Torno alle buone abitudini con il solito giro di recensioni a babbo, grazie a due succosi pacchi arrivati qualche giorno fa nella cassetta della posta. Uno da Luca Tanzini della Buba Records e l'altro da Tiziano Rimotti per Area Pirata. Un sacco di roba fighissima, di cui andrò testé a parlavi.
PUNK XEROX - BROKEN
La Bubca Records di Luca Tanzini (se non lo conoscete vuol dire che la vostra coscienza punk-hc he bhé ma è proprio scarsa, per citare il poeta) è una delle ultime etichette realmente punk in circolazione. Lo è per la sua etica, certo, ma anche per la sua estetica e naturalmente per la musica che produce. Dischi quasi sempre stampati in cdr o in cassetta, con inserti fatti a mano, infilati in buste trasparenti piene zeppe di "pizzini", adesivi e disegni a pennarello dalla punta grossa. Dischi apparentemente di fortuna, che invece, nel loro essere spartani ma al tempo stesso curatissimi, rappresentano pezzi unici ma accessibili a tutte le tasche (5 euro, riga'). Come se, per una volta, sovvertendo i postulati di Walter Benjamin, l'opera d'arte fosse tale proprio per la sua riproducibilità. E questo è molto punk. Se poi passiamo all'ascolto - lasciando perdere tutte le pippe mentali che vi ho rifilato fino a questo momento - e piazziamo nel lettore cd "Broken" di Punk Xerox, uno degli ultimi folli progetti di Luca, la faccenda si fa ancora più ingarbugliata. E dannatamente pesa. Perché Punx Xerox - che non sto manco a dirvi chi cita perché altrimenti volano pattoni - è un progetto stortissimo e lisergico, che mescola improvvisazioni rumoriste a manipolazioni cosmiche e assomiglia alla colonna sonora di un film di fantascienza. L'album è articolato in sei pezzi piuttosto lunghi: quasi tutti intorno ai 4-5 minuti, tranne l'ultimo, "Agenzia viaggia interplanetaria", che supera i 9. Sei brani che estremizzano al massimo le ossessioni musicali di Luca - da Tabula Rasa ai Centauri - costruendo un nuovo linguaggio robotico e metallico, dove gli strumenti si mischiano e ci si arrangia a suonare quello che si trova. "Punk Xerox", la title track che apre il disco, per esempio, è un assortimento di rumori infernali che sembra uscito da una b side dei Suicide registrata in un altoforno, mentre "Il grigio" - al di là dei soliti titoli strepitosi, tipo il terzo pezzo che si chiama "Diploma, l'album è tutto strumentale - è un'improvvisazione noise-cosmica, costruita su una chitarra minimale e da coito interrotto. Il già citato "Diploma" è un pezzo distensivo, basato su dei riff di chitarra ripetuti ossessivamente, in una sorta di crescendo. "Rain in my brain", invece, è una sorta di sonorizzazione in bassa frequenza che ci prepara al viaggio intorno al sistema solare dell'ultimo pezzo. Ma prima c'è "Broken Xerox Machine", una brano bellissimo tra surf, manipolazioni, rumori e sonde spaziali impazzite (mentre lo ascoltavo mia moglie, che era in un'altra stanza, mi ha chiesto cosa fosse tutto quel casino, temendo che la tv stesse dando in numeri). E poi eccoci al gran finale di "Agenda di viaggi interplanetaria": una lunga suite psichedelica, composta per astronauti degenerati. Insomma "Broken" è un disco pieno di sorprese, ma al tempo stesso difficile. Un album minimale, ma dai suoni stratificati e vari, tra punk sintetico e sonorizzazioni. E' tutto suonato in analogico e registrato in casa, raccogliendo frammenti sonori sparsi nel giro di quasi tre anni, tra il 2016 e il 2018. Punk Xerox è il suono punk del futuro distopico nel quale si sta tramutando il nostro presente.
RAWWAR - FIGHTING FOR LOVE
Escono sempre su Bubca Records e vedono ancora una volta protagonista il grande Luca Tanzini i Rawwar. Anche in questo caso siamo di fronte a un cdr (che credo sia uscito anche in cassetta), con busta di plastica sottile e inserti fatti a mano e fotocopiati. "Fighting for love", questo il nome dell'album, è un ep di tre pezzi in dieci minuti secchi di garage lo-fi, in cui chitarre e tastiere si mescolano a una voce impastata e lontana, registrata dentro una coppa del cesso con un megafono. Tre perle melodiche che ricordano, in parte, i primi lavori del Trio Banana, ma che qui mettono in evidenza una vena pop - seppur orticante - davvero inaspettata. Oltre a Luca (voce e chitarra), la band vede schierati anche The Doctor / Il Dottore alla batteria e Gianlorenzo Nardi alle tastiere e ai rumori vari. Un bel calcio nel culo fresco fresco - visto che è appena uscito - registrato il 25 aprile scorso in presa diretta a Tor Pignattara. I 5 minuti della title track sapranno perseguitarvi con le loro urla lancinanti e la loro melodia monotona per almeno 7-8 minuti.
THE CHATS - s/t
Non ringrazierò mai abbastanza Luca e la Bubca Records per aver pubblicato in cdr uno dei migliori gruppi punk contemporanei: i Chats, tre degenerati australiani appena maggiorenni (forse), che hanno all'attivo tre ep e, al momento, nessun album vero e proprio. Luca, appena li ha sentiti, ne è rimasto folgorato - così come molte altre persone fuori dall'Italia - e visti anche i prezzi assurdi con cui viaggiano i primi due singoli della band (il secondo e più interessante parte da una base di 40 euro su Discogs e sale fino a 200, vabbè), ha deciso di raccoglierli entrambi in un cd fiammeggiante fatto, come al solito, in casa, che potrà essere vostro per soli 5 miseri euro. Badate bene: al prezzo di una birra media vi accaparrerete uno dei dischi dell'anno. Perché se da noi i ragazzini se la stanno a menare tutto il giorno con la trap e i telefonini, questi imberbi australiani riescono a tirare fuori un rock'n'roll talmente basico, primitivo e maleducato da farti letteralmente commuovere. Ho sempre pensato di ascoltare musica per anziani e pensionati, ma gentaglia come i Chats mi fa ben sperare nelle nuove generazioni (che, a parte pochi e selezionatissimi casi, mi fanno ribrezzo, essendo un vecchio malmostoso trentaseienne). Il disco conta quindici pezzi in 30 minuti, con una voce sbracata che sbraita stronzate e proposito di birra, serate ignoranti e altre tematiche di alto spessore culturale, una chitarra asinina che suona quasi sempre lo stesso riff e una sezione ritmica talmente stazza e incerta da farti gridare al miracolo. Il tutto condito con melodie pop irresistibili. Finalmente un gruppo di giovani teppisti, che suona musica di merda. E lo dico nel senso migliore del termine, visto che al loro confronto anche i Cavemen sembrano dei professori di Oxford. Questo è il punk, signora mia. Questa è una delle poche luci accese in un universo di musica tremendamente bolsa e inutile. I Chats, cari fessacchiotti, sono il vostro biglietto per il paradiso della birra a basso costo. Speriamo non si rovinino crescendo. O forse sì.
BARMUDAS - ROCK THE BARMUDAS
Passando invece al ricco pacco targato Area Pirata, non mi stancherò mai di ripetere quanto Tiziano e Jacopo siano oggi due figure fondamentali per lo sviluppo e la promozione della scena underground italiana. Questi due toscanacci dal cuore d'oro non solo, da quasi vent'anni, recuperano perle nascoste e storici gruppi del nostro passato beat, punk e hardcore, ma sfornano anche progetti nuovi di zecca di altissimo livello. Uno di questi è senza dubbio il singolo d'esordio dei Barmudas, band in giro da appena un anno e formata da alcuni veterani dell'attuale scena punk sotterranea fiorentina. Punk, ma con la passione per il glam, come ci hanno insegnato i Giuda, illustri precursori di questo curioso e splendido revival. Ma se la band romana è più spostata sul versante rok'n'roll e guarda, seppur con mostrando una certa personalità, agli Slade e ai Bay City Rollers, i Barmudas, sono leggermente meno scalmanati e più pop. Detto questo l'unica pecca dei due pezzi contenuta in questo singolo dal titolo "Rock the Barmudas" è che si tratti, appunto, di appena due pezzi. Perché dopo aver sentito il ritmo contagioso dalla title track e del lato b "Zaira" - un po' più esotica ma sempre in palla - viene una voglia matta di ascoltare un album per intero. Anzi, Tiziano e Jacopo: promettetemi di stare dietro ai ragazzi e giurate che li obbligherete a scrivere un lp di almeno 10 pezzi. Perché ormai questi due li conosco a memoria.
THE THINGLERS - s/t
Sono al loro esordio su singolo, ma non sono certo dei novellini i Thinglers, di cui Area Pirata ha pubblicato il singolo omonimo. Quattro pezzi di garage sixties immediato e suonato a rotta di collo dalla band di Pordenone, nata dalle ceneri degli storici Seuss. Il primo lato dal singolo mette in fila "Hangin' out" (cover dei Blox) e l'originale "Leave me alone": due brani che ci riportano immediatamente ai beai tempi del revival garage di metà Anni Ottanta, fra Sick Rose e Miracle Workers. Il menù non cambia di una virgola neppure con "Come on" degli Atlantics e l'altro brano originale "Without you", sul secondo lato. Beat suonato a manetta e imbastardito dal punk, soprattutto nei due pezzi a firma della band di Pordenone. Le melodie degli Anni Sessanta incontrano la furia degli Anni Settata-Ottanta: un mix perfetto che magari non aggiunge molto alla lezione impartita da raccolte come "Pebbles" e "Back from the grave", ma di cui è davvero difficile stancarsi. Anche in questo caso attendo con ansia un disco sulla lunga distanza, anche perché i due pezzi originali, con quel pizzico di furia in più rispetto alle cover, sembrano scritti appositamente per me.
