio di oltre mezzo secolo di musica incredibile, capace di cambiare il mondo. Ma se cercate un libro rock (o meglio: punk) che vi faccia battere il cuore e vi tenga svegli la notte a divorare le pagine una dopo l'altra, lasciate perdere.


mercoledì 11 luglio 2018

Un po' di recensioni a babbo/7 Area Pirata mon amour

E' di nuovo Area Pirata-time: l'etichetta toscana ha sfornato, nel giro di un mese e mezzo, cinque dischi fantastici (3 album, un 45 giri e un mini cd, per la precisione). E grazie a un succoso pacco che mi è stato recapitato qualche giorno fa nella cassetta delle lettere me li sono sparati tutti, uno dopo l'altro. Tiziano e Jacopo stanno facendo un lavoro davvero incredibile con questa piccola ma indomita label. Ogni nuova uscita riesce a centrare in pieno il bersaglio. La qualità del materiale è sempre altissima e in mezzo a questi cinque titoli ce n'è persino uno che ritroverete sicuramente a fine anno nella classifica dei dieci migliori dischi del 2018.

The Superslots Terrible Smashers - 4 dummies

Quattro pezzi di rock'n'roll abrasivo sparato a mille: non servirebbe altro per descrivere "4 dummies", il nuovo singolo spacca ossa dei Superslots Terrible Smashers pubblicato da Area Pirata e Tongue Records. Quattro mine roventi al punto giusto che vi menderanno in pappa il cervello manco fossimo nel 1991. Già perché la band di Salerno, oltre a guardare al classico garage punk psichdelico di 50 anni fa, sembra uscita direttamente da quella fucina incandescente che era il gunk punk, e cioè quel breve ma intensissimo periodo tra la fine degli anni ottanta e i primissimi novanta in cui hanno trovato terreno fertile gruppi immensi come New Bomb Turks, Gaunt, Oblivians e Gories . Ecco i Superslots Terrible Smashars suonano esattamente come quelle band. L'Ohio d'Italia è sul mar Tirreno.


The Bradipos IV - Lost Waves

I Bradipos IV sono una vera e propria istituzione. E con questo nuovo album targato Area Pirata e intitolato "Lost Waves" dimostrano di essere, ancora una volta, dopo oltre 25 anni di dischi e concerti, i re indiscussi della musica surf europea. Se siete alla ricerca sfrenata di suoni innovativi e o moderni, forse, è meglio che vi teniate alla larga da questo pezzetto di vinile, perché la formula utilizzata dai nostri è quanto di più "alla vecchia" vi potrebbe capitare di ascoltare in questi giorni di calura estiva. Oltre ad aver studiato con cura la lezione di Dick Dale e dei Pyramids, tanto per fare due nomi classici che potrebbe citare anche un bambino, la band di Caserta dimostra anche una certa passione per i gruppi più oscuri del surf (i Phantom Surfers sono abbastanza underground o dico cazzate come al solito?) con imprevedibili sferzate garage - e anche una certa vena dark - che irrobustiscono le trame sonore delle canzoni. Chitarre scintillanti e liquide, riff ossessivi e taglienti: ogni pezzo è un'escursione in bermuda e camicia a fiori alla ricerca delle melodia perfetta. Fra i brani più belli di quest'album solido e da ascoltare tutto d'un fiato spiccano la magnetica "Hangover Serenade" e "A heartful of nothing", che grazie alle sue schitarrate concentriche e il suo andamento indolente, vorresti durasse per ore, come un viaggio mistico a due passi dalla riva.


Lupe Vélez - Wierd Tales

A meno che Grant Hart e Joe Strummer non resuscitino al volo e sfornino 5 album degli Husker Du e 5 album dei Clash nelle prossime settimane "Wierd tales" dei Lupe Vélez arriverà dritto dritto fra i miei dieci dischi del cuore del 2018. E ve lo posso assicurare già oggi, a 5 mesi dalla fine dell'anno. Senza stare troppo a menarselo, infatti, questo cd pubblicato da Area Pirata è davvero una bomba pronta a esplodere nel vostro stereo (lo so, quando mi entusiasmo così tanto inizio a perdere la fantasia). Ma fate attenzione perché il sestetto di Livorno (e già che siano in sei è un fatto abbastanza insolito) non è una band facile da inquadrare. I pezzi, pur avendo una matrice comune (il suono dei gruppi underground americani degli anni ottanta e dei primissimi novanta) sono molto eterogenei. Tra un brano e l'altro si sentono echi di rock australiano ("Next mistake"), revival garage ("Wild girl"), ma non mancano neppure mitragliate soniche punk-hc sul solco di Hukser Du, Lemonheads e soprattutto di una band spettacolare ma purtroppo dimenticata come i Moving Targets ("Oblivion", "I'm in America", ma più in generale quasi tutta la seconda metà del disco). Immaginate insomma un ibrido impossibile fra Visitors, Radio Birdman e i già citati Huskers e Moving Targets: il tutto guidato dalla voce incredibile e perfetta, per il genere, di Stefano Ilari, vecchia conoscenza della musica "alternativa" italiana grazie alla sua militanza nei Mumblers e nella Stelle Maris Music Conspiracy. Anche i suoi altri partner in crime arrivano da una fitta serie di esperienze musicali, quasi tutte in ambito punk hardcore: Alex Gefferson (chitarra) degli Steven Sperguenzi and the Incredible Lysergic Ants, Gianfra (batteria) già attivo nei Biffers, band hc melodica di Livorno con pedigree internazionale, Donatella Doda Mariotti (basso), storica esponente del Granducato Hardcore prima nei Senza Sterzo e poi negli ultimi Not Moving, Luca Valdambrini (tastiere, ecco il tocco Radio Birdman) dei Pipelines e dei Surfer Joe & His Boss Combo e, infine, Iride Volpi (chitarra), direttamente dalla band di Dome La Muerte, i Diggers. Il gruppo è in giro da appena 4 anni, ma come avrete capito dalle mie lodi sperticate sa già il fatto suo. Per me possiamo anche finirla qui, altrimenti finisce che scappo, prendo il primo treno per Livorno e li vado ad abbracciare uno per uno.


