venerdì 29 giugno 2018

Steve of the black hole - Addio a Soto il bassista degli Adolescents

Steve Soto, il bassista degli Adolescents (ma anche degli Agent Orange e di molte altre band) morto a 54 anni l'altro giorno, è un altro dei miei eroi del punk che se ne va nel quasi totale disinteresse generale. Certo, a piangere la prematura dipartita di Steve, nel solito giro, siamo stati in tanti per fortuna, ma credo che soltanto Rolling Stone Usa abbia scritto qualcosa di più di due semplici righe di commiato per commentare questa ennesima terribile notizia. Eppure gli Adolescents sono stati un gruppo capitale per la storia della musica. Non solo per il punk e l'hardcore. Il loro primo disco omonimo è una pietra miliare del "rock" citata come fonte di ispirazione da tantissimi musicisti blasonati (Green Day e Blink 182, tanto per dire). Ma che ci volete fare? La vita è ingiusta e, nel caso di Steve, purtroppo, persino troppo corta.
Anche senza tributo maistream post mortem, però, Soto resterà comunque un punto di riferimento imprescindibile per migliaia di persone. E già questo non è poco, per un ragazzino sovrappeso di origine messicana che, appena sedicenne, si unisce a una banda di teppisti per formare un gruppo punk nel sobborgo di Fullerton, in piena Orange County, una delle contee "bene" della California del sud in cui viveva (e vive ancora) una borghesia reazionaria e muscolare, che ha davvero poco a che fare con certa musica e le cosiddette sottoculture. E' il 1979 e Steve, insieme agli amici Mike Palm e Scott Miller mette in piedi gli Agent Orange, un trio che mescola i suoni dirompenti del punk alle ipnotiche trame surf. Un mix perfetto e inedito, capace di partorire un singolo stupendo come "Bloodstains" e un disco solido come l'esordio "Linving in darkenss" del 1981. Ma Steve non è accreditato in quei due pezzi di vinile perché ha già lasciato da qualche mese la band, visto che gli altri due non vogliono suonare le canzoni che scrive. A un concerto fa amicizia con Tony Brandenburg (il futuro Tony Cadena) e i due decidono di fondare un gruppo punk. Assoldano un po' di gente, fra cui Frank Agnew, fratello minore di Rikk, un tipo poco raccomandabile che suona nei Social Distortion e nei Detours (inutile dire quale delle due band passerà alla storia) e che presto si unirà a sua volta alla band. Nella loro fase iniziale gli Adolescents fanno qualche piccolo concerto sfigato e registrano un demo. Il suono è bruciante e sporco, ma bisogna attendere l'arrivo dei due "vecchi" Casey Royer e, appunto, Rikk Agnew perché il gruppo trovi la propria strada. I nuovi arrivati portano in dote pezzi stratosferici come "Amoeba" e "Kids of the black hole" (minchia!) e contribuiscono a forgiare un suono unico che sarà quello impresso a fuoco nel primo disco omonimo della band, pubblicato nel 1981 dalla Frontier. Qualcuno lo chiama beach punk e cioè il punk-rock suonato lungo la costa californiana, che oltre a incorporare elementi surf come già avevano provato a fare gli Agent Orange radicalizza il punk-rock di gruppi come Ramones, Sex Pistols o Avengers (giusto per rimanere più o meno in "zona"), aumentandone la velocità e la violenza. Molto più semplicemente si tratta di hardcore, anche se infiltrato da una potente vena melodica. A tenere in piedi le fondamenta di questi pezzi immortali è proprio il basso suonato a mitraglia da Steve Soto, che con la sua voce potente e pop (il suo primo amore sono stati i Beatles) è anche l'artefice - insieme a Rikk - dei cori epici che accompagnano i pezzi: un vero e proprio marchio di fabbrica della band (secondo me i Bad Religion di "Suffer" e "No Control" si sono ispirati parecchio agli Adolescents per coniare la loro personalissima formula di hardcore melodico). Ma come accade spesso il sodalizio dura lo spazio di qualche mese. La band fa in tempo a pubblicare ancora un ottimo ep, "Welcome to reality" e poi si scioglie. Ognuno per la sua strada (e quella di Rikk sarà lastricata di capolavori, ma ne ho già parlato qualche anni fa proprio da queste parti). Steve, a quel punto, si unisce ai Legal Weapon, un'interessante punk band della California del sud guidata dalla cantante Kat Arthur. Alla chitarra c'è il fido amico Frank Agnew e con questa formazione, nell'82, pubblica il disco "Death of innocence". Passa qualche anno è arriva la reunion degli Adolescents con la formazione originale che, nel 1986, porta alla pubblicazione di "Brats in battalions": i pezzi sono meno iconici e fulminanti rispetto all'esordio e il suono dell'album risente un po' dell'indurimento generale dell'hardcore, che in quel periodo sconta parecchie influenze heavy metal. "Brats", anche se non passerà alla storia, resta un album interessante, ma a spadroneggiare sono la chitarra di Rikk e la voce di Tony (Steve invece resta più sullo sfondo). Anche dopo questo secondo album però la band implode e Soto e Rikk Agnew decidono di prenderne le redini per tentare di tenerla ancora in piedi. Si dividono i pezzi da scrivere e da cantare e pubblicano il disco "Balboa fun*zone" (1988), ancora più metallico e violento rispetto al suo predecessore. Siamo alla fine degli Anni Ottanta, l'hardcore è praticamente defunto - anche se in California continua a tenere botta - Steve saltella da un gruppo all'altro e fonda i Joyride, dove canta e suona il basso e con i quali incide due album molto melodici, in bilico fra pop-punk, new wave e alcune incursioni country, genere che ama da sempre (come dimostrerà un suo progetto di qualche anno fa). Soto fa in tempo a suonare anche in un disco di cover con gli ex Adolescents ("Pinups", nome sia dell'album sia del progetto estemporaneo messo in piedi nel 1992) e poi finisce per riscoprire le sue radici messicane con i Manic Hispanic, una band che coverizza storici pezzi punk in chiave mariachi, modificando testi e titoli. Pur essendo nato per scherzo il gruppo va avanti per parecchi anni, fino alla seconda e definitiva (visto che dura tuttora) reunion degli Adolescents del 2005. Prima di rimettersi insieme ai vecchi amici di sempre Steve Soto fa in tempo a imbarcarsi, insieme a Melvin dei NOFX e altri senatori del punk californiano, nel progetto punk karaoke, culmine di un periodo in cui il nostro si è divertito a suonare i pezzi delle sua formazione musicale. I riformati Adolescents incidono subito un nuovo disco, la cui uscita è anticipata da una performance pazzesca alla House of  Blues (ho il dvd e devo dire che rivedere Rikk molto più ciccione di Steve mi ha fatto una certa impressione). L'album, intitolato, "O.C. confidential" suona melodico e abrasivo, ha pezzi veloci e di grande impatto e non tradisce le aspettative. Da quel momento il basso e i cori di Steve tornano in pianta stabile al servizio degli Adolescents (anche se non rinuncia a qualche interessante progetto parallelo, compresa la collaborazione con CJ Ramone). Soto in questo periodo pare abbastanza in forma, ha perso persino qualche chilo e per oltre 10 anni si butta in lunghi tour insieme alla sua storica band. Il gruppo passa più volte anche dall'Italia (erano previste alcune date alla fine del mese prossimo, ma a questo punto direi che verranno cancellate). La prima volta che gli Adolescents hanno suonato qui da noi era il 2008, visto che il tour che doveva farli esordire in Europa alla fine degli Anni Ottanta venne cancellato e furono rimpiazzati, all'ultimo minuto, da un gruppo che all'epoca quasi nessuno conosceva: i NOFX... Io ricordo per esempio un concerto memorabile nel 2009 alla Spezia con Leeches e Fall Out di spalla. E ho ancora ben chiara l'immagine di Steve che, come un gigante buono, suona il basso e fa i cori, sfoderando un sorriso pacifico e divertito. I nuovi Adolescents incidono altri 4 dischi, ma devo dire che, dopo il successore di "O.C. confidential", il discreto "The fastest kid alive", ho smesso di comprarli. Le canzoni sono prodotte meglio e il suono è più pieno e dirompente rispetto agli esordi, ma è indubbiamente meno ispirato. Ecco, volevo parlare di Steve Soto e ho finito per fare un pippone sugli Adolescents. Ma era inevitabile. Da qualche anno Steve, insieme all'inseparabile Tony, era l'unico membro originale del gruppo. E adesso, che se n'è andato nel sonno in una notte di inizio estate, chissà che ne sarà di questa band di cinquantenni capace di far battere il cuore anche a chi, come me, ha quasi tanti anni come il loro primo, bellissimo, disco.