BROADCASH FEAT. BOBBY SOLO - BROADCASH PLAYS CASH FEATURING BOBBY SOLO
Chi se lo sarebbe immaginato che sarei finito ad ascoltare un disco di Bobby Solo? E soprattutto che, a pubblicarlo, sarebbe stata Area Pirata? Eppure è proprio ciò che è successo con "Broadcash play Cash featuring Bobby Solo", un agile 10'' con quattro pezzi di Johnny Cash suonati da una della cover band italiane per eccellenza del bandito del country rock americano (gli ottimi Broadcash, appunto) e cantate dalla voce inconfondibile di Bobby, eroe dei miei nonni e persino di qualche mi vecchia zia. Non se ne abbia a male Roberto Satti, vero nome del mitico autore - in coppia con Mogol - di "Una lacrima sul viso", perché al di là delle battute e della vulgata televisiva che lo dipinge sempre con un vecchio eroe nazional popolare, conosco da tempo le sue passioni musicali "alte". Qualche anno fa, per esempio, quando lavoravo al "Corriere Mercantile" mi è capitato di parlare di un rassegna jazz nell'entroterra genovese e di scoprire che insieme ai vari ospiti blasonati d'oltre oceano c'era anche lui: Bobby Solo. Un tipo eclettico e magenticamente simpatico, uno che il rock'n'roll non solo lo ama, ma lo ha anche vissuto in prima persona al momento giusto. E infatti si sente: quando canta con la sua voce grossa e pulita i 4 pezzi di Johnny Cash scelti per questo tributo, "Cry cry cry", "I walk the line", "Big river" e "Folsom Prison blues" (quattro capolavori assoluti del "maestro") si resta letteralmente ipnotizzati dalla magia che si sprigiona. Bobby, tra l'altro, è uno che Cash l'ha conosciuto personalmente negli anni Sessanta alla base americana di Rammstein in Germania. Quindi quale modo migliore per festeggiare il mezzo secolo di "Live at Folson Prison" se non regalarci questo disco di assoluta eleganza? Una piccola perla che dovremmo regalare in massa a chi si occupa dei palinsesti televisivi e si ostina a far cantare a Bobby sempre e solo le solite robe. Per carità, sono pezzi che hanno fatto la storia della musica italiana. Però quanto il nostro si cimenta col rock'n'roll o quando veste i panni di Johnny Cash anche la sciura davanti alla televisione rischia di andare in brodo di giuggiole.
venerdì 2 novembre 2018
giovedì 11 ottobre 2018
Il quaderno Punk - di Fabrizio e Stefano Gilardino
A chi è nato con i computer, Internet, Wikipedia e Yuotube, "Il quaderno punk" di Fabrizio e Stefano Gilardino, pubblicato qualche settimana fa da Goodfellas per la collana Spittle, potrebbe sembrare un oggetto non identificato, atterrato qui da noi da un passato lontanissimo. Eppure sono trascorsi appena 40 anni da quando i fratelli Gilardino (oggi impegnati tra grafica e giornalismo), in piena adolescenza e dopo uno scontro frontale col punk avvenuto grazie ai servizi televisivi di Odeon e l'Altra Domenica trasmessi alla fine del '77, avevano deciso di fare la cosa più semplice e naturale per due teenager dell'epoca: annotare, con tanto di ritagli di giornali e riviste, tutto ciò che si diceva e si scriveva in giro del "nuovo rock" italiano. E quindi non Sex Pistols, Clash e Ramones, di cui - pur con tutte le lacune del tempo - si parlava con una certa frequenza sulle pubblicazioni specializzate, ma quelle piccole band che, anche nel nostro provincialissimo Paese, erano rimaste folgorate dall'incendio di Londra e New York. Un lavoro certosino e a uso domestico, fatto di lunghi elenchi di gruppi, con tanto di città di origine e formazione completa, annotati con cura lungo le pagine a quadretti di un quadernone comprato nella cartoleria sotto casa. Insomma una faccenda piuttosto privata che però, grazie alla Goodfellas, ora diventa pubblica sotto forma di copia anastatica. Il quaderno fissa un orizzonte temporale ben preciso che va dal 1979 al 1981, e cioè la prima e pionieristica scena punk italiana, che precede l'avvento dell'hardcore (che è tutta un'altra storia e gode, decisamente, di un'attenzione maggiore, tra pubblicazioni e ristampe).
A impreziosire l'intero lavoro ci sono poi 5 interviste a 5 gruppi del nuovo rock italiano fatte in tempi recenti da Stefano Gilardino e un cd antologico di 21 canzoni, con parecchie chicche e qualche inedito. Due "aggiunte" non da poco, che aumentano notevolmente il valore della pubblicazione. Anche perché, al di là dell'innegabile fascino che suscitano le pagine riprodotto del quadernone (ci sono gruppi dai nomi assurdi e durati, probabilmente, il tempo di un paio di prove in saletta, ma anche "intrusi" eccellenti come Gianni Nannini, a dimostrazione della splendida confusione che aleggiava ai tempi) è "l'integrazione" il piatto forte di questo riuscitissimo progetto editoriale.
Partiamo dalle interviste che sono, nello specifico, a Confusional Quartet, Clito, No Submission/Wax Heroes, Dirty Actions e Jumbers/198X: cinque band insolite, se mi passate l'aggettivo, di cui si parla raramente quando si ricostruisce la storia del punk italiano. Di solito i nomi che si citano con più frequenza - anche se parliamo pur sempre di nicchie - sono Skiantos, Gaznevada e Kandeggina Gang: tutti gruppi incredibili e fra i miei preferiti, ma di cui gli appassionati sanno già parecchie cose. Delle Clito, invece, tanto per citare la band più oscura delle cinque, si è sempre saputo pochissimo. Dovevano incidere un 45 giri su Cramps per la serie Rock 80 e invece furono rimpiazzate - racconta la leggenda - dai Dirty Actions (poi ne parliamo...), hanno fatto i cori in un disco degli Area, hanno partecipato a un film di Fellini e registrato un singolo su Italian Records, riemerso solo 30 anni dopo nel mitico cofanetto pubblicato 5 anni fa da Spittle. In questa chiacchierata pubblicata sul "Quaderno punk" fra Stefano Gilardino e Luisa delle Clito, finalmente, si ricostruisce la storia della band e si scopre anche qualche aneddoto divertente. E lo stesso vale per i No Submission poi diventati Wax Heroes, che ci dimostrano come nel nord est oltre al Great Complotto (che è comunque tanta roba) c'è di più.I Confusional Quartet facevano parte dell'area più creativa e sperimentale della scena bolognese, tanto che parlare di punk, nel loro caso, risulta decisamente riduttivo, mentre i Jumpers e i 198X di Milano - di cui è uscito qualche tempo fa un interessante disco antologico per Rave Up - sono due band che incarnavano alla perfezione "il nuovo rock" metropolitano di fine anni Settanta di ispirazione inglese. Cito per ultimi i Dirty Actions perché, per loro, provo un affetto e un trasporto particolare, essendo di Genova e avendo scritto, insieme a Johnny Grieco, la loro biografia. L'intervista contenuta nel "Quaderno", che era già uscita in forma ridotta alcuni anni fa su Rocksound, è parecchio illuminante per chi non conoscesse la band. Ma non voglio aggiungere altro. Anche perché poi c'è il cd: con una messe di brani storti, graffianti e ingenui, che rappresentano un riassunto perfetto di cosa fosse il primo punk italiano, in tutta la sua confusione - come dicevamo prima - e la sua naturale eterogeneità. Ogni band interpretava la "nuova onda" come meglio credeva, facendo appello alla propria creatività e con pochissimi mezzi a disposizione. Oggi il punk, grazie anche alla tecnologia e all'abbondanza di informazioni a disposizione di tutti, rischia di essere un suono codificato, senza troppo margine di manovra. Mentre all'epoca era qualcosa di informe, urticante e urgente. Qualche nome tra i gruppi che troverete nel cd? Windopen, Rats, Hitlerss, Sorella Maldestra, Clito, Ice and the Iced, Skiantos...
"Il quaderno del punk" dei fratelli Gilardino ci restituisce, con i suoi quadretti grossi e le sue pagine ingiallite dal tempo, l'atmosfera pionieristica, incendiaria e "immatura" di quell'incredibile periodo storico. La testimonianza di due ragazzini di provincia che sognavano Londra e avevano capito, prima di tanti altri, che la musica non sarebbe stata più la stessa.
A impreziosire l'intero lavoro ci sono poi 5 interviste a 5 gruppi del nuovo rock italiano fatte in tempi recenti da Stefano Gilardino e un cd antologico di 21 canzoni, con parecchie chicche e qualche inedito. Due "aggiunte" non da poco, che aumentano notevolmente il valore della pubblicazione. Anche perché, al di là dell'innegabile fascino che suscitano le pagine riprodotto del quadernone (ci sono gruppi dai nomi assurdi e durati, probabilmente, il tempo di un paio di prove in saletta, ma anche "intrusi" eccellenti come Gianni Nannini, a dimostrazione della splendida confusione che aleggiava ai tempi) è "l'integrazione" il piatto forte di questo riuscitissimo progetto editoriale.
Partiamo dalle interviste che sono, nello specifico, a Confusional Quartet, Clito, No Submission/Wax Heroes, Dirty Actions e Jumbers/198X: cinque band insolite, se mi passate l'aggettivo, di cui si parla raramente quando si ricostruisce la storia del punk italiano. Di solito i nomi che si citano con più frequenza - anche se parliamo pur sempre di nicchie - sono Skiantos, Gaznevada e Kandeggina Gang: tutti gruppi incredibili e fra i miei preferiti, ma di cui gli appassionati sanno già parecchie cose. Delle Clito, invece, tanto per citare la band più oscura delle cinque, si è sempre saputo pochissimo. Dovevano incidere un 45 giri su Cramps per la serie Rock 80 e invece furono rimpiazzate - racconta la leggenda - dai Dirty Actions (poi ne parliamo...), hanno fatto i cori in un disco degli Area, hanno partecipato a un film di Fellini e registrato un singolo su Italian Records, riemerso solo 30 anni dopo nel mitico cofanetto pubblicato 5 anni fa da Spittle. In questa chiacchierata pubblicata sul "Quaderno punk" fra Stefano Gilardino e Luisa delle Clito, finalmente, si ricostruisce la storia della band e si scopre anche qualche aneddoto divertente. E lo stesso vale per i No Submission poi diventati Wax Heroes, che ci dimostrano come nel nord est oltre al Great Complotto (che è comunque tanta roba) c'è di più.I Confusional Quartet facevano parte dell'area più creativa e sperimentale della scena bolognese, tanto che parlare di punk, nel loro caso, risulta decisamente riduttivo, mentre i Jumpers e i 198X di Milano - di cui è uscito qualche tempo fa un interessante disco antologico per Rave Up - sono due band che incarnavano alla perfezione "il nuovo rock" metropolitano di fine anni Settanta di ispirazione inglese. Cito per ultimi i Dirty Actions perché, per loro, provo un affetto e un trasporto particolare, essendo di Genova e avendo scritto, insieme a Johnny Grieco, la loro biografia. L'intervista contenuta nel "Quaderno", che era già uscita in forma ridotta alcuni anni fa su Rocksound, è parecchio illuminante per chi non conoscesse la band. Ma non voglio aggiungere altro. Anche perché poi c'è il cd: con una messe di brani storti, graffianti e ingenui, che rappresentano un riassunto perfetto di cosa fosse il primo punk italiano, in tutta la sua confusione - come dicevamo prima - e la sua naturale eterogeneità. Ogni band interpretava la "nuova onda" come meglio credeva, facendo appello alla propria creatività e con pochissimi mezzi a disposizione. Oggi il punk, grazie anche alla tecnologia e all'abbondanza di informazioni a disposizione di tutti, rischia di essere un suono codificato, senza troppo margine di manovra. Mentre all'epoca era qualcosa di informe, urticante e urgente. Qualche nome tra i gruppi che troverete nel cd? Windopen, Rats, Hitlerss, Sorella Maldestra, Clito, Ice and the Iced, Skiantos...
"Il quaderno del punk" dei fratelli Gilardino ci restituisce, con i suoi quadretti grossi e le sue pagine ingiallite dal tempo, l'atmosfera pionieristica, incendiaria e "immatura" di quell'incredibile periodo storico. La testimonianza di due ragazzini di provincia che sognavano Londra e avevano capito, prima di tanti altri, che la musica non sarebbe stata più la stessa.
mercoledì 19 settembre 2018
Un po' di recensioni a babbo 8/Largo all'avanguardia (ma anche alla Wild Honey)
Torno a sputare le mie sentenze con una manciata di recensioni "a babbo" tanto per ricordare a me stesso che, nonostante tutto, scrivere resta ancora la mia seconda passione più grande.
