Quando è morto Joe Strummer avevo 20 anni. E adesso ne ho 30. Joe è sempre stato il mio eroe. E anche se il punk ci ha sempre insegnato che non bisogna averne, di eroi, lui - cazzo - lo era. Lo è stato sin dall'inizio, da quando a 14 anni ho scoperto la musica dei Clash prima sulle pagine di un libro, "Jack Frusciante è uscito dal gruppo", e poi nella canzoni di una cassetta ("The singles") che mi ero regalato in quarta ginnasio per il primo bel voto di greco (dopo è stato un disastro, fino a ottobre però promettevo bene).
Mi ricordo ancora come ho saputo la notizia della morte di Joe il 22 dicembre di dieci anni fa, anzi era il 23. Perché qui da noi si è saputo solo il giorno dopo cosa fosse successo. Internet non era ancora il mezzo di comunicazione globale che è oggi. C'era ancora un piccolo filtro per i profani. E così, mentre ero in camera a cazzeggiare in attesa della cena pre-natalizia organizzata sopra l'agenzia di viaggi di Fabio, mi arriva un messaggio sul cellulare: è Marco, un mio compagno di università. Nel sms c'è scritto "soltanto": è morto Joe Strummer. E nient'altro.
Ho faticato parecchio a decifrare quelle quattro parole in croce. E mi sono subito precipitato ad accendere la tv per controllare sul televideo (sembra davvero passato un secolo). Fra le "ultim'ora" messe in fila sullo schermo luminoso e spartano del servizio d'informazione Rai spiccava, tra un pezzo di cronaca e un'agenzia politica, la notizia che stavo cercando ma non avrei mai voluto leggere: è morto Jo Strummer, cantante dei Clash. Inutile dire che è stato un bruttissimo colpo. Perché se pensi che un amico ti possa fare uno scherzo di cattivo gusto, quando leggi una cosa del genere su organo di informazioni, sai che che purtroppo è tutto vero. Chi darebbe mai una notizia falsa su Joe Strummer? Ma soprattutto: chi se lo cagava, all'epoca, Joe Strummer fuori dal giro punk? Ormai il mio eroe era un simbolo per pochissime persone: un totem del tempo che fu, un cinquantenne che era tornato a fare musica senza troppi clamori e con un successo inferiore a ciò che avrebbe meritato. Negli anni Novanta, quando l'ho conosciuto per la prima volta con quella mitica cassettina, Joe, ma anche i Clash, erano roba per carbonari. Sì, qualche adulto si ricordava vagamente di loro, ma i miei amici quindicenni manco sapevano cosa fosse il punk. Per me Joe è sempre stato un piccolo grande eroe per pochi eletti. E solo dopo la morte, come accade spesso, la sua fama è ritornata quella degli anni belli di fine Settanta inizio Ottanta.
Comunque: quando ho capito che Marco, nel suo messaggio semplice e glaciale, non stava scherzando la prima reazione è stata quella di mettermi a piangere. Non lo facevo da anni. E mia madre, quando mi ha visto così malpreso si è persino spaventata. Poi mi sono chiuso nella mia cameretta e ho infilato "London calling" nello stereo. Sono andato alla cena di Natale che ero un straccio. Ho portato una cassetta dei Clash e mi sono ubriacato con i miei amici, anche se per loro Joe era un cantante come tanti e non è che gliene fregasse molto.
Io invece coi Clash ho passato alcuni dei momenti più belle della mia vita. Mi ricordo praticamente tutto dei miei incontri con la loro musica. Il disco omonimo, per esempio, che in cd si trovava in due versioni, quella americana - con dentro anche alcuni singoli - e quella inglese. L'ho comprato alla Fiera del disco per 15 mila lire e adesso ce l'ho anche in vinile. "Giv'em enough rope" l'avevo preso invece da New Deal, il negozietto di Sestri che per qualche mese fece sconti pazzi e che poi chiuse all'improvviso portandosi dietro centinaia si caparre di ordini mai fatti. "London Calling" invece è arrivato una calda estate di 15 anni fa, dopo aver distribuito volantini per il Festival d'Irlanda. Mentre "Sandinista!" è stato un bellissimo regalo di Natale, anche se all'epoca c'avevo messo un po' a capirlo e ad amarlo. "Combat rock" l'avevo preso nuovamente da New Deal, prima ancora di "London calling" e ricordo che all'inizio sentivo solo "Should I stay o should I go". Poi ho comprato anche "Cut the crup", usato al Libraccio, perché anche se tutti dicevano che era brutto, volevo avere la discografia completa. E quando su "Musica" di Repubblica ho visto che Joe sarebbe tornato con una nuova band, i Mescaleros, e avrebbe fatto tappa in Italia ho messo a perdere i miei per andare al concerto. Avevo 17 anni, era l'inizio di settembre del 1999. Sono andato all'Indepedent Day Festival con due amici e i loro genitori. Pioveva e all'arena Parco Nord si era formato uno strato di fango appiccicoso. Quando Joe è salito sul palco mi sono messo a ridere dalla gioia. E non appena, sotto la pioggia, ha intonato "London calling" ho iniziato subito a cantare nel mio inglese stentato, facendo attenzione a beccare le uniche parole che conoscevo. Ancora oggi quello resta il concerto più bella della mia vita e uno di quei momenti che ricorderò per sempre.
