martedì 7 novembre 2017

Gianfraco Manfredi mercoledì (domani) all'Aut Aut presenta "Ma chi ha detto che non c'è"

Ho scoperto e amato la musica di Gianfranco Manfredi ancora prima di perdere la testa per il punk. Avrò avuto 11 o 12 anni e mentre ascoltavo una delle mitiche cassette dell'Italia del Rock, la collana uscita in edicola con Repubblica nei primi Novanta che ha rappresentato una tappa fondamentale della mia educazione musicale, mi sono imbattuto in "Quarto Oggiaro Story", una canzone a dir poco incredibile, intrisa di una carica autoironica e demenziale unica. Manfredi, utilizzando il linguaggio semplice e "canonizzato" dei cantautori, era riuscito in pochi e divertentissimi minuti a sferrare un attacco politico alle liturgie radical chic della sinistra intellettuale e istituzionale, sfoggiando un insolito garbo e una sfrontatezza deliziosa, figlia del Movimento del 77. E infatti quel brano - come ho scoperto diversi anni più tardi - era contenuto nel bellissimo disco del 1976 "Ma non è una malattia": un album pieno di pezzi stupendi, scritti con uno stile, una leggerezza, ma anche una ferocia satirica senza eguali. Da ragazzino l'unico Manfredi che conoscevo era l'attore romano di "Brutti, sporchi e cattivi" che molti della mia generazione chiamavano semplicemente "il tizio della pubblicità della Lavazza" (visto che all'epoca quello spot imperversava tra un cartone animato e l'altro). Ma quello era Nino Manfredi; di Gianfranco, nei primi Anni Novanta, era davvero difficile trovare qualche notizia, soprattutto per un bambino un po' fessacchiotto com'ero io a quei tempi (e come probabilmente sono rimasto). Comunque, quel pezzo molto politico ma anche dannatamente ironico riuscì a sconvolgere la mia piccola esistenza di dodicenne a caccia di qualcosa, che all'epoca, non riuscivo ancora a trovare. E insieme ad alcune canzoni di Finardi, come "Musica ribelle" (ascoltata ancora una volta sull'Italia del Rock), preparò il terreno - magari involontariamente - a una rivoluzione personale "iniziata dentro casa" (anzi in cameretta) e carburata qualche anno dopo dall'ascolto compulsivo di Sex Pistols, Clash, Ramones e Green Day. Ma di questo già ho parlato un sacco di volte e sto cominciando ad annoiarmi persino io. Tornando invece a Manfredi, nel corso degli anni, ho scoperto che, seppur con risvolti personali assai diversi, molti altri miei coetanei erano rimasti folgorati da quel brano o da altri del cantautore milanese e, ancora adesso, con Fabrizio, quando ci mettiamo a recitarlo a memoria come un mantra ("e tu te legg'Agatha Crishhhte co' Totonne poro' cristhhhe") prima ci scompisciamo dalle risate e poi ci assale la malinconia.

Tutto questa lunga premessa per dirvi che domani, mercoledì 8 novembre, intorno alle 20,30 all'Aut Aut di via delle Fontane arriva proprio Gianfranco Manfredi, che nel frattempo, negli ultimi 40 anni, oltre al cantautore ha fatto lo sceneggiatore, lo scrittore e il fumettista (che è forse la sua attuale occupazione più importante). L'occasione della sua visita è la presentazione del suo ultimo e importantissimo libro "Ma chi ha detto che non c'è" (appena pubblicato per Agenzia X), che parla proprio del 1977. Insieme a Manfredi ci sarà anche Marco Philopat, di cui ho già parlato su questo blog e che dirige la casa editrice milanese che ha fortemente voluto questo volume. Non ne so molto di "Ma chi ha detto che non c'è", devo essere sincero, perché alla fine ho deciso di comprarlo proprio alla presentazione di domani. Però le promesse sono pazzesche (il libro si intitola come una canzone bellissima, commovente e poetica - ma anche ironica - contenuta proprio in quel "Ma non è una malattia" di cui parlavo poco fa e che non sono ancora riuscito a procurarmi). Se non fosse abbastanza chiara tutta l'enfasi che sto mettendo in questo post: quello di domani all'Aut Aut è uno degli appuntamenti dell'anno. Per me sarà l'occasione per ascoltare due miei eroi della controcultura ma anche dell'adolescenza. E, detto tra noi, sono già in pieno sbattimento.


