venerdì 19 ottobre 2012

The shape of pop-punk to come

Forse è solo una massa confusa di cazzate. Ma tutto questo "nuovo" interesse intorno al pop-punk e al punk-rock ramonesiano mi ha fatto riflettere. L'epoca d'oro di questa specie di sottogenere è - anno più anno meno - il periodo di tempo che va dal 1990 al 1997 circa: e cioè il momento di massima espansione della Lookout Records, l'etichetta regina della musica veloce, melodica e basata sui soliti tre accordi, che ha chiuso i battenti circa un anno fa, dopo aver tirato a campare (male) per ben due lustri. Tirare fuori i soliti nomi di Screeching Weasel, Queers, Mr T Experience, Pansy Division ecc è quasi pleonastico, però tanto per mettere i puntini sulle i è proprio grazie a queste band (e non solo loro) che il verbo del pop-punk è arrivato anche in Italia. Anzi il nostro Paese, sedici-diciassette anni fa, è stato letteralmente conquistato da questo tipo di gruppi, tanto che persino qui da noi hanno iniziato a formarsi le prime band di ispirazione Lookout Records. Parte del merito, naturalmente, è stato del revival punk del 1994 scaturito dall'uscita di "Dookie" dei Green Day, ma era già qualche anno che un manipolo di coraggiosi, fra fanze, band ed etichette, aveva messo a germogliare i primi semi di questa scena. SenzaBenza, Fichissimi, Kill Joint e Manges sono stati il risultato dell'ondata pop-punk italiana anni Novanta: un fiume in piena di energia e melodia durato meno di dieci anni, ma che ha lasciato decisamente il segno. Poi basta. Come accade spesso i corsi e ricorsi storici della musica alternativa hanno azzerato anche la scena pop-punk italiana e prodotto un ricambio generazionale che ha messo le basi per un nuovo ed ennesimo revival: l'emo. A chi pensa ancora che l'hardcore emozionale sia nato nel 1998 grazie ai Get Up Kids o ai Jimmy Eat the World è fin troppo facile consigliare di consultare il catalogo Dischord degli anni Ottanta, magari andando a riscoprire le band della cosiddetta Revolution Summer. Non si inventano mai nuovi generi, quindi andate in pace. (Fra l'altro da qualche anno stiamo persino assistendo a un interessante - dico sul serio - revival del revival emo con qualche piccola novità autarchica)
Comunque: fatta questa lunghissima e arzigogolata premessa torno subito al punto di partenza: il pop-punk, che ora sembra tornato abbastanza di moda, è stato buono buono fino a metà anni Duemila. Tanto che i pochi rimasti fedeli alla linea hanno faticato parecchio a trovare nuove band fra la fine degli anni Novanta e il 2005. Uno dei momenti cruciali di questo ritorno in grande spolvero è, secondo me, "Total" dei Teenage Bottlerocket, uno dei dischi "Lookout style" (anche se uscito per la Red Scare) più belli di sempre, quasi a livello dei migliori lavori dei Queers e degli Screeching Weasel. Quell'album e tanti altri fattori hanno ridato linfa a un fiume carsico che aveva mantenuto, come unico e ultimo baluardo, gli annuali tour dei Queers in tutto il mondo e specialmente in Italia. Un appuntamento per nostalgici e "vecchietti" con le All Star, che ha saputo travalicare le mode e mantenere vivo un sottobosco di appassionati. In Italia a tenere duro sono stati, per un certo periodo, quasi solo i Manges, mentre in Europa si poteva contare sugli Apers, qualche altra band della Stardumb e nulla più. Dal 2005 in poi però tutto è cambiato e sono letteralmente esplose case discografiche come la già citato Red Scare, l'It's Alive, la Monster Zero e in Italia la Making Believe. Adesso, anzi da qualche annetto ormai, è tutto un fiorire di nuovi gruppi, anche nel nostro Paese. Vecchie band che si riformano - non credo proprio per far soldi visto che guadagnare qualche euro col punk-rock è quasi impossibile - e aprono blog e webzine dedicate al genere. Insomma l'epoca flower-punk (tanto per citare l'omonima compilation che fece ordine nella scena quasi 20 anni fa) è tornata. Anzi: era tornata e forse oggi sta iniziando nuovamente la sua parabola discendente. A farmi partorire tutta questo grumo di stronzate è stato il concerto di martedì sera degli Hard-Ons, altri eroi anni Novanta per gli amanti dei Ramones (anche se la band australiana, il suo meglio, lo aveva dato a fine Ottanta). Prima di loro hanno suonato gli italiani Riccobellis, un onesto terzetto dedicato al culto dei quattro fratellini newyorkesi. Loro, come i Locals, i Sensibles, i Tough (guarda caso con gente della vecchia scena), i riformati Monelli, i Goonies, Teenage Bubblegum, i Teenage Gluesniffers e molti altri sono le band della "nuova" ondata a cui si aggiungono i numi tutelari Manges. Ora mandatemi affanculo senza problemi.