The 16 Eyes - Look


Il garage che oggi va per la maggiore è una musica violenta e primitiva, con melodie taglienti suonate a tutta velocità. Ma se andiamo a recuperare le radici anni sessanta di questo "non genere" e cioè i gruppi americani che provavano nelle cantine o, appunto, nei garage di famiglia tentando - inutilmente - di copiare Beatles e Rolling Stones e le cui gesta sono state raccolte nell'imprescindibile raccolta Nuggets, allora le coordinate sonore risultano un po' diverse rispetto a quanto descritto poco fa. Quello che fra il '65 e il '69 veniva banalmente definito garage rock (e poi punk), infatti, non era altro che il tentativo, ingenuo e splendido, di una massa di ragazzini della media borghesia a stelle e strisce di uscire dalla mediocrità della loro vita di provincia attraverso il rock'n'roll. Una miscela carica di ritmo, intrisa di psichdelia e frutto dell'utilizzo sistematico di droghe (erba e acidi, soprattutto). Oggi, però, che la musica è cambiata e anche le droghe non sono più quelle di una volta, si fa sempre più  fatica a imbattersi in un impasto sonoro di quel genere. Così quando ho messo su "Look", il primo disco dei 16 Eyes appena uscito per Area Pirata, è stato come fare un tuffo nei miei vent'anni: il periodo in cui avevo scoperto, con qualche decennio di ritardo, i gruppi di Nuggets, andando letteralmente fuori di testa per la psichdelia e il garage-punk americano delle origini. D'altra parte questi quattro "giovanotti" - una sorta di super gruppo, visto che parliamo di veterani della scena come Orin Portnoy, Frank Labor, Steve Ostrov e Ward Reeder - vengono dell'Arizona, regione desertica piuttosto fertile per questo tipo di sonorità. "Look", le cui tracce sono state impresse in un sontuoso lp stampato in 300 copie, è un disco davvero irresistibile, che alterna pezzi di rock'n'roll vorticoso ("Know know", "Leaving here" e "Shot in the dark") a brani più lenti e dilatati, vicini a certo rock australiano anni settanta ("Stupid little girl" e l'ipnotica "'Float"). Anzi il bello di questo disco sono proprio le canzoni: 14 brani fiammeggianti, senza alcun riempitivo.

The Ghiblis - Surfinia

Dura appena un quarto d'ora e qualche spicciolo "Surfinia" dei The Ghiblis, gruppo strumentale di Piacenza, che esordisce su cd con questo succoso mini pubblicato da Area Pirata. Oltre ai classici riverberi surf, e cioè chitarre ipnotiche spalmate su ritmi ossessivi e marziali, i Ghiblis aggiungono alla loro speciale miscela anche un pizzico di pop tropicale. Il risultato sono 6 pezzi straordinari (su tutti la title track "Surfinia"), capaci di tracciare le coordinate di una psichdelia surf, da ascoltare ai bordi di una piscina costruita nella giungla. Se non vi fidate provate a sentire un brano spettacolare come "Lazy Odyssey", che sfoderando un ossimoro potremmo definire uno "standard inedito": i Ghiblis, in poche mosse e potendo contare su una tradizione ormai spolpata in lungo e in largo, riescono a risultare originali e innovativi. E scusate se è poco.