sabato 4 novembre 2017

La storia del punk - di Stefano Gilardino

Minchia che botta! Ho appena finito di leggere "La storia del punk" di Stefano Gilardino, pubblicata da Hoepli una quindicina di giorni fa e, scusandomi in anticipo per la mia proverbiale lentezza (sono 349 pagine scritte fitte, piene di box e praticamente senza fotografie, comunque) sono pronto a dirvi cosa ne penso. Partiamo dal giudizio tranchant - che condivido - scritto alcuni giorni fa da Tony Face, che aveva definito il libro "monumentale": un aggettivo che calza a pennello a questo volumone viola e nero, che si prefigge l'arduo compito di ripercorre la parabola del punk in tutte le sue declinazioni, dai primi vagiti sino ai giorni nostri. Una storia lunga non 40 anni, come potrebbe sembrare a prima vista (l'anno zero di questa sottocultura è fissato, di solito, fra il 1976 e il 1977), ma almeno mezzo secolo, visto che il periodo di tempo preso in esame da Gilardino parte dalla seconda metà degli Anni Sessanta, quando si sono formati i primi gruppi proto-punk o garage o come diavolo vogliamo chiamarli (Velvet Underground, MC5, Stooges e le band poi raccolte nella compilation "Nuggets"). Un manipolo di eroi che, fra incoscienza e genialità, ha pubblicato alcuni dischi imprescindibili, che mescolavano suoni abrasivi, rock'n'roll, disperazione urbana, imperizia tecnica e violenza sonica; album e singoli capaci ancora oggi di rovesciarti le budella. Ecco, secondo me sta proprio qui - fuori dal punk "canonico" e nelle sue mille derive sotterranee - la forza di questo libro. Perché al di là della necessità di assolvere fino in fondo al compito che il volume si prefigge a partire dal titolo, i momenti più eccitanti de "La storia del punk" sono proprio quelli che paradossalmente c'entrano meno con Sex Pistols, Clash, Ramones e i numi tutelari per eccellenza. Sia chiaro, Gilardino compie uno sforzo immane per nominare (senza accontentarsi del semplice catalogo) tutti, ma proprio tutti i protagonisti passati e presenti di questa epopea musicale che doveva durare lo spazio di un attimo - vi ricordate il no future? - e che oggi viene persino celebrata a livello istituzionale, come un fenomeno di costume ampiamente storicizzato. Ma visto che l'autore di queste 349 pagine ha vissuta sulla propria pelle il punk ed è un divoratore onnivoro di musica "irregolare", in più di un'occasione cita scene e sottoculture che hanno preparato il terreno al punk o che sono cresciute ai suoi margini, si sono alimentate delle sue scorie tossiche e sono diventate qualcos'altro. E così se i capitoli dedicati alla New York del CBGB's o alla Londra che brucia di noia, alla rivoluzione individuale degli Husker Du e al revival degli Anni Novanta sono punti cruciali di questa bellissima storia (ad arricchirli ci sono citazioni, curiosità succose e discografie consigliate), a farmi palpitare maggiormente il cuore sono state le incursioni del libro in terreni meno battuti, ma contigui al punk. E quindi la storia dei già citati gruppi "proto" dei sixties, la vicenda ai limiti della sfiga dei New York Dolls, il capitolo sul glam (ok, devo ancora leggere il libro di Raynolds, ma wow!), le pagine sul power-pop e quelle sulle contaminazione punk oltre la musica (fanzine, film, libri, giornalismo ufficiale). Molto interessante (anche dal punto di vista quantitativo) il blocco finale dedicato all'Italia. Certo, chi segue il punk e negli ultimi 15 anni non si è perso neppure una delle ormai tantissime pubblicazioni a tema uscite nel nostro Paese (direi che il capostipite è "Costretti a sanguinare" di Philopat che risale addirittura a 20 anni fa) conoscerà già alcune parti della storia qui raccontate - come quelle più classiche - ma è anche vero che persino i più scafati non hanno mai potuto contare su un volume onnicomprensivo, che provasse a mettere in fila tutte le vicende che hanno costruito questo racconto e le infilasse dentro un discorso unico e critico, nel tentativo - riuscito in pieno - di sviluppare un'analisi complessiva della storia. I neofiti invece - se esistono ancora ragazzini capaci di appassionarsi al punk invece che alla trap - troveranno finalmente il loro Santo Graal. 
E poi diciamocela tutta: "La storia del punk" è un libro davvero ben scritto. Perché è anche questo che rende preziosa questa pubblicazione: Gilardino, come sa bene chi lo segue sin dai tempi di Rocksound o chi ha letto il suo libro precedente (l'indispensabile "100 dischi ideali per capire il punk") è un ottima penna e non è cosa da poco, di questi tempi. Il suo stile non è una bieca imitazione "gonzo" della critica rock d'assalto alla Lester Bangs - che io venero, sia chiaro - ma è asciutto, semplice e al tempo stesso carico di passione. Una chiarezza fondamentale per potersi districare in un racconto pieno di subordinate e incroci musicali particolari, che in mano ad altri rischierebbe di trasformarsi in un guazzabuglio senza senso o, peggio, in una masturbazione intellettuale.
Un altro pregio di questo libro "monumentale", poi, è la voglia matta di comprare dischi che ti instilla sin dalle prime pagine (e io mi dichiaro vittima consapevole e felicissima vittima di questo complotto). Perché, anche se avete a casa una buona collezione di album e singoli punk (e derivati), state pur certi che Gilardino saprà trovare qualche incredibile buco che sarete costretti a coprire al più presto. Io stesso, che in anni più spensierati ho dilapidato interi stipendi in cd e vinili, mettendomi in casa persino alcuni lp e cd discutibili pur di completare discografie e riempire le classiche casella degli album da avere a tutti i costi, ho dovuto aggiornare per l'ennesima volta la lista de dischi da comprare, che distribuirò ai miei parenti in vista di compleanni, Natali, onomastici e anniversari. Questo per dimostrarvi in che stato assoluta beatitudine possa ridurvi la lettura de "La storia del punk" di Stefano Gilardino. Un lungo viaggio che vale la pena percorrere.