lunedì 15 ottobre 2012

La regola del gioco

Giovedì scorso - voi avete tempo fino al 21 ottobre, quindi andate, sbrigatevi, correte - sono andato a vedere "La regola del gioco" di Elisa D'Andrea, regia di Emanuele Conte al Teatro della Tosse. Aprire una stagione con il testo di un'esordiente - anche se Elisa non è certo l'ultima arrivata - è stata una vera e propria scommessa. Ma quando uno spettacolo è bello, ben scritto, ben recitato e ben messo sul palcoscenico ci sono pochi cazzi: funziona. Ed è così che è andata per "La regola del gioco". Una rappresentazione carveriana mi verrebbe da dire, veloce come un colpo di pistola, che fotografa la vita di tre coppie (o forse quattro) in un attimo fuggente della loro esistenza. Due anziani, due ragazze lesbiche e un marito, una moglie e un'amante (anche se all'inizio aleggia persino lo spettro dell'amante di lei). Insomma il gioco dell'amore con soggetti e regole diverse, tanto per riprendere il titolo dello spettacolo, con dialoghi diretti e asciutti quanto una scenografia azzeccata: sette sedie bianche e le assi del palcoscenico nude e crude.
Il piccolo mondo contemporaneo dei protagonisti è fatto di litigi, speranze, abbracci e rifiuti, pensieri detti ad alta voce, routine dilanianti e promesse. Mentre due di loro parlano gli altri continuano silenziosamente a portare avanti la loro vita e, su un grande schermo alle spalle degli attori, scorrono capovolte le immagini di ciò che lo spettatore vede realmente. Una sorta di raddoppio di quello che avviene in scena, mentre le luci inquadrano via via i protagonisti, lasciando gli altri nell'ombra. Elisa non intende dare alcuna lezione. Ritaglia un pezzo di vita da ciascun personaggio e ce lo racconta. La forza dello spettacolo, come appunto i libri di Carver e di altri "veristi" contemporanei, non sta nella storia in sé, ma nelle parole e nella bellezza della semplicità umana. Certo poi ci sono trovate che tengono desta l'attenzione dello spettatore come la "teatralizzazione" degli sms (scopritelo da soli), ma il succo è che quando si accendono le luci, gli attori fanno gli inchini di rito e cala il sipario: ne vorresti ancora. Anche la fine è spiazzante, perché potrebbe essere l'inizio, oppure il centro di un'altra storia.
Il fulcro de "La regola del gioco" è la famiglia sgretolata e frammentata di oggi. Le diverse derive dello stare in coppia, sia fisicamente sia mentalmente. Ma c'è anche una dilaniazione continua dell'essere umano di fronte alla vita. Un pezzetto di noi in ognuno dei personaggi, che nel silenzio del teatro sembrano parlarci personalmente. Anche gli attori (Silvia Bottini, Linda Caridi, Bruno Cereseto, Sara Cianfriglia, Andrea Di Casa, Sara Nomellini e Lucia Schierano) sono bravissimi. Perché per mettere in scena uno testo così, paradossalmente, bisogna essere il meno teatrali possibile e rimanere umani al cento per cento.
E poi dove lo trovate uno spettacolo che inizia con la musica dei dEus? Fatevi un favore: andate alla Tosse e godetevi questo racconto. Se sottoscrivete la tessera sostenitori "Cantiere Campana" e avete meno di 28 anni l'ingresso costa persino poco. Altrimenti bevetevi due aperitivi di meno e andate a vedere "La regola del gioco". Non stasera, certo, che è lunedì e il teatro è chiuso, ma da domani e per tutta la settimana. L'appuntamento è alle 20,30. Dopo il teatro avrete anche il tempo per andare a casa a fare l'amore.