venerdì 29 giugno 2018

Steve of the black hole - Addio a Soto il bassista degli Adolescents

Steve Soto, il bassista degli Adolescents (ma anche degli Agent Orange e di molte altre band) morto a 54 anni l'altro giorno, è un altro dei miei eroi del punk che se ne va nel quasi totale disinteresse generale. Certo, a piangere la prematura dipartita di Steve, nel solito giro, siamo stati in tanti per fortuna, ma credo che soltanto Rolling Stone Usa abbia scritto qualcosa di più di due semplici righe di commiato per commentare questa ennesima terribile notizia. Eppure gli Adolescents sono stati un gruppo capitale per la storia della musica. Non solo per il punk e l'hardcore. Il loro primo disco omonimo è una pietra miliare del "rock" citata come fonte di ispirazione da tantissimi musicisti blasonati (Green Day e Blink 182, tanto per dire). Ma che ci volete fare? La vita è ingiusta e, nel caso di Steve, purtroppo, persino troppo corta.
Anche senza tributo maistream post mortem, però, Soto resterà comunque un punto di riferimento imprescindibile per migliaia di persone. E già questo non è poco, per un ragazzino sovrappeso di origine messicana che, appena sedicenne, si unisce a una banda di teppisti per formare un gruppo punk nel sobborgo di Fullerton, in piena Orange County, una delle contee "bene" della California del sud in cui viveva (e vive ancora) una borghesia reazionaria e muscolare, che ha davvero poco a che fare con certa musica e le cosiddette sottoculture. E' il 1979 e Steve, insieme agli amici Mike Palm e Scott Miller mette in piedi gli Agent Orange, un trio che mescola i suoni dirompenti del punk alle ipnotiche trame surf. Un mix perfetto e inedito, capace di partorire un singolo stupendo come "Bloodstains" e un disco solido come l'esordio "Linving in darkenss" del 1981. Ma Steve non è accreditato in quei due pezzi di vinile perché ha già lasciato da qualche mese la band, visto che gli altri due non vogliono suonare le canzoni che scrive. A un concerto fa amicizia con Tony Brandenburg (il futuro Tony Cadena) e i due decidono di fondare un gruppo punk. Assoldano un po' di gente, fra cui Frank Agnew, fratello minore di Rikk, un tipo poco raccomandabile che suona nei Social Distortion e nei Detours (inutile dire quale delle due band passerà alla storia) e che presto si unirà a sua volta alla band. Nella loro fase iniziale gli Adolescents fanno qualche piccolo concerto sfigato e registrano un demo. Il suono è bruciante e sporco, ma bisogna attendere l'arrivo dei due "vecchi" Casey Royer e, appunto, Rikk Agnew perché il gruppo trovi la propria strada. I nuovi arrivati portano in dote pezzi stratosferici come "Amoeba" e "Kids of the black hole" (minchia!) e contribuiscono a forgiare un suono unico che sarà quello impresso a fuoco nel primo disco omonimo della band, pubblicato nel 1981 dalla Frontier. Qualcuno lo chiama beach punk e cioè il punk-rock suonato lungo la costa californiana, che oltre a incorporare elementi surf come già avevano provato a fare gli Agent Orange radicalizza il punk-rock di gruppi come Ramones, Sex Pistols o Avengers (giusto per rimanere più o meno in "zona"), aumentandone la velocità e la violenza. Molto più semplicemente si tratta di hardcore, anche se infiltrato da una potente vena melodica. A tenere in piedi le fondamenta di questi pezzi immortali è proprio il basso suonato a mitraglia da Steve Soto, che con la sua voce potente e pop (il suo primo amore sono stati i Beatles) è anche l'artefice - insieme a Rikk - dei cori epici che accompagnano i pezzi: un vero e proprio marchio di fabbrica della band (secondo me i Bad Religion di "Suffer" e "No Control" si sono ispirati parecchio agli Adolescents per coniare la loro personalissima formula di hardcore melodico). Ma come accade spesso il sodalizio dura lo spazio di qualche mese. La band fa in tempo a pubblicare ancora un ottimo ep, "Welcome to reality" e poi si scioglie. Ognuno per la sua strada (e quella di Rikk sarà lastricata di capolavori, ma ne ho già parlato qualche anni fa proprio da queste parti). Steve, a quel punto, si unisce ai Legal Weapon, un'interessante punk band della California del sud guidata dalla cantante Kat Arthur. Alla chitarra c'è il fido amico Frank Agnew e con questa formazione, nell'82, pubblica il disco "Death of innocence". Passa qualche anno è arriva la reunion degli Adolescents con la formazione originale che, nel 1986, porta alla pubblicazione di "Brats in battalions": i pezzi sono meno iconici e fulminanti rispetto all'esordio e il suono dell'album risente un po' dell'indurimento generale dell'hardcore, che in quel periodo sconta parecchie influenze heavy metal. "Brats", anche se non passerà alla storia, resta un album interessante, ma a spadroneggiare sono la chitarra di Rikk e la voce di Tony (Steve invece resta più sullo sfondo). Anche dopo questo secondo album però la band implode e Soto e Rikk Agnew decidono di prenderne le redini per tentare di tenerla ancora in piedi. Si dividono i pezzi da scrivere e da cantare e pubblicano il disco "Balboa fun*zone" (1988), ancora più metallico e violento rispetto al suo predecessore. Siamo alla fine degli Anni Ottanta, l'hardcore è praticamente defunto - anche se in California continua a tenere botta - Steve saltella da un gruppo all'altro e fonda i Joyride, dove canta e suona il basso e con i quali incide due album molto melodici, in bilico fra pop-punk, new wave e alcune incursioni country, genere che ama da sempre (come dimostrerà un suo progetto di qualche anno fa). Soto fa in tempo a suonare anche in un disco di cover con gli ex Adolescents ("Pinups", nome sia dell'album sia del progetto estemporaneo messo in piedi nel 1992) e poi finisce per riscoprire le sue radici messicane con i Manic Hispanic, una band che coverizza storici pezzi punk in chiave mariachi, modificando testi e titoli. Pur essendo nato per scherzo il gruppo va avanti per parecchi anni, fino alla seconda e definitiva (visto che dura tuttora) reunion degli Adolescents del 2005. Prima di rimettersi insieme ai vecchi amici di sempre Steve Soto fa in tempo a imbarcarsi, insieme a Melvin dei NOFX e altri senatori del punk californiano, nel progetto punk karaoke, culmine di un periodo in cui il nostro si è divertito a suonare i pezzi delle sua formazione musicale. I riformati Adolescents incidono subito un nuovo disco, la cui uscita è anticipata da una performance pazzesca alla House of  Blues (ho il dvd e devo dire che rivedere Rikk molto più ciccione di Steve mi ha fatto una certa impressione). L'album, intitolato, "O.C. confidential" suona melodico e abrasivo, ha pezzi veloci e di grande impatto e non tradisce le aspettative. Da quel momento il basso e i cori di Steve tornano in pianta stabile al servizio degli Adolescents (anche se non rinuncia a qualche interessante progetto parallelo, compresa la collaborazione con CJ Ramone). Soto in questo periodo pare abbastanza in forma, ha perso persino qualche chilo e per oltre 10 anni si butta in lunghi tour insieme alla sua storica band. Il gruppo passa più volte anche dall'Italia (erano previste alcune date alla fine del mese prossimo, ma a questo punto direi che verranno cancellate). La prima volta che gli Adolescents hanno suonato qui da noi era il 2008, visto che il tour che doveva farli esordire in Europa alla fine degli Anni Ottanta venne cancellato e furono rimpiazzati, all'ultimo minuto, da un gruppo che all'epoca quasi nessuno conosceva: i NOFX... Io ricordo per esempio un concerto memorabile nel 2009 alla Spezia con Leeches e Fall Out di spalla. E ho ancora ben chiara l'immagine di Steve che, come un gigante buono, suona il basso e fa i cori, sfoderando un sorriso pacifico e divertito. I nuovi Adolescents incidono altri 4 dischi, ma devo dire che, dopo il successore di "O.C. confidential", il discreto "The fastest kid alive", ho smesso di comprarli. Le canzoni sono prodotte meglio e il suono è più pieno e dirompente rispetto agli esordi, ma è indubbiamente meno ispirato. Ecco, volevo parlare di Steve Soto e ho finito per fare un pippone sugli Adolescents. Ma era inevitabile. Da qualche anno Steve, insieme all'inseparabile Tony, era l'unico membro originale del gruppo. E adesso, che se n'è andato nel sonno in una notte di inizio estate, chissà che ne sarà di questa band di cinquantenni capace di far battere il cuore anche a chi, come me, ha quasi tanti anni come il loro primo, bellissimo, disco.