giovedì 7 giugno 2018

Un po' di recensioni a babbo 6/ Le bellezze di Area Pirata e l'ignoranza dell'Alcalde

Ok dopo questo sesto post della serie "Un po' di recensioni a babbo" prometto che mi impegnerò a buttare giù anche qualcosa di più articolato. E magari tenterò di essere persino un po' più attivo. Ma visto che, nel frattempo, mi sono capitati sottomano un po' di dischetti niente male beccatevi ste recensioni a babbo, va'


The Mads - The orange plane
I Mads non sono solo una storica band mod revival italiana, sono probabilmente la prima band mod revival italiana. Si sono formati nel 1979, quando da noi il punk era ancora un oggetto misterioso - sarebbe realmente esploso nell'80, a parte i soliti pionieri - e dei Jam si sapeva poco e niente. Purtroppo, come accade spesso ai precursori, la band milanese durò lo spazio di qualche anno (fino al 1983), lasciando pochissime tracce di sé. Qualche tempo fa però ecco la svolta: alcuni storici pezzi dei Mads vengono finalmente pubblicati, la band si riforma, scrive alcune nuove canzoni e inizia a suonare in giro (mi è capitato di vederli pure a Genova e ne sono rimasto folgorato). Oggi, dopo sei anni di attività e una manciata di ottimi singoli, i nostri sono arrivati al traguardo del disco sulla lunga distanza. A pubblicarlo è - naturalmente - Area Pirata che li ha seguiti passo passo in questa seconda visita musicale. "The orange plane" è un album dai perfetti incastri pop, forte una spiccata vena anni Sessanta, ma con uno sguardo attento al mod revival dei primi Ottanta e al power-pop di quegli stessi anni. Anche perché questi due "generi", soprattutto all'inizio, si sono molto spesso contaminati e sovrapposti, regalandoci grandi band e ottimi dischi. E i Mads si infilano proprio in questa illustre tradizione. "The orange plane" è ricco di melodie limpide, chitarre pulite, armonie vocali irresistibili e coretti. Un disco perfetto per l'estate, curato nei mini particolari, grazie anche a degli ottimi arrangiamenti. Sarà difficile scollarlo dallo stereo o dall'autoradio. Gioielli di tale caratura sono sempre più rari.



Killer Klown - Crappy Circus
I Killer Klown sono sempre stati una band disturbante. E lo confermano anche oggi, a 24 anni di distanza dalla loro prima prova in saletta e a 7 anni dall'ultimo album "Born to rock!!!". "Crappy circus", infatti, pubblicato da Area Pirata, è una poltiglia maleodorante di musica fragorosa e dissonante, una raccolta di canzoni sporche e urticanti dal sapore garage-punk. Stooges e Cramps, come dice la scheda di presentazione del disco, sono sicuramente i numi tutelari dei Kliler Klown, ma dentro le pieghe di questo marcissimo lp dai suoni deraglianti si sente anche una pesante influenza di tutto quel microcosmo di band urgenti e deliziosamente scalcagnate che Lenny Kaye aveva raccolto nella compilation Nuggets quasi 50 anni fa (era il '72, gente). Question Mark and the Mysterians e The Seeds sono i primi nomi che mi vengono in mente, anche per quel retrogusto "oscuro" che sapevano imprimere al loro rockn'roll carvernicolo e che la band torinese riesce a restituirci con una buona dose di personalità. Un impasto delirante e dolcemente rumoroso, con l'organo suonato a cannone, come fosse una chitarra elettrica. L'unico pezzo che non mi convince appieno è l'incipit "Circus", una lunga intro claunesca che si trascina per troppo minuti. Il resto dell'album però è un frutto golosissimo di punk putrescente lanciato a mille.