AA/VV - ETERNALLYT. THE CORRUGATED COMPLICATION
Per festeggiare la sua cinquantesima uscita, l'etichetta digitale Asbestos Digit di Andrea Prevignano pubblica il suo primo cd in formato fisico: la compilation "Eternallyt. The Corrugated complication", che ruota intorno a un concept piuttosto particolare: l'Eternit. Una storia di morte e dolore, che ha scritto una pagina buia - e ancora lontana dall'essere chiusa - del nostro paese. Prevignano, che oggi vive a Roma (o almeno credo) ma è originario di Casale Monferrato conosce molto bene la vicenda e anche nel packaging di questo disco, con la copertina ondulata che sembra una lamiera di Eternit, ha voluto aggiungere un ulteriore elemento "tattile" piuttosto forte e azzeccato. Il contenuto dell'album - musica d'avanguardia e sperimentale, come nella tradizione delle uscite Asbestos - non si discostata dal concept e mette in fila una serie di gruppi "classici" dell'etichetta, per un totale di dieci pezzi. Ad aprire il disco tocca a Lucy Mina con la sua "Doggy Style", una nebbia di suoni inquietanti che si dissolve in poco più di due minuti. Si cambia totalmente registro con "Anche i cigni non cantano più" delle Cose Bianche, unico pezzo cantato della raccolta. Il brano sembra una b-side dei Massimo Volume registrata in bassa fedeltà, mescolata a suoni disturbati e vari sfrigolii. "Groundwork n.1 (For a threnody)" di Pierluigi Pugno - della durata di oltre sei minuti - ricorda il segnale di una sonda persa nello spazio: il suono è quasi impercettibile e se provate ad ascoltarlo in cuffia facendo l'errore di alzare al massimo il volume dello stereo, per cogliere tutte le sfumature del pezzo, tenete d'occhio il minutaggio perché, altrimenti, alla sua conclusione rischierete di perdere l'udito per qualche secondo. "La Furnasetta is already dead", sesto brano della raccolta firmato, appunto, da La Furnasetta, band noise-avant dai suoni metallici dirompenti e ipnotici, è infatti una bomba di rumore dissonante, che farà a pezzi i vostri timpani e foraggerà il vostro acufene (per chi lo ha già...). In poco più di 4 minuti il gruppo (un dei migliori della compilation) saprà sfondarvi il cranio con uno "stoner elettronico" lento, pensante e assordante. Un antipasto perfetto per le dissonanze acquatiche di Luca Serrapiglio e il suo "Incanto e incatenato". Mademoiselle Bisturi (un'altra delle mie favorite della raccolta) ci regala, invece, una pioggia dorata (o forse placcata oro) di ferraglia, grazie alla cavalcata noise di "Half life", il cui suono fa venire in mente una fresa che taglia una lamiera di Eternit. Ne "La discipline n'est pas une étude (vers. III)" di Gianmaria Aprile, invece, una tromba jazz squarcia il silenzio, come in quei funerali per i soldati caduti in guerra, salvo poi spegnersi in una coda elettronica e palpitante. I Legendary Gay Cowboys - nome della vita! - si adoperano, con la loro "Il perno del mondo", in una sorta di mini colonna sonora cosmica di tre minuti, mentre "Superego" di Faluomo - al terzo posto della mia classifica personale di questa ottima compila - sembra quasi un omaggio ad "Amore tossico", grazie a un sinth spettrale, che suona come una campana a morto. Chiude la raccolta "Speed & politics" degli uBik: una catena di montaggio di suoni minimali in sequenza. Anche se della cosiddetta musica d'avanguardia non si parla praticamente mai in questo blog e, di solito, i miei ascolti spaziano dal punk al punk-rock, devo ammettere che "Eternallyt" rappresenta una bellissima eccezione, tanto che, nel giro di pochi giorni, questa compilation è diventata una degli ascolti più frequenti dell'ultimo periodo. Forse è l'inquietudine e la violenza di certi pezzi (non necessariamente quelli più rumorosi) ad avermi colpito così tanto. Ma è anche vero che, per chi, come me, è digiuno da certi suoni, partire da una raccolta che mette insieme gruppi e musicisti così diversi e intensi potrebbe essere un ottimo punto di partenza. Provate a spararvi l'intero disco in cuffia cliccando sul link sotto la recensione e (con le dovute accortezze di cui sopra) immergetevi in queste nebbie tossiche ed elettriche.
Ps Tornando brevemente alla confezione di questa raccolta stampata in 30 copie numerate a mano, all'interno del già citato involucro simil lamiera (di cartone) dentro il quale è custodito il cd, troverete una tracklist in carta lucida e un piccolo lucido con disegnato un cagnolino. Nella busta c'è anche una spilla della Asbetos.
https://asbestosdigit.bandcamp.com/album/various-artists-eternallyt-the-corrugated-complication-asbestos-digit-50
PEAWEES - MOVING TARGET
Forse dovrei aspettare di poter stringere fra le mani il vinile. Ma visto che non so resistere (e non ho neppure la più pallida idea di quando riuscirò a comprarlo) ho deciso di recensire l'ultimo disco dei Peawees, dopo averlo ascoltato (più volte) sulla pagina bandcamp della Wild Honey e su - orrore - Spotify. "Moving target" (e già il titolo che cita, anche se temo inconsapevolmente, uno dei miei gruppi preferiti è una garanzia) potrebbe essere quello che un recensore serio definirebbe un album maturo. Una sorta di anello di congiunzione fra il più classico e pacato "Leave it behind" - suo predecessore uscito ben sette anni fa - e il capolavoro del 2001 "Dead end city". Perché se, da una parte, il suono di questo nuovo disco è decisamente più quadrato e corposo rispetto alle prime uscite della band, ciò che lo differenzia dai due dischi post "Dead end city" sono, essenzialmente, le canzoni. Ognuno dei 10 brani di "Moving Targets", infatti, ha una precisa identità e potrebbe essere un potenziale singolo. Cosa che mancava un po' in "Leave it behind" e "Walking the walk". Per carità, parliamo di due album potenti e compatti, dove la vena rock'n'roll e country dei Peawees era al massimo del suo splendore. Ma per chi, come il sottoscritto, ha letteralmente consumato, da pivello, "Dead end city", quei due dischi restano un gradino sotto quel piccolo grande capolavoro targato Stardumb. In "Moving Targets", insomma, tornano le canzoni che ti si appiccicano in testa, grazie a una spiccata vena pop che, magari, rallenta un po' il ritorno rispetto al passato, ma che, coniugata con un songwriting robusto e di classe, trasforma questo disco in uno dei migliori in assoluto della band; secondo, forse, solo a "Dead end city". Difficile dire quali pezzi preferisca fra queste dieci perle e così, senza pensarci troppo, vi butto lì un terzetto da urlo formato da "Walking through my hell", "Stranger" e "Phil Spector". Ma non è possibile non menzionare anche "As long as you can sleep" e "A reason why": insomma finisce che mi tocca citare tutti e dieci i brani. Come dicevo poco fa la classica formula "rock'n'roll/musica delle radici americane" diventata, ormai, un marchio di fabbrica della band spezzina, in questo "Moving Target" viene riaggionrata con un gusto power-pop davvero irresistibile. Per non farla tanto lunga, il nuovo album dei Peawees è senza dubbio uno dei dieci dischi più belli dell'anno.
THE SHOWBIZ - DO THE ROCK'N'ROLLIl pub e il rock'n'roll sono due luoghi fisici e dell'anima che oserei definire sacri. E d'altra parte è ormai acclarato che una buona birra, insieme a una bella canzone, siano in grado di curare parecchie ferite. Di questo parere sembrano anche gli Showbiz che, per la Tongue Records, hanno recentemente pubblicato un 7'' dal titolo più che esplicito "Do the rock'n'roll". Quattro brani bollenti e senza troppi fronzoli, con la chitarra in primo piano a macinare riff vertiginosi e inarrestabili. Niente di nuovo sul fronte occidentale, per carità: ma gli Showbiz sono dei discepoli di Chuck Berry e dei Sonics, che hanno come unico obiettivo quello di restituire alla musica le sue radici più genuine. E in questo pezzetto di vinile ci riescono a meraviglia. E' solo rock'n'roll e ci piace parecchio. Una menzione speciale per il brano che apre il lato b,"All the girls", che grazie a una melodia azzeccatissima riesce a colpire subito al cuore.
AA/VV - ETERNALLYT. THE CORRUGATED COMPLICATION
Per festeggiare la sua cinquantesima uscita, l'etichetta digitale Asbestos Digit di Andrea Prevignano pubblica il suo primo cd in formato fisico: la compilation "Eternallyt. The Corrugated complication", che ruota intorno a un concept piuttosto particolare: l'Eternit. Una storia di morte e dolore, che ha scritto una pagina buia - e ancora lontana dall'essere chiusa - del nostro paese. Prevignano, che oggi vive a Roma (o almeno credo) ma è originario di Casale Monferrato conosce molto bene la vicenda e anche nel packaging di questo disco, con la copertina ondulata che sembra una lamiera di Eternit, ha voluto aggiungere un ulteriore elemento "tattile" piuttosto forte e azzeccato. Il contenuto dell'album - musica d'avanguardia e sperimentale, come nella tradizione delle uscite Asbestos - non si discostata dal concept e mette in fila una serie di gruppi "classici" dell'etichetta, per un totale di dieci pezzi. Ad aprire il disco tocca a Lucy Mina con la sua "Doggy Style", una nebbia di suoni inquietanti che si dissolve in poco più di due minuti. Si cambia totalmente registro con "Anche i cigni non cantano più" delle Cose Bianche, unico pezzo cantato della raccolta. Il brano sembra una b-side dei Massimo Volume registrata in bassa fedeltà, mescolata a suoni disturbati e vari sfrigolii. "Groundwork n.1 (For a threnody)" di Pierluigi Pugno - della durata di oltre sei minuti - ricorda il segnale di una sonda persa nello spazio: il suono è quasi impercettibile e se provate ad ascoltarlo in cuffia facendo l'errore di alzare al massimo il volume dello stereo, per cogliere tutte le sfumature del pezzo, tenete d'occhio il minutaggio perché, altrimenti, alla sua conclusione rischierete di perdere l'udito per qualche secondo. "La Furnasetta is already dead", sesto brano della raccolta firmato, appunto, da La Furnasetta, band noise-avant dai suoni metallici dirompenti e ipnotici, è infatti una bomba di rumore dissonante, che farà a pezzi i vostri timpani e foraggerà il vostro acufene (per chi lo ha già...). In poco più di 4 minuti il gruppo (un dei migliori della compilation) saprà sfondarvi il cranio con uno "stoner elettronico" lento, pensante e assordante. Un antipasto perfetto per le dissonanze acquatiche di Luca Serrapiglio e il suo "Incanto e incatenato". Mademoiselle Bisturi (un'altra delle mie favorite della raccolta) ci regala, invece, una pioggia dorata (o forse placcata oro) di ferraglia, grazie alla cavalcata noise di "Half life", il cui suono fa venire in mente una fresa che taglia una lamiera di Eternit. Ne "La discipline n'est pas une étude (vers. III)" di Gianmaria Aprile, invece, una tromba jazz squarcia il silenzio, come in quei funerali per i soldati caduti in guerra, salvo poi spegnersi in una coda elettronica e palpitante. I Legendary Gay Cowboys - nome della vita! - si adoperano, con la loro "Il perno del mondo", in una sorta di mini colonna sonora cosmica di tre minuti, mentre "Superego" di Faluomo - al terzo posto della mia classifica personale di questa ottima compila - sembra quasi un omaggio ad "Amore tossico", grazie a un sinth spettrale, che suona come una campana a morto. Chiude la raccolta "Speed & politics" degli uBik: una catena di montaggio di suoni minimali in sequenza. Anche se della cosiddetta musica d'avanguardia non si parla praticamente mai in questo blog e, di solito, i miei ascolti spaziano dal punk al punk-rock, devo ammettere che "Eternallyt" rappresenta una bellissima eccezione, tanto che, nel giro di pochi giorni, questa compilation è diventata una degli ascolti più frequenti dell'ultimo periodo. Forse è l'inquietudine e la violenza di certi pezzi (non necessariamente quelli più rumorosi) ad avermi colpito così tanto. Ma è anche vero che, per chi, come me, è digiuno da certi suoni, partire da una raccolta che mette insieme gruppi e musicisti così diversi e intensi potrebbe essere un ottimo punto di partenza. Provate a spararvi l'intero disco in cuffia cliccando sul link sotto la recensione e (con le dovute accortezze di cui sopra) immergetevi in queste nebbie tossiche ed elettriche.
