lunedì 30 dicembre 2013

10 DISCHI 2013

Minchia, dopo quasi un anno torno a rompervi il cazzo col mio blog musicale (ora ne ho uno culinar-turistico-cazzaro, ma comunque). Torno a rompervi il cazzo, dicevo, perché dovrei fare la borsa per andare via, ma non ho voglia di farla adesso. E così vi piazzo la mia orrida classifica dei dischi del 2013 che ho giù buttato giù su Facebook e per la quale un quintale di persone mi ha insultato per bene. Copia e incolla, quindi? Manco per l'anima, perché in questo caso vi sussate anche i miei commenti annessi. La classifica tra l'altro è piena di dischi che il 90 per cento dei miei amici giudica brutti. E che quindi io amo ancora di più. Sono tutti italiani tranne uno. Ed è stata una vera lotta non mettere direttamente 10 band italiane e mandare tutti a quel paese. Ok lo so che fa tristezza, ma tra le novità ascoltate in questo terrificante 2013 non ho trovato nulla (o quasi) di entusiasmante fuori dai nostri maledettissimi confini. Sarà che non ascolto musica "famosa". Sarà che sono un coglione, insomma eccola.

GIUDA "LET'S DO IT AGAIN"
Ero davvero preoccupato per questo secondo album dei Giuda (non ve lo dico chi sono, perché se non li conoscete siete delle brutte persone). L'esordio di tre anni fa era stato un filmine a ciel sereno. Un capolavoro caduto da Marte direttamente nel mio povero stereo. E così, se da una parte attendevo un seguito con ansia spasmodica, dall'altra temevo di essere deluso. E invece no cazzo, "Let's do it again" è bello da morire. E' più glam di "Racey roller" e meno immediato. Ma al terzo ascolto è già il disco dell'anno. Ma che dico dell'anno, del giorno!

RADIO DAYS "GET SOME ACTION"
Se per i Giuda avevo un po' di paura, per Dario, Paco e soci - dopo un ep capitale e un disco stupendo - i dubbi erano ridotti a zero e già sapevo che avrei amato alla follia qualsiasi loro nuova uscita. E infatti "Get some action" è un album coi controfiocchi. Melodie da paura, stacchetti perfetti e canzoni scintillanti. I Radio Days sono i responsabili del mio ammorbidimento musicale degli ultimi anni. Prima di loro non sapevo neppure cosa diamine fosse il power-pop. E se ancora oggi godo come un riccio ad ascoltare gli Impact, è altrettanto vero che subito dopo corro a ristorarmi con i Beat.

THE SENSIBLES "A BUNCH OF ANIMALS"
Va bene, sono amici. Va bene, a Giacomo voglio un bene pazzesco. Però queste cose non contano, dico in sede di giudizio. Provate a buttare sul piatto questo esordio a 33 giri - dopo un po' di ep e di split niente male - e ditemi se non vi prende il cuore, la gola e il culo (nel senso che ve lo fa muovere) da quanto è bello! Anche qui le melodie zuccherose si sprecano. Per me è l'anello di congiunzione fra il pop-punk e il power-pop. E se vi stupite che abbia scritto due volte la parola pop nella stessa riga levatevi pure di torno.

I CANI "GLAMOUR"
Ok sparate pure quando volete. Datemi tranquillamente dell'hipster, termine che ho conosciuto grazie a quelli che dicevano di non esserlo, tra l'altro. Sinceramente non me ne frega nulla. Che "Glamour" rischiasse di essere una cagata non è certo un segreto. E anche se, un po' per partito preso, ero sicuro che i Cani non mi avrebbero tradito, dopo aver sentito il primo singolo ero pronto a gettare la spugna. E invece... sto album mi piace parecchio. Meno del disco d'esordio, certo. Ma devo dire che i pazzi funzionano più nell'insieme che singolarmente. Anche quel primo singolo del cazzo non è poi così male. Senza contare che la traccia nascosta "2033" resta per me uno dei pezzi dell'anno.