Ps Per tutti i genovesi (ma non solo) all'ascolto: il 24 novembre, che è un venerdì, io e la Fra Pongy presenteremo "La storia del punk" al Teatro Altrove di piazzetta Cambiaso. L'appuntamento è alle 21 puntuali: dopo suonano, dopo un botto di anni, i Ramoni. Venite a fare un po' di casino.



mercoledì 25 ottobre 2017

Nico, 1988 - Adesso faccio pure l'esperto di cinema

Ma lo sapete che a me, invece, "Nico 1988" è piaciuto? E sottolineo l'avverbio "invece" perché negli ultimi giorni ho letto parecchi giudizi negativi su questo film (salvo poi scoprire - dopo la mia esternazione su Facebook - che qualcuno che la pensa come me esiste, eccome). Ma al di là delle affinità e divergenze fra i compagni del giro punk e noi (inteso come gruppo di spettatori soddisfatti) uno dei vari pregi di "Nico, 1988" - regia di Susanna Nicchiarelli e con Trine Dyrholm nei panni della protagonista - è soprattutto l'idea che sta dietro questa produzione italo-belga e cioè raccontare un'icona della musica, ma anche della cultura pop (nel senso più artistico del termine), in uno suoi periodi meno glamour e più difficili: la decadenza e la morte improvvisa. Il film, infatti, parla degli ultimi due anni di vita di Nico, dal 1986 al 1988, quando l'ex femme fatale dei Velvet Underground era costretta a sbarcare il lunario imbarcandosi in tour europei scalcinati, tentava di riallacciare un rapporto difficile con il figlio e si faceva regolarmente di eroina. Non c'è traccia (tranne che in fugaci e lisergici flash back) della bellezza teutonica che aveva incantato la Factory di Wahrol e un giovane Iggy Pop, che con Nico aveva avuto una travolgente relazione ai tempi di "Fun house" provocando scazzi enormi all'interno della band; la protagonista di questo film è una donna di quasi 50 anni (anche se al mezzo secolo Christa Paffgen non arriverà mai per una manciata di mesi) che pare piuttosto infastidita da quell'immagine da sex symbol con cui tutti la identificano. Non ha paura dell'età che avanza e dei chili di troppo. E deve lottare ogni giorno con i fantasmi di un'esistenza tormentata. Insomma: chi va a vedere il film su Nico per vedere un film sui Velvet Underground lasci perdere e resti a casa ad ascoltare il disco con la banana in copertina. Gli altri, magari i fan di "The Marble index", "Chelsea girl" e del resto della sua obliqua e spiazzante produzione solista si accomodino pure in poltrona. "Nico, 1988", lungi dall'essere un capolavoro, è un film semplice, ma al tempo stesso intenso. E' costruito più su un collage di momenti - magari non sempre a fuoco come quelli che raccontano le tappe del tour in Italia (purtroppo non si parla della sua esibizione genovese) - che su una trama lineare. E questo, per me, è un altro punto di forza. La musica c'è; si sente ed è - scusate la banalità - catartica e dirompente. Trine Dyrholm è una Nico incasinata e ingestibile, insoddisfatta e magnetica. Forse non del tutto aderente alla realtà (perché a quanto pare Nico era una figura ancora più contraddittoria e indecifrabile di quanto venga descritta qui). Ma è comunque molto credibile. Certo, nel film ci sono alcune scelte un po' particolari che non sempre risultano condivisibili, come il fatto che l'attore che interpreta Dome La Muerte dei Not Moving (ma anche dei CCM) abbia inspiegabilmente la barba. Ma si tratta di dettagli, dai. Cose che notano solo i nerd del punk; tanto più che in una bella intervista sul film, lo stesso Dome appare divertito e soddisfatto di come sia stata racconta la sua parte nella vicenda (anche perché il suo personaggio riveste davvero un bel ruolo nell'economia della storia). Ma non voglio fare il solito sbrodolone e mi fermo qui. E l'unica cosa che mi sento di dire è che, a mio modestissimo parare, "Nico, 1988" vale i soldi del biglietto. Se proprio devo trovare un difetto a questo film direi che gli spettatori che non conoscono - almeno superficialmente - la storia della protagonista potrebbero non comprendere appieno la vicenda (per esempio che Nico muoia non è così immediato e se uno non lo sa, magari neppure se ne accorge).


mercoledì 11 ottobre 2017

I pirati dei Navigli - Il nuovo libro di Marco Philopat

Ogni volta che esce un nuovo libro di Marco Philopat vado in sbattimento. Perché è grazie a una lettura illuminante come "Costretti a sanguinare" (il suo esordio) se ho preso coscienza del punk italiano degli Anni Ottanta e se mi sono reso conto che la musica che tanto amavo e che mi aveva cambiato la vita non era fatta soltanto di stupide canzonette suonate a mille all'ora, ma era una vera e propria sottocultura (o controcultura), con radici forti e robuste anche in una periferia dell'impero come l'Italia. Volendo semplificare: "Costretti a sanguinare" - che non ho letto nel 1997 ma a cavallo tra '98 e '99 - è stato a tutti gli effetti il mio primo manuale di educazione "politica" al punk, inteso come "strategia di guerra", tanto per citare il Luca Frazzi delle mitiche "Guide pratiche di Rumore"; una "lettura maledetta" grazie alla quale mi sono infilato in tunnel di rumore assordante (la prima volta che ho sentito parlare dei Wretched e della prima scena hc italiana è stata in quelle pagine) e di movimenti di occupazione e autogestione, slegati e alternativi e quelli classici della sinistra extraparlamentare e post-sessantottina, seppur non così antitetici (ok la pianto che altrimenti sembro Folagra...). Insomma quel libro per me resta un totem assoluto, su cui sono tornato spesso nel corso degli anni e che considero l'apripista di una lunga e fortunata serie di volumi sul punk e l'hardcore italiani che continua ancora oggi. E così, quando ho saputo che, dopo vent'anni, Philopat avrebbe ripreso il filo del discorso che si era interrotto con lo sgombero del Virus, raccontando il "seguito" di quella vicenda sono corso in libreria e mi sono buttato a capofitto nella lettura de "I pirati dei Navigli".