Ps Tornando brevemente alla confezione di questa raccolta stampata in 30 copie numerate a mano, all'interno del già citato involucro simil lamiera (di cartone) dentro il quale è custodito il cd, troverete una tracklist in carta lucida e un piccolo lucido con disegnato un cagnolino. Nella busta c'è anche una spilla della Asbetos.
https://asbestosdigit.bandcamp.com/album/various-artists-eternallyt-the-corrugated-complication-asbestos-digit-50
PEAWEES - MOVING TARGET
Forse dovrei aspettare di poter stringere fra le mani il vinile. Ma visto che non so resistere (e non ho neppure la più pallida idea di quando riuscirò a comprarlo) ho deciso di recensire l'ultimo disco dei Peawees, dopo averlo ascoltato (più volte) sulla pagina bandcamp della Wild Honey e su - orrore - Spotify. "Moving target" (e già il titolo che cita, anche se temo inconsapevolmente, uno dei miei gruppi preferiti è una garanzia) potrebbe essere quello che un recensore serio definirebbe un album maturo. Una sorta di anello di congiunzione fra il più classico e pacato "Leave it behind" - suo predecessore uscito ben sette anni fa - e il capolavoro del 2001 "Dead end city". Perché se, da una parte, il suono di questo nuovo disco è decisamente più quadrato e corposo rispetto alle prime uscite della band, ciò che lo differenzia dai due dischi post "Dead end city" sono, essenzialmente, le canzoni. Ognuno dei 10 brani di "Moving Targets", infatti, ha una precisa identità e potrebbe essere un potenziale singolo. Cosa che mancava un po' in "Leave it behind" e "Walking the walk". Per carità, parliamo di due album potenti e compatti, dove la vena rock'n'roll e country dei Peawees era al massimo del suo splendore. Ma per chi, come il sottoscritto, ha letteralmente consumato, da pivello, "Dead end city", quei due dischi restano un gradino sotto quel piccolo grande capolavoro targato Stardumb. In "Moving Targets", insomma, tornano le canzoni che ti si appiccicano in testa, grazie a una spiccata vena pop che, magari, rallenta un po' il ritorno rispetto al passato, ma che, coniugata con un songwriting robusto e di classe, trasforma questo disco in uno dei migliori in assoluto della band; secondo, forse, solo a "Dead end city". Difficile dire quali pezzi preferisca fra queste dieci perle e così, senza pensarci troppo, vi butto lì un terzetto da urlo formato da "Walking through my hell", "Stranger" e "Phil Spector". Ma non è possibile non menzionare anche "As long as you can sleep" e "A reason why": insomma finisce che mi tocca citare tutti e dieci i brani. Come dicevo poco fa la classica formula "rock'n'roll/musica delle radici americane" diventata, ormai, un marchio di fabbrica della band spezzina, in questo "Moving Target" viene riaggionrata con un gusto power-pop davvero irresistibile. Per non farla tanto lunga, il nuovo album dei Peawees è senza dubbio uno dei dieci dischi più belli dell'anno.
DENIZ TEK - LOST FOR WORDS
Restando sempre in casa Wild Honey un altro disco incredibile in uscita in questi giorni e che potete ascoltare sulla loro pagina bandcamp è il nuovo album solista di Deniz Tek dei Radio Birdman. Franz e compagni sono dei veri e propri fan della band australiana - che infatti è uno dei nomi di punta di Otis Tour - e, da qualche mese, si sono messi in testa di ristampare il materiale legato alla carriera post RB di Deniz Tek: la prima uscita è stato l'unico e omonimo album dei Visitors (anno di grazia 1978): un disco che, nella versione originale, è pressoché introvabile a prezzi umani e che Wild Honey ha ripubblicato in un sontuoso vinile rosso, con tanto di bonus track. "Lost for words", invece, è un album nuovo, appena inciso e interamente strumentale: dieci pezzi in bilico fra surf e rock chitarristico e desertico, perfetti per una serata in spiaggia bere birra ghiacciata e a guardare le onde. Arpeggi sinuosi e riff delicati si distengono lentamente su un tappeto di melodie soffici e ipnotiche. Lunghe fughe strumentali come "The Barrens" si alternano a surf'n'roll in salsa garage come "Hondo's dog" e "Song for Dave". Un album splendido e immeditato. Una colonna sonora calda e malinconica, come il mare d'autunno.
THE SHOWBIZ - DO THE ROCK'N'ROLLIl pub e il rock'n'roll sono due luoghi fisici e dell'anima che oserei definire sacri. E d'altra parte è ormai acclarato che una buona birra, insieme a una bella canzone, siano in grado di curare parecchie ferite. Di questo parere sembrano anche gli Showbiz che, per la Tongue Records, hanno recentemente pubblicato un 7'' dal titolo più che esplicito "Do the rock'n'roll". Quattro brani bollenti e senza troppi fronzoli, con la chitarra in primo piano a macinare riff vertiginosi e inarrestabili. Niente di nuovo sul fronte occidentale, per carità: ma gli Showbiz sono dei discepoli di Chuck Berry e dei Sonics, che hanno come unico obiettivo quello di restituire alla musica le sue radici più genuine. E in questo pezzetto di vinile ci riescono a meraviglia. E' solo rock'n'roll e ci piace parecchio. Una menzione speciale per il brano che apre il lato b,"All the girls", che grazie a una melodia azzeccatissima riesce a colpire subito al cuore.
domenica 5 agosto 2018
"New York Rock" è bello ma non ci vivrei - Perché il libro di Blush mi è piaciuto a metà
Quando ho finalmente stretto tra le mani "New York Rock - Dalla nascita dei Velvet Underground al declino del CBGB" dei Steven Blush (tradotto in italiano da Spittle/Goodfellas) ero convinto di aver trovato un altro Santo Graal dell'editoria punk. Anche perché, memore del bellissimo - o, almeno, è così che me lo ricordo - "American punk hardcore" pubblicato nel 2007 da Shake, l'idea di leggere un altro volume firmato da Blush sulla mia musica preferita mi entusiasmava non poco. Fin alle prime pagine, però, mi sono accorto che "New York Rock" non sarebbe stata una lettura particolarmente avvincente.
Intendiamoci: siamo di fronte a un libro prezioso, che riscostruisce con dovizia di particolari la scena musicale della Grande Mela dall'inizio degli Anni Sessanta a oggi (anche se si comincia a fare sul serio, come suggerisce il sottotitolo, proprio dai Velvet Underground e quindi verso la fine dei sixties). Ma l'idea dell'autore di non affrontare organicamente - a mo' di romanzo, diciamo - l'intera vicenda e di suddividerla in capitoli-schede con sezioni sempre uguali e titoli come "La nascita", "La scena", "La musica" e "Il declino", rende "New York Rock" più che un vero e proprio libro da leggere tutto d'un fiato, una sorta di catalogo di luoghi, club, band e dischi. Una scelta che, alla lunga, risulta un po' stucchevole.
Risfogliando "American punk hardcore" mi sono accorto che, anche per quel mitico volume, Blush aveva utilizzato un metodo simile, seppur meno statico. E forse dovrei rileggerlo per capire se oggi avrei per quel libro le stesse riserve che nutro per "New York Rock". Chissà: sarà stato l'argomento - all'epoca era davvero difficile trovare, in italiano, un volume che parlasse così diffusamente dell'hc americano degli Anni Ottanta - o forse sarà stata colpa del mio entusiasmo giovanile: avevo 11 anni di meno e tanta fame di storie punk in più. Fatto sta che i ricordi che mi suscita "American punk hardcore" sono molto diversi dalla sensazioni trasmesse da questa nuova pubblicazione. E non è un caso che mi ci vollero appena tre giorni per polverizzare le sue 462 pagine, mentre ho impiegato quasi un mese a far fuori le 500 facciate di "New York Rock". Certo, il volume oggetto di questa recensione è talmente eterogeneo e affronta così tante scene musicali diverse che è difficile entusiasmarsi per tutte le vicende raccontate (cosa che è invece più semplice per una monografia come "American punk hardcore"). Ma non credo sia solo questo il punto.
Il problema di "New York Rock" è che, dopo poche pagine, si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un lungo elenco di band e album, con pochissime notazioni critiche: una sfilza di nomi davvero difficili da ricordare una volta interrotta la lettura; e questo che non aiuta ad affezionarsi al libro. Blush deve aver fatto un lavoro di ricerca enorme - anche se molte storie le ha vissute direttamente sulla propria pelle - per mettere insieme tutte queste informazioni. Ma pur restando imprescindibile il valore documentale di questo testo, credo che conserverò "New York Rock" più che altro come una buona guida per scoprire "nuove" band del passato che fino a oggi ignoravo (e in questo caso il libro di Blush è una vera e propria miniera di informazioni).
Al di là delle cretiche "letterarie", comunque, in "New York Rock" ci sono molti spunti interessanti: soprattutto quando Blush parla di scene e periodi poco battuti dall'editoria musicale (o magari sono io a saperne poco e niente). Perché se del CBGB, del New York hardcore, ma anche dei Velvet Underground e della no wave è già stato scritto di tutto, ho letto con grande interesse e curiosità - soprattutto nell'ultima parte del volume - i focus relativi alla nascita e lo sviluppo della scena anti folk e di quella garage revival, dell'alt rock di Hoboken e soprattutto del revival punk dei primi Novanta (il giro legato ai D Generation e a una miriade di altre band pazzesche e sottovalutate). Forse "New York Rock" sconta proprio il fatto che sulla musica "classica" della Grande Mela si è scritto e pubblicato tantissimo negli ultimi 50 anni e che riparlare oggi di certe band come Ramones, Patti Smith e Sonic Youth rischia di risultare un po' superfluo, anche se a scriverne è un protagonista diretto come Blush. Per altri versi, proprio grazie al suo carattere didascalico, questo libro potrebbe diventare il volume definitivo del rock newyorkese: il compendio di oltre mezzo secolo di musica incredibile, capace di cambiare il mondo. Ma se cercate un libro rock (o meglio: punk) che vi faccia battere il cuore e vi tenga svegli la notte a divorare le pagine una dopo l'altra, lasciate perdere.
mercoledì 11 luglio 2018
Un po' di recensioni a babbo/7 Area Pirata mon amour
E' di nuovo Area Pirata-time: l'etichetta toscana ha sfornato, nel giro di un mese e mezzo, cinque dischi fantastici (3 album, un 45 giri e un mini cd, per la precisione). E grazie a un succoso pacco che mi è stato recapitato qualche giorno fa nella cassetta delle lettere me li sono sparati tutti, uno dopo l'altro. Tiziano e Jacopo stanno facendo un lavoro davvero incredibile con questa piccola ma indomita label. Ogni nuova uscita riesce a centrare in pieno il bersaglio. La qualità del materiale è sempre altissima e in mezzo a questi cinque titoli ce n'è persino uno che ritroverete sicuramente a fine anno nella classifica dei dieci migliori dischi del 2018.