Forse aver bisogno di eroi è sbagliato. E sono stati proprio i Clash a insegnarmelo. Ma per me Joe resterà sempre una figura mitica. Non un amico più grande da voler emulare. No, lui è il mio eroe. L'unico e ultimo della mia vita del cazzo.
sabato 22 dicembre 2012
domenica 9 dicembre 2012
Dischi 2012
Ed ecco la solita manfrina che piace tanto ai giovani (e pure a me): la classifica dei dischi dell'anno in ordine sparso.
1) GREEN DAY "Uno", "Dos", "Tre"
2) NOFX "Self entitled"
3) TY SEGALL "Twins"
4) OFF "Off"
5) DIAFRAMMA "Niente di serio"
6) I FENOMENI "Un vuoto appeso - Memorie della vita di G.L."
7) TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI "Nel giardino dei fantasmi"
8) TUNAS "Tunas"
9) HEROIN IN TAHITI "Death surf"
10) EDDA "Odio i vivi"
1) GREEN DAY "Uno", "Dos", "Tre"
2) NOFX "Self entitled"
3) TY SEGALL "Twins"
4) OFF "Off"
5) DIAFRAMMA "Niente di serio"
6) I FENOMENI "Un vuoto appeso - Memorie della vita di G.L."
7) TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI "Nel giardino dei fantasmi"
8) TUNAS "Tunas"
9) HEROIN IN TAHITI "Death surf"
10) EDDA "Odio i vivi"
giovedì 6 dicembre 2012
Ricomincio da tre (album) - Green Day vi voglio bene
Forse dovrei aspettare l'uscita ufficiale di "Tre", il terzo album della trilogia dei Green Day, per parlare di questa nuova follia di Bollie Joe e compagni. Ma visto che ieri notte, grazie al solito Youtube, mi sono sentito anche l'ultimo capitolo in streaming, credo sia arrivato il momento per scrivere due o tre cazzate su questi tre dischi.
Allora: parlare dei Green Day con obiettività non è mai stato il mio forte. E devo ammettere che qualche volta sono stato eccessivamente partigiano nei loro confronti. Certo, poi il tempo mi ha dato - personalmente - ragione, ma la questione è sempre rimasta all'interno di un discorso alquanto soggettivo. Tanto per fare un esempio, anch'io come molte persone, dodici anni fa, ero rimasto spiazzato da "Warning". Perché insomma dopo "Nimrod", che secondo i miei canoni conteneva già una buona dose di "tradimenti", quel nuovo album sembrava una robetta buttata lì per doveri di contratto. Poi invece ho imparato ad amarlo e oggi ritengo che sia "Warning" che "Nimrod", a parte "King for a day" che trovo orrenda e demenziale, siano due ottimi dischi. Su "American idiot" nulla da dire: appena è uscito mi è sembrato uno degli album più belli incisi negli ultimi dieci anni (dal '94 al 2004 s'intende). Mentre "20st century breakdown" fatico ancora a digerirlo completamente (anche se contiene almeno un pezzo importante - per me - e un altro di altissimo livello). In poche parole, da quando i Green Day hanno abbandonato il classico suono punk-rock - il dopo "Insomniac" tanto per capirci - ho avuto molti conflitti con i loro nuovi dischi. Ogni volta, però, sono riuscito a ricredermi e ad abbandonare quasi tutte le mie perplessità.
Ma torniamo alla trilogia. Aspettavo questi tre album con una certa ansia e il fatto che i Green Day, all'ultimo momento, avessero annullato il concerto di Bologna aveva alimentato ulteriormente i miei dubbi sul loro futuro. Poi è uscito "Uno" e mi sono subito fiondato da Disco Club e l'ho comprato. Quando sono arrivato a casa e l'ho fatto girare nello stereo il primo pensiero che ho avuto è stato: ok, poteva andare peggio. Lo so che è una cazzata, ma quando ami una band e sai che gioca sul filo del rasoio fra la classifica e le sue radici underground che te l'hanno fatta amare, temi sempre che ti possa deludere. O, ancora peggio, hai paura di non voler ammettere che abbia inciso un album di merda. "Uno" invece, a dispetto di alcune recensioni piuttosto negative, si è rivelato un bel disco. E se fosse stato l'unico cd partorito dai Green Day quest'anno sarei stato persino contento. La cosa più importante, secondo me, era affrancarsi dal formato concept che ormai aveva esaurito la sua carica di novità e freschezza (parlo sempre in termini di punk-rock e pop). E i Green Day questa volta ci sono riusciti. Di pezzi brutti, su "Uno" non ce ne sono molti. L'unico davvero schifoso è "Kill the dj". Ma quando si fa prima ad elencare le ciofeche rispetto alle canzoni interessanti si è già sulla buona strada.