mercoledì 10 ottobre 2012

No fun house for the Doggs

A volte le cose capitano per caso. Del tipo che scrivo un post psichedelico su i Trans Upper Egypt e finisco per conoscere il cantante dei Doggs e trovarmi fra le mani il loro ultimo disco, "Red sessions". Otto pezzi di garage oscuro e malato, che hanno superato alla grande sia il test doccia, sia il test "notte". Mi spiego meglio. Visto che ho poco tempo per stare a casa e non possiedo iphone e cazzi simili, posso ascoltare musica solo in alcuni momenti cruciali della giornata: e cioè quando mi faccio la doccia e la barba al mattino, piazzando lo stereo portatile davanti alla porta del bagno, e quando vado a letto la notte, spostando il lettore cd all'ingresso della camera. Robe turche lo so, però non ho molte alternative. Quando stai fuori casa 12 ore, devi ingegnarti per ascoltare i dischi. Soprattutto se ne compri tanti.
Tornando alle qualità di "Red session", la prima cosa che mi è venuta in mente appena è partita "Midnight eyes" sono stati gli Stooges e chiunque conosca un minimo i Doggs penserà: bravo bella scoperta, questo lo sapeva anche mia nonna. Ok, è un'ovvietà. Però è bene dirla. Anche perché più che gli Stooges di primo o di ultimo periodo, questi pezzi mi ricordano quelli crepuscolari e tossici di "Fun house". Un groviglio di chitarre slabbrate e quella voce lontana e intensa, che sa tanto di garage fine anni Sessanta: un suono per nulla spensierato e rassicurante. Una sorta di rock'n'roll della crisi, tanto per capirci. Iggy e compagni però non sono l'unica influenza che si può trovare in queste otto tracce: fra un pezzo e l'altro, infatti, c'è anche un bel po' di lascivia alla Velvet Underground, miscelata all'odore di benzina e di chiuso dei bassifondi milanesi. Quella nebbia mista a smog della capitale amorale d'Italia, figlia del berlusconismo e nipote di Formigoni. Insomma un bella dose di musica incazzata e funerea, ma anche selvaggia e senza dio. "Wild boy", "Durgstore" la finale "Wax doll" corrono lente e ad ali spiegate e sono figlie del punk americano più deleterio. La voce di Marco è cupa come la sei corde di Christian. Mentre Grazia, alla batteria, insieme a Marco che suona anche il basso, stende un tappeto di ritmi tribali e sconci da farti girare la testa. C'è poco da dire: era un sacco di tempo che non sentivo un disco italiano suonare così. E anche se probabilmente non c'entra un cazzo, la cupezza di questi otto pezzi mi ha ricordato le vecchie canzoni dei Gags e degli Huns. La Milano punk di fine Settanta, per chi se la ricorda o l'ha recuperata in qualche modo: quella allergica al morbo hardcore che sarebbe arrivato tre anni dopo. Insomma quella di Glezos e soci, che più che all'America guardava all'Inghilterra dei Pistols e di Adam Ant. Le radici dei Doggs, nome perfetto tra l'altro, stanno anche lì, nonostante la band abbia una potenza e una consapevolezza maggiore rispetto al primo punk meneghino e segua soprattutto la strada tracciata oltreoceano.Ciò che hanno in comune questi due mondi, la Milano di ieri e di oggi, sono la cupezza e il nichilismo, la violenza e i vestiti neri. 
Per saperne di più comunque fatevi un giro sul loro sito Internet www.thedoggs.com. Questi ragazzi vi faranno ammattire!