DIAFRAMMA "PRESO NEL VORTICE"
Ogni volta che esce un disco nuovo dei Diaframma o di Fiumani, che per me è la stessa cosa, lo compro a scatola chiusa. Non mi importa se mi deluderà. Il primo istinto resta quello di comprarlo. E se "Niente di serio" mi aveva convinto a metà (l'avevo messo comunque nella mia classifica di fine anno), "Preso nel vortice" è stato una bella sorpresa. Di punk e new wave forse non ce n'è quasi più traccia, ma insomma siamo tutti un po' cresciuti. In questo album però ci sono i pezzi, c'è una chitarra mai così Television e ci sono dei testi che Federico ti sembra di avercelo in casa a prendere il tè (corretto). Forse l'unico neo è la copertina, che detto fra noi non mi fa impazzire. Ma il disco, cari miei, è (nuovo) rock italiano di quello bello (cazzo, ho detto rock italiano, fate qualcosa).

FAZ WALTZ "BACK ON MONDO"
Era un po' che tenevo d'occhio i Faz Waltz, soprattutto perché in tanti li accostavano ai Giuda. E un giorno che mi succede? Vengono a suonare a Varezze, in una bella sera d'estate mentre sono in ferie. Così mi fiondo lì e, naturalmente, incontro Luca (che col suo negozio di dischi mi ha letteralmente cresciuto quando ero un pivello). Prima ancora che i Faz attacchino gli amplificatori Luca viene da me con una birra in mano e mi sussurra: "Il loro nuovo album è il disco dell'anno". E così lo compro. Senza neppure sentirli. E quando suonano capisco di aver fatto la scelta giusta. Cosa fanno i Faz Waltz? Una sorta di glam e di rock primi anni Settanta. Voce alta, ma ritmiche belle pestone e impastate. Qualche recensore ci ha visto dentro persino i Queen (uno dei gruppi che più schifo in assoluto, insieme ai Deep Purple). Secondo me invece fanno rock'n'roll bastardo e leggermente sofisticato. Altro che Freddy e merda varia.

GAZEBO PENQUINS "RAUDO"
Anche qui ci troviamo di fronte a un secondo disco, o quasi. In realtà i nostri sono al terzo se non addirittura quarto lavoro. Ma "Raudo" è il passo successivo a "Legna", album in cui i Pinguini si sono buttati sulla lingua italiana, trovando una loro via all'emo-core. Anche in questo caso i pezzi suonano tosti e casinari, melodici e agrodolci. Insomma un bel vinile compatto, senza alcun cedimento. Il pezzo che mi piace di più però è quello meno scontato e cioè "Correggio". Ma qui è sempre colpa della mia vena melodica e malinconica. Questo disco suona come un raudo nel culo del tuo peggior nemico.

FIDLAR "WICHITA"
Ed eccoci arrivati all'unico album non italiano di questa classifica. L'unico sopravvissuto alla scure della mia ignoranza (in realtà stava per essere scalzato d'ufficio dagli Evolution So Far, ma visto che non sono ancora riuscito ad ascoltare il loro "Selvaggio" uscito in sti giorno, purtroppo li ho dovuti escludere dalla classifica). Comunque sto esordio dei Fidlar dopo vari singoli non è niente male. Anzi spacca davvero. La ricetta è semplice e molto di moda di questi tempi: garage punk lo-fi venato di melodie acide e scomposte. Una nuova psichedelia da centro commerciale, che però piace a noi finti giovani. Tra l'altro devo ringraziare Grazia e Calabrò che me li hanno fatti scoprire. Perché se aspettavate me...

LABRADORS "GROWING BACK"
I Labradors han suonato a Varazze (sia benedetta questa ridente cittadina rivierasca) lo stesso giorno dei Faz Waltz e, posso dirlo?, non avevo la benché minima intenzione di filarmeli. Il problema era che le uniche informazioni che avevo su di loro arrivavano da una recensione su Internet che li paragonava ai Blink 182 e sinceramente ne avevo per il cazzo di ascoltarli. Poi però tra una birra e l'altra mi sono piazzato sotto il palco e... cazzo che botta! Suoni perfetti, ottime melodie e pezzi ruspanti. Power-pop, ma anche rock (belin l'ho ridetto, aiutatemi) ed esagero? vabbè dai esagero: Husker Du medio periodo. Parlando con Giulio, anche lui rimasto molto colpito dalla band, ho azzardato: "Mi ricordano i Suinage" (uno dei gruppi italiani più sottovalutati degli ultimi anni). E sorpresa sorpresa si trattava proprio della formazione nata dalle ceneri di quella splendida band. Inutile dire che mi sono fiondato sul loro banchetto. Ma Grazia aveva già fatto l'acquisto per me. Così non ho dovuto piantarla lì con le birrette.