Un mese dopo è stata la volta di "Dos". Prima che uscisse però sono riuscito a sentirlo in streaming su Youtube e l'impressione iniziale è stata terrificante. Quando poi sono riuscito a metterci le mani sopra (Gian sia lodato!) ho cambiato radicalmente idea. Anche in questo caso, però, almeno una canzone di merda, i nostri ce l'hanno infilata. "Nightlife", infatti, col suo finto rap rock, è il peggio del peggio e sembra quasi uno scherzo di cattivo gusto. A parte questa schifezza il resto del disco viaggia su buoni livelli, con punte altissime e qualche riempitivo di lusso. Insomma se "Uno" si merita un 7, a "Dos" si potrebbe dare persino 7,5. Ma comunque i due album si equivalgono. Certo, secondo le intenzioni dei nostri, il primo disco sarebbe quello più pop-punk mentre il secondo avrebbe un tiro più garage. Ma, a dirla tutta, né l'una né l'altra definizione sembrano descrivere al meglio i due lavori. Diciamo che nel primi si guarda più alla melodia e nel secondo ci sono più chitarre ruggenti. Ma siamo sempre nella solita formula di punk-rock misto a power-pop dei Green Day, poche palle.
Detto dei primi due cd, eccoci finalmente arrivati a "Tre", anche se qui il giudizio resta a metà, visto che l'ho potuto ascoltare solo su Youtube. La prima impressione però, salvo rettifiche, resta tutto sommato buona. Magari questo terzo capitolo è leggermente inferiore agli altri due soprattutto dal punto di vista "rock", ma si lascia comunque ascoltare piuttosto bene. E se è vero che, rispetto ai suoi due predecessori,"Tre" è quello più vicino alle ultime cose scritte dei Green Day, con tanto pianoforte e molte canzoni lunghe e "articolate", bisogna anche ammettere che non mancano alcuni pezzi più veloci e divertenti. A differenza di "Uno" e "Dos", poi, in quest'ultimo capitolo non c'è il pezzo "cesso" e anche se alcune canzoni sono meno belle di altre, tutte quante, comunque, conservano una certa dignità. Forse è l'insieme che non colpisce più di tanto. Se dovessimo usare il solito metro numerico, "Tre" si beccherebbe un bel 6/7.
Insomma volendo fare i matematici fino in fondo, la media di questa trilogia dei Green Day, secondo il mio opinabile parare, è 7 pieno. E anche se sono d'accordo che se da questi tre album ne avessero tirato fuori uno solo da 15 pezzi ci sarebbe scappato un mezzo capolavoro: alla fine, forse, è stato giusto così. Lo stesso discorso, 30 anni fa, qualcuno lo fece per "Sandinista!" dei Clash. Con tutto il rispetto per i Green Day, però, il paragone con quel progetto è decisamente blasfemo.
Visto che vi ho annoiato fin qui, continuerò a farlo ancora per qualche riga, scrivendo quello, che secondo me, sarebbe potuto essere il "disco perfetto" fondendo il meglio di "Uno", "Dos" e "Tre". I pezzi sono in ordine sparso:
Nuclear family
Fell for you
Oh love
Loss of control
Angel blue
Stray heart
Makeout party
Ashley
Lazy bones
Baby eyes
Lady cobra
Missing you
X-Kid
99 Revolution
Allora: parlare dei Green Day con obiettività non è mai stato il mio forte. E devo ammettere che qualche volta sono stato eccessivamente partigiano nei loro confronti. Certo, poi il tempo mi ha dato - personalmente - ragione, ma la questione è sempre rimasta all'interno di un discorso alquanto soggettivo. Tanto per fare un esempio, anch'io come molte persone, dodici anni fa, ero rimasto spiazzato da "Warning". Perché insomma dopo "Nimrod", che secondo i miei canoni conteneva già una buona dose di "tradimenti", quel nuovo album sembrava una robetta buttata lì per doveri di contratto. Poi invece ho imparato ad amarlo e oggi ritengo che sia "Warning" che "Nimrod", a parte "King for a day" che trovo orrenda e demenziale, siano due ottimi dischi. Su "American idiot" nulla da dire: appena è uscito mi è sembrato uno degli album più belli incisi negli ultimi dieci anni (dal '94 al 2004 s'intende). Mentre "20st century breakdown" fatico ancora a digerirlo completamente (anche se contiene almeno un pezzo importante - per me - e un altro di altissimo livello). In poche parole, da quando i Green Day hanno abbandonato il classico suono punk-rock - il dopo "Insomniac" tanto per capirci - ho avuto molti conflitti con i loro nuovi dischi. Ogni volta, però, sono riuscito a ricredermi e ad abbandonare quasi tutte le mie perplessità.
Ma torniamo alla trilogia. Aspettavo questi tre album con una certa ansia e il fatto che i Green Day, all'ultimo momento, avessero annullato il concerto di Bologna aveva alimentato ulteriormente i miei dubbi sul loro futuro. Poi è uscito "Uno" e mi sono subito fiondato da Disco Club e l'ho comprato. Quando sono arrivato a casa e l'ho fatto girare nello stereo il primo pensiero che ho avuto è stato: ok, poteva andare peggio. Lo so che è una cazzata, ma quando ami una band e sai che gioca sul filo del rasoio fra la classifica e le sue radici underground che te l'hanno fatta amare, temi sempre che ti possa deludere. O, ancora peggio, hai paura di non voler ammettere che abbia inciso un album di merda. "Uno" invece, a dispetto di alcune recensioni piuttosto negative, si è rivelato un bel disco. E se fosse stato l'unico cd partorito dai Green Day quest'anno sarei stato persino contento. La cosa più importante, secondo me, era affrancarsi dal formato concept che ormai aveva esaurito la sua carica di novità e freschezza (parlo sempre in termini di punk-rock e pop). E i Green Day questa volta ci sono riusciti. Di pezzi brutti, su "Uno" non ce ne sono molti. L'unico davvero schifoso è "Kill the dj". Ma quando si fa prima ad elencare le ciofeche rispetto alle canzoni interessanti si è già sulla buona strada.