domenica 30 settembre 2012

Rocking like an Egyptian

Non me ne ne fregava un cazzo di essere a stomaco vuoto e di aver passato una di quelle giornate spaccaculi al lavoro, dove non alzi quasi mai la chiappe dalla scrivania. Appena ho potuto mollare quella maledetta sedia, giovedì sera, intorno alle dieci ho preso la macchina parcheggiata di rapina vicino alle strisce blu e sono andato in Buridda. C'erano i Trans Upper Egypt e il resto contava poco e niente. Era quasi un anno che li volevo vedere. Dopo che mi avevano fulminato alla Claque con la combriccola della Borgata Boredom. Musica acida e krauta, psichedelia nuova di zecca e attitudine "no wave". Un bel mistone di cose, anche se alla fine non si tratta che di rock'n'roll cosmico a bassa fedeltà.
Un altro dei motivi per cui non avevo la minima intenzione di perdermi il loro concerto riguarda la mia eterna fissazione per i dischi, insomma il feticismo dell'acquisto compulsivo. E siccome dei cari "egiziani de Roma"  avevo soltanto una canzone contenuta nella compilation della Borgata, ero pronto a fare man bassa. E così manco il tempo di entrare e di ordinare una Menabrea al bar, che ero già al banchetto, mentre dietro suonavano i Cuccioli  Morti. In un secondo ho agguantato sette pollici e lp. Ma sapevo che sarei tornato a "sprecare" le mie palanche. Nel frattempo le birrette correvano come macchine impazzite. E lo stomaco protestava. Dei McNamara Playhround Heroes non ho un gran ricordo. Ma appena sono saliti sul palco gli Hiss, sempre romani e sempre del solito giro buono, mi sono avvicinato con curiosità. Minchia: batteria furiosa, basso ed effetti, la formazione definitiva. Due pazzi al timone e un suono così acido e marziale, che mi faceva sobbalzare. Anche se ero in piedi. Robe belle. E infatti mi sono messo il 10 pollici in saccoccia (risentito è uno sballo). A quel punto non toccava ad altri che ai Trans Upper Egypt: le star della serata. E in effetti hanno suonato da paura. Sporchi, marci e imbecilli come pochi. Dilatati alla massima potenza e furiosi. Dal vivo (ho scoperto dopo) sono un po' diversi rispetto al disco. Tanto che sembrano quasi due band differenti. Splendide in entrambe le versioni, sia chiaro. Ma quasi l'alter ego l'una dell'altra. Parte della bellezza sta anche nel loro approccio alle cose e questo vale per tutte le band della Borgata. Gente che va in saletta e si registra senza troppe cazzate. Produce cdr e vinili con tanto di supporto di quei pazzi della Bubca Records, mentre tutti suonano con tutti, in cento gruppi diversi. Una sorta di Great Complotto all'amatriciana. Dove il genere che si fa non è importante. Basta tirare fuori ciò che hai dentro in quel momento. Ed è solo quello che conta.
Che dire del resto, a inizio serata ho persino fatto un piccolo smarrone con il loro bassista, visto che il giorno prima avrei dovuto intervistarli per il "Corriere Mercantile" ma poi sono scoppiati i soliti casini e ho dovuto fare dell'altro. Quando mi sono "denunciato" al bar mi ha dato un pacca sulla spalla e ha fatto un sorrisone. Come ho detto più volte: i Trans Upper Egypt sono una band da leccarsi le dita dei piedi.