The Superslots Terrible Smashers - 4 dummies
Quattro pezzi di rock'n'roll abrasivo sparato a mille: non servirebbe altro per descrivere "4 dummies", il nuovo singolo spacca ossa dei Superslots Terrible Smashers pubblicato da Area Pirata e Tongue Records. Quattro mine roventi al punto giusto che vi menderanno in pappa il cervello manco fossimo nel 1991. Già perché la band di Salerno, oltre a guardare al classico garage punk psichdelico di 50 anni fa, sembra uscita direttamente da quella fucina incandescente che era il gunk punk, e cioè quel breve ma intensissimo periodo tra la fine degli anni ottanta e i primissimi novanta in cui hanno trovato terreno fertile gruppi immensi come New Bomb Turks, Gaunt, Oblivians e Gories . Ecco i Superslots Terrible Smashars suonano esattamente come quelle band. L'Ohio d'Italia è sul mar Tirreno.
The Bradipos IV - Lost Waves
I Bradipos IV sono una vera e propria istituzione. E con questo nuovo album targato Area Pirata e intitolato "Lost Waves" dimostrano di essere, ancora una volta, dopo oltre 25 anni di dischi e concerti, i re indiscussi della musica surf europea. Se siete alla ricerca sfrenata di suoni innovativi e o moderni, forse, è meglio che vi teniate alla larga da questo pezzetto di vinile, perché la formula utilizzata dai nostri è quanto di più "alla vecchia" vi potrebbe capitare di ascoltare in questi giorni di calura estiva. Oltre ad aver studiato con cura la lezione di Dick Dale e dei Pyramids, tanto per fare due nomi classici che potrebbe citare anche un bambino, la band di Caserta dimostra anche una certa passione per i gruppi più oscuri del surf (i Phantom Surfers sono abbastanza underground o dico cazzate come al solito?) con imprevedibili sferzate garage - e anche una certa vena dark - che irrobustiscono le trame sonore delle canzoni. Chitarre scintillanti e liquide, riff ossessivi e taglienti: ogni pezzo è un'escursione in bermuda e camicia a fiori alla ricerca delle melodia perfetta. Fra i brani più belli di quest'album solido e da ascoltare tutto d'un fiato spiccano la magnetica "Hangover Serenade" e "A heartful of nothing", che grazie alle sue schitarrate concentriche e il suo andamento indolente, vorresti durasse per ore, come un viaggio mistico a due passi dalla riva.
Lupe Vélez - Wierd Tales
A meno che Grant Hart e Joe Strummer non resuscitino al volo e sfornino 5 album degli Husker Du e 5 album dei Clash nelle prossime settimane "Wierd tales" dei Lupe Vélez arriverà dritto dritto fra i miei dieci dischi del cuore del 2018. E ve lo posso assicurare già oggi, a 5 mesi dalla fine dell'anno. Senza stare troppo a menarselo, infatti, questo cd pubblicato da Area Pirata è davvero una bomba pronta a esplodere nel vostro stereo (lo so, quando mi entusiasmo così tanto inizio a perdere la fantasia). Ma fate attenzione perché il sestetto di Livorno (e già che siano in sei è un fatto abbastanza insolito) non è una band facile da inquadrare. I pezzi, pur avendo una matrice comune (il suono dei gruppi underground americani degli anni ottanta e dei primissimi novanta) sono molto eterogenei. Tra un brano e l'altro si sentono echi di rock australiano ("Next mistake"), revival garage ("Wild girl"), ma non mancano neppure mitragliate soniche punk-hc sul solco di Hukser Du, Lemonheads e soprattutto di una band spettacolare ma purtroppo dimenticata come i Moving Targets ("Oblivion", "I'm in America", ma più in generale quasi tutta la seconda metà del disco). Immaginate insomma un ibrido impossibile fra Visitors, Radio Birdman e i già citati Huskers e Moving Targets: il tutto guidato dalla voce incredibile e perfetta, per il genere, di Stefano Ilari, vecchia conoscenza della musica "alternativa" italiana grazie alla sua militanza nei Mumblers e nella Stelle Maris Music Conspiracy. Anche i suoi altri partner in crime arrivano da una fitta serie di esperienze musicali, quasi tutte in ambito punk hardcore: Alex Gefferson (chitarra) degli Steven Sperguenzi and the Incredible Lysergic Ants, Gianfra (batteria) già attivo nei Biffers, band hc melodica di Livorno con pedigree internazionale, Donatella Doda Mariotti (basso), storica esponente del Granducato Hardcore prima nei Senza Sterzo e poi negli ultimi Not Moving, Luca Valdambrini (tastiere, ecco il tocco Radio Birdman) dei Pipelines e dei Surfer Joe & His Boss Combo e, infine, Iride Volpi (chitarra), direttamente dalla band di Dome La Muerte, i Diggers. Il gruppo è in giro da appena 4 anni, ma come avrete capito dalle mie lodi sperticate sa già il fatto suo. Per me possiamo anche finirla qui, altrimenti finisce che scappo, prendo il primo treno per Livorno e li vado ad abbracciare uno per uno.
The 16 Eyes - Look
Il garage che oggi va per la maggiore è una musica violenta e primitiva, con melodie taglienti suonate a tutta velocità. Ma se andiamo a recuperare le radici anni sessanta di questo "non genere" e cioè i gruppi americani che provavano nelle cantine o, appunto, nei garage di famiglia tentando - inutilmente - di copiare Beatles e Rolling Stones e le cui gesta sono state raccolte nell'imprescindibile raccolta Nuggets, allora le coordinate sonore risultano un po' diverse rispetto a quanto descritto poco fa. Quello che fra il '65 e il '69 veniva banalmente definito garage rock (e poi punk), infatti, non era altro che il tentativo, ingenuo e splendido, di una massa di ragazzini della media borghesia a stelle e strisce di uscire dalla mediocrità della loro vita di provincia attraverso il rock'n'roll. Una miscela carica di ritmo, intrisa di psichdelia e frutto dell'utilizzo sistematico di droghe (erba e acidi, soprattutto). Oggi, però, che la musica è cambiata e anche le droghe non sono più quelle di una volta, si fa sempre più fatica a imbattersi in un impasto sonoro di quel genere. Così quando ho messo su "Look", il primo disco dei 16 Eyes appena uscito per Area Pirata, è stato come fare un tuffo nei miei vent'anni: il periodo in cui avevo scoperto, con qualche decennio di ritardo, i gruppi di Nuggets, andando letteralmente fuori di testa per la psichdelia e il garage-punk americano delle origini. D'altra parte questi quattro "giovanotti" - una sorta di super gruppo, visto che parliamo di veterani della scena come Orin Portnoy, Frank Labor, Steve Ostrov e Ward Reeder - vengono dell'Arizona, regione desertica piuttosto fertile per questo tipo di sonorità. "Look", le cui tracce sono state impresse in un sontuoso lp stampato in 300 copie, è un disco davvero irresistibile, che alterna pezzi di rock'n'roll vorticoso ("Know know", "Leaving here" e "Shot in the dark") a brani più lenti e dilatati, vicini a certo rock australiano anni settanta ("Stupid little girl" e l'ipnotica "'Float"). Anzi il bello di questo disco sono proprio le canzoni: 14 brani fiammeggianti, senza alcun riempitivo.
The Ghiblis - Surfinia
Dura appena un quarto d'ora e qualche spicciolo "Surfinia" dei The Ghiblis, gruppo strumentale di Piacenza, che esordisce su cd con questo succoso mini pubblicato da Area Pirata. Oltre ai classici riverberi surf, e cioè chitarre ipnotiche spalmate su ritmi ossessivi e marziali, i Ghiblis aggiungono alla loro speciale miscela anche un pizzico di pop tropicale. Il risultato sono 6 pezzi straordinari (su tutti la title track "Surfinia"), capaci di tracciare le coordinate di una psichdelia surf, da ascoltare ai bordi di una piscina costruita nella giungla. Se non vi fidate provate a sentire un brano spettacolare come "Lazy Odyssey", che sfoderando un ossimoro potremmo definire uno "standard inedito": i Ghiblis, in poche mosse e potendo contare su una tradizione ormai spolpata in lungo e in largo, riescono a risultare originali e innovativi. E scusate se è poco.
The Superslots Terrible Smashers - 4 dummies
Quattro pezzi di rock'n'roll abrasivo sparato a mille: non servirebbe altro per descrivere "4 dummies", il nuovo singolo spacca ossa dei Superslots Terrible Smashers pubblicato da Area Pirata e Tongue Records. Quattro mine roventi al punto giusto che vi menderanno in pappa il cervello manco fossimo nel 1991. Già perché la band di Salerno, oltre a guardare al classico garage punk psichdelico di 50 anni fa, sembra uscita direttamente da quella fucina incandescente che era il gunk punk, e cioè quel breve ma intensissimo periodo tra la fine degli anni ottanta e i primissimi novanta in cui hanno trovato terreno fertile gruppi immensi come New Bomb Turks, Gaunt, Oblivians e Gories . Ecco i Superslots Terrible Smashars suonano esattamente come quelle band. L'Ohio d'Italia è sul mar Tirreno.
The Bradipos IV - Lost Waves
I Bradipos IV sono una vera e propria istituzione. E con questo nuovo album targato Area Pirata e intitolato "Lost Waves" dimostrano di essere, ancora una volta, dopo oltre 25 anni di dischi e concerti, i re indiscussi della musica surf europea. Se siete alla ricerca sfrenata di suoni innovativi e o moderni, forse, è meglio che vi teniate alla larga da questo pezzetto di vinile, perché la formula utilizzata dai nostri è quanto di più "alla vecchia" vi potrebbe capitare di ascoltare in questi giorni di calura estiva. Oltre ad aver studiato con cura la lezione di Dick Dale e dei Pyramids, tanto per fare due nomi classici che potrebbe citare anche un bambino, la band di Caserta dimostra anche una certa passione per i gruppi più oscuri del surf (i Phantom Surfers sono abbastanza underground o dico cazzate come al solito?) con imprevedibili sferzate garage - e anche una certa vena dark - che irrobustiscono le trame sonore delle canzoni. Chitarre scintillanti e liquide, riff ossessivi e taglienti: ogni pezzo è un'escursione in bermuda e camicia a fiori alla ricerca delle melodia perfetta. Fra i brani più belli di quest'album solido e da ascoltare tutto d'un fiato spiccano la magnetica "Hangover Serenade" e "A heartful of nothing", che grazie alle sue schitarrate concentriche e il suo andamento indolente, vorresti durasse per ore, come un viaggio mistico a due passi dalla riva.