Un mese dopo è stata la volta di "Dos". Prima che uscisse però sono riuscito a sentirlo in streaming su Youtube e l'impressione iniziale è stata terrificante. Quando poi sono riuscito a metterci le mani sopra (Gian sia lodato!) ho cambiato radicalmente idea. Anche in questo caso, però, almeno una canzone di merda, i nostri ce l'hanno infilata. "Nightlife", infatti, col suo finto rap rock, è il peggio del peggio e sembra quasi uno scherzo di cattivo gusto. A parte questa schifezza il resto del disco viaggia su buoni livelli, con punte altissime e qualche riempitivo di lusso. Insomma se "Uno" si merita un 7, a "Dos" si potrebbe dare persino 7,5. Ma comunque i due album si equivalgono. Certo, secondo le intenzioni dei nostri, il primo disco sarebbe quello più pop-punk mentre il secondo avrebbe un tiro più garage. Ma, a dirla tutta, né l'una né l'altra definizione sembrano descrivere al meglio i due lavori. Diciamo che nel primi si guarda più alla melodia e nel secondo ci sono più chitarre ruggenti. Ma siamo sempre nella solita formula di punk-rock misto a power-pop dei Green Day, poche palle.
Detto dei primi due cd, eccoci finalmente arrivati a "Tre", anche se qui il giudizio resta a metà, visto che l'ho potuto ascoltare solo su Youtube. La prima impressione però, salvo rettifiche, resta tutto sommato buona. Magari questo terzo capitolo è leggermente inferiore agli altri due soprattutto dal punto di vista "rock", ma si lascia comunque ascoltare piuttosto bene. E se è vero che, rispetto ai suoi due predecessori,"Tre" è quello più vicino alle ultime cose scritte dei Green Day, con tanto pianoforte e molte canzoni lunghe e "articolate", bisogna anche ammettere che non mancano alcuni pezzi più veloci e divertenti. A differenza di "Uno" e "Dos", poi, in quest'ultimo capitolo non c'è il pezzo "cesso" e anche se alcune canzoni sono meno belle di altre, tutte quante, comunque, conservano una certa dignità. Forse è l'insieme che non colpisce più di tanto. Se dovessimo usare il solito metro numerico, "Tre" si beccherebbe un bel 6/7.
Insomma volendo fare i matematici fino in fondo, la media di questa trilogia dei Green Day, secondo il mio opinabile parare, è 7 pieno. E anche se sono d'accordo che se da questi tre album ne avessero tirato fuori uno solo da 15 pezzi ci sarebbe scappato un mezzo capolavoro: alla fine, forse, è stato giusto così. Lo stesso discorso, 30 anni fa, qualcuno lo fece per "Sandinista!" dei Clash. Con tutto il rispetto per i Green Day, però, il paragone con quel progetto è decisamente blasfemo.
Visto che vi ho annoiato fin qui, continuerò a farlo ancora per qualche riga, scrivendo quello, che secondo me, sarebbe potuto essere il "disco perfetto" fondendo il meglio di "Uno", "Dos" e "Tre". I pezzi sono in ordine sparso:
Nuclear family
Fell for you
Oh love
Loss of control
Angel blue
Stray heart
Makeout party
Ashley
Lazy bones
Baby eyes
Lady cobra
Missing you
X-Kid
99 Revolution
venerdì 19 ottobre 2012
The shape of pop-punk to come
Forse è solo una massa confusa di cazzate. Ma tutto questo "nuovo" interesse intorno al pop-punk e al punk-rock ramonesiano mi ha fatto riflettere. L'epoca d'oro di questa specie di sottogenere è - anno più anno meno - il periodo di tempo che va dal 1990 al 1997 circa: e cioè il momento di massima espansione della Lookout Records, l'etichetta regina della musica veloce, melodica e basata sui soliti tre accordi, che ha chiuso i battenti circa un anno fa, dopo aver tirato a campare (male) per ben due lustri. Tirare fuori i soliti nomi di Screeching Weasel, Queers, Mr T Experience, Pansy Division ecc è quasi pleonastico, però tanto per mettere i puntini sulle i è proprio grazie a queste band (e non solo loro) che il verbo del pop-punk è arrivato anche in Italia. Anzi il nostro Paese, sedici-diciassette anni fa, è stato letteralmente conquistato da questo tipo di gruppi, tanto che persino qui da noi hanno iniziato a formarsi le prime band di ispirazione Lookout Records. Parte del merito, naturalmente, è stato del revival punk del 1994 scaturito dall'uscita di "Dookie" dei Green Day, ma era già qualche anno che un manipolo di coraggiosi, fra fanze, band ed etichette, aveva messo a germogliare i primi semi di questa scena. SenzaBenza, Fichissimi, Kill Joint e Manges sono stati il risultato dell'ondata pop-punk italiana anni Novanta: un fiume in piena di energia e melodia durato meno di dieci anni, ma che ha lasciato decisamente il segno. Poi basta. Come accade spesso i corsi e ricorsi storici della musica alternativa hanno azzerato anche la scena pop-punk italiana e prodotto un ricambio generazionale che ha messo le basi per un nuovo ed ennesimo revival: l'emo. A chi pensa ancora che l'hardcore emozionale sia nato nel 1998 grazie ai Get Up Kids o ai Jimmy Eat the World è fin troppo facile consigliare di consultare il catalogo Dischord degli anni Ottanta, magari andando a riscoprire le band della cosiddetta Revolution Summer. Non si inventano mai nuovi generi, quindi andate in pace. (Fra l'altro da qualche anno stiamo persino assistendo a un interessante - dico sul serio - revival del revival emo con qualche piccola novità autarchica)