The Celibate Rifles - Roman beach party
L'Australia è sempre stata una terra fertile per il rock'n'roll. E non parlo solo di gruppi blasonati come gli AC/DC (che a me, detto francamente, non fanno manco impazzire). Mi riferisco a una messe di band incredibili come Saints, Radio Birdman (comprese tutte le loro emanazioni, dai New Christs ai Visitors) e all'incredibile scena degli Sharpies. Insomma quando un gruppo rock arriva dalla terra dei canguri, solitamente, c'è parecchio da godere. E anche i Celibate Rifles non fanno eccezione. Magari sono meno blasonati dei loro già citati contemporanei Saints e Radio Birdman, ma comunque restano uno vero e proprio punto di riferimento per la scena figlia del punk che si è sviluppata negli anni Ottanta in Australia. "Roman beach party", loro quarto album fuori catalogo da tempo e ristampato dai ragazzi di Area Pirata con tanto di note e intervista esclusiva a Kent Steedam e Damien Loverick a cura dell'ottimo Roberto Calabrò - che conosce a fondo la materia e ha scritto un libro capitale come "Eighties Colours" - suona fresco e ruspante come se fosse stato inciso oggi. Lunghe schitarrate rock, quasi desertiche, si alternano a pezzi adrenalinici figli del punk 77. Perché il bello dei Celibate Rifles è che appena pensi di averli inquadrati estraggono fuori dal cilindro un pezzo come "Ocean shore": indolente, velenoso e tribale come "Dirt" degli Stooges. "Strange days, strange nights" è invece un brano punk costruito su un riff minimale che non ti si stacca dal cervello, mentre l'apertura del disco (questa ristampa è un lussuoso vinile 180 grammi con copertina apribile) è affidata all'assalto di "Jesus on tv", puro rock australiano deviato. E se "(It's such a) wonderfull life" ha un ritornello melodico piuttosto immediato e una strofa alla Sex Pistols, il finale strumentale affidato a "Frank Hyde (Slight return)" riesce a ipnotizzarti dal primo all'ultimo minuto. "Roman beach party" è uno di quei dischi perduti, che per troppo tempo sono rimasti un piccolo culto per una manciata di appassionati. Se i giovani punk degli anni dieci (sempre che esistano) vogliono trovare le radici di ciò che ascoltano si procurino questo disco stellare e lo sentano fino alla nausea, come se fossimo nel 1987. 

Alcalde de la noche - Direcciòn Destroy
Attenzione capolavoro. E non è perché Michele e Fabio (la voce e le basi che animano questo strampalato progetto musical-situazionista) siano due miei grandi amici. Lo dico perché mi pagano a peso d'oro. Giusto l'altro ieri ho ricevuto un bonifico sul mio conto alle Cayman di 1235432 milioni di euro e adesso sono pronto a tessere le lodi di questo disco. "Direcciòn Destroy" è la roba più assurda e divertente che vi possa capitare di ascoltare da qui ai prossimi mesi. E' il disco dell'estate per eccellenza, anche se dell'85 in Italia o del '92 in Spagna. Le canzoni, sei perle di italo disco che citano senza pensieri i Righeira e i Fratelli La Bionda, mescolano dance vorticosa a liriche in spagnolo. Ma la cosa più assurda, insensata e al tempo stesso pazzesca è che i testi di ciascun brano sono un omaggio alla Spagna degli anni ottanta-novanta e alle storie di sballo e di tamarri che tra Valencia, Benidorm e la Costa Blanca hanno animato una delle stagioni più spensierate del post franchismo. La generazione di discotecari che cavalcava le onde della dance 25-30 anni fa era quella nata alla fine delle dittatura ed era ricca di personaggi, luoghi e situazioni diventate dei veri e propri simboli nel corso degli anni. E così il nostro sindaco della notte Michele (l'alcalde, appunto), con fascia tricolore e occhialini 3d, ha deciso che, invece, di sparare le solite cazzate in spagnolo maccheronico su una base danzereccia, sarebbe stato più interessante scrivere dei pezzi con testi più articolati; lasciando a Fabio il compito di sfornare le suddette basi danzerecce con il suo proverbiale tocco pop. Il risultato è una roba tamarisssima, ma dannatamente divertente. Un disco da ballare fino a vergognarsi si se stessi. Tanto che sarebbe bellissimo se l'Alcalde spopolasse veramente nelle discoteche di tutta Italia e facesse muovere il culo e le braccia a migliaia di truzzi (veri) che, puntualmente, ogni estate, si mettono la camicia bianca aperta fino a metà, si impiastricciano di gel puzzolente i capelli pettinati a corona e indossano scarpe sportive da 500 euro sull'unghia minchia zio. Sarebbe una cazzo di vittoria per tutti se Michele e Fabio sbancassero il banco e facessero seriamente il botto. D'altra parte questo disco ha pezzi da sturbo come "De fiesta en Benidorm" (la base è stupenda) e "Yo soy un quinqui" (che tra l'altro si porta dietro una storia pazzesca sui piccoli delinquenti che trent'anni fa, per una stagione, misero a ferro e fuoco la Spagna). Lasciatevi travolgere dall'ignoranza più pura e pompate al massimo l'album dell'Alcalde! https://alcaldedelanoche.bandcamp.com/releases







venerdì 18 maggio 2018

Un po' di recensioni a babbo/5 La pigrizia è il mio mestiere


I soliti accidenti della vita (cioè la mia pigrizia) rendono sempre più radi gli aggiornamenti. E le poche volte che mi decido a scrivere finisce che sparo le solite cazzate. Il fatto è che ho un sacco di cose interessanti da leggere (più di quante che riesca a comprare) e quindi preferisco dedicarmi a quelle e al pastis. Tanto è uguale, no?


His Electro Blue Voice - Mental hoop
Avrò iniziato a scrivere questa recensione (non richiesta) di "Mental hoop" degli His Elcetro Blue Voice almeno un milione di volte. Ma come accade spesse con i dischi che mi ossessionano in modo particolare ho sempre finito per cancellare tutto e ricominciare da capo. Il fatto è che non è facile parlare di album del genere senza rischiare di incorrere nella più classica supercazzola giornalistica, che sa tanto di vecchia volpe della critica musicale (pur non essendola...). Ma detto francamente non saprei proprio come descrivere altrimenti questi 35 minuti e 29 secondi di nichilismo sonico. La band italiana, qui al suo secondo disco (il primo era su Sub Pop - esticazzi! - mentre adesso esce per la benemerita Meaple Death di Bologna) suona una sorta di hardcore industriale dai tratti spettrali, che lungo questi bellissimi 8 pezzi più intro si trasforma in una sinfonia disperata e violenta, suonata in mezzo a una spessa coltre di synth radioattivi. Un disco feroce e al tempo stesso melodico, che va ascoltato tutto d'un fiato (lo trovate su bandcamp e su youtube, ma procuratevi il vinile come sto tentando di fare anch'io in questi giorni). Gli His Electro Blue Voice mescolano le radici rock'n'roll degli Stooges e l'attitudine apocalittica dei gruppi dark californiani degli anni Ottanta (Christian Death su tutti), il post-punk pestone e travolgente dei primi Killing Joke e le ripetizioni ossessive dei Joy Division. Ci sono chitarre impazzite e rumori assortiti che tentano di soffocare, sotto un muro di suono nebuloso e scrosciante, una voce urlata e carica di angoscia. Un disco meravigliosamente contorto e disturbante, impossibile da non amare.