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Prima di proseguire a parlare del libro, però, visto che di solito mi piace farla lunga e contorta, vorrei fare ancora qualche considerazione preliminare, che naturalmente consiglio a tutti di saltare a piè pari. Per gli amanti del masochismo invece ecco due o tre osservazioni in libertà. Innanzitutto mi sembra molto interessante che Philopat abbia deciso di continuare a raccontare la sua storia, da dove si era fermato "Costretti a sanguinare", dopo anni di lavori che l'avevano portato - narrativamente parlando - quasi sempre altrove: e cioè lungo un percorso a ritroso nella storia dei movimenti milanesi ("La banda Bellini" e "I viaggi di Mel", che compongono insieme all'esordio una splendida trilogia) e poi a confrontarsi con veri e propri romanzi di fiction (anche se intrisi di sottocultura) come "Roma k.o." e "Rumble bee", entrambi scritti insieme al Duka. Certo, Philopat era tornato a  parlare del punk italiano con "Lumi di punk" del 2006, ma quella era più un'antologia di testimonianze dirette dei protagonisti dell'hc di casa nostra e rappresentava quasi un compendio - fondamentale e assolutamente da leggere - a "Costretti a sanguinare". L'ultimo considerazione che vi voglio sottoporre riguarda, infine, la casa editrice che ha pubblicato "I pirati dei Navigli": Bompiani e non Agenzia X, fondata e diretta dallo stesso Philopat dopo aver lasciato Shake una decina di anni fa. Una scelta interessante e azzeccata, perché porta a un pubblico più ampio una storia che un tempo si sarebbe considerata di nicchia. Anche se ormai i libri, purtroppo, sono un fatto di nicchia di per sé, indipendentemente da chi li pubblica.

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Venendo invece a "I pirati dei Navigli", in queste 300 pagine Philopat racconta il periodo storico per certi versi meno epico (forse perché di transizione) della controcultura milanese: i "pieni" Anni Ottanta, quelli di Craxi, Pillitteri, dell'edonismo, della Milano da bere e del riflusso; anni lontanissimi dal '68, ma anche dal Movimento del '77 e nel corso dei quali certe dinamiche e pratiche del passato venivano messe in discussione non per innovarle - com'era accaduto fino a poco tempo prima - ma per reprimerle. Certo, per chi riesce ad andare un po' al di là delle apparenze - e questo libro aiuta molto a farlo - gli Anni Ottanta italiani e milanesi furano, per fortuna, anche tanto altro, visto che misero le basi delle contaminazioni future e dei movimenti del decennio successivo che portarono avanti le lotte contro la globalizzazione e utilizzarono per la prima volta uno strumento all'epoca pionieristico e oggi fulcro delle nostre vite: Internet. In mezzo a tutto questo Philopat infila la sua vicenda personale, che è anzi il motore propulsore di un libro, che risulta assai meno "politico" e più "confidenziale" di quelli precedenti. Ne "I pirati dei Navigli" l'autore, raccontando se stesso, ricostruisce una storia comune dell'underground milanese, in uno dei momenti più difficili per quel movimento, anche se non mancarono - e da queste pagine lo si capisce bene - tanta fantasia, situazioni interessanti e grandi intuizioni. L'Helter Skelter - il "clubbino" post-punk del Leoncavallo -, l'occupazione di Conchetta, il ruolo della Calusca, i primi vagiti della rivista "Decoder" e della cooperativa Shake: tutto viene visto e filtrato attraverso gli occhiali spessi di Philopat e mescolato alle sue paranoie, al suo rapporto con la famiglia e con gli ex virusiani, alle sue storie sentimentali e alle nuove e in alcuni casi "strane" amicizie che stringe nel corso del tempo. Si parla di punk, naturalmente, anche se molto meno rispetto ai tempi di "Costretti a sanguinare". Mentre un personaggio chiave resta Primo Moroni, una sorta di mentore e padre politico-culturale per Philopat e per tutto il movimento milanese che arrivava dal punk e da via Correggio. Per farla breve "I pirati dei Navigli" è un libro assolutamente fondamentale e necessario, che aggiunge un tassello importante nella storia della controcultura italiana, raccontando una vicenda umana e politica che prima di oggi nessuno aveva messo nero su bianco. Un volume complementare, tra l'altro, a una pubblicazione uscita in questi mesi proprio per Agenzia X, "Fame", la storia romanzata dell'omonima fanzine realizzata dalla "creature simili" di cui lo stesso Philopat parla in "Costretti a sanguinare" e ne "I pirati dei Navigli". Insomma tanti pezzi di un unico puzzle sulle controculture, per raccontare la storia dei movimenti italiani direttamente dall'interno.