MONELLI/GOONIES "MONELLI VS GOONIES"
Uno split tra i 10 dischi dell'anno? Per giunta di due gruppi amici, ma che dico amici amicissimi? Eh già come dice quel tipo là. Però il disco merita davvero. Si tratta di pop-punk in italiano fatto come si faceva 18 anni fa. Cioè come lo suonavano i Fichissimi (no, non sto sproloquiando), Gli Ignoranti e tutta quella roba lì. Più che pezzi veloci (due a testa) i nostri hanno scelto delle quasi ballate punk. E "Consumarsi" dei Monelli e "So che" dei Goonies non ti mollano più le orecchie come il Vinavil.

martedì 22 gennaio 2013

Grazie Vecchia Talpa


Le giornate di merda iniziano presto ma finiscono tardi. E così ieri notte quando sono tornato a casa dopo quasi 12 ore di lavoro, ho scoperto che la libreria La Vecchia Talpa di Luca Frazzi avrebbe chiuso per sempre. Sto parlando di quel piccolo angolo di civiltà aperto nel cuore della bellissima Fidenza, una cittadina a due passi da Parma e Salsomaggiore, che consiglio a tutti di visitare. 
Sono stato alla Vecchia Talpa una sola volta, purtroppo, per presentare insieme a Johnny "Figli del demonio". Quando ho mandato il libro a Luca, dico la verità, ero un po' in ansia per il suo giudizio, anche perché sognavo profondamente di poter fare una presentazione lì da lui. 
Di "Rumore di carta", uscito 5 anni prima, aveva scritto una buona recensione su "Rumore", ma si era capito subito che non lo aveva convinto del tutto. E siccome la mia educazione storica al punk e all'hardcore italiano la devo in gran parte a lui: lo ammetto, volevo fare bella figura con Luca Frazzi. Per fortuna "Figli del demonio" gli è piaciuto - forse perché è un super fan di Johnny - e così quando mi ha chiesto se avessi voluto presentarlo alla Vecchia Talpa ho preso la macchina e sono partito insieme a Grazia senza pensarci neanche un minuto. Genova-Fidenza non è una passeggiata, soprattutto se ti butti in autostrada con la Cubo e le istruzioni di Google Map stampate la mattina stessa. Ma nonostante la mia incapacità al volante siamo arrivati sani e salvi a destinazione. Naturalmente quando abbiamo parcheggiato ci siamo accorti che ormai era l'ora di pranzo e la libreria aveva già chiuso. Io non mi ero minimamente preoccupato di prendere il cellulare di Luca e non avevo la più pallida idea di dove fosse l'albergo che avevamo prenotato. L'idea infatti era di restare lì anche alla sera, vedersi il concerto dei Tunas al mitico Taun e dormire nella pensione convenzionata con il locale. Insomma una bella giornata punk-rock.
Dopo varie richieste di informazioni andate a vuoto - la gente del posto non sapeva nulla del Taun- abbiamo trovato l'albergo e scaricato gli zaini. Nel frattempo Johnny mi ha spedito il numero di Luca e, tra una cosa e l'altra, è arrivata anche l'ora di riapertura pomeridiana. Quando sono entrato ho capito subito di essere in un posto speciale. E Frazzi, come l'ho sempre chiamato da lettore di "Bassa Fedeltà" e "Rumore", si è rivelato una persona incredibile. Sembra quasi un genovese, all'apparenza. Un finto burbero che ti stupisce per la sua gentilezza. In attesa che arrivasse l'ora x e dopo un giro approfondito per la libreria, io Grazia ci siamo concessi una visita turistica di Fidenza, scoprendo il Duomo, la piazza e alcuni scavi archeologici. 
Quando siamo tornati alla Vecchia Talpa abbiamo trovato Johnny appena arrivato da Modena, mentre Luca e la sua ragazza affettavano salame e sistemavano sopra un tavolino alcune bottiglie di vino bianco e di birra.
L'atmosfera era pazzesca. Sembrava davvero di essere a casa. Solo che ero fra due dei miei piccoli miti da moccioso punk trentenne: Luca Frazzi e Johnny Grieco, appunto (che in questo post ho già citato tipo 20 volte, ma li ridico lo stesso: Luca Frazzi e Johnny Grieco, cazzo). Forse, ho pensato lì per lì, non ho completamente buttato la mia vita.
Comunque dopo poco è arrivata l'ora della presentazione. Il pubblico non era foltissimo, ma assai selezionato (il vecchio adagio: pochi ma buoni calzava alla perfezione). Fra chi era venuto a sentire le mie stronzate e le perle di saggezza di Johnny c'erano i Tunas, le Bomb'o'nyrics, il mitico Joe Fuzz, alcuni punk rocker del posto e Grazia che faceva il tifo e le foto. Abbiamo chiacchierato un sacco. Io avevo la maglietta dei Locals, mentre Johnny era in divisa Catzillo. Dopo la presentazione (la più bella che abbia mai fatto) siamo andati a mangiare le mitiche "schiacciate" offerte da Luca e poi di corsa al Taun in tempo per il concerto. Bomb'o'nyrics e Tunas, tra l'altro, hanno suonato alla grande. E appena hanno finito mi sono subito fiondato al banchetto per accaparrarmi i loro vinili. Un mezza pazza del luogo ha persino provato ad abbordare Grazia. E quando, stanchi ma felici, siamo andati a dormire, non riuscivo a togliermi un cazzo di sorriso ebete dalla faccia. Il giorno dopo siamo ripartiti in tarda mattina. Non sono neppure riuscito a vedere Luca perché mi sono svegliato tardi e lui stava partendo per Casa Cervi. Mancavano pochi giorni al 25 aprile. Non pensavo sarebbe stata l'ultima volta che avrei messo piede alla Vecchia Talpa. Dovevo farci un salto anche quando hanno premiato Johnny per "Bad Baby" ma ero senza un soldo. Se ci ripenso credo che avrei preferito digiunare una settimana ma essere lì a fare casino, fra tutti quei libri, Luca, Joe Fuzz, Johnny e i ragazzi di Fidenza. Che mondo di merda.