Lupe Vélez - Wierd Tales
A meno che Grant Hart e Joe Strummer non resuscitino al volo e sfornino 5 album degli Husker Du e 5 album dei Clash nelle prossime settimane "Wierd tales" dei Lupe Vélez arriverà dritto dritto fra i miei dieci dischi del cuore del 2018. E ve lo posso assicurare già oggi, a 5 mesi dalla fine dell'anno. Senza stare troppo a menarselo, infatti, questo cd pubblicato da Area Pirata è davvero una bomba pronta a esplodere nel vostro stereo (lo so, quando mi entusiasmo così tanto inizio a perdere la fantasia). Ma fate attenzione perché il sestetto di Livorno (e già che siano in sei è un fatto abbastanza insolito) non è una band facile da inquadrare. I pezzi, pur avendo una matrice comune (il suono dei gruppi underground americani degli anni ottanta e dei primissimi novanta) sono molto eterogenei. Tra un brano e l'altro si sentono echi di rock australiano ("Next mistake"), revival garage ("Wild girl"), ma non mancano neppure mitragliate soniche punk-hc sul solco di Hukser Du, Lemonheads e soprattutto di una band spettacolare ma purtroppo dimenticata come i Moving Targets ("Oblivion", "I'm in America", ma più in generale quasi tutta la seconda metà del disco). Immaginate insomma un ibrido impossibile fra Visitors, Radio Birdman e i già citati Huskers e Moving Targets: il tutto guidato dalla voce incredibile e perfetta, per il genere, di Stefano Ilari, vecchia conoscenza della musica "alternativa" italiana grazie alla sua militanza nei Mumblers e nella Stelle Maris Music Conspiracy. Anche i suoi altri partner in crime arrivano da una fitta serie di esperienze musicali, quasi tutte in ambito punk hardcore: Alex Gefferson (chitarra) degli Steven Sperguenzi and the Incredible Lysergic Ants, Gianfra (batteria) già attivo nei Biffers, band hc melodica di Livorno con pedigree internazionale, Donatella Doda Mariotti (basso), storica esponente del Granducato Hardcore prima nei Senza Sterzo e poi negli ultimi Not Moving, Luca Valdambrini (tastiere, ecco il tocco Radio Birdman) dei Pipelines e dei Surfer Joe & His Boss Combo e, infine, Iride Volpi (chitarra), direttamente dalla band di Dome La Muerte, i Diggers. Il gruppo è in giro da appena 4 anni, ma come avrete capito dalle mie lodi sperticate sa già il fatto suo. Per me possiamo anche finirla qui, altrimenti finisce che scappo, prendo il primo treno per Livorno e li vado ad abbracciare uno per uno.
The 16 Eyes - Look
Il garage che oggi va per la maggiore è una musica violenta e primitiva, con melodie taglienti suonate a tutta velocità. Ma se andiamo a recuperare le radici anni sessanta di questo "non genere" e cioè i gruppi americani che provavano nelle cantine o, appunto, nei garage di famiglia tentando - inutilmente - di copiare Beatles e Rolling Stones e le cui gesta sono state raccolte nell'imprescindibile raccolta Nuggets, allora le coordinate sonore risultano un po' diverse rispetto a quanto descritto poco fa. Quello che fra il '65 e il '69 veniva banalmente definito garage rock (e poi punk), infatti, non era altro che il tentativo, ingenuo e splendido, di una massa di ragazzini della media borghesia a stelle e strisce di uscire dalla mediocrità della loro vita di provincia attraverso il rock'n'roll. Una miscela carica di ritmo, intrisa di psichdelia e frutto dell'utilizzo sistematico di droghe (erba e acidi, soprattutto). Oggi, però, che la musica è cambiata e anche le droghe non sono più quelle di una volta, si fa sempre più fatica a imbattersi in un impasto sonoro di quel genere. Così quando ho messo su "Look", il primo disco dei 16 Eyes appena uscito per Area Pirata, è stato come fare un tuffo nei miei vent'anni: il periodo in cui avevo scoperto, con qualche decennio di ritardo, i gruppi di Nuggets, andando letteralmente fuori di testa per la psichdelia e il garage-punk americano delle origini. D'altra parte questi quattro "giovanotti" - una sorta di super gruppo, visto che parliamo di veterani della scena come Orin Portnoy, Frank Labor, Steve Ostrov e Ward Reeder - vengono dell'Arizona, regione desertica piuttosto fertile per questo tipo di sonorità. "Look", le cui tracce sono state impresse in un sontuoso lp stampato in 300 copie, è un disco davvero irresistibile, che alterna pezzi di rock'n'roll vorticoso ("Know know", "Leaving here" e "Shot in the dark") a brani più lenti e dilatati, vicini a certo rock australiano anni settanta ("Stupid little girl" e l'ipnotica "'Float"). Anzi il bello di questo disco sono proprio le canzoni: 14 brani fiammeggianti, senza alcun riempitivo.
The Ghiblis - Surfinia
Dura appena un quarto d'ora e qualche spicciolo "Surfinia" dei The Ghiblis, gruppo strumentale di Piacenza, che esordisce su cd con questo succoso mini pubblicato da Area Pirata. Oltre ai classici riverberi surf, e cioè chitarre ipnotiche spalmate su ritmi ossessivi e marziali, i Ghiblis aggiungono alla loro speciale miscela anche un pizzico di pop tropicale. Il risultato sono 6 pezzi straordinari (su tutti la title track "Surfinia"), capaci di tracciare le coordinate di una psichdelia surf, da ascoltare ai bordi di una piscina costruita nella giungla. Se non vi fidate provate a sentire un brano spettacolare come "Lazy Odyssey", che sfoderando un ossimoro potremmo definire uno "standard inedito": i Ghiblis, in poche mosse e potendo contare su una tradizione ormai spolpata in lungo e in largo, riescono a risultare originali e innovativi. E scusate se è poco.
venerdì 29 giugno 2018
Steve of the black hole - Addio a Soto il bassista degli Adolescents
Steve Soto, il bassista degli Adolescents (ma anche degli Agent Orange e di molte altre band) morto a 54 anni l'altro giorno, è un altro dei miei eroi del punk che se ne va nel quasi totale disinteresse generale. Certo, a piangere la prematura dipartita di Steve, nel solito giro, siamo stati in tanti per fortuna, ma credo che soltanto Rolling Stone Usa abbia scritto qualcosa di più di due semplici righe di commiato per commentare questa ennesima terribile notizia. Eppure gli Adolescents sono stati un gruppo capitale per la storia della musica. Non solo per il punk e l'hardcore. Il loro primo disco omonimo è una pietra miliare del "rock" citata come fonte di ispirazione da tantissimi musicisti blasonati (Green Day e Blink 182, tanto per dire). Ma che ci volete fare? La vita è ingiusta e, nel caso di Steve, purtroppo, persino troppo corta.
Anche senza tributo maistream post mortem, però, Soto resterà comunque un punto di riferimento imprescindibile per migliaia di persone. E già questo non è poco, per un ragazzino sovrappeso di origine messicana che, appena sedicenne, si unisce a una banda di teppisti per formare un gruppo punk nel sobborgo di Fullerton, in piena Orange County, una delle contee "bene" della California del sud in cui viveva (e vive ancora) una borghesia reazionaria e muscolare, che ha davvero poco a che fare con certa musica e le cosiddette sottoculture. E' il 1979 e Steve, insieme agli amici Mike Palm e Scott Miller mette in piedi gli Agent Orange, un trio che mescola i suoni dirompenti del punk alle ipnotiche trame surf. Un mix perfetto e inedito, capace di partorire un singolo stupendo come "Bloodstains" e un disco solido come l'esordio "Linving in darkenss" del 1981. Ma Steve non è accreditato in quei due pezzi di vinile perché ha già lasciato da qualche mese la band, visto che gli altri due non vogliono suonare le canzoni che scrive. A un concerto fa amicizia con Tony Brandenburg (il futuro Tony Cadena) e i due decidono di fondare un gruppo punk. Assoldano un po' di gente, fra cui Frank Agnew, fratello minore di Rikk, un tipo poco raccomandabile che suona nei Social Distortion e nei Detours (inutile dire quale delle due band passerà alla storia) e che presto si unirà a sua volta alla band. Nella loro fase iniziale gli Adolescents fanno qualche piccolo concerto sfigato e registrano un demo. Il suono è bruciante e sporco, ma bisogna attendere l'arrivo dei due "vecchi" Casey Royer e, appunto, Rikk Agnew perché il gruppo trovi la propria strada. I nuovi arrivati portano in dote pezzi stratosferici come "Amoeba" e "Kids of the black hole" (minchia!) e contribuiscono a forgiare un suono unico che sarà quello impresso a fuoco nel primo disco omonimo della band, pubblicato nel 1981 dalla Frontier. Qualcuno lo chiama beach punk e cioè il punk-rock suonato lungo la costa californiana, che oltre a incorporare elementi surf come già avevano provato a fare gli Agent Orange radicalizza il punk-rock di gruppi come Ramones, Sex Pistols o Avengers (giusto per rimanere più o meno in "zona"), aumentandone la velocità e la violenza. Molto più semplicemente si tratta di hardcore, anche se infiltrato da una potente vena melodica. A tenere in piedi le fondamenta di questi pezzi immortali è proprio il basso suonato a mitraglia da Steve Soto, che con la sua voce potente e pop (il suo primo amore sono stati i Beatles) è anche l'artefice - insieme a Rikk - dei cori epici che accompagnano i pezzi: un vero e proprio marchio di fabbrica della band (secondo me i Bad Religion di "Suffer" e "No Control" si sono ispirati parecchio agli Adolescents per coniare la loro personalissima formula di hardcore melodico). Ma come accade spesso il sodalizio dura lo spazio di qualche mese. La band fa in tempo a pubblicare ancora un ottimo ep, "Welcome to reality" e poi si scioglie. Ognuno per la sua strada (e quella di Rikk sarà lastricata di capolavori, ma ne ho già parlato qualche anni fa proprio da queste parti). Steve, a quel punto, si unisce ai Legal Weapon, un'interessante punk band della California del sud guidata dalla cantante Kat Arthur. Alla chitarra c'è il fido amico Frank Agnew e con questa formazione, nell'82, pubblica il disco "Death of innocence". Passa qualche anno è arriva la reunion degli Adolescents con la formazione originale che, nel 1986, porta alla pubblicazione di "Brats in battalions": i pezzi sono meno iconici e fulminanti rispetto all'esordio e il suono dell'album risente un po' dell'indurimento generale dell'hardcore, che in quel periodo sconta parecchie influenze heavy metal. "Brats", anche se non passerà alla storia, resta un album interessante, ma a spadroneggiare sono la chitarra di Rikk e la voce di Tony (Steve invece resta più sullo sfondo). Anche dopo questo secondo album però la band implode e Soto e Rikk Agnew decidono di prenderne le redini per tentare di tenerla ancora in piedi. Si dividono i pezzi da scrivere e da cantare e pubblicano il disco "Balboa fun*zone" (1988), ancora più metallico e violento rispetto al suo predecessore. Siamo alla fine degli Anni Ottanta, l'hardcore è praticamente defunto - anche se in California continua a tenere botta - Steve saltella da un gruppo all'altro e fonda i Joyride, dove canta e suona il basso e con i quali incide due album molto melodici, in bilico fra pop-punk, new wave e alcune incursioni country, genere che ama da sempre (come dimostrerà un suo progetto di qualche anno fa). Soto fa in tempo a suonare anche in un disco di cover con gli ex Adolescents ("Pinups", nome sia dell'album sia del progetto estemporaneo messo in piedi nel 1992) e poi finisce per riscoprire le sue radici messicane con i Manic Hispanic, una band che coverizza storici pezzi punk in chiave mariachi, modificando testi e titoli. Pur essendo nato per scherzo il gruppo va avanti per parecchi anni, fino alla seconda e definitiva (visto che dura tuttora) reunion degli Adolescents del 2005. Prima di rimettersi insieme ai vecchi amici di sempre Steve Soto fa in tempo a imbarcarsi, insieme a Melvin dei NOFX e altri senatori del punk californiano, nel progetto punk karaoke, culmine di un periodo in cui il nostro si è divertito a suonare i pezzi delle sua formazione musicale. I riformati Adolescents incidono subito un nuovo disco, la cui uscita è anticipata da una performance pazzesca alla House of Blues (ho il dvd e devo dire che rivedere Rikk molto più ciccione di Steve mi ha fatto una certa impressione). L'album, intitolato, "O.C. confidential" suona melodico e abrasivo, ha pezzi veloci e di grande impatto e non tradisce le aspettative. Da quel momento il basso e i cori di Steve tornano in pianta stabile al servizio degli Adolescents (anche se non rinuncia a qualche interessante progetto parallelo, compresa la collaborazione con CJ Ramone). Soto in questo periodo pare abbastanza in forma, ha perso persino qualche chilo e per oltre 10 anni si butta in lunghi tour insieme alla sua storica band. Il gruppo passa più volte anche dall'Italia (erano previste alcune date alla fine del mese prossimo, ma a questo punto direi che verranno cancellate). La prima volta che gli Adolescents hanno suonato qui da noi era il 2008, visto che il tour che doveva farli esordire in Europa alla fine degli Anni Ottanta venne cancellato e furono rimpiazzati, all'ultimo minuto, da un gruppo che all'epoca quasi nessuno conosceva: i NOFX... Io ricordo per esempio un concerto memorabile nel 2009 alla Spezia con Leeches e Fall Out di spalla. E ho ancora ben chiara l'immagine di Steve che, come un gigante buono, suona il basso e fa i cori, sfoderando un sorriso pacifico e divertito. I nuovi Adolescents incidono altri 4 dischi, ma devo dire che, dopo il successore di "O.C. confidential", il discreto "The fastest kid alive", ho smesso di comprarli. Le canzoni sono prodotte meglio e il suono è più pieno e dirompente rispetto agli esordi, ma è indubbiamente meno ispirato. Ecco, volevo parlare di Steve Soto e ho finito per fare un pippone sugli Adolescents. Ma era inevitabile. Da qualche anno Steve, insieme all'inseparabile Tony, era l'unico membro originale del gruppo. E adesso, che se n'è andato nel sonno in una notte di inizio estate, chissà che ne sarà di questa band di cinquantenni capace di far battere il cuore anche a chi, come me, ha quasi tanti anni come il loro primo, bellissimo, disco.