giovedì 20 settembre 2012

I've got a new NOFX album again

E' un periodo in cui mi stanno passando per le mani parecchi dischi. Quando sono andato in ferie ho avuto due giorni di follia su Ebay e ho preso di tutto (aspetto ancora una compilation surf dall'Inghilterra). E poi naturalmente Gian e Taxi Driver, i concerti: insomma, mi sono rovinato.Però nessuno di questi - e qui parte la scomunica - mi ha colpito come "Sefl Entitled" di NOFX. Sarà che ormai per me Fat Mike e soci rappresentano una questione di cuore. Un pezzo importante della mia adolescenza (ma che dico: tutta quanta), con tanto di prime sbronze, primi concerti, casini a scuola e "Durgs are good" (titolo di una loro canzone) scritto sulle mani col pennarello. Robe sceme da bambino punk, che però ti restano sempre. E a cui ripensi con un po' di indulgenza ma anche con molta soddisfazione.
Come accade per altri gruppi poi, anche per i NOFX, mi ricordo quando e dove ho comprato tutti i loro dischi. Il primo - per me - "Heavy petting zoo", l'ho preso da Sonorama a Pegli dopo una cassetta che mi aveva letteralmente fulminato (ero stato costretto a vendere "Blood sugar sex magic" per trovare i soldi). E poi "So long" da Ricordi dopo la recensione su "Musica" di "Repubblica", Punk in Drublic in via del Campo e tutti i dubbi che mi sono venuti la prima volta che l'ho messo su (ora è uno dei miei dischi da isola deserta). E ancora: "The longest line" nuovamente da Ricordi dopo uno sciopero a scuola, "White trash" preso a Madrid in gita scolastica e "Liberal animation" da Dibe (<guarda che fa schifo> mi aveva avvertito). "S&M airilnes" l'ho comprato al Music Store prendendo l'1 da Pegli e bossandomi i compiti per il giorno dopo, mentre "Maximum rock'n'roll" dopo molto peregrinare l'ho trovato da Pink Moon. "The decline" invece l'ho aspettato giorni e giorni da Discanto a Sestri, dove ho preso anche "Pump up the valuum" la sera prima del loro concerto a Milano. Lo split coi Rancid me lo sono procurato nel negozio degli Ignoranti, Wynona Records e la raccoltona con le rarità me l'ha fatta arrivare a Pegli M Musica, giusto qualche mese prima di chiudere e sei mesi dopo aver aperto. "Ribbed", comprato tardissimo perché avevo una cassetta scalcinata che mi avevano fatto dei ragazzi più grandi a scuola, l'ho comprato alla Fiera del disco, mentre per "War on errorims" mi sono rivolto a Felipe. "Wolf in wolves' clothing" invece è arrivato con la posta tramite Ebay, "Coster" l'ho preso da Fnac e "Self Entitled" infine da Disco Club
Tornando proprio a questo nuovo "parto" dei NOFX (contenti che vi ho risparmiato dove ho preso le altre raccolte, i singoli, gli ep ecc?) sono giorni che non faccio altro che ascoltarlo, prima su Youtube e da ieri, finalmente, nel mio stereo. La prima volta che ho schiacciato il tasto play e mi sono sistemato il portatile sopra le coperte ho pensato che Mike si fosse bevuto il cervello. Non trovavo né un capo né una coda al disco. Mi sembrava solo un minestrone. Poi ho dato un'occhiata ai testi (il mio inglese fa pena, ma mi sono arrangiato), ho risentito il super-file di Youtube di nuovo per intero e ho cominciato a sentire che qualcosa stava cambiando. I ritmi erano veloci senza mai una pausa, i pezzi incazzati me sempre melodici. E così ho capito quello che mi aveva spiazzato all'inizio: non c'era una canzone di punta. Erano tutte sullo stesso livello. E tutte spaccavano. E così da un 6 politico iniziale, sono arrivato a un 7 e mezzo, se non di più. Ma passiamo alle canzoni. "72 hookers", il primo pezzo è una cavalcata hardecore a mille all'ora, mentre brani come "I Believe in goddes" e "She didn't lose her baby" sono classiconi NOFX un po' più ruvidi. Poi ci sono fulmini come "Cell out" e melodie quasi pop come "This machine is 4"; per non parlare della ballatona post divorzio con tanto di autocitazione "I've got one Jelous again, again", infarcita di riferimenti a band anni Ottanta e cantanta con un'amarezza mai sentita in Fat Mike. Il resto, direbbe Flaiano, fa volume. E invece no, perché tutti i 12 pezzi del disco funzionano alla grande. Il modo migliore per sentirli però è partire dal primo all'ultimo. Senza scorporali, o cambiargli di posto. "Self Entitled" si ascolta tutto insieme. E' un disco punk, anzi hardcore melodico nella più nobile accezione del termine. Semplice, diretto e potente, tanto per tirare fuori un po' di banalità. Però è vero. L'unica avvertenza è che se vi fa cagare al primo ascolto, sarebbe il caso di dargli almeno un'altra possibilità. Se il sintomo persiste consultare il medico (o tornare ad ascoltare i Guns n' roses e andare a fanculo).