domenica 20 gennaio 2013

La mamma beve latte, di nuovo

Ieri come un vero coglione sono rimasto in centro dopo il lavoro. Sono uscito alle dieci di sera e pioveva a dirotto. Avevo un ombrello mezzo scassato, la borsa della Soul Jazz dove infilo sempre le mie stronzate, ma sopratutto ero a piedi. Niente macchina e nessuno che potesse darmi un passaggio; l'allerta neve che incombeva sulla nottata e nemmeno lo straccio di un bar aperto,
Nonostante questo ero deciso ad andare al circolo Giardini Luzzati per vedere i Mum Drinks Milk Again, un gruppo di Prato che non avevo mai sentito nominare, ma di cui Michele mi aveva parlato molto bene. Ecchecazzo - ho pensato - non è questo, in fondo, il rock'n'roll? Scolarsi come una merda sotto il diluvio, mangiare i tramezzini delle macchinette della stazione che costano due euro e ti riempiono la pancia e andare a vedere una band sconosciuta di Prato che magari odierai per tutta quanta la sera. Insomma: coglioni si nasce e io modestamente lo nacqui. 
Arrivato al locale, mentre fra via Ravecca e la discesina che porta ai Giardini Luzzati infuriava la bufera, ho subito adocchiato Michele che se la chiacchierava con due figuri. Erano i Mum Drinks Milk Again e ci siamo subito bevuti una birra tutti e quattro insieme. Intanto i due tramezzini pollo e formaggio stavano facendo il loro dovere. Tra una chiacchierata e l'altra ho scoperto che i due non si erano portati dietro alcun vinile, ma solo qualche cd. E vabbè primo scazzo. Poi, dopo un'altra Menabrea a 3,5 euro, è arrivato il turno dei Cuccioli Morti una band genovese che ho visto una sola volta dal vivo, senza restarne gran che impressionato, Sono dei ragazzini rumorosi coi maglioni pesanti i capelli spettinati. Ma devo dire che, a posteriori, non han fatto un brutto concerto. Anzi: tante ingenuità, quelle che piacciono a me. E una buona dose di coraggio. Testi interessanti e nessuna direzione musicale ben precisa (che in questo caso è un pregio),
I Mum Drinks Milk Again hanno preso posto subito dopo di loro. Si sono infilati diligentemente nell'angolino riservato alle band dei Giardini Luzzati e hanno iniziato a spogliarsi e a preparare gli strumenti. Ed eccoli lì pronti a suonare: chitarra-voce e batteria-controcanto, la più classicona delle formazioni anni Duemila. Eppure appena sono partiti mi hanno fatto fare un balzo sulla sedia sulla quale mi ero rifugiato. Non erano il solito clone dei White Stripes, anche se in qualche caso li ricordavano, erano soprattutto una schiacciasassi rock'n'roll in salsa stoner, che sapeva pettinarti per benino i peli del cazzo. Canzoni veloci e gracchianti, con una batteria furiosa, che sembrava volesse saltarti addosso. I due poi se la ridevano, sparavano cazzate con il loro accento toscano rinforzato e i pochi temerari che ieri hanno sfidato allerta e tempesta sono rimasti sicuramente soddisfatti. Io, me ne sono stato quasi tutto il tempo in un angolo con il sorriso sulle labbra e la testa sugli orari del bus che mi aveva spedito Grazia via messaggio. Una volta preso il cd, perché comunque i ragazzi se lo sono meritato, mi sono fiondato in piazza Caricamento. Ho preso ancora un po' d'acqua e poi finalmente mi sono rifugiato sull'1 che mi ha riportato sano e salvo a casa.