martedì 3 ottobre 2017

Propagandhi live (fast, die young) - Il mio brutto rapporto con la mia ex band preferita

Ogni tanto un po' di sana polemica ci vuole anche da queste parti. E quindi in barba alle reazioni entusiastiche (e a caldo) lette in questi primi giorni, ecco la mia serena analisi sul nuovo disco dei Propagandhi, "Victory lap", appena uscito per Epitaph: due palle.
Vorrei precisare, a scanso di equivoci, che quella che vi accingerete a leggere fra pochissime righe non è un vera e propria recensione, perché il disco l'ho sentito soltanto due volte in mp3 e quindi non sono in grado di dare un giudizio puntuale sulla sua reale qualità. E allora che cazzo stai a scrivere? potreste giustamente obiettare; in realtà è che già dopo il primo svogliatissimo ascolto di "Victory lap", ho capito di trovarmi di fronte al classico album dei Propagandhi post John K. Samson (l'ex bassista, che per la cronaca ha mollato la band nel 1996) e cioè all'ennesima metallata, che non ho più la forza di ascoltare e soprattutto di comprare. E quindi il problema non è quest'album in sé, ma cosa sia diventata oggi quella band che tanto amavo da ragazzino.
Mi spiego meglio. Ho scoperto i Propagandhi, (per chi non lo sapesse sono un gruppo hardcore canadese) alla fine degli Anni Novanta grazie al solito Tito, che mi ha aveva duplicato su cassetta il primo disco del 1993, "How to clean everything", uscito per la Fat Wreck. Ed è stata una botta che levati. Canzoni velocissime e potenti, ma allo stesso tempo melodiche, testi ben scritti e "impegnati" (sì lo so, fa schifo come termine, ma almeno ci capiamo) e una follia dissacratoria, che non aveva (e non ha) eguali. Un copione perfetto replicato, anche se non con lo stesso impatto, pure nel secondo album, "Less talk, more rock", che, se vogliamo, è ancora più "politico" del primo (ci sono pezzi di spoken word), ma che comunque si basa sempre sulla formula vincente: melodia, aggressività e grandi liriche. Siamo al 1996 e a quel punto John, il bassista, decide di mollare il gruppo per fondare gli Weakerthans (un mix fra pop, rock acustico, indie-rock ed emo che non mi ha mai fatto saltare sulla sedia, ma che comunque aveva e ha una sua dignità). E lì iniziano i casini. Il terzo disco su Fat arriva dopo 4 anni (nel 2001) e si intitola "Today's empires, tomorrow's ashes": il suono si è decisamente inspessito, le melodie hanno iniziato a scarseggiare, ma, e lo dico a posteriori (dato che all'epoca rimasi delusissimo), l'album resta un buon lavoro. Magari con i suoni leggermente più sporchi e duri rispetto al glorioso passato, però si tratta ugualmente di una svolta interessante e non scontata. All'epoca Chris (il cantante-chitarrista) e Jord (il batterista) avevano detto di essersi stancati del classico hardcore melodico in stile Fat Wreck e di voler riscoprire le loro radici punk e hardcore Anni Ottanta, fatte di suoni brutali e metallici, canzoni veloci e voci urlate. E va bene, in fondo ci poteva anche stare. Però poi, da lì in avanti, si sono fatti un po' prendere la mano. E per quel che mi riguarda sono diventati una band molto meno interessante e - scusatemi se lo dico - molto più anonima.
Il disco della svolta in negativo, per quel che mi riguarda, è il successivo: "Potemkin City Limits", uscito nel 2005 e ultimo sotto l'egida della Fat (e poi capiremo anche perché). Ricordo che, quando è uscito, mi sono precipitato, come al solito, a comprarlo sulla fiducia (anche perché all'epoca era difficile trovarlo da scaricare in anticipo), con la (folle) speranza che i Propagandhi potessero tornare quelli degli Anni Novanta. E invece niente. Anzi, il suono aveva preso una piega, o forse sarebbe meglio dire deriva, inaspettata, visto che oltre a proseguire sulla strada dell'hc-metallico, i nostri si erano persino inventati una sorta di hardcore "progressivo" (ok, adesso potete pure sparare quando volete) che non aveva nulla a che fare col passato. Sui testi, naturalmente, nulla da dire. Sempre la solita lucidità senza compromessi. Anche se, quella volta, Chris e co., hanno leggermente pisciato fuori dal bulacco, visto che nel pezzo "Rock for sustainable capitalism" se la sono presa persino con Fat Mike (che però gli ha pubblicato ugualmente il disco, guarda un po') accusandolo di essere uno dei responsabili della "normalizzazione" e della commercializzazione del punk (tutto era nato dalle posizioni pro Democratici del cantante dei NOFX contro la rielezione di Bush). Ma vabbè adesso non è che questa storia ci freghi più di tanto. Il fatto è che, invettiva contro Mike a parte, "Potemkin", anche a distanza di tempo, resta un disco ben scritto, ma con un suono di merda, pieno di canzoni piatte che faticano a entrarti in testa. Quando l'ho sentito per la prima volta sono stato tentato di prenderlo e cacciarlo fuori dalla finestra. Ma erano pur sempre i Propagandhi, cazzo, una delle mie band preferite. E poi tutti ne parlavano bene. Così me ne sono stato zitto e buono, sperando che con l'album successivo questa follia sarebbe giunta al termine. E invece niente. Pure "Supporting Caste" del 2009, stavolta pubblicato dalla loro G7 Welcoming Comittee (perché Mike è bravo e buono, ma fino a un certo punto) è un altro disco pieno di schitarrate, mini-assoli, hardcore progressivo, zero ritornelli, nessuna melodia decente, voce alta e cambi di tempo. In parole povere: una specie di thrash metal senz'anima (mica parliamo dei Sod, purtroppo). Ma visto che sono un inguaribile romantico e per un breve periodo della mia vita ho avuto qualche soldo da buttare in dischi inutili, tre anni dopo ci sono ricascato e appena è uscito il nuovo album dei Propagandhi -. e siamo arrivati al 2012 - c'ho lasciato le solite 18 carte a scatola chiuse. Mi ero illuso che uscendo per Epitaph (ma dovevo capire che si trattava pur sempre dell'Epitaph degli anni Duemila) ci sarebbe stato un magico ritorno alle origini. E ancora una volta sono rimasto deluso. "Failed states", siamo sempre lì, è il solito disco monolitico da mezzi metallari (i ritmi sono pure più lenti), che contiene una sfilza di brani cantati male, suonati (tecnicamente) bene (e scusate se mi incazzo!), con testi ben scritti, ma con zero personalità. Mi spiace, ma resto un fan del rock'n'roll. E anche se ascolto tonnellate di hardcore vecchia scuola, quello che fanno oggi i Propagandhi (ultimo disco compreso) è tutto fuorché un ritorno alle radici di quel suono. A me, continuo a ripeterlo, pare la solita metallata new school, dove bisogna mostrare i muscoli e persino l'abilità tecnica (ci rendiamo conto?). Tra l'altro, dopo l'uscita di "Failed states", ho avuto persino la malaugurata idea di andarli a vedere dal vivo, sempre nella speranza che facessero un concerto pieno di vecchi classici, tipo "Haille Sellasse up your ass". E invece niente. Mi pareva di stare a sentire gli Snapcase o peggio gli Iron Maiden. Comunque: tutta questa pappardella è servita per farvi capire con quale stato d'animo mi sia avvicinato al nuovo disco del mio ex gruppo preferito, uscito un paio di giorni fa. La diffidenza era tantissima e le aspettative negative sono state ampiamente confermate. E quindi ritorniamo alle "due palle" assegnate all'inizio di questo post delirante. La differenza col passato, però, è che questa volta non mi fregano. L'album non lo compro manco se lo becco usato a metà prezzo. E corro ad ascoltare "How to clean everything" e a sperare in un tour celebrativo di quel disco, per riprendermi i Propagandhi della mia adolescenza e poter finalmente cantare sotto il palco "Anti Manifesto".