Anche senza tributo maistream post mortem, però, Soto resterà comunque un punto di riferimento imprescindibile per migliaia di persone. E già questo non è poco, per un ragazzino sovrappeso di origine messicana che, appena sedicenne, si unisce a una banda di teppisti per formare un gruppo punk nel sobborgo di Fullerton, in piena Orange County, una delle contee "bene" della California del sud in cui viveva (e vive ancora) una borghesia reazionaria e muscolare, che ha davvero poco a che fare con certa musica e le cosiddette sottoculture. E' il 1979 e Steve, insieme agli amici Mike Palm e Scott Miller mette in piedi gli Agent Orange, un trio che mescola i suoni dirompenti del punk alle ipnotiche trame surf. Un mix perfetto e inedito, capace di partorire un singolo stupendo come "Bloodstains" e un disco solido come l'esordio "Linving in darkenss" del 1981. Ma Steve non è accreditato in quei due pezzi di vinile perché ha già lasciato da qualche mese la band, visto che gli altri due non vogliono suonare le canzoni che scrive. A un concerto fa amicizia con Tony Brandenburg (il futuro Tony Cadena) e i due decidono di fondare un gruppo punk. Assoldano un po' di gente, fra cui Frank Agnew, fratello minore di Rikk, un tipo poco raccomandabile che suona nei Social Distortion e nei Detours (inutile dire quale delle due band passerà alla storia) e che presto si unirà a sua volta alla band. Nella loro fase iniziale gli Adolescents fanno qualche piccolo concerto sfigato e registrano un demo. Il suono è bruciante e sporco, ma bisogna attendere l'arrivo dei due "vecchi" Casey Royer e, appunto, Rikk Agnew perché il gruppo trovi la propria strada. I nuovi arrivati portano in dote pezzi stratosferici come "Amoeba" e "Kids of the black hole" (minchia!) e contribuiscono a forgiare un suono unico che sarà quello impresso a fuoco nel primo disco omonimo della band, pubblicato nel 1981 dalla Frontier. Qualcuno lo chiama beach punk e cioè il punk-rock suonato lungo la costa californiana, che oltre a incorporare elementi surf come già avevano provato a fare gli Agent Orange radicalizza il punk-rock di gruppi come Ramones, Sex Pistols o Avengers (giusto per rimanere più o meno in "zona"), aumentandone la velocità e la violenza. Molto più semplicemente si tratta di hardcore, anche se infiltrato da una potente vena melodica. A tenere in piedi le fondamenta di questi pezzi immortali è proprio il basso suonato a mitraglia da Steve Soto, che con la sua voce potente e pop (il suo primo amore sono stati i Beatles) è anche l'artefice - insieme a Rikk - dei cori epici che accompagnano i pezzi: un vero e proprio marchio di fabbrica della band (secondo me i Bad Religion di "Suffer" e "No Control" si sono ispirati parecchio agli Adolescents per coniare la loro personalissima formula di hardcore melodico). Ma come accade spesso il sodalizio dura lo spazio di qualche mese. La band fa in tempo a pubblicare ancora un ottimo ep, "Welcome to reality" e poi si scioglie. Ognuno per la sua strada (e quella di Rikk sarà lastricata di capolavori, ma ne ho già parlato qualche anni fa proprio da queste parti). Steve, a quel punto, si unisce ai Legal Weapon, un'interessante punk band della California del sud guidata dalla cantante Kat Arthur. Alla chitarra c'è il fido amico Frank Agnew e con questa formazione, nell'82, pubblica il disco "Death of innocence". Passa qualche anno è arriva la reunion degli Adolescents con la formazione originale che, nel 1986, porta alla pubblicazione di "Brats in battalions": i pezzi sono meno iconici e fulminanti rispetto all'esordio e il suono dell'album risente un po' dell'indurimento generale dell'hardcore, che in quel periodo sconta parecchie influenze heavy metal. "Brats", anche se non passerà alla storia, resta un album interessante, ma a spadroneggiare sono la chitarra di Rikk e la voce di Tony (Steve invece resta più sullo sfondo). Anche dopo questo secondo album però la band implode e Soto e Rikk Agnew decidono di prenderne le redini per tentare di tenerla ancora in piedi. Si dividono i pezzi da scrivere e da cantare e pubblicano il disco "Balboa fun*zone" (1988), ancora più metallico e violento rispetto al suo predecessore. Siamo alla fine degli Anni Ottanta, l'hardcore è praticamente defunto - anche se in California continua a tenere botta - Steve saltella da un gruppo all'altro e fonda i Joyride, dove canta e suona il basso e con i quali incide due album molto melodici, in bilico fra pop-punk, new wave e alcune incursioni country, genere che ama da sempre (come dimostrerà un suo progetto di qualche anno fa). Soto fa in tempo a suonare anche in un disco di cover con gli ex Adolescents ("Pinups", nome sia dell'album sia del progetto estemporaneo messo in piedi nel 1992) e poi finisce per riscoprire le sue radici messicane con i Manic Hispanic, una band che coverizza storici pezzi punk in chiave mariachi, modificando testi e titoli. Pur essendo nato per scherzo il gruppo va avanti per parecchi anni, fino alla seconda e definitiva (visto che dura tuttora) reunion degli Adolescents del 2005. Prima di rimettersi insieme ai vecchi amici di sempre Steve Soto fa in tempo a imbarcarsi, insieme a Melvin dei NOFX e altri senatori del punk californiano, nel progetto punk karaoke, culmine di un periodo in cui il nostro si è divertito a suonare i pezzi delle sua formazione musicale. I riformati Adolescents incidono subito un nuovo disco, la cui uscita è anticipata da una performance pazzesca alla House of Blues (ho il dvd e devo dire che rivedere Rikk molto più ciccione di Steve mi ha fatto una certa impressione). L'album, intitolato, "O.C. confidential" suona melodico e abrasivo, ha pezzi veloci e di grande impatto e non tradisce le aspettative. Da quel momento il basso e i cori di Steve tornano in pianta stabile al servizio degli Adolescents (anche se non rinuncia a qualche interessante progetto parallelo, compresa la collaborazione con CJ Ramone). Soto in questo periodo pare abbastanza in forma, ha perso persino qualche chilo e per oltre 10 anni si butta in lunghi tour insieme alla sua storica band. Il gruppo passa più volte anche dall'Italia (erano previste alcune date alla fine del mese prossimo, ma a questo punto direi che verranno cancellate). La prima volta che gli Adolescents hanno suonato qui da noi era il 2008, visto che il tour che doveva farli esordire in Europa alla fine degli Anni Ottanta venne cancellato e furono rimpiazzati, all'ultimo minuto, da un gruppo che all'epoca quasi nessuno conosceva: i NOFX... Io ricordo per esempio un concerto memorabile nel 2009 alla Spezia con Leeches e Fall Out di spalla. E ho ancora ben chiara l'immagine di Steve che, come un gigante buono, suona il basso e fa i cori, sfoderando un sorriso pacifico e divertito. I nuovi Adolescents incidono altri 4 dischi, ma devo dire che, dopo il successore di "O.C. confidential", il discreto "The fastest kid alive", ho smesso di comprarli. Le canzoni sono prodotte meglio e il suono è più pieno e dirompente rispetto agli esordi, ma è indubbiamente meno ispirato. Ecco, volevo parlare di Steve Soto e ho finito per fare un pippone sugli Adolescents. Ma era inevitabile. Da qualche anno Steve, insieme all'inseparabile Tony, era l'unico membro originale del gruppo. E adesso, che se n'è andato nel sonno in una notte di inizio estate, chissà che ne sarà di questa band di cinquantenni capace di far battere il cuore anche a chi, come me, ha quasi tanti anni come il loro primo, bellissimo, disco.
giovedì 7 giugno 2018
Un po' di recensioni a babbo 6/ Le bellezze di Area Pirata e l'ignoranza dell'Alcalde
Ok dopo questo sesto post della serie "Un po' di recensioni a babbo" prometto che mi impegnerò a buttare giù anche qualcosa di più articolato. E magari tenterò di essere persino un po' più attivo. Ma visto che, nel frattempo, mi sono capitati sottomano un po' di dischetti niente male beccatevi ste recensioni a babbo, va'
The Mads - The orange plane
I Mads non sono solo una storica band mod revival italiana, sono probabilmente la prima band mod revival italiana. Si sono formati nel 1979, quando da noi il punk era ancora un oggetto misterioso - sarebbe realmente esploso nell'80, a parte i soliti pionieri - e dei Jam si sapeva poco e niente. Purtroppo, come accade spesso ai precursori, la band milanese durò lo spazio di qualche anno (fino al 1983), lasciando pochissime tracce di sé. Qualche tempo fa però ecco la svolta: alcuni storici pezzi dei Mads vengono finalmente pubblicati, la band si riforma, scrive alcune nuove canzoni e inizia a suonare in giro (mi è capitato di vederli pure a Genova e ne sono rimasto folgorato). Oggi, dopo sei anni di attività e una manciata di ottimi singoli, i nostri sono arrivati al traguardo del disco sulla lunga distanza. A pubblicarlo è - naturalmente - Area Pirata che li ha seguiti passo passo in questa seconda visita musicale. "The orange plane" è un album dai perfetti incastri pop, forte una spiccata vena anni Sessanta, ma con uno sguardo attento al mod revival dei primi Ottanta e al power-pop di quegli stessi anni. Anche perché questi due "generi", soprattutto all'inizio, si sono molto spesso contaminati e sovrapposti, regalandoci grandi band e ottimi dischi. E i Mads si infilano proprio in questa illustre tradizione. "The orange plane" è ricco di melodie limpide, chitarre pulite, armonie vocali irresistibili e coretti. Un disco perfetto per l'estate, curato nei mini particolari, grazie anche a degli ottimi arrangiamenti. Sarà difficile scollarlo dallo stereo o dall'autoradio. Gioielli di tale caratura sono sempre più rari.