The Longshot - Love is for losers

Il mio rapporto con Billy Joe Armstrong (naturalmente a totale insaputa dell'interessato) è ridotto ormai ai minimi termini. Ho amato alla follia i Green Day e tutti i vari side-project dei componenti della band senza badare minimamente alle prese per il culo inevitabili che tale devozione finiva per scatenare fra i miei amici "punk". Ma adesso, francamente, mi sono rotto un po' i coglioni. E la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l'uscita, un paio di anni fa, di "Revolution radio": un album terribile, con canzoni terribili e suoni terribili. Ok, anche la trilogia non era un gran che (a cominciare dall'idea stessa di far uscire tre dischi uno dietro l'altro). Ma sì sa, è difficile restare lucidi quando si parla della band che ti ha letteralmente cresciuto e ti ha fatto conoscere gruppi che ancora oggi restano nella tua top ten di tutti i tempi (Adolscents, Descendents e Mr. T Experience, tanto per citarne tre). E così ho pensato che quel loro ultimo disco monotono, leccato e senza un briciolo di cuore potesse essere il classico passo falso di un gruppo in stallo creativo e con troppi anni di carriera alle spalle. Poi però sono arrivati i Longshot, il nuovo side-project di Billy Joe, e ho capito che per i Green Day non c'è più nulla da fare. Diventeranno i nuovi U2, io smetterò di andarli a vedere e finirò di comprare i loro dischi. Anche perché posso capire che, per il gruppo principale, il caro vecchio Armstrong (più vicino ai 50 che ai 40, ommiodddio!!!) abbia certi standard da garantire (anche se in realtà, ormai, i Green Day possano ciò che vogliono), ma se la stessa mancanza di verve riecheggia anche nei pezzi di una band messa su per puro divertimento con gli amici di una vita, allora il problema sei tu. Anzi è la tua voce, caro Billy. Infatti studiando attentamente ciò che più non mi convince dei recenti Green Day e che, a cascata, mi fa letteralmente odiare questi mediocrissimi Longshot mi sono accorto che il punto debole è proprio il modo di cantare di Billy Joe Armstrong. Quella voce nasale e sgraziata che è sempre stata un segno distintivo della band e che per me rappresenta il timbro ideale del cantante pop-punk, oggi suona talmente pulita, insipida e monotona che riesce a smorzare qualsiasi entusiasmo. I pezzi sarebbero anche discreti (no, in realtà sono da 5 meno meno), ma poi arriva Billy a cantare buona notte. E' un vero peccato essere arrivati a questi punti. Anche perché i Green Day restano ancora oggi una band che ascolto tantissimo. Ogni volta che metto su "39 Smooth", ma anche "Insomniac" e naturalmente "Dookie" mi vengono la pelle d'oca e le lacrime agli occhi. Di questi Longshot, invece, non so proprio che farmene.

Red Dons - Genocide 7''
Anche in questo caso, come per gli His Electro Blue Voice, il disco di cui mi accingo a parlare è uscito a novembre, ma io, come al solito, me ne sono accorto dopo sei mesi. A mia parziale discolpa devo dire che era un po' di tempo che i Red Dons, una delle migliori punk hardcore band in circolazione, non si facevano sentire. Dopo lo splendido "The dead hand of tradition" del 2015 (anno in cui li ho persino visti dal vivo in un bellissimo concerto a Milano) la band aveva fatto perdere le proprie tracce, complice anche il fatto che pur facendo base a Portland, i componenti del gruppo vivono sparsi per il mondo. Detto ciò e tornando a bomba a questo nuovo singolo intitolato "Genocide" che comprende, oltre alla title track, anche il pezzo "Letters", gli ingredienti che avevano reso così unica la band ci sono ancora tutti. Anzi, in queste due canzoni - ragazzi su, regalateci un nuovo album! - la formula Red Dons si mostra in tutto il suo splendore. Melodie malinconiche ma molto marcate, chitarre liquide e velocissime, punk 77 e primo hardcore californiano che si fondono alla perfezione in un mix di beach punk, surf e dark. Il tutto condito da ottimi testi. Se amate i primi Rotten Mind e i compianti Vicious non potete non ascoltare i Red Dons. Da non perdere anche l'ottimo secondo album, uscito una decina di anni fa e intitolato "Fake meets failure".

DeeCracks - Sonic delusions
Un bel disco è tale se riesce a catturare la tua attenzione anche quando lo ascolti distrattamente e magari sei impegnato a fare dell'altro. E direi che è proprio il caso di "Sonic delusions" dei DeeCracks. La band austriaca è ormai una veterana della scena punk-rock europea, suona spesso in Italia e fa parte di quel giro di gruppi che - per fortuna - ti capita di vedere quasi una volta all'anno nei locali e ai festival. Naturalmente, non si sta parlando di un album capolavoro, ma di un disco onesto (anzi, honesto!!!1!1!) capace di bilanciare sapientemente Ramones, Motorhead e Queers. Lungo questi 15 pezzi c'è davvero un po' di tutto e cioè la solita (ottima) roba a cui ci hanno abituati i DeeCrakcks: canzoni veloci e dalle melodie ruvide, con riff rockn'roll e ritornelli a rotta di collo (come direbbe Scaruffi). A metà disco c'è persino spazio per uno strumentale surf-desertico ("Mexican standoff"), che spezza per un paio di minuti il ritmo forsennato delle canzoni, ma con "It's been a while" si riprendo subito da dove ci eravamo interrotti. Che dire? Di dischi così, a mio modesto parere, ce n'è sempre un gran bisogno. Perché finiti i tempi belli, quando uscivano almeno venti album memorabili all'anno (tempi che, per inciso, non ho mai vissuto), poter contare su una band come di DeeCracks e su vinili come "Sonic delusions" è tutto grasso che cola.