giovedì 7 giugno 2018

Un po' di recensioni a babbo 6/ Le bellezze di Area Pirata e l'ignoranza dell'Alcalde

Ok dopo questo sesto post della serie "Un po' di recensioni a babbo" prometto che mi impegnerò a buttare giù anche qualcosa di più articolato. E magari tenterò di essere persino un po' più attivo. Ma visto che, nel frattempo, mi sono capitati sottomano un po' di dischetti niente male beccatevi ste recensioni a babbo, va'


The Mads - The orange plane
I Mads non sono solo una storica band mod revival italiana, sono probabilmente la prima band mod revival italiana. Si sono formati nel 1979, quando da noi il punk era ancora un oggetto misterioso - sarebbe realmente esploso nell'80, a parte i soliti pionieri - e dei Jam si sapeva poco e niente. Purtroppo, come accade spesso ai precursori, la band milanese durò lo spazio di qualche anno (fino al 1983), lasciando pochissime tracce di sé. Qualche tempo fa però ecco la svolta: alcuni storici pezzi dei Mads vengono finalmente pubblicati, la band si riforma, scrive alcune nuove canzoni e inizia a suonare in giro (mi è capitato di vederli pure a Genova e ne sono rimasto folgorato). Oggi, dopo sei anni di attività e una manciata di ottimi singoli, i nostri sono arrivati al traguardo del disco sulla lunga distanza. A pubblicarlo è - naturalmente - Area Pirata che li ha seguiti passo passo in questa seconda visita musicale. "The orange plane" è un album dai perfetti incastri pop, forte una spiccata vena anni Sessanta, ma con uno sguardo attento al mod revival dei primi Ottanta e al power-pop di quegli stessi anni. Anche perché questi due "generi", soprattutto all'inizio, si sono molto spesso contaminati e sovrapposti, regalandoci grandi band e ottimi dischi. E i Mads si infilano proprio in questa illustre tradizione. "The orange plane" è ricco di melodie limpide, chitarre pulite, armonie vocali irresistibili e coretti. Un disco perfetto per l'estate, curato nei mini particolari, grazie anche a degli ottimi arrangiamenti. Sarà difficile scollarlo dallo stereo o dall'autoradio. Gioielli di tale caratura sono sempre più rari.



Killer Klown - Crappy Circus
I Killer Klown sono sempre stati una band disturbante. E lo confermano anche oggi, a 24 anni di distanza dalla loro prima prova in saletta e a 7 anni dall'ultimo album "Born to rock!!!". "Crappy circus", infatti, pubblicato da Area Pirata, è una poltiglia maleodorante di musica fragorosa e dissonante, una raccolta di canzoni sporche e urticanti dal sapore garage-punk. Stooges e Cramps, come dice la scheda di presentazione del disco, sono sicuramente i numi tutelari dei Kliler Klown, ma dentro le pieghe di questo marcissimo lp dai suoni deraglianti si sente anche una pesante influenza di tutto quel microcosmo di band urgenti e deliziosamente scalcagnate che Lenny Kaye aveva raccolto nella compilation Nuggets quasi 50 anni fa (era il '72, gente). Question Mark and the Mysterians e The Seeds sono i primi nomi che mi vengono in mente, anche per quel retrogusto "oscuro" che sapevano imprimere al loro rockn'roll carvernicolo e che la band torinese riesce a restituirci con una buona dose di personalità. Un impasto delirante e dolcemente rumoroso, con l'organo suonato a cannone, come fosse una chitarra elettrica. L'unico pezzo che non mi convince appieno è l'incipit "Circus", una lunga intro claunesca che si trascina per troppo minuti. Il resto dell'album però è un frutto golosissimo di punk putrescente lanciato a mille.