mercoledì 27 settembre 2017

Un po' di recensioni a babbo

Giusto per spezzare un po' il logorio della vita moderna e interrompere la fitta serie di recensioni libresche - che altrimenti sembro quasi un intellettuale - ecco qualche giudizio rapido e tranchant su alcuni dischi ascoltati in quest'ultimo periodo (su cd, vinile, bandcamp, comprati nuovi, usati o sottratti con l'inganno a qualche vecchio punk, insomma un po' di tutto):

Tyrannamen - Tyrannamen

Disco incredibile uscito l'anno scorso, ma su cui ho messo le mani solo di recente. Sti ragazzacci australiani mescolano, amabilmente, garage, punk e glam. Melodie vorticose concentrate in pochi ma buonissimi pezzi. Davvero una rivelazione: come il salame con i fichi.

The Minneapolis Uranium Club - All of them naturals
Altro viniletto vecchio di un anno e altro regalo. Qui siamo dalle parti dei Devo, ma molto più lo-fi e rock'n'roll. Pezzi schizzati e schizzoidi, rumorosi al punto giusto, ma anche "space". I Minneapolis Uranium Club suonano una specie di kraut-rock'n'roll disperato e minimale, in cui le chitarre taglienti fanno da contraltare a una voce de-voluta e gracchiante. E come se non bastasse in mezzo al casino punk di sottofondo, qualche scienziato pazzo prova pure a spippolare un paio di manopole a caso.

Dalton - Dei malati
Se l'esordio "Come stai?" era un capolavoro assoluto e uno di quegli album destinati a rimanere (non solo nello stereo), questa seconda uscita dei romani Dalton è, per forza di cose, meno dirompente e clamorosa della precedente. Ma messi da parte i paragoni con il passato (recente) "Dei malati" è comunque un altro grande disco, in cui i nostri riaggiornano la loro personalissima versione del pub-rock in salsa oi!, spingendo di più sul versante pop-melodico-cantautorale. Non c'avete capito un cazzo? Bene, è l'informazione che volevo, direbbe il Mascetti. Perché qui c'è poco da capire: i Dalton sono uno dei migliori gruppi italiani in circolazione. Suonano potenti, poetici e rock'n'roll come pochi. E hanno una vena "epica" che mi fa letteralmente impazzire.