New Berlin - Basic function
Adoro la musica minimale e scazzata. E' forse una delle cose che in assoluto preferisco ascoltare in questo periodo. Pezzi brevi e fulminanti, strumentazione ridotta all'osso, melodie indolenti e imperizia tecnica sono gli ingredienti ideali per il disco perfetto. E devono dire che i New Berlin, con il loro "Basic function" sono un esemplare davvero unico di questo non-genere. Li ho sentiti per la prima volta esattamente questa mattina e sono già uno dei miei gruppi preferiti. Stavo leggendo svogliatamente Facebbok quando sulla pagina di Lorenzo Belli è apparsa la segnalazione del loro concerto stasera o domani (non ricordo e non ho voglia di controllare) al Taun. Ho visto che fanno altre tre date in Italia, ma tutte abbastanza lontane da casa. Quindi amen: non li vedrò, non comprerò al banchetto il loro vinile e visto la mia idiosincrasia per le spese di spedizione non lo comprerò e basta. Però sentendoli su bandcamp, belli stonati e metalicci, non ho potuto fare a meno di innamorarmi di loro. Sono monotoni e martellanti, quasi robotici nel loro punk sfrigolante e lobotomizzato. Non fanno nulla per farsi notare e credo che stanotte scapperò di casa, prenderò la macchina e andrò a sentirli ovunque cazzo suonino.


giovedì 12 aprile 2018

Un po' di recensioni a babbo/4 La versione di bandcamp

Musica da bandcamp. Mi verrebbe quasi da chiamarli così (anche se il termine è oggettivamente orrendo) certi ascolti recenti. Parlo soprattutto di dischi nuovi su cui non sono ancora riuscito a mettere le mani e che muoio dalla voglia di sentire. E così, in attesa di recuperare venile o cd (e di avere anche qualche palanca per comprarli) mi accontento di soddisfare la mia curiosità buttandomi sul maledettissimo streaming. Certo, per un tossico del disco come il sottoscritto mettersi ad ascoltare musica al computer è come rifilare un cono gelato a un eroinomane, però non è che si possa sempre svortà (come dice il poeta). E quindi si fa quel che si può. Qui sotto trovate le mie solite vaccate su alcune cose ascoltate ultimamente grazie "all'internet".

Plutonium Baby -  Blast! Sci_fi music for contemporary freak


Più invecchio più penso che il punk sia tutto fuorché un genere musicale ben definito. E anche se amo ancora ascoltare "il rock'n'roll sporco e pulcioso suonato a mille all'ora" di molte band, resto un grande appassionato di tutti quei gruppi irregolari che finiscono (o sono finiti) nel calderone punk perché difficili da classificare, urticanti, incasinati, rumorosi e "sperimentali" (lo so, è un termine insensato e fuorviante, ma tant'è...). Prendiamo, per esempio, i Plutonium Baby di cui Area Pirata ha appena pubblicato l'ottimo disco "Blast! Sci_fi music for contemporary freak": la musica di questo terzetto romano mescola sintetizzatori deliziosi, chitarre metalliche e voci maschili e femminili che si rincorrono all'impazzata, come se fossero una sorta di Epoxies più sporchi e contorti. Dodici pezzi ficcati dentro un frullatore di suoni fantascientifici e sintetici, senza per questo rinunciare al rock'n'roll più basico e cavernicolo (i Devo che coverizzano i Cramps?). Ma al di là delle suggestioni che si possono utilizzare per provare a descrivere la musica dei Plutonium Baby, diciamo che parlare di punk, in questo caso, è più che giustificato. Anche perché se c'è una cosa che considero fondamentale per essere etichettati in questo modo è il senso di angoscia e frustrazione che certe pezzi riescono a trasmettere. E con i Plutonium Baby su questo terreno andiamo sul sicuro. Insomma, un album inaspettato e magnifico.


Labradors - Future ghosts
La prima volta che ho sentito i Labradors è stato a un loro concerto un bel po' di anni fa (2013?). Erano i tempi del primo album (che ancora mi piace un casino), ero a Varazze, era estate e mi trovavo a un super festival pieno di gruppi fighi, fra cui i Labradors, appunto, e i Faz Waltz. Alla fine del concerto sono corso a comprarmi i dischi di entrambe le band e al banchetto (o forse qualche giorno dopo su Facebook) mi sono buttato nei miei soliti discorsi contorti, finendo per dire che i Labradors mi ricordavano un grandissimo e a mio avviso sottovalutatissimo gruppo di cui avevo purtroppo perso le tracce, i Suinage. A quel punto qualcuno mosso a compassione mi ha rivelato che si trattava praticamente della stessa band, ma con un nome diverso (sto semplificando, he). Insomma amavo i Labradors ancora prima di averli sentiti e da quel momento ho continuato a seguirli con una certa costanza (li ho visti dal vivo almeno altre due volte). E visto che proprio in questi giorni la band ha sfornato un disco nuovo di zecca mi sono subito fiondato su bandcamp per sentirlo in anteprima. "Future ghosts", è questo il titolo dell'album uscito per To Lose La Track, va decisamente oltre quel power-rock dei loro primi lavori (che a qualcuno ricordavano un po' i Foo Fighters degli esordi ma con un pizzico di punk in più). Le canzoni, infatti, virano verso un rock più variegato, compatto e chitarristico, possono contare su suono bello pieno e ricco e decisamente meno punk di un tempo. Anche se forse, detta così, rende davvero poco. Ma non è facile descrivere questo nuovo lavoro dei Labradors utilizzando le solite categorie da finto critico musicale. Quindi diciamo subito che "Future ghosts" è un gran disco. Perché su questo non ci possono essere fraintendimenti. Se proprio volessimo fare dei paragoni, questo nuovo album suona molto "mouldiano", nel senso mi sembra piuttosto vicino al modo di comporre di Bob Mould, sia con gli Sugar sia nella sua versione solista (mentre la componente Husker Du, band che immagino rappresenti una grande influenza per i Labradors, si sente molto meno rispetto ai tempi dei Suinage). Pezzi come "Apart", con il suo crescendo "epico" e le sue chitarre a briglia sciolta o "Wave", che gira tutta intorno a una strofa molto melodica e impossibile da dimenticare, sono alcuni degli episodi migliori di un disco che va ascoltato tutto, dall'inizio alla fine. Atmosfere malinconiche si alternano a improvvise sgasate melodiche, come un ibrido fra power-pop, post-rock ed emo-core di fine Novanta.