Comunque: fatta questa lunghissima e arzigogolata premessa torno subito al punto di partenza: il pop-punk, che ora sembra tornato abbastanza di moda, è stato buono buono fino a metà anni Duemila. Tanto che i pochi rimasti fedeli alla linea hanno faticato parecchio a trovare nuove band fra la fine degli anni Novanta e il 2005. Uno dei momenti cruciali di questo ritorno in grande spolvero è, secondo me, "Total" dei Teenage Bottlerocket, uno dei dischi "Lookout style" (anche se uscito per la Red Scare) più belli di sempre, quasi a livello dei migliori lavori dei Queers e degli Screeching Weasel. Quell'album e tanti altri fattori hanno ridato linfa a un fiume carsico che aveva mantenuto, come unico e ultimo baluardo, gli annuali tour dei Queers in tutto il mondo e specialmente in Italia. Un appuntamento per nostalgici e "vecchietti" con le All Star, che ha saputo travalicare le mode e mantenere vivo un sottobosco di appassionati. In Italia a tenere duro sono stati, per un certo periodo, quasi solo i Manges, mentre in Europa si poteva contare sugli Apers, qualche altra band della Stardumb e nulla più. Dal 2005 in poi però tutto è cambiato e sono letteralmente esplose case discografiche come la già citato Red Scare, l'It's Alive, la Monster Zero e in Italia la Making Believe. Adesso, anzi da qualche annetto ormai, è tutto un fiorire di nuovi gruppi, anche nel nostro Paese. Vecchie band che si riformano - non credo proprio per far soldi visto che guadagnare qualche euro col punk-rock è quasi impossibile - e aprono blog e webzine dedicate al genere. Insomma l'epoca flower-punk (tanto per citare l'omonima compilation che fece ordine nella scena quasi 20 anni fa) è tornata. Anzi: era tornata e forse oggi sta iniziando nuovamente la sua parabola discendente. A farmi partorire tutta questo grumo di stronzate è stato il concerto di martedì sera degli Hard-Ons, altri eroi anni Novanta per gli amanti dei Ramones (anche se la band australiana, il suo meglio, lo aveva dato a fine Ottanta). Prima di loro hanno suonato gli italiani Riccobellis, un onesto terzetto dedicato al culto dei quattro fratellini newyorkesi. Loro, come i Locals, i Sensibles, i Tough (guarda caso con gente della vecchia scena), i riformati Monelli, i Goonies, Teenage Bubblegum, i Teenage Gluesniffers e molti altri sono le band della "nuova" ondata a cui si aggiungono i numi tutelari Manges. Ora mandatemi affanculo senza problemi.
Comunque: fatta questa lunghissima e arzigogolata premessa torno subito al punto di partenza: il pop-punk, che ora sembra tornato abbastanza di moda, è stato buono buono fino a metà anni Duemila. Tanto che i pochi rimasti fedeli alla linea hanno faticato parecchio a trovare nuove band fra la fine degli anni Novanta e il 2005. Uno dei momenti cruciali di questo ritorno in grande spolvero è, secondo me, "Total" dei Teenage Bottlerocket, uno dei dischi "Lookout style" (anche se uscito per la Red Scare) più belli di sempre, quasi a livello dei migliori lavori dei Queers e degli Screeching Weasel. Quell'album e tanti altri fattori hanno ridato linfa a un fiume carsico che aveva mantenuto, come unico e ultimo baluardo, gli annuali tour dei Queers in tutto il mondo e specialmente in Italia. Un appuntamento per nostalgici e "vecchietti" con le All Star, che ha saputo travalicare le mode e mantenere vivo un sottobosco di appassionati. In Italia a tenere duro sono stati, per un certo periodo, quasi solo i Manges, mentre in Europa si poteva contare sugli Apers, qualche altra band della Stardumb e nulla più. Dal 2005 in poi però tutto è cambiato e sono letteralmente esplose case discografiche come la già citato Red Scare, l'It's Alive, la Monster Zero e in Italia la Making Believe. Adesso, anzi da qualche annetto ormai, è tutto un fiorire di nuovi gruppi, anche nel nostro Paese. Vecchie band che si riformano - non credo proprio per far soldi visto che guadagnare qualche euro col punk-rock è quasi impossibile - e aprono blog e webzine dedicate al genere. Insomma l'epoca flower-punk (tanto per citare l'omonima compilation che fece ordine nella scena quasi 20 anni fa) è tornata. Anzi: era tornata e forse oggi sta iniziando nuovamente la sua parabola discendente. A farmi partorire tutta questo grumo di stronzate è stato il concerto di martedì sera degli Hard-Ons, altri eroi anni Novanta per gli amanti dei Ramones (anche se la band australiana, il suo meglio, lo aveva dato a fine Ottanta). Prima di loro hanno suonato gli italiani Riccobellis, un onesto terzetto dedicato al culto dei quattro fratellini newyorkesi. Loro, come i Locals, i Sensibles, i Tough (guarda caso con gente della vecchia scena), i riformati Monelli, i Goonies, Teenage Bubblegum, i Teenage Gluesniffers e molti altri sono le band della "nuova" ondata a cui si aggiungono i numi tutelari Manges. Ora mandatemi affanculo senza problemi.