Alcalde de la noche - Direcciòn Destroy
Attenzione capolavoro. E non è perché Michele e Fabio (la voce e le basi che animano questo strampalato progetto musical-situazionista) siano due miei grandi amici. Lo dico perché mi pagano a peso d'oro. Giusto l'altro ieri ho ricevuto un bonifico sul mio conto alle Cayman di 1235432 milioni di euro e adesso sono pronto a tessere le lodi di questo disco. "Direcciòn Destroy" è la roba più assurda e divertente che vi possa capitare di ascoltare da qui ai prossimi mesi. E' il disco dell'estate per eccellenza, anche se dell'85 in Italia o del '92 in Spagna. Le canzoni, sei perle di italo disco che citano senza pensieri i Righeira e i Fratelli La Bionda, mescolano dance vorticosa a liriche in spagnolo. Ma la cosa più assurda, insensata e al tempo stesso pazzesca è che i testi di ciascun brano sono un omaggio alla Spagna degli anni ottanta-novanta e alle storie di sballo e di tamarri che tra Valencia, Benidorm e la Costa Blanca hanno animato una delle stagioni più spensierate del post franchismo. La generazione di discotecari che cavalcava le onde della dance 25-30 anni fa era quella nata alla fine delle dittatura ed era ricca di personaggi, luoghi e situazioni diventate dei veri e propri simboli nel corso degli anni. E così il nostro sindaco della notte Michele (l'alcalde, appunto), con fascia tricolore e occhialini 3d, ha deciso che, invece, di sparare le solite cazzate in spagnolo maccheronico su una base danzereccia, sarebbe stato più interessante scrivere dei pezzi con testi più articolati; lasciando a Fabio il compito di sfornare le suddette basi danzerecce con il suo proverbiale tocco pop. Il risultato è una roba tamarisssima, ma dannatamente divertente. Un disco da ballare fino a vergognarsi si se stessi. Tanto che sarebbe bellissimo se l'Alcalde spopolasse veramente nelle discoteche di tutta Italia e facesse muovere il culo e le braccia a migliaia di truzzi (veri) che, puntualmente, ogni estate, si mettono la camicia bianca aperta fino a metà, si impiastricciano di gel puzzolente i capelli pettinati a corona e indossano scarpe sportive da 500 euro sull'unghia minchia zio. Sarebbe una cazzo di vittoria per tutti se Michele e Fabio sbancassero il banco e facessero seriamente il botto. D'altra parte questo disco ha pezzi da sturbo come "De fiesta en Benidorm" (la base è stupenda) e "Yo soy un quinqui" (che tra l'altro si porta dietro una storia pazzesca sui piccoli delinquenti che trent'anni fa, per una stagione, misero a ferro e fuoco la Spagna). Lasciatevi travolgere dall'ignoranza più pura e pompate al massimo l'album dell'Alcalde! https://alcaldedelanoche.bandcamp.com/releases
The Mads - The orange plane
I Mads non sono solo una storica band mod revival italiana, sono probabilmente la prima band mod revival italiana. Si sono formati nel 1979, quando da noi il punk era ancora un oggetto misterioso - sarebbe realmente esploso nell'80, a parte i soliti pionieri - e dei Jam si sapeva poco e niente. Purtroppo, come accade spesso ai precursori, la band milanese durò lo spazio di qualche anno (fino al 1983), lasciando pochissime tracce di sé. Qualche tempo fa però ecco la svolta: alcuni storici pezzi dei Mads vengono finalmente pubblicati, la band si riforma, scrive alcune nuove canzoni e inizia a suonare in giro (mi è capitato di vederli pure a Genova e ne sono rimasto folgorato). Oggi, dopo sei anni di attività e una manciata di ottimi singoli, i nostri sono arrivati al traguardo del disco sulla lunga distanza. A pubblicarlo è - naturalmente - Area Pirata che li ha seguiti passo passo in questa seconda visita musicale. "The orange plane" è un album dai perfetti incastri pop, forte una spiccata vena anni Sessanta, ma con uno sguardo attento al mod revival dei primi Ottanta e al power-pop di quegli stessi anni. Anche perché questi due "generi", soprattutto all'inizio, si sono molto spesso contaminati e sovrapposti, regalandoci grandi band e ottimi dischi. E i Mads si infilano proprio in questa illustre tradizione. "The orange plane" è ricco di melodie limpide, chitarre pulite, armonie vocali irresistibili e coretti. Un disco perfetto per l'estate, curato nei mini particolari, grazie anche a degli ottimi arrangiamenti. Sarà difficile scollarlo dallo stereo o dall'autoradio. Gioielli di tale caratura sono sempre più rari.
Killer Klown - Crappy Circus
I Killer Klown sono sempre stati una band disturbante. E lo confermano anche oggi, a 24 anni di distanza dalla loro prima prova in saletta e a 7 anni dall'ultimo album "Born to rock!!!". "Crappy circus", infatti, pubblicato da Area Pirata, è una poltiglia maleodorante di musica fragorosa e dissonante, una raccolta di canzoni sporche e urticanti dal sapore garage-punk. Stooges e Cramps, come dice la scheda di presentazione del disco, sono sicuramente i numi tutelari dei Kliler Klown, ma dentro le pieghe di questo marcissimo lp dai suoni deraglianti si sente anche una pesante influenza di tutto quel microcosmo di band urgenti e deliziosamente scalcagnate che Lenny Kaye aveva raccolto nella compilation Nuggets quasi 50 anni fa (era il '72, gente). Question Mark and the Mysterians e The Seeds sono i primi nomi che mi vengono in mente, anche per quel retrogusto "oscuro" che sapevano imprimere al loro rockn'roll carvernicolo e che la band torinese riesce a restituirci con una buona dose di personalità. Un impasto delirante e dolcemente rumoroso, con l'organo suonato a cannone, come fosse una chitarra elettrica. L'unico pezzo che non mi convince appieno è l'incipit "Circus", una lunga intro claunesca che si trascina per troppo minuti. Il resto dell'album però è un frutto golosissimo di punk putrescente lanciato a mille.
The Celibate Rifles - Roman beach party
L'Australia è sempre stata una terra fertile per il rock'n'roll. E non parlo solo di gruppi blasonati come gli AC/DC (che a me, detto francamente, non fanno manco impazzire). Mi riferisco a una messe di band incredibili come Saints, Radio Birdman (comprese tutte le loro emanazioni, dai New Christs ai Visitors) e all'incredibile scena degli Sharpies. Insomma quando un gruppo rock arriva dalla terra dei canguri, solitamente, c'è parecchio da godere. E anche i Celibate Rifles non fanno eccezione. Magari sono meno blasonati dei loro già citati contemporanei Saints e Radio Birdman, ma comunque restano uno vero e proprio punto di riferimento per la scena figlia del punk che si è sviluppata negli anni Ottanta in Australia. "Roman beach party", loro quarto album fuori catalogo da tempo e ristampato dai ragazzi di Area Pirata con tanto di note e intervista esclusiva a Kent Steedam e Damien Loverick a cura dell'ottimo Roberto Calabrò - che conosce a fondo la materia e ha scritto un libro capitale come "Eighties Colours" - suona fresco e ruspante come se fosse stato inciso oggi. Lunghe schitarrate rock, quasi desertiche, si alternano a pezzi adrenalinici figli del punk 77. Perché il bello dei Celibate Rifles è che appena pensi di averli inquadrati estraggono fuori dal cilindro un pezzo come "Ocean shore": indolente, velenoso e tribale come "Dirt" degli Stooges. "Strange days, strange nights" è invece un brano punk costruito su un riff minimale che non ti si stacca dal cervello, mentre l'apertura del disco (questa ristampa è un lussuoso vinile 180 grammi con copertina apribile) è affidata all'assalto di "Jesus on tv", puro rock australiano deviato. E se "(It's such a) wonderfull life" ha un ritornello melodico piuttosto immediato e una strofa alla Sex Pistols, il finale strumentale affidato a "Frank Hyde (Slight return)" riesce a ipnotizzarti dal primo all'ultimo minuto. "Roman beach party" è uno di quei dischi perduti, che per troppo tempo sono rimasti un piccolo culto per una manciata di appassionati. Se i giovani punk degli anni dieci (sempre che esistano) vogliono trovare le radici di ciò che ascoltano si procurino questo disco stellare e lo sentano fino alla nausea, come se fossimo nel 1987.
Attenzione capolavoro. E non è perché Michele e Fabio (la voce e le basi che animano questo strampalato progetto musical-situazionista) siano due miei grandi amici. Lo dico perché mi pagano a peso d'oro. Giusto l'altro ieri ho ricevuto un bonifico sul mio conto alle Cayman di 1235432 milioni di euro e adesso sono pronto a tessere le lodi di questo disco. "Direcciòn Destroy" è la roba più assurda e divertente che vi possa capitare di ascoltare da qui ai prossimi mesi. E' il disco dell'estate per eccellenza, anche se dell'85 in Italia o del '92 in Spagna. Le canzoni, sei perle di italo disco che citano senza pensieri i Righeira e i Fratelli La Bionda, mescolano dance vorticosa a liriche in spagnolo. Ma la cosa più assurda, insensata e al tempo stesso pazzesca è che i testi di ciascun brano sono un omaggio alla Spagna degli anni ottanta-novanta e alle storie di sballo e di tamarri che tra Valencia, Benidorm e la Costa Blanca hanno animato una delle stagioni più spensierate del post franchismo. La generazione di discotecari che cavalcava le onde della dance 25-30 anni fa era quella nata alla fine delle dittatura ed era ricca di personaggi, luoghi e situazioni diventate dei veri e propri simboli nel corso degli anni. E così il nostro sindaco della notte Michele (l'alcalde, appunto), con fascia tricolore e occhialini 3d, ha deciso che, invece, di sparare le solite cazzate in spagnolo maccheronico su una base danzereccia, sarebbe stato più interessante scrivere dei pezzi con testi più articolati; lasciando a Fabio il compito di sfornare le suddette basi danzerecce con il suo proverbiale tocco pop. Il risultato è una roba tamarisssima, ma dannatamente divertente. Un disco da ballare fino a vergognarsi si se stessi. Tanto che sarebbe bellissimo se l'Alcalde spopolasse veramente nelle discoteche di tutta Italia e facesse muovere il culo e le braccia a migliaia di truzzi (veri) che, puntualmente, ogni estate, si mettono la camicia bianca aperta fino a metà, si impiastricciano di gel puzzolente i capelli pettinati a corona e indossano scarpe sportive da 500 euro sull'unghia minchia zio. Sarebbe una cazzo di vittoria per tutti se Michele e Fabio sbancassero il banco e facessero seriamente il botto. D'altra parte questo disco ha pezzi da sturbo come "De fiesta en Benidorm" (la base è stupenda) e "Yo soy un quinqui" (che tra l'altro si porta dietro una storia pazzesca sui piccoli delinquenti che trent'anni fa, per una stagione, misero a ferro e fuoco la Spagna). Lasciatevi travolgere dall'ignoranza più pura e pompate al massimo l'album dell'Alcalde! https://alcaldedelanoche.bandcamp.com/releases
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