Radio Days - El Delfin Y El Varano

E chi se l'aspettava questa svolta dai Radio Days? Intendiamoci: stiamo pur sempre parlando di una delle mie band preferite in assoluto (dico davvero, he). Un gruppo che mi ha letteralmente aperto un mondo facendomi conoscere, con colpevole ritardo e alla veneranda età di 25 anni (si parla di circa 10 anni fa) il power-pop. Quindi, al di là della mia passione sfrenata per Bare, Paco e Dario, ho un forte debito di riconoscenza nei loro confronti (come ce l'ho per i Giuda sul fronte del glam). Ma è chiaro che appena ho ascoltato questo nuovo ep pubblicato in occasione del recente tour spagnolo della band sono rimasto subito spiazzato. Perché in questi 4 pezzi (3 originali e una cover) del power-pop travolgente che ha sembra caratterizzato i Radio Days non c'è praticamente più traccia. Insomma, la band ha cambiato (quasi radicalmente) il proprio sound. Almeno per questo mini. E se devo essere sincero non è stata una brutta scelta. "El Delfin Y El Varano" infatti suona benissimo e nonostante resti dell'idea che album come "Midnight cemetery rendezvous" (che dovrebbe essere ristasmpato in vinile a breve) e "Back in the day" rimangano dei veri capolavori, anche in questo caso ci troviamo di fronte a materiale si altissima qualità. Si parte subito con una sferzata garage "alla vecchia" grazie alla sferragliante "Time is over". Con la seconda traccia si passa invece al pop delicato di "Sometimes": una ballata alla Kinks con qualche reminiscenza lennoniana. Il terzo pezzo è la cover di "I wanna be your boyfriend" dei Ramones che i Radio Days suonano da qualche tempo dal vivo (e che è sempre un bel sentire), mentre il finale riserva ancora una volta una sorpresa: un pezzo surf strumentale lungo quasi quattro minuti, che proprio non ti aspetti. Siete rimasti choccati? State tranquilli, "El Delfin Y El Varano" è un bellissimo ep, variegato ma molto personale. Ma se si tratti dell'inizio di un'interessantissima svolta o soltanto di un episodio isolato è presto per dirlo. Comunque vada, però, i Radio Days restano uno dei migliori gruppi italiani degli ultimi 10 anni.



martedì 3 aprile 2018

Un po' di recensioni a babbo/ 3 Ma c'è molta roba vecchia

E' un bel pezzo che non scrivo con regolarità su Hello Bastards (inizia così almeno la metà dei miei post) e proprio per questo ho in arretrato una bella sequela di dischi - ma non solo - di cui vorrei parlare. Magari anche brevemente, così evito di rompere le scatole ai quei quattro fuori di testa che ancora leggono le mie stronzate (lo so che lo fate solo perché siete segretamente innamorati di me!). Insomma, al di là del mio proverbiale braccino corto, in queste settimane mi sono passati per le mani un po' di album interessanti. Ed ecco, veloce come lo struzza, qualche considerazione tanto al chilo.

Briefs - Off the charts e Steal Yer Heart
I Briefs sono una delle mie nuove-vecchie ossessioni. Li avevo conosciuti grazie al libro "100 dischi ideali per capire il punk" del buon Gilardino (che ho sempre considerato il mio Vangelo) e avevo recuperato il primo e terzo album beccandoli usati rispettivamente a una fiera e durante il mio primo viaggio a Londra. E anche se mi erano piaciuti parecchio (soprattutto l'esordio "Hit after hit") non avevo mai completato la discografia. Un errore madornale a cui ho riparato solo di recente, in piena foga Dirtnap (anche se per quest'etichetta sono usciti soltanto i primi due lp). In poco tempo e con pochi soldi mi sono portato a casa i due tasselli mancanti: un paio di album da paura, che consiglio a tutti gli amanti del punk 77 e del power-pop più sporco e malato (ma che ve lo dico a fare?). Soprattutto "Steal Yar Heart" - il loro ultimo lavoro - che è uno dei quei dischi il cui successo (quasi nullo, direi) è inversamente proporzionale alla sua bellezza. Qui i Briefs hanno raggiunto l'apice della loro formula fatta di chitarre rock'n'roll marce e melodie stupende, suonate e cantate a rotta di collo. Un disco sottovalutatissimo e da ascoltare cento volte al giorno. Ottimo pure il secondo "Off the charts", anche se un pizzico meno leggendario del loro canto del cigno e forse un po' più ruvido.

Bee Bee Sea - Sonic Boomerang
Ho scoperto i Bee Bea Sea grazie a Jean di Bang Bang Radio (con cui ho fatto una puntata del mio programma su Radio Gazzara, che si chiama - pure quello - Hello Bastards, visto che sono un tipo fantasioso). Vengono da Mantova e suonano un garage lo-fi melodico e indolente, dannatamente delizioso. "Sonic boomerang" è il loro secondo disco ed è straconsigliato a chi ama le chitarre sporche, ma ha un'insana passione per il pop. Non credevo che in Italia ci fossero band così, pensavo - stupidamente - che potessero nascere solo in una terra crudele e bellissima come la California. E invece sticazzi.

Kidnappers - Will protect you
Ogni volta che Franz arriva in città con la sua distro è una festa. Magari non per il mio portafogli. Ma questo è un altro discorso. Il fatto è che quando mi immergo nel suo scatolone dei dischi trovo sempre della roba che non conosco e che finisce per piacermi alla follia. E così è stato anche in occasione del concerto dei K7's. Questo disco, in particolare, sui cui Gabry mi aveva messo in guarda (ma ormai lo so che abbiamo gusti differenti, quindi dobbiamo fare la tara sui consigli che ci diamo reciprocamente) trovo sia stato un acquisto super azzeccato. Anche i Kidnappers suonano un mix di garage melodico venato di pop-punk: tutte cose,  mi rendo conto, che piacciono ormai a pochissima gente. Quest'album, tra l'altro, è di 8 anni fa e dire che sia passato inosservato è un eufemismo. Eppure, diavolo!, soltanto l'opener "Milkshake" dovrebbe essere dichiarato patrimonio dell'umanità. Storie minime e melodie celestiali, noncuranza e bellezza assoluta. Un album che vive di grandi contrasti, ma che per quanto mi riguarda resta un piccolo capolavoro.

The Hex Dispenders - s/t
"Ma come, non conosci gli Hex Dispensers?". Quando Franz (ok, lo so che sembro fissato) ti dice una cosa del genere finisce che ti fai piccolo piccolo e abbozzi un sorriso, agguanti più in fretta che puoi il disco e speri che nessuno in giro abbia registrato la conversazione e possa utilizzarla per ricattarti. Cazzate a parte il primo lp omonimo di questa band che fino a poco tempo fa ignoravo bellamente è un bel mix di Ramones, Misfits e Groovie Ghoulies. Pop-punk oscuro e darkeggiante, come una giornata d'agosto in spiaggia con le nuvole e il venticello che ti pizzica la pelle nuda. Un altro bel disco vecchio (siamo addirittura nel 2007 e la band si è sciolta da uno o due anni) che sta monopolizzando il mio stereo. Pure la copertina spacca.