The Celibate Rifles - Roman beach party
L'Australia è sempre stata una terra fertile per il rock'n'roll. E non parlo solo di gruppi blasonati come gli AC/DC (che a me, detto francamente, non fanno manco impazzire). Mi riferisco a una messe di band incredibili come Saints, Radio Birdman (comprese tutte le loro emanazioni, dai New Christs ai Visitors) e all'incredibile scena degli Sharpies. Insomma quando un gruppo rock arriva dalla terra dei canguri, solitamente, c'è parecchio da godere. E anche i Celibate Rifles non fanno eccezione. Magari sono meno blasonati dei loro già citati contemporanei Saints e Radio Birdman, ma comunque restano uno vero e proprio punto di riferimento per la scena figlia del punk che si è sviluppata negli anni Ottanta in Australia. "Roman beach party", loro quarto album fuori catalogo da tempo e ristampato dai ragazzi di Area Pirata con tanto di note e intervista esclusiva a Kent Steedam e Damien Loverick a cura dell'ottimo Roberto Calabrò - che conosce a fondo la materia e ha scritto un libro capitale come "Eighties Colours" - suona fresco e ruspante come se fosse stato inciso oggi. Lunghe schitarrate rock, quasi desertiche, si alternano a pezzi adrenalinici figli del punk 77. Perché il bello dei Celibate Rifles è che appena pensi di averli inquadrati estraggono fuori dal cilindro un pezzo come "Ocean shore": indolente, velenoso e tribale come "Dirt" degli Stooges. "Strange days, strange nights" è invece un brano punk costruito su un riff minimale che non ti si stacca dal cervello, mentre l'apertura del disco (questa ristampa è un lussuoso vinile 180 grammi con copertina apribile) è affidata all'assalto di "Jesus on tv", puro rock australiano deviato. E se "(It's such a) wonderfull life" ha un ritornello melodico piuttosto immediato e una strofa alla Sex Pistols, il finale strumentale affidato a "Frank Hyde (Slight return)" riesce a ipnotizzarti dal primo all'ultimo minuto. "Roman beach party" è uno di quei dischi perduti, che per troppo tempo sono rimasti un piccolo culto per una manciata di appassionati. Se i giovani punk degli anni dieci (sempre che esistano) vogliono trovare le radici di ciò che ascoltano si procurino questo disco stellare e lo sentano fino alla nausea, come se fossimo nel 1987. 

Alcalde de la noche - Direcciòn Destroy
Attenzione capolavoro. E non è perché Michele e Fabio (la voce e le basi che animano questo strampalato progetto musical-situazionista) siano due miei grandi amici. Lo dico perché mi pagano a peso d'oro. Giusto l'altro ieri ho ricevuto un bonifico sul mio conto alle Cayman di 1235432 milioni di euro e adesso sono pronto a tessere le lodi di questo disco. "Direcciòn Destroy" è la roba più assurda e divertente che vi possa capitare di ascoltare da qui ai prossimi mesi. E' il disco dell'estate per eccellenza, anche se dell'85 in Italia o del '92 in Spagna. Le canzoni, sei perle di italo disco che citano senza pensieri i Righeira e i Fratelli La Bionda, mescolano dance vorticosa a liriche in spagnolo. Ma la cosa più assurda, insensata e al tempo stesso pazzesca è che i testi di ciascun brano sono un omaggio alla Spagna degli anni ottanta-novanta e alle storie di sballo e di tamarri che tra Valencia, Benidorm e la Costa Blanca hanno animato una delle stagioni più spensierate del post franchismo. La generazione di discotecari che cavalcava le onde della dance 25-30 anni fa era quella nata alla fine delle dittatura ed era ricca di personaggi, luoghi e situazioni diventate dei veri e propri simboli nel corso degli anni. E così il nostro sindaco della notte Michele (l'alcalde, appunto), con fascia tricolore e occhialini 3d, ha deciso che, invece, di sparare le solite cazzate in spagnolo maccheronico su una base danzereccia, sarebbe stato più interessante scrivere dei pezzi con testi più articolati; lasciando a Fabio il compito di sfornare le suddette basi danzerecce con il suo proverbiale tocco pop. Il risultato è una roba tamarisssima, ma dannatamente divertente. Un disco da ballare fino a vergognarsi si se stessi. Tanto che sarebbe bellissimo se l'Alcalde spopolasse veramente nelle discoteche di tutta Italia e facesse muovere il culo e le braccia a migliaia di truzzi (veri) che, puntualmente, ogni estate, si mettono la camicia bianca aperta fino a metà, si impiastricciano di gel puzzolente i capelli pettinati a corona e indossano scarpe sportive da 500 euro sull'unghia minchia zio. Sarebbe una cazzo di vittoria per tutti se Michele e Fabio sbancassero il banco e facessero seriamente il botto. D'altra parte questo disco ha pezzi da sturbo come "De fiesta en Benidorm" (la base è stupenda) e "Yo soy un quinqui" (che tra l'altro si porta dietro una storia pazzesca sui piccoli delinquenti che trent'anni fa, per una stagione, misero a ferro e fuoco la Spagna). Lasciatevi travolgere dall'ignoranza più pura e pompate al massimo l'album dell'Alcalde! https://alcaldedelanoche.bandcamp.com/releases







venerdì 18 maggio 2018

Un po' di recensioni a babbo/5 La pigrizia è il mio mestiere


I soliti accidenti della vita (cioè la mia pigrizia) rendono sempre più radi gli aggiornamenti. E le poche volte che mi decido a scrivere finisce che sparo le solite cazzate. Il fatto è che ho un sacco di cose interessanti da leggere (più di quante che riesca a comprare) e quindi preferisco dedicarmi a quelle e al pastis. Tanto è uguale, no?