sabato 22 dicembre 2012

10 anni senza Joe

Quando è morto Joe Strummer avevo 20 anni. E adesso ne ho 30. Joe è sempre stato il mio eroe. E anche se il punk ci ha sempre insegnato che non bisogna averne, di eroi, lui - cazzo - lo era. Lo è stato sin dall'inizio, da quando a 14 anni ho scoperto la musica dei Clash prima sulle pagine di un libro, "Jack Frusciante è uscito dal gruppo", e poi nella canzoni di una cassetta ("The singles") che mi ero regalato in quarta ginnasio per il primo bel voto di greco (dopo è stato un disastro, fino a ottobre però promettevo bene).
Mi ricordo ancora come ho saputo la notizia della morte di Joe il 22 dicembre di dieci anni fa, anzi era il 23. Perché qui da noi si è saputo solo il giorno dopo cosa fosse successo. Internet non era ancora il mezzo di comunicazione globale che è oggi. C'era ancora un piccolo filtro per i profani. E così, mentre ero in camera a cazzeggiare in attesa della cena pre-natalizia organizzata sopra l'agenzia di viaggi di Fabio, mi arriva un messaggio sul cellulare: è Marco, un mio compagno di università. Nel sms c'è scritto "soltanto": è morto Joe Strummer. E nient'altro.
Ho faticato parecchio a decifrare quelle quattro parole in croce. E mi sono subito precipitato ad accendere la tv per controllare sul televideo (sembra davvero passato un secolo). Fra le "ultim'ora" messe in fila sullo schermo luminoso e spartano del servizio d'informazione Rai spiccava, tra un pezzo di cronaca e un'agenzia politica, la notizia che stavo cercando ma non avrei mai voluto leggere: è morto Jo Strummer, cantante dei Clash. Inutile dire che è stato un bruttissimo colpo. Perché se pensi che un amico ti possa fare uno scherzo di cattivo gusto, quando leggi una cosa del genere su organo di informazioni, sai che che purtroppo è tutto vero. Chi darebbe mai una notizia falsa su Joe Strummer? Ma soprattutto: chi se lo cagava, all'epoca, Joe Strummer fuori dal giro punk? Ormai il mio eroe era un simbolo per pochissime persone: un totem del tempo che fu, un cinquantenne che era tornato a fare musica senza troppi clamori e con un successo inferiore a ciò che avrebbe meritato. Negli anni Novanta, quando l'ho conosciuto per la prima volta con quella mitica cassettina, Joe, ma anche i Clash, erano roba per carbonari. Sì, qualche adulto si ricordava vagamente di loro, ma i miei amici quindicenni manco sapevano cosa fosse il punk. Per me Joe è sempre stato un piccolo grande eroe per pochi eletti. E solo dopo la morte, come accade spesso, la sua fama è ritornata quella degli anni belli di fine Settanta inizio Ottanta.