Cambrian - Mobular
Di solito, da questi parti, quando si parla di musica (cioè praticamente sempre) si tratta, al 90%, di punk. Ma in questo caso ci troviamo a fare i conti con quel 10% che mi ritaglio - orrore - per altri generi, come fanno alcuni quotidiani sportivi italiani con tutto ciò che esula dal calcio. "Mobular" dei Cambrian, però, non è uno di quei dischi "diversi dal solito" da una botta e via. E' un album bellissimo. Ed è pazzesco che possa piacere a un cazzone come il sottoscritto. Anche perché, udite udite, si tratta di un disco strumentale di 5 pezzi, con durate monstre di 9 o 8 minuti (anzi il secondo brano supera persino gli 11 minuti). Roba proibitiva, sulla carta. E allora come diavolo fa a piacermi quest'album, pubblicato dagli infaticabili ragazzi di Taxi Driver? Semplicemente perché è un disco incredibile, che mescola il doom (ommiddio) a un ingrediente insolito e formidabile: la musica hawaiana. Lo so che sembra una roba folle e in effetti lo è. Ma vi sfido a immergervi in questo oceano di suoni liquidi e pesantissimi, come un vecchio vascello che affonda a due passi dalla spiaggia. Fabio Cuomo, Boggio Nattero e Stefano Parodi hanno realizzato un'opera unica nel suo genere, da ascoltare a ripetizione e senza mai stancarsi. Copertina da 10.






mercoledì 14 marzo 2018

Di cosa parliamo quando parliamo di "Labbra" di Irene Lamponi

Non ho quasi mai parlato di teatro su questo blog, ma credo che sia giunta l'ora di farlo più spesso. Anche perché ho avuto la fortuna di assistere, ormai una settimana fa, a uno spettacolo incredibile come "Labbra" di Irene Lamponi, che oltre a curare la regia è anche una delle due interpreti insieme alla bravissima Valeria Angelozzi. "Labbra", volendo semplificare, parla di amore e sesso senza troppi tabù, ma lo fa con una grazia e una serenità travolgenti. Naturalmente si ride (e pure parecchio), ma ci si commuove anche, si soffre e ci si riconosce. Persino se le protagoniste sono due ragazze alle prese con i rispettivi problemi di coppia o due vagine parlanti che reclamano un po' di rispetto dalle proprie "padrone" (all'urlo catartico "voglio profumare di fica" è scattata la standing ovation), mentre tu, che sei seduto al buio e ti bevi un gin tonic, sei un trentenne, maschio, etero, gay, italiano, straniero: insomma apparentemente un'altra cosa. "Labbra" non è uno spettacolo di genere (maschile/femminile, intendo). Parla di donne, certo, ma parla soprattutto di noi; delle nostre paure, del nostro rapporto con gli altri e finisce affrontando un tema serio come quello della violenza sessuale. Lo spettacolo è diviso in tre parti, distinte ma necessarie. Nella prima, ambientata nel bagno di una casa, due ragazze chiacchierano dei loro rispettivi compagni mentre si depilano, si truccano e si vestono. Nella seconda parte, come detto, Lamponi e Angelozzi diventano il "volto" e la voce di due vagine (con la testa che spunta dalle sagome di cartone di due donne). Nel terzo e ultimo blocco, infine, si parla di violenza sessuale e della strumentalizzazione che in alcuni casi i media fanno di queste vicende.
In poche parole: si inizia ridendo e si finisce con un nodo alla gola e un vuoto tremendo. Ma la forza di questo spettacolo non sta solo nei temi affrontati (il sesso senza tabù, ma anche la tragedia dello stupro): ciò che rende davvero unico "Labbra" è la fisicità dei dialoghi scritti da Irene Lamponi, che con una sincerità e una crudezza disarmanti riesce a raccontare e dare forma alla nostra intimità. D'altra parte Irene (che conosco da qualche anno e che seguo attentamente) ha già dimostrato altre volte di avere una marcia in più come autrice - se non avete visto il suo piccolo grande capolavoro "Tropicana" fatelo alla prima occasione - ma con "Labbra" - realizzato in collaborazione con in il Teatro della Tosse e il Centro sociale Zapata - ha raggiunto una maturazione ulteriore. Lo spettacolo, in realtà, se non ricordo male, era nato parecchi anni fa al Teatro dell'Ortica, ma col passare del tempo è stato aggiornato, limato e modificato. E il risultato è impressionante.
Oltre che su un ottimo testo "Labbra" può contare anche su una recitazione di alto livello. Lamponi e Angelozzi sono una coppia formidabile: hanno tempi perfetti e quel tono scanzonato e scazzato che ti permette subito di entrare in sintonia con loro. Riescono a farti ribaltare dalla risate, ma sanno anche inchiodarti alla sedia quando il racconto diventa più scuro e tragico. Irene, nella prima parte, veste i panni di una ragazza impegnata politicamente piena di dubbi e insicurezze sul rapporto di coppia; il personaggio interpretato da Valeria è apparentemente la sua nemesi, ma dietro una patina più frivola, nasconde molti problemi irrisolti: quasi due stereotipi dai quali si sviluppa una storia originale e coinvolgente. Qualcuno, soprattutto guardando alla seconda parte, potrebbe pensare ai famosi "Monologhi della vagina" e forse non avrebbe tutti i torti. Ma fermarsi qui sarebbe assai superficiale, perché "Labbra" ha uno stile talmente personale da impedire qualsiasi paragone. E' uno spettacolo "politico" senza alcuna presunzione, è diretto e crudo senza essere volgare, più che comico è pirandellianamente umoristico.






sabato 17 febbraio 2018

"Polvere di stelle" di Simon Reynolds - Questo libro poteva esse' fero e invece è stato piuma