His Electro Blue Voice - Mental hoop
Avrò iniziato a scrivere questa recensione (non richiesta) di "Mental hoop" degli His Elcetro Blue Voice almeno un milione di volte. Ma come accade spesse con i dischi che mi ossessionano in modo particolare ho sempre finito per cancellare tutto e ricominciare da capo. Il fatto è che non è facile parlare di album del genere senza rischiare di incorrere nella più classica supercazzola giornalistica, che sa tanto di vecchia volpe della critica musicale (pur non essendola...). Ma detto francamente non saprei proprio come descrivere altrimenti questi 35 minuti e 29 secondi di nichilismo sonico. La band italiana, qui al suo secondo disco (il primo era su Sub Pop - esticazzi! - mentre adesso esce per la benemerita Meaple Death di Bologna) suona una sorta di hardcore industriale dai tratti spettrali, che lungo questi bellissimi 8 pezzi più intro si trasforma in una sinfonia disperata e violenta, suonata in mezzo a una spessa coltre di synth radioattivi. Un disco feroce e al tempo stesso melodico, che va ascoltato tutto d'un fiato (lo trovate su bandcamp e su youtube, ma procuratevi il vinile come sto tentando di fare anch'io in questi giorni). Gli His Electro Blue Voice mescolano le radici rock'n'roll degli Stooges e l'attitudine apocalittica dei gruppi dark californiani degli anni Ottanta (Christian Death su tutti), il post-punk pestone e travolgente dei primi Killing Joke e le ripetizioni ossessive dei Joy Division. Ci sono chitarre impazzite e rumori assortiti che tentano di soffocare, sotto un muro di suono nebuloso e scrosciante, una voce urlata e carica di angoscia. Un disco meravigliosamente contorto e disturbante, impossibile da non amare.


The Longshot - Love is for losers

Il mio rapporto con Billy Joe Armstrong (naturalmente a totale insaputa dell'interessato) è ridotto ormai ai minimi termini. Ho amato alla follia i Green Day e tutti i vari side-project dei componenti della band senza badare minimamente alle prese per il culo inevitabili che tale devozione finiva per scatenare fra i miei amici "punk". Ma adesso, francamente, mi sono rotto un po' i coglioni. E la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l'uscita, un paio di anni fa, di "Revolution radio": un album terribile, con canzoni terribili e suoni terribili. Ok, anche la trilogia non era un gran che (a cominciare dall'idea stessa di far uscire tre dischi uno dietro l'altro). Ma sì sa, è difficile restare lucidi quando si parla della band che ti ha letteralmente cresciuto e ti ha fatto conoscere gruppi che ancora oggi restano nella tua top ten di tutti i tempi (Adolscents, Descendents e Mr. T Experience, tanto per citarne tre). E così ho pensato che quel loro ultimo disco monotono, leccato e senza un briciolo di cuore potesse essere il classico passo falso di un gruppo in stallo creativo e con troppi anni di carriera alle spalle. Poi però sono arrivati i Longshot, il nuovo side-project di Billy Joe, e ho capito che per i Green Day non c'è più nulla da fare. Diventeranno i nuovi U2, io smetterò di andarli a vedere e finirò di comprare i loro dischi. Anche perché posso capire che, per il gruppo principale, il caro vecchio Armstrong (più vicino ai 50 che ai 40, ommiodddio!!!) abbia certi standard da garantire (anche se in realtà, ormai, i Green Day possano ciò che vogliono), ma se la stessa mancanza di verve riecheggia anche nei pezzi di una band messa su per puro divertimento con gli amici di una vita, allora il problema sei tu. Anzi è la tua voce, caro Billy. Infatti studiando attentamente ciò che più non mi convince dei recenti Green Day e che, a cascata, mi fa letteralmente odiare questi mediocrissimi Longshot mi sono accorto che il punto debole è proprio il modo di cantare di Billy Joe Armstrong. Quella voce nasale e sgraziata che è sempre stata un segno distintivo della band e che per me rappresenta il timbro ideale del cantante pop-punk, oggi suona talmente pulita, insipida e monotona che riesce a smorzare qualsiasi entusiasmo. I pezzi sarebbero anche discreti (no, in realtà sono da 5 meno meno), ma poi arriva Billy a cantare buona notte. E' un vero peccato essere arrivati a questi punti. Anche perché i Green Day restano ancora oggi una band che ascolto tantissimo. Ogni volta che metto su "39 Smooth", ma anche "Insomniac" e naturalmente "Dookie" mi vengono la pelle d'oca e le lacrime agli occhi. Di questi Longshot, invece, non so proprio che farmene.

Red Dons - Genocide 7''
Anche in questo caso, come per gli His Electro Blue Voice, il disco di cui mi accingo a parlare è uscito a novembre, ma io, come al solito, me ne sono accorto dopo sei mesi. A mia parziale discolpa devo dire che era un po' di tempo che i Red Dons, una delle migliori punk hardcore band in circolazione, non si facevano sentire. Dopo lo splendido "The dead hand of tradition" del 2015 (anno in cui li ho persino visti dal vivo in un bellissimo concerto a Milano) la band aveva fatto perdere le proprie tracce, complice anche il fatto che pur facendo base a Portland, i componenti del gruppo vivono sparsi per il mondo. Detto ciò e tornando a bomba a questo nuovo singolo intitolato "Genocide" che comprende, oltre alla title track, anche il pezzo "Letters", gli ingredienti che avevano reso così unica la band ci sono ancora tutti. Anzi, in queste due canzoni - ragazzi su, regalateci un nuovo album! - la formula Red Dons si mostra in tutto il suo splendore. Melodie malinconiche ma molto marcate, chitarre liquide e velocissime, punk 77 e primo hardcore californiano che si fondono alla perfezione in un mix di beach punk, surf e dark. Il tutto condito da ottimi testi. Se amate i primi Rotten Mind e i compianti Vicious non potete non ascoltare i Red Dons. Da non perdere anche l'ottimo secondo album, uscito una decina di anni fa e intitolato "Fake meets failure".