lunedì 15 ottobre 2012
La regola del gioco
Giovedì scorso - voi avete tempo fino al 21 ottobre, quindi andate, sbrigatevi, correte - sono andato a vedere "La regola del gioco" di Elisa D'Andrea, regia di Emanuele Conte al Teatro della Tosse. Aprire una stagione con il testo di un'esordiente - anche se Elisa non è certo l'ultima arrivata - è stata una vera e propria scommessa. Ma quando uno spettacolo è bello, ben scritto, ben recitato e ben messo sul palcoscenico ci sono pochi cazzi: funziona. Ed è così che è andata per "La regola del gioco". Una rappresentazione carveriana mi verrebbe da dire, veloce come un colpo di pistola, che fotografa la vita di tre coppie (o forse quattro) in un attimo fuggente della loro esistenza. Due anziani, due ragazze lesbiche e un marito, una moglie e un'amante (anche se all'inizio aleggia persino lo spettro dell'amante di lei). Insomma il gioco dell'amore con soggetti e regole diverse, tanto per riprendere il titolo dello spettacolo, con dialoghi diretti e asciutti quanto una scenografia azzeccata: sette sedie bianche e le assi del palcoscenico nude e crude.
Il piccolo mondo contemporaneo dei protagonisti è fatto di litigi, speranze, abbracci e rifiuti, pensieri detti ad alta voce, routine dilanianti e promesse. Mentre due di loro parlano gli altri continuano silenziosamente a portare avanti la loro vita e, su un grande schermo alle spalle degli attori, scorrono capovolte le immagini di ciò che lo spettatore vede realmente. Una sorta di raddoppio di quello che avviene in scena, mentre le luci inquadrano via via i protagonisti, lasciando gli altri nell'ombra. Elisa non intende dare alcuna lezione. Ritaglia un pezzo di vita da ciascun personaggio e ce lo racconta. La forza dello spettacolo, come appunto i libri di Carver e di altri "veristi" contemporanei, non sta nella storia in sé, ma nelle parole e nella bellezza della semplicità umana. Certo poi ci sono trovate che tengono desta l'attenzione dello spettatore come la "teatralizzazione" degli sms (scopritelo da soli), ma il succo è che quando si accendono le luci, gli attori fanno gli inchini di rito e cala il sipario: ne vorresti ancora. Anche la fine è spiazzante, perché potrebbe essere l'inizio, oppure il centro di un'altra storia.
Il fulcro de "La regola del gioco" è la famiglia sgretolata e frammentata di oggi. Le diverse derive dello stare in coppia, sia fisicamente sia mentalmente. Ma c'è anche una dilaniazione continua dell'essere umano di fronte alla vita. Un pezzetto di noi in ognuno dei personaggi, che nel silenzio del teatro sembrano parlarci personalmente. Anche gli attori (Silvia Bottini, Linda Caridi, Bruno Cereseto, Sara Cianfriglia, Andrea Di Casa, Sara Nomellini e Lucia Schierano) sono bravissimi. Perché per mettere in scena uno testo così, paradossalmente, bisogna essere il meno teatrali possibile e rimanere umani al cento per cento.
E poi dove lo trovate uno spettacolo che inizia con la musica dei dEus? Fatevi un favore: andate alla Tosse e godetevi questo racconto. Se sottoscrivete la tessera sostenitori "Cantiere Campana" e avete meno di 28 anni l'ingresso costa persino poco. Altrimenti bevetevi due aperitivi di meno e andate a vedere "La regola del gioco". Non stasera, certo, che è lunedì e il teatro è chiuso, ma da domani e per tutta la settimana. L'appuntamento è alle 20,30. Dopo il teatro avrete anche il tempo per andare a casa a fare l'amore.
Il piccolo mondo contemporaneo dei protagonisti è fatto di litigi, speranze, abbracci e rifiuti, pensieri detti ad alta voce, routine dilanianti e promesse. Mentre due di loro parlano gli altri continuano silenziosamente a portare avanti la loro vita e, su un grande schermo alle spalle degli attori, scorrono capovolte le immagini di ciò che lo spettatore vede realmente. Una sorta di raddoppio di quello che avviene in scena, mentre le luci inquadrano via via i protagonisti, lasciando gli altri nell'ombra. Elisa non intende dare alcuna lezione. Ritaglia un pezzo di vita da ciascun personaggio e ce lo racconta. La forza dello spettacolo, come appunto i libri di Carver e di altri "veristi" contemporanei, non sta nella storia in sé, ma nelle parole e nella bellezza della semplicità umana. Certo poi ci sono trovate che tengono desta l'attenzione dello spettatore come la "teatralizzazione" degli sms (scopritelo da soli), ma il succo è che quando si accendono le luci, gli attori fanno gli inchini di rito e cala il sipario: ne vorresti ancora. Anche la fine è spiazzante, perché potrebbe essere l'inizio, oppure il centro di un'altra storia.