Leisfa - Liturgie di fallimenti e sconfitte
I mie concittadini Leisfa (che sta per Luca e i suoi fantastici amici, un nome secondo me grandioso e ignorante) sono uno dei gruppi hardcore più eccitanti e sinceri che possiate trovare oggi in circolazione. Questo nuovo disco, appena uscito in cd dopo due album in vinile più fanzine, è senza dubbio il loro lavoro più maturo e riuscito. Le nove canzoni sono "leggerissimamente" meno veloci rispetto al passato, ma se i tempi rallentano, la furia cieca della band genovese non ne risente minimamente. Anzi, il risultato è un disco ancora più violento e angosciante, dove la voce struggente e massiccia di Gippy sbuca fuori da un muro di suono tempestoso e compatto.

Tagliamidettagli - Nel segreto
Della serie dacci oggi la nostra figura di merda quotidiana. Il cui protagonista, naturalmente, sono noi, non la band, che spacca pure parecchio. Perché in un recente scambio dl librosullefanze con alcune produzioni Porrozione, mi sono trovato fra le mani il cd dei Tagliamidettagli e, appena messo nello stereo, sono rimasto piacevolmente colpito dal loro hardcore melodico (ma non troppo) suonato alla vecchia, ma prodotto bene. Qualche giorno fa, poi, mi ha scritto Paolo Caccio (ex Popsters e Semprefreski) chiedendomi si mi andasse di recensire il disco della band dove suona oggi. Naturalmente, bruciato come sono, non avevo collegato che si trattasse degli stessi Tagliamidettagli (gruppo hc anni novanta che si è recentemente riformato), ma appena mi sono messo ad ascoltare l'album su bandcamp: ecco la rivelazione. Tutto questo per dirvi che questo minicd (si tratta di 5 pezzi) è davvero una gioia per le orecchie. La band siciliana mi ricorda un po' i Kina-Frontiera (per le melodie) e i Sottopressione (per la potenza). Un hc davvero personale, che sa il fatto suo.

Alieni - Brucia la città

Gli Alieni vengono da Roma e mantengono fede al loro nome pubblicando un disco assolutamente fuori di testa e inclassificabile. Certo, ci troviamo sempre nei territori del punk, del rock'n'roll e del pub-rock, ma chi pensa di aver già inquadrato la band con questi piccoli e semplici dettagli si sbaglia di grosso. "Brucia la città" è un album urticante, turbolente e irrequieto. La voce di Tiziana, spesso paragonata a una Loredana Bertè punk (e diciamo che la suggestione regge), è un concentrato di rabbia senza fine. Sotto la band macina un rock'n'roll robusto e vibrante. Al di là della cover che ti spiazza ("Confessione" del gruppo prog Biglietto per l'Inferno), in alcuni momenti gli Alieni mi ricordano - a livello sonoro ma di certo non attitudinale - gli Incesti, il gruppo "fake-punk" italiano che le major avevano lanciato per cavalcare la moda del momento. Il loro 45 giri, al di là del testo nonsense, ha un'anima pub-rock che rivedo in questo quartetto romano. Per il resto gli Alieni sono tutto un altro pianeta, e che pianeta!

Capitalist Kids - Brand damage
Tra i dischi dell'anno c'è sicuramente questo nuovo lavoro dei Capitalist Kids. Ho avuto la fortuna di conoscere Jaff, il cantante, durante una sua recente vacanza genovese a casa di Simo Maffo, ma se il disco fosse stato una ciofeca non mi sarei fatto troppi problemi a dirlo. Invece "Brand damage" è l'anello di congiunzione perfetto fra pop-punk e power-pop, con in più la particolarità che almeno una buona metà dei pezzi tratta di temi politici e sociali. Jeff scrive ottimi testi, ma anche melodie superbe. Un album da ascoltare tutto d'un fiato e da lasciare giorni e giorni a girare nello stereo.