mercoledì 1 agosto 2012

Tony Sly and the family stoned

Sono qui che mi bevo l'ennesima birra presa dal frigo e ascolto i No Use For A Name. Come il più tipico e insulso fan sconvolto, appena ho saputo che Tony Sly, il cantante e fondatore dei No Use, era morto, mi sono buttato sul divano e ho cominciato ad attaccarmi alla bottiglia. Nel verso senso della parola. Carlsberg gelata, perché alla Coop erano in offerta. Prima di stappare la seconda birra, però, ho preso il vinile di "Leche con carne" e l'ho infilato sul piatto. E appena finirà il lato B, butterò dentro lo stereo il cd di "More betterness, il mio album preferito dei No Use e anche l'unico che abbia veramente comprato (quell'altro me l'ha dato in comodato d'uso Andre). Insomma per farla breve sta notiza della morte di Tony Sly mi ha sconvolto. Letteralmente. Cazzo: aveva 41 anni e sul sito della Fat non c'è scritto quasi nulla sulle cause. Dicono solo che Tony non c'è più e bla bla bla. Il motivo al momento resta ignoto. Non che importi poi molto, per carità, però quando muore qualcuno che ti ha tenuto compagnia per così tanti anni, prima nella tua cameretta e poi nel buco che hai eretto a tua nuova ed eslcusiva dimora, è normale voler conoscere ogni minimo dettaglio sull'accaduto.
Anche perché - diciamocelo - non è che io i No Use gli ascoltassi tutti i giorni. E come ho detto prima non li seguivo neanche in maniera morbosa, da comparmi ogni loro singolo disco. Nonostante questo però li ho sempre considerati un gruppo speciale, che ha associo a parecchi bei momenti della mia adolescenza e dei miei vent'anni. La prima volta che li ho visti dal vivo non sapevo molto di loro. Era il 2000, credo, e mi trovavo a Bologna per il secondo Indipendent Day Festival. I No Use hanno suonato nel cuore del pomeriggio. Sotto un sole da vertigini e allucinazioni mistiche. Ma la cosa che ricordo di più di quel caldo giorno di fine agosto (forse addirittura di inizio settembre) di dodici anni fa è un tizio coi capelli rossi e la maglietta dei Descendents, che, in mezzo al pogo polveroso, canta spensierarato e a scuarcia gola "Coming too close". Una scena che chissà per quale motivo mi è rimasta stampata nella testa.
Qualche anno dopo invece, nel 2005, li ho rivisti al primo Rock in Idro insieme a un'ammucchiata di band da lacrime agli occhi (Nofx, Offspring, Me First, Pennywise, Turbonegro, Hives, Millencolin: la summa della mia adolescenza hardcore melodica). E anche in quel caso Tony e compagni non si sono risparmiati. Ci hanno regalato quasi un'ora di melodie cristalline e chitarre elettriche, belle canzoni e sorrisi.
Anche perché se devo essere proprio sincero (e qui forse mi sputtano definitivamente) i No Use che ho sempre amato di più sono stati quelli del medio-ultimo periodo. Quelli più melodici e power-pop, insomma, magari un po' scontanti, ma sempre forti della stupefacente capacità di Tony di scrivere pezzi magnifici. Forse da qualche anno erano diventati un gruppo più pop-core, che una band punk-rock. Ma per me non è mai stato un problema. Anzi, quando sentivo la voce cristallina di Mr.Sly rincorrera la sua chitarra Les Paul sulla classica ritmica hc melodica anni Novanta non potevo fare a meno di sorridere. D'ora in poi sarà più difficile.