Il fulcro de "La regola del gioco" è la famiglia sgretolata e frammentata di oggi. Le diverse derive dello stare in coppia, sia fisicamente sia mentalmente. Ma c'è anche una dilaniazione continua dell'essere umano di fronte alla vita. Un pezzetto di noi in ognuno dei personaggi, che nel silenzio del teatro sembrano parlarci personalmente. Anche gli attori (Silvia Bottini, Linda Caridi, Bruno Cereseto, Sara Cianfriglia, Andrea Di Casa, Sara Nomellini e Lucia Schierano) sono bravissimi. Perché per mettere in scena uno testo così, paradossalmente, bisogna essere il meno teatrali possibile e rimanere umani al cento per cento.
E poi dove lo trovate uno spettacolo che inizia con la musica dei dEus? Fatevi un favore: andate alla Tosse e godetevi questo racconto. Se sottoscrivete la tessera sostenitori "Cantiere Campana" e avete meno di 28 anni l'ingresso costa persino poco. Altrimenti bevetevi due aperitivi di meno e andate a vedere "La regola del gioco". Non stasera, certo, che è lunedì e il teatro è chiuso, ma da domani e per tutta la settimana. L'appuntamento è alle 20,30. Dopo il teatro avrete anche il tempo per andare a casa a fare l'amore.
mercoledì 10 ottobre 2012
No fun house for the Doggs
A volte le cose capitano per caso. Del tipo che scrivo un post psichedelico su i Trans Upper Egypt e finisco per conoscere il cantante dei Doggs e trovarmi fra le mani il loro ultimo disco, "Red sessions". Otto pezzi di garage oscuro e malato, che hanno superato alla grande sia il test doccia, sia il test "notte". Mi spiego meglio. Visto che ho poco tempo per stare a casa e non possiedo iphone e cazzi simili, posso ascoltare musica solo in alcuni momenti cruciali della giornata: e cioè quando mi faccio la doccia e la barba al mattino, piazzando lo stereo portatile davanti alla porta del bagno, e quando vado a letto la notte, spostando il lettore cd all'ingresso della camera. Robe turche lo so, però non ho molte alternative. Quando stai fuori casa 12 ore, devi ingegnarti per ascoltare i dischi. Soprattutto se ne compri tanti.
Tornando alle qualità di "Red session", la prima cosa che mi è venuta in mente appena è partita "Midnight eyes" sono stati gli Stooges e chiunque conosca un minimo i Doggs penserà: bravo bella scoperta, questo lo sapeva anche mia nonna. Ok, è un'ovvietà. Però è bene dirla. Anche perché più che gli Stooges di primo o di ultimo periodo, questi pezzi mi ricordano quelli crepuscolari e tossici di "Fun house". Un groviglio di chitarre slabbrate e quella voce lontana e intensa, che sa tanto di garage fine anni Sessanta: un suono per nulla spensierato e rassicurante. Una sorta di rock'n'roll della crisi, tanto per capirci. Iggy e compagni però non sono l'unica influenza che si può trovare in queste otto tracce: fra un pezzo e l'altro, infatti, c'è anche un bel po' di lascivia alla Velvet Underground, miscelata all'odore di benzina e di chiuso dei bassifondi milanesi. Quella nebbia mista a smog della capitale amorale d'Italia, figlia del berlusconismo e nipote di Formigoni. Insomma un bella dose di musica incazzata e funerea, ma anche selvaggia e senza dio. "Wild boy", "Durgstore" la finale "Wax doll" corrono lente e ad ali spiegate e sono figlie del punk americano più deleterio. La voce di Marco è cupa come la sei corde di Christian. Mentre Grazia, alla batteria, insieme a Marco che suona anche il basso, stende un tappeto di ritmi tribali e sconci da farti girare la testa. C'è poco da dire: era un sacco di tempo che non sentivo un disco italiano suonare così. E anche se probabilmente non c'entra un cazzo, la cupezza di questi otto pezzi mi ha ricordato le vecchie canzoni dei Gags e degli Huns. La Milano punk di fine Settanta, per chi se la ricorda o l'ha recuperata in qualche modo: quella allergica al morbo hardcore che sarebbe arrivato tre anni dopo. Insomma quella di Glezos e soci, che più che all'America guardava all'Inghilterra dei Pistols e di Adam Ant. Le radici dei Doggs, nome perfetto tra l'altro, stanno anche lì, nonostante la band abbia una potenza e una consapevolezza maggiore rispetto al primo punk meneghino e segua soprattutto la strada tracciata oltreoceano.Ciò che hanno in comune questi due mondi, la Milano di ieri e di oggi, sono la cupezza e il nichilismo, la violenza e i vestiti neri.