domenica 24 settembre 2017

Storia vissuta del punk a Los Angeles

Va bene, la copertina e il titolo di "Storia vissuta del punk a Los Angeles" di John Doe e Tom DeSavia, appena uscito per Giunti, lasciano un po' a desiderare: perché la cover sembra quella di un diario scolastico da quattro soldi e perché, mentre il libro, in originale, citava lo splendido terzo disco degli X "Under the big black sun", qui invece si è preferito buttarla sul didascalico. Detto ciò lungo le 250 pagine di questo volume imprescindibile - tradotto molto bene da Andrea Valentini - si racconta una delle storie più ingiustamente sottovalutate del primo punk: la scena di Los Angeles. Naturalmente non dico che della California di fine Settanta e primi Ottanta non si sappia un gran che e che John Doe sia arrivato a illuminarci la strada con questo suo bel volume (anche perché il libro - ma poi lo vedremo - non è certo quel che si può definire un testo con delle velleità storiche). Ma a essere onesti bisogna anche ammettere che su New York e Londra, e sui primi vagiti di quel tipo di punk delle origini, si è scritto in lungo e in largo in questi anni e sono tantissime le pubblicazioni che analizzano ciò che è accaduto fra il 1975 e il 1980 in quelle due città simbolo. Per ricostruire il punk di Los Angeles invece - soprattutto in Italia - ci si è sempre dovuti affidare più ai dischi che ai libri. Germs, X, Go-Go's, Flesh Eaters, Gun Club, Alley Cats, Fear, Zeros e le tante band che, tra il '76 e il '77, hanno cominciato a infuocare i locali malfamati e gli scantinati più lerci e polverosi della città degli angeli hanno lasciato, per fortuna, una fitta discografia a cui poter attingere, senza doversi svenare. Quello che mancava era qualcuno che mettesse un po' di ordine in mezzo a tanta musica stupenda.
Già perché, secondo il mio modesto parere, la scena punk californiana (e quindi non solo di Los Angeles, ma anche di San Francisco) di fine Settanta-primi Ottanta resta uno degli apici dell'intero movimento. Quella miscela speciale e unica di rock'n'roll marcio e malato, musica delle radici, violenza e pop-art allucinata mi hanno conquistato sin da ragazzino, quando ho avuto il mio battesimo del fuoco con "Los Angeles" degli X. Quindi, diciamo che l'attesa per la pubblicazione di questo testo fondamentale era tanta. E le aspettative, almeno per quel che mi riguarda, non sono state tradite.
"Storia vissuta del punk a Los Angeles" non è, come accennavo prima, un libro storico. Dentro non ci troverete quindi una ricostruzione minuziosa, con tanto di date e discografia consigliata di quella scena particolarissima e devastante. L'approccio di John Doe e Tom DeSavi è più emozionale, che "accademico". Ogni capitolo del libro raccoglie la voce di un protagonista di quei giorni (dagli stessi due autori, che intervengono più volte, a Harry Rollins, Mike Watt, Exene Cervenka, Jane  Wiedlin delle Go-Go's, Chris D. ecc ecc). Un collage di esperienze e punti di vista differenti sul medesimo periodo, che hanno il merito di costruire una sorta di storia orale del primo punk di Los Angeles. Naturalmente all'appello manca tantissima gente (per esempio sarebbe stata interessante una testimonianza degli Screamers, uno dei gruppi più citati in questo volume e una delle band più eccitanti del periodo, nonché fra i pochissimi a non aver inciso alcun disco ufficiale). Ma "Storia vissuta del punk a Los Angeles" resta una lettura piacevole ed eccitante, piena di aneddoti e micro storie che si incrociano. Soprattutto, in questo libro, emerge una punto di vista interessante e assai condivisibile sui confini temporali (e non solo) della prima scena punk della città degli angeli, rispetto all'esplosione dell'hardcore.
Se ci fate coso, poco prima, ho fatto un breve elenco dei gruppi punk di Los Angeles e non ho citato, volutamente, Black Flag, Minutemen e più in generale tutto il giro SST di cui, comunque, in questo volume in parte si parla. Quelle band - anche se i primi Black Flag forse restano una cosa a parte - sono molto diverse, dal punto di vista musicale e attitudinale, da X, Zeros, Screamers e compagni; una seconda generazione di punk losangelini - quella dei surfisti delle vicine periferie e della violenza cieca sopra e sotto il palco - che ha pochissimo a che fare con chi li ha preceduti. E nel libro, di queste differenze, si parla chiaramente e senza troppi giri di parole. Se il primo punk di Los Angeles privilegiava un approccio più artistico e personale, più aperto, ma anche satirico e in un certo senso politico e intellettuale, l'hardcore che aveva iniziato a insinuarsi e che poi ha sostituito quella scena, mostrava un'attitudine più muscolare e senza compromessi. Non è un caso che, a parte rare eccezioni, nessuno della prima scena punk si trovò coinvolto in quella hardcore, come se ci fosse stato una sorta di passaggio di testimone (non del tutto indolore). Anzi, in un certo senso sembra proprio di trovarsi di fronte a due controculture completamente diverse e con pochissimi punti in comune. Una serie di riflessioni che mi sono sembrate molto simili a quelle lette qualche anno fa in una delle guide pratiche di Rumore sulla storia del punk italiano scritte da Luca Frazzi. Glezos, uno dei pionieri del punk di casa nostra, spiegava in poche ed efficaci parole la differenza fra primo punk e hardcore: "Avvertimmo che il cambiamento portava a una cosa che c'era già stata. L'hardcore per noi è sempre stato visto come una cosa da hippies". Una storia molto simile a quella accaduta a Los Angeles, salvo che in quel caso, forse, gli hippies erano proprio i primi punk. Anche a Londra e a New York c'è stato un passaggio di testimone fra la prima scena e quelle che sono venute dopo, ma in entrambi i casi la linea di demarcazione è stata meno netta o comunque meno problematica rispetto alla frattura che si è venuta a creare a Los Angeles e, con le dovute proporzioni, anche in Italia: nella capitale inglese dalle ceneri del punk è nato il post-punk, mentre l'hc è sempre stato un fenomeno più marginale (a parte il filone crassiano e anarcho che però è tutta un'altra storia); all'ombra della Statua della Libertà invece prima dell'hc di fine Ottanta ci sono stati la no wave e il noise che hanno comunque spinto l'acceleratore più sull'approccio artistico, intellettuale e avanguardistico, che sul tono muscolare della musica. Vabbè, forse mi sono un po' perso. Comunque "Storia vissuta del punk a Los Angeles" è un gran bel libro: procuratevelo alla svelta.