DeeCracks - Sonic delusions
Un bel disco è tale se riesce a catturare la tua attenzione anche quando lo ascolti distrattamente e magari sei impegnato a fare dell'altro. E direi che è proprio il caso di "Sonic delusions" dei DeeCracks. La band austriaca è ormai una veterana della scena punk-rock europea, suona spesso in Italia e fa parte di quel giro di gruppi che - per fortuna - ti capita di vedere quasi una volta all'anno nei locali e ai festival. Naturalmente, non si sta parlando di un album capolavoro, ma di un disco onesto (anzi, honesto!!!1!1!) capace di bilanciare sapientemente Ramones, Motorhead e Queers. Lungo questi 15 pezzi c'è davvero un po' di tutto e cioè la solita (ottima) roba a cui ci hanno abituati i DeeCrakcks: canzoni veloci e dalle melodie ruvide, con riff rockn'roll e ritornelli a rotta di collo (come direbbe Scaruffi). A metà disco c'è persino spazio per uno strumentale surf-desertico ("Mexican standoff"), che spezza per un paio di minuti il ritmo forsennato delle canzoni, ma con "It's been a while" si riprendo subito da dove ci eravamo interrotti. Che dire? Di dischi così, a mio modesto parere, ce n'è sempre un gran bisogno. Perché finiti i tempi belli, quando uscivano almeno venti album memorabili all'anno (tempi che, per inciso, non ho mai vissuto), poter contare su una band come di DeeCracks e su vinili come "Sonic delusions" è tutto grasso che cola.

New Berlin - Basic function
Adoro la musica minimale e scazzata. E' forse una delle cose che in assoluto preferisco ascoltare in questo periodo. Pezzi brevi e fulminanti, strumentazione ridotta all'osso, melodie indolenti e imperizia tecnica sono gli ingredienti ideali per il disco perfetto. E devono dire che i New Berlin, con il loro "Basic function" sono un esemplare davvero unico di questo non-genere. Li ho sentiti per la prima volta esattamente questa mattina e sono già uno dei miei gruppi preferiti. Stavo leggendo svogliatamente Facebbok quando sulla pagina di Lorenzo Belli è apparsa la segnalazione del loro concerto stasera o domani (non ricordo e non ho voglia di controllare) al Taun. Ho visto che fanno altre tre date in Italia, ma tutte abbastanza lontane da casa. Quindi amen: non li vedrò, non comprerò al banchetto il loro vinile e visto la mia idiosincrasia per le spese di spedizione non lo comprerò e basta. Però sentendoli su bandcamp, belli stonati e metalicci, non ho potuto fare a meno di innamorarmi di loro. Sono monotoni e martellanti, quasi robotici nel loro punk sfrigolante e lobotomizzato. Non fanno nulla per farsi notare e credo che stanotte scapperò di casa, prenderò la macchina e andrò a sentirli ovunque cazzo suonino.


giovedì 12 aprile 2018

Un po' di recensioni a babbo/4 La versione di bandcamp

Musica da bandcamp. Mi verrebbe quasi da chiamarli così (anche se il termine è oggettivamente orrendo) certi ascolti recenti. Parlo soprattutto di dischi nuovi su cui non sono ancora riuscito a mettere le mani e che muoio dalla voglia di sentire. E così, in attesa di recuperare venile o cd (e di avere anche qualche palanca per comprarli) mi accontento di soddisfare la mia curiosità buttandomi sul maledettissimo streaming. Certo, per un tossico del disco come il sottoscritto mettersi ad ascoltare musica al computer è come rifilare un cono gelato a un eroinomane, però non è che si possa sempre svortà (come dice il poeta). E quindi si fa quel che si può. Qui sotto trovate le mie solite vaccate su alcune cose ascoltate ultimamente grazie "all'internet".

Plutonium Baby -  Blast! Sci_fi music for contemporary freak


Più invecchio più penso che il punk sia tutto fuorché un genere musicale ben definito. E anche se amo ancora ascoltare "il rock'n'roll sporco e pulcioso suonato a mille all'ora" di molte band, resto un grande appassionato di tutti quei gruppi irregolari che finiscono (o sono finiti) nel calderone punk perché difficili da classificare, urticanti, incasinati, rumorosi e "sperimentali" (lo so, è un termine insensato e fuorviante, ma tant'è...). Prendiamo, per esempio, i Plutonium Baby di cui Area Pirata ha appena pubblicato l'ottimo disco "Blast! Sci_fi music for contemporary freak": la musica di questo terzetto romano mescola sintetizzatori deliziosi, chitarre metalliche e voci maschili e femminili che si rincorrono all'impazzata, come se fossero una sorta di Epoxies più sporchi e contorti. Dodici pezzi ficcati dentro un frullatore di suoni fantascientifici e sintetici, senza per questo rinunciare al rock'n'roll più basico e cavernicolo (i Devo che coverizzano i Cramps?). Ma al di là delle suggestioni che si possono utilizzare per provare a descrivere la musica dei Plutonium Baby, diciamo che parlare di punk, in questo caso, è più che giustificato. Anche perché se c'è una cosa che considero fondamentale per essere etichettati in questo modo è il senso di angoscia e frustrazione che certe pezzi riescono a trasmettere. E con i Plutonium Baby su questo terreno andiamo sul sicuro. Insomma, un album inaspettato e magnifico.