lunedì 2 luglio 2012

Walking out on Paul

Era da quando avevo sentito i Radio Days suonare "Rock'n'roll girl" che volevo vedere Paul Collins dal vivo. E tutte le volte che il re del power pop aveva fatto tappa in Italia me l'ero perso. Così, sabato, dopo aver agguantato di culo un giorno di festa nel fine settimana (con la promessa di lavorare domenica, però) non potevo certo lasciarmi scappare l'occasione di vedere i Beat, o quello che restava di loro, allo Shake della Spezia. C'è da dire, poi, che ogni volta che vado da quelle parti, finisco per fantasticare su come sarebbe bello trasferirmi lì.Vivere in Val di Vara o alla Piana Battolla dove ha la casa Alberto. Prendere la residenza a Ca' di Mare o fare qualche tuffo a Portovenere. Insomma ho scoperto che la riviera di Levante, non quella genovese, quella spezzina, mi fa andare fuori di testa. Quel punto di collegamento fra la spiaggia e la campagna placida e silenziosa, coi grilli e l'erba alta, le strade polverose e l'acqua limpida, resta per me un luogo magico. E poi alla Spezia c'è la Skaletta, c'è lo Shake e c'è una scena punk che noi ce la sognamo. La provincia ha superato il grande centro urbano (non quello di Casini...). Da alemno 15 anni lì accadono delle cose, mentre noi restiamo a rimorchio. Pazzesco. Anche Paul Collins, cazzo, mica è venuto a Genova. C'è toccato guidare fino allo Shake per vederlo. Detto questo è anche vero che andare ai concerti resta una bella occasione per fare una gita. Buttarsi in macchina verso le sei con Grazia, mettere "Exodus" di Marley e godersi l'autostrada libera. Chiacchiere, siga, baci e poi una cena a Muggiano, su una piazzette disegnata apposta per noi dove c'hanno portato ravioli di pesce e sgabei. La ciliegina sulla torta è stato il concerto, che prima di partire sembrava l'obiettivo finale e poi, forse, si è rivelato solo un pretesto. Un pretesto stupendo, intendiamoci. Perché Paul, irriconoscibile fisicamente rispetto agli anni d'oro dei Beat, con quella pelata da zio d'America e il fazzoletto rosso al collo, sa ancora farti palpitare il cuore a dovere. Certo, la voce sembrava un po' più roca e meno pulita di un tempo, ma i suoni erano fantstici, le chitarre risplendevano a ogni accordo e Dario dei Radio Days (il cerchio si chiude) era perfetto nel ruolo di sei corde solista della band. Il concerto è inziato tardissimo. Alle 2. Giusto in tempo per farsi mangiare dalle zanzare e scolarsi qualche birra con Cecio (che per fortuna ci ha ospitato alla Piana), Grazia e Joe Falchetto (che come un eroe se l'è fatta a piedi dalla stazione). Paul, comunque, ha saputo farsi perdonare. Uno dopo l'altro ha suonato tutti i suoi pezzi più belli. Praticamente l'intero primo album dei Beat, più qualcosa dal secondo e dai suoi lavori più recenti e, naturalmente, i singoloni dei Nerves. E mentre i ragazzi sul palco suonavano mi veniva da pensare ai vecchi componenti dei Beat, quelli che hanno inciso il disco d'esordio tipo Steve Huff o Michael Ruiz. Chissa che fine hanno fatto. Magari, mentre Paul gira il mondo con quei pezzi, sono a casa, in qualche Stato sperduto degli Usa a guardare la tv come dei normali cinquantenni. Con la moglie che gli rompe le palle e i figli che vanno male a scuola. <Guarda che questi prendono tutto dai Beatles> mi riportava sulla terra Cecio. Lo so, cazzo, però a me piacciono di più. Io a Lennon e co. preferisco i loro imitatori. Che ci posso fare. Dovevate sentirle quelle chitarre: sembrava che cantassero. E quando è partita "Walking out on love" ho preso l'ascensore per andare in Paradiso.