Comunque: quando ho capito che Marco, nel suo messaggio semplice e glaciale, non stava scherzando la prima reazione è stata quella di mettermi a piangere. Non lo facevo da anni. E mia madre, quando mi ha visto così malpreso si è persino spaventata. Poi mi sono chiuso nella mia cameretta e ho infilato "London calling" nello stereo. Sono andato alla cena di Natale che ero un straccio. Ho portato una cassetta dei Clash e mi sono ubriacato con i miei amici, anche se per loro Joe era un cantante come tanti e non è che gliene fregasse molto.
Io invece coi Clash ho passato alcuni dei momenti più belle della mia vita. Mi ricordo praticamente tutto dei miei incontri con la loro musica. Il disco omonimo, per esempio, che in cd si trovava in due versioni, quella americana  - con dentro anche alcuni singoli - e quella inglese. L'ho comprato alla Fiera del disco per 15 mila lire e adesso ce l'ho anche in vinile. "Giv'em enough rope" l'avevo preso invece da New Deal, il negozietto di Sestri che per qualche mese fece sconti pazzi e che poi chiuse all'improvviso portandosi dietro centinaia si caparre di ordini mai fatti. "London Calling" invece è arrivato una calda estate di 15 anni fa, dopo aver distribuito volantini per il Festival d'Irlanda. Mentre "Sandinista!" è stato un bellissimo regalo di Natale, anche se all'epoca c'avevo messo un po' a capirlo e ad amarlo. "Combat rock" l'avevo preso nuovamente da New Deal, prima ancora di "London calling" e ricordo che all'inizio sentivo solo "Should I stay o should I go". Poi ho comprato anche "Cut the crup", usato al Libraccio, perché anche se tutti dicevano che era brutto, volevo avere la discografia completa. E quando su "Musica" di Repubblica ho visto che Joe sarebbe tornato con una nuova band, i Mescaleros, e avrebbe fatto tappa in Italia ho messo a perdere i miei per andare al concerto. Avevo 17 anni, era l'inizio di settembre del 1999. Sono andato all'Indepedent Day Festival con due amici e i loro genitori. Pioveva e all'arena Parco Nord si era formato uno strato di fango appiccicoso. Quando Joe è salito sul palco mi sono messo a ridere dalla gioia. E non appena, sotto la pioggia, ha intonato "London calling" ho iniziato subito a cantare nel mio inglese stentato, facendo attenzione a beccare le uniche parole che conoscevo. Ancora oggi quello resta il concerto più bella della mia vita e uno di quei momenti che ricorderò per sempre.
Forse aver bisogno di eroi è sbagliato. E sono stati proprio i Clash a insegnarmelo. Ma per me Joe resterà sempre una figura mitica. Non un amico più grande da voler emulare. No, lui è il mio eroe. L'unico e ultimo della mia vita del cazzo.

domenica 9 dicembre 2012

Dischi 2012

Ed ecco la solita manfrina che piace tanto ai giovani (e pure a me): la classifica dei dischi dell'anno in ordine sparso.

1) GREEN DAY "Uno", "Dos", "Tre"
2) NOFX "Self entitled"
3) TY SEGALL "Twins"
4) OFF "Off"
5) DIAFRAMMA "Niente di serio"
6) I FENOMENI "Un vuoto appeso - Memorie della vita di G.L."
7) TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI "Nel giardino dei fantasmi"
8