Labradors - Future ghosts
La prima volta che ho sentito i Labradors è stato a un loro concerto un bel po' di anni fa (2013?). Erano i tempi del primo album (che ancora mi piace un casino), ero a Varazze, era estate e mi trovavo a un super festival pieno di gruppi fighi, fra cui i Labradors, appunto, e i Faz Waltz. Alla fine del concerto sono corso a comprarmi i dischi di entrambe le band e al banchetto (o forse qualche giorno dopo su Facebook) mi sono buttato nei miei soliti discorsi contorti, finendo per dire che i Labradors mi ricordavano un grandissimo e a mio avviso sottovalutatissimo gruppo di cui avevo purtroppo perso le tracce, i Suinage. A quel punto qualcuno mosso a compassione mi ha rivelato che si trattava praticamente della stessa band, ma con un nome diverso (sto semplificando, he). Insomma amavo i Labradors ancora prima di averli sentiti e da quel momento ho continuato a seguirli con una certa costanza (li ho visti dal vivo almeno altre due volte). E visto che proprio in questi giorni la band ha sfornato un disco nuovo di zecca mi sono subito fiondato su bandcamp per sentirlo in anteprima. "Future ghosts", è questo il titolo dell'album uscito per To Lose La Track, va decisamente oltre quel power-rock dei loro primi lavori (che a qualcuno ricordavano un po' i Foo Fighters degli esordi ma con un pizzico di punk in più). Le canzoni, infatti, virano verso un rock più variegato, compatto e chitarristico, possono contare su suono bello pieno e ricco e decisamente meno punk di un tempo. Anche se forse, detta così, rende davvero poco. Ma non è facile descrivere questo nuovo lavoro dei Labradors utilizzando le solite categorie da finto critico musicale. Quindi diciamo subito che "Future ghosts" è un gran disco. Perché su questo non ci possono essere fraintendimenti. Se proprio volessimo fare dei paragoni, questo nuovo album suona molto "mouldiano", nel senso mi sembra piuttosto vicino al modo di comporre di Bob Mould, sia con gli Sugar sia nella sua versione solista (mentre la componente Husker Du, band che immagino rappresenti una grande influenza per i Labradors, si sente molto meno rispetto ai tempi dei Suinage). Pezzi come "Apart", con il suo crescendo "epico" e le sue chitarre a briglia sciolta o "Wave", che gira tutta intorno a una strofa molto melodica e impossibile da dimenticare, sono alcuni degli episodi migliori di un disco che va ascoltato tutto, dall'inizio alla fine. Atmosfere malinconiche si alternano a improvvise sgasate melodiche, come un ibrido fra power-pop, post-rock ed emo-core di fine Novanta.


Radio Days - El Delfin Y El Varano

E chi se l'aspettava questa svolta dai Radio Days? Intendiamoci: stiamo pur sempre parlando di una delle mie band preferite in assoluto (dico davvero, he). Un gruppo che mi ha letteralmente aperto un mondo facendomi conoscere, con colpevole ritardo e alla veneranda età di 25 anni (si parla di circa 10 anni fa) il power-pop. Quindi, al di là della mia passione sfrenata per Bare, Paco e Dario, ho un forte debito di riconoscenza nei loro confronti (come ce l'ho per i Giuda sul fronte del glam). Ma è chiaro che appena ho ascoltato questo nuovo ep pubblicato in occasione del recente tour spagnolo della band sono rimasto subito spiazzato. Perché in questi 4 pezzi (3 originali e una cover) del power-pop travolgente che ha sembra caratterizzato i Radio Days non c'è praticamente più traccia. Insomma, la band ha cambiato (quasi radicalmente) il proprio sound. Almeno per questo mini. E se devo essere sincero non è stata una brutta scelta. "El Delfin Y El Varano" infatti suona benissimo e nonostante resti dell'idea che album come "Midnight cemetery rendezvous" (che dovrebbe essere ristasmpato in vinile a breve) e "Back in the day" rimangano dei veri capolavori, anche in questo caso ci troviamo di fronte a materiale si altissima qualità. Si parte subito con una sferzata garage "alla vecchia" grazie alla sferragliante "Time is over". Con la seconda traccia si passa invece al pop delicato di "Sometimes": una ballata alla Kinks con qualche reminiscenza lennoniana. Il terzo pezzo è la cover di "I wanna be your boyfriend" dei Ramones che i Radio Days suonano da qualche tempo dal vivo (e che è sempre un bel sentire), mentre il finale riserva ancora una volta una sorpresa: un pezzo surf strumentale lungo quasi quattro minuti, che proprio non ti aspetti. Siete rimasti choccati? State tranquilli, "El Delfin Y El Varano" è un bellissimo ep, variegato ma molto personale. Ma se si tratti dell'inizio di un'interessantissima svolta o soltanto di un episodio isolato è presto per dirlo. Comunque vada, però, i Radio Days restano uno dei migliori gruppi italiani degli ultimi 10 anni.