Ho appena finito "Polvere di stelle" di Simon Reynolds - pubblicato a inizio autunno in Italia da Minimun Fax - e non è stata una lettura facile e del tutto appassionante. Mi c'è voluto più di un mese e mezzo - intervallato da un bel po' di fumetti incredibili come l'intera epopea di Kagemaru Den - per terminare questo tomo di 660 pagine sul glam. E, in tutta franchezza, devo ammettere che mi aspettavo qualcosa di diverso. Per carità, forse ho sbagliato io buttarmi a capofitto su questo libro sperando di trovare pagine e pagine sul revival glam degli ultimi anni (Giuda, Cozy, Starcrawler, Slick, Dr. Boogie e Fatz Waltz) e confidando di poter finalmente leggere qualcosa su quei gruppi "minori" della scena inglese che, nella prima metà degli anni Settanta, hanno sfornato decine e decine di singoli bollenti e incredibili, per poi scomparire misteriosamente. Insomma ho fatto l'errore di sperare che Reynolds oltre a raccontarci la storia di campioni come David Bowie, T-Rex e Alice Cooper parlasse anche, in maniera diffusa, del junckshop glam (che è come il punk killed by death, cioè quello più oscuro e sfigato, che, proprio per la sua essenza effimera e perdente, ci ha regalato alcuni pezzi bellissimi e indimenticabili). Invece a questo particolare argomento il libro dedica appena due o tre pagine, con pochi consigli e soprattutto pochissime storie. Va ancora peggio per il revival glam (o forse sarebbe meglio dire: per il nuovo glam), che Reynolds associa a Lady Gaga e a tutti quei cantanti americani mainstream che fatico davvero a mettere nella stessa famiglia di T-Rex e co. Ora, i Giuda saranno anche di nicchia (e italiani), me ne rendo conto, ma mi pare un po' azzardato, quando si parla del glam contemporaneo, tirare fuori i nomi di Kesha e di altre cagate simili e non citare neppure per sbaglio tutte quelle band underground che hanno iniziato a suonare un rock'n'roll pestone e melodico, rifacendosi alle gesta degli Sweet, dei Bay City Rollers, dei Mott The Hoople e appunto del junckshop glam.
"Polvere di stelle", essendo un libro di Reynolds, ha naturalmente un'impostazione molto intellettuale e cerca di trattare la materia in modo organico e globale, fra citazioni colte di filosofia, letteratura e sociologia. E fin qui tutto bene, anche perché non è che se parli della musica della strada e del proletariato - com'era una parte di glam inglese se pensiamo, per esempio, agli Slade, che personalmente adoro - devi per forza abbandonare ogni pulsione intellettuale e rifiutare a priori un'analisi più approfondita, elaborata ed erudita. Anzi, farlo - come in parte avviene in questo libro - offre senza dubbio una serie di spunti interessanti e rende ancora più avvincente la lettura. Insomma, in questo Reynolds non delude certo i suoi "fan" (me compreso).
Ma è la scelta musicale dell'autore che mi sento di criticare (lo so che può sembrare grottesco che un cretino come me critichi il grande Simon Reynolds e quindi, forse, è meglio che concludiate qui la lettura di questo post; chi invece intende farsi del male o non vede l'ora di prendermi giustamente per il culo vada pure avanti). Secondo me "Polvere di stelle" assomiglia più una biografia di David Bowie, o forse sarebbe meglio dire a un trattato o addirittura a un atto d'amore nei suoi confronti, che a un libro sul glam. Reynolds non si limita a parlare della fase legata a Ziggy Stardust e Diamond Dogs, quella appunto "glam" del Duca Bianco (soprannome che tra l'altro riguarda un'altra sua evoluzione, ma vabbè, famo a capisse'), ma parte dalla giovinezza dell'artista - quando ancora non aveva scritto neppure una canzone - e arriva fino alla pubblicazione di "Blackstar" e alla suo morte. Il tutto, naturalmente, intervallato dalle storie di altre icone glam come Marc Bolan, Alice Cooper, i Mott, gli Slade e tutto il campionario. A mio modesto parere , però - ma forse sono io ad aver sbagliato libro - parlare così diffusamente di Bowie - compreso il suo soggiorno parecchio incasinato in California o il suo periodo berlinese - ha portato Reynolds decisamente fuori tema. Anche perché se avessi voluto leggere una biografia di David Bowie me ne sarei comprata una. Ma questo, cazzo, doveva essere un libro sul glam! Poi certo, come ho già detto, si parla dei New York Dolls, dei Roxy Music (in questo caso, per fortuna, anche assai diffusamente) e di tutti i gruppi "classici" del genere. Di band un po' più sfigate, ma decisamente importanti per la diffusione e la canonizzazione del glam come Bay City Rollers e Mud, invece, si fa giusto qualche timido cenno. E' come se Reynolds avesse voluto privilegiare i gruppi di cui, bene o male, la gente sa già parecchie cose, lasciando nella loro oscurità la band meno conosciute. Eppure è anche lì che si trova l'essenza di questo genere musicale. Come se in un libro sul punk si parlasse soltanto di Clash, Sex Pistols e Ramones; certo, bisogna raccontare diffusamente le loro storie perché sono i gruppi che hanno maggiormente incarnato il punk soprattutto agli occhi del grande pubblico, ma poi occorre dare il giusto spazio anche Descendents, Adolescents, Boys, Chelsea, Adverts e a tantissime altre formazioni di cui difficilmente ci si imbatte a un primo approccio, ma che in realtà hanno costituito le basi del punk.
La parte finale del libro, quella sul "nuovo glam", è stata senza dubbio la più faticosa. E associo la scelta di Reynolds di tirare in ballo Lady Gaga e Kanye West a quell'impulso che hanno molti critici musicali "puri" di guardare con curiosità e interesse a qualsiasi evoluzione del music business. Reynolds, che è partito dal punk e dal post-punk, non si è fermato alla musica che ascoltava nella sua adolescenza come ho fatto io e come fanno molti semplici appassionati, ma un po' per lavoro e un po' per interesse culturale è andato oltre. Diciamo che, pur essendo più vecchio di me non ha i miei stessi paraocchi e non si fa ingabbiare da alcuna barriera di genere. E forse è anche per questo che è uno dei critici musicali più stimati in circolazione. Io però, pur leggendolo con profondo interesse, preferisco un approccio più sanguigno e scorretto alla Lester Bangs, che - forse complice la sua prematura scomparsa - è rimasto fedele alle proprie radici - soprattutto a quelle del rock - e non ha risparmiato critiche a certe "evoluzioni" musicali. Reynolds è sempre aggiornatissimo; non perché debba esserlo per forza,. ma perché quella è la sua natura. Ascolta con piacere tutte le trasformazioni dell'hip hop  e della nuova scena elettronica, è avanti anni luce e per uno come me, che da vent'anni, a parte qualche piccola apertura, sente praticamente la stessa musica, rappresenta senza dubbio una lettura stimolante ed esotica. Difficilmente però riuscirà a emozionarmi e a rimestarmi le budella come Lester Bangs (ma questo è un altro discorso)
In conclusione: a me Simon Reynolds piace ("Post-punk" e "Retromania", per ragioni diverse, sono due libri che ho amato moltissimo e che ritengo dei capolavori), ma "Polvere di stelle" mi sembra meno a fuoco rispetto ad altri sui lavori. Pensavo di trovarci qualcosa di meno "canonico" (ma questo è soprattutto un problema mio) e non ho condiviso alcune scelte. Detto questo è un libro ben scritto e con centinaia di spunti e suggestioni interessanti. Leggendolo ho scoperto delle band che non conoscevo come i Mud, di cui sono corso immediatamente a comprare i dischi. Speravo solo in un approccio più underground.