Per saperne di più comunque fatevi un giro sul loro sito Internet www.thedoggs.com. Questi ragazzi vi faranno ammattire!
domenica 30 settembre 2012
Rocking like an Egyptian
Non me ne ne fregava un cazzo di essere a stomaco vuoto e di aver passato una di quelle giornate spaccaculi al lavoro, dove non alzi quasi mai la chiappe dalla scrivania. Appena ho potuto mollare quella maledetta sedia, giovedì sera, intorno alle dieci ho preso la macchina parcheggiata di rapina vicino alle strisce blu e sono andato in Buridda. C'erano i Trans Upper Egypt e il resto contava poco e niente. Era quasi un anno che li volevo vedere. Dopo che mi avevano fulminato alla Claque con la combriccola della Borgata Boredom. Musica acida e krauta, psichedelia nuova di zecca e attitudine "no wave". Un bel mistone di cose, anche se alla fine non si tratta che di rock'n'roll cosmico a bassa fedeltà.
Un altro dei motivi per cui non avevo la minima intenzione di perdermi il loro concerto riguarda la mia eterna fissazione per i dischi, insomma il feticismo dell'acquisto compulsivo. E siccome dei cari "egiziani de Roma" avevo soltanto una canzone contenuta nella compilation della Borgata, ero pronto a fare man bassa. E così manco il tempo di entrare e di ordinare una Menabrea al bar, che ero già al banchetto, mentre dietro suonavano i Cuccioli Morti. In un secondo ho agguantato sette pollici e lp. Ma sapevo che sarei tornato a "sprecare" le mie palanche. Nel frattempo le birrette correvano come macchine impazzite. E lo stomaco protestava. Dei McNamara Playhround Heroes non ho un gran ricordo. Ma appena sono saliti sul palco gli Hiss, sempre romani e sempre del solito giro buono, mi sono avvicinato con curiosità. Minchia: batteria furiosa, basso ed effetti, la formazione definitiva. Due pazzi al timone e un suono così acido e marziale, che mi faceva sobbalzare. Anche se ero in piedi. Robe belle. E infatti mi sono messo il 10 pollici in saccoccia (risentito è uno sballo). A quel punto non toccava ad altri che ai Trans Upper Egypt: le star della serata. E in effetti hanno suonato da paura. Sporchi, marci e imbecilli come pochi. Dilatati alla massima potenza e furiosi. Dal vivo (ho scoperto dopo) sono un po' diversi rispetto al disco. Tanto che sembrano quasi due band differenti. Splendide in entrambe le versioni, sia chiaro. Ma quasi l'alter ego l'una dell'altra. Parte della bellezza sta anche nel loro approccio alle cose e questo vale per tutte le band della Borgata. Gente che va in saletta e si registra senza troppe cazzate. Produce cdr e vinili con tanto di supporto di quei pazzi della Bubca Records, mentre tutti suonano con tutti, in cento gruppi diversi. Una sorta di Great Complotto all'amatriciana. Dove il genere che si fa non è importante. Basta tirare fuori ciò che hai dentro in quel momento. Ed è solo quello che conta.
Che dire del resto, a inizio serata ho persino fatto un piccolo smarrone con il loro bassista, visto che il giorno prima avrei dovuto intervistarli per il "Corriere Mercantile" ma poi sono scoppiati i soliti casini e ho dovuto fare dell'altro. Quando mi sono "denunciato" al bar mi ha dato un pacca sulla spalla e ha fatto un sorrisone. Come ho detto più volte: i Trans Upper Egypt sono una band da leccarsi le dita dei piedi.
Un altro dei motivi per cui non avevo la minima intenzione di perdermi il loro concerto riguarda la mia eterna fissazione per i dischi, insomma il feticismo dell'acquisto compulsivo. E siccome dei cari "egiziani de Roma" avevo soltanto una canzone contenuta nella compilation della Borgata, ero pronto a fare man bassa. E così manco il tempo di entrare e di ordinare una Menabrea al bar, che ero già al banchetto, mentre dietro suonavano i Cuccioli Morti. In un secondo ho agguantato sette pollici e lp. Ma sapevo che sarei tornato a "sprecare" le mie palanche. Nel frattempo le birrette correvano come macchine impazzite. E lo stomaco protestava. Dei McNamara Playhround Heroes non ho un gran ricordo. Ma appena sono saliti sul palco gli Hiss, sempre romani e sempre del solito giro buono, mi sono avvicinato con curiosità. Minchia: batteria furiosa, basso ed effetti, la formazione definitiva. Due pazzi al timone e un suono così acido e marziale, che mi faceva sobbalzare. Anche se ero in piedi. Robe belle. E infatti mi sono messo il 10 pollici in saccoccia (risentito è uno sballo). A quel punto non toccava ad altri che ai Trans Upper Egypt: le star della serata. E in effetti hanno suonato da paura. Sporchi, marci e imbecilli come pochi. Dilatati alla massima potenza e furiosi. Dal vivo (ho scoperto dopo) sono un po' diversi rispetto al disco. Tanto che sembrano quasi due band differenti. Splendide in entrambe le versioni, sia chiaro. Ma quasi l'alter ego l'una dell'altra. Parte della bellezza sta anche nel loro approccio alle cose e questo vale per tutte le band della Borgata. Gente che va in saletta e si registra senza troppe cazzate. Produce cdr e vinili con tanto di supporto di quei pazzi della Bubca Records, mentre tutti suonano con tutti, in cento gruppi diversi. Una sorta di Great Complotto all'amatriciana. Dove il genere che si fa non è importante. Basta tirare fuori ciò che hai dentro in quel momento. Ed è solo quello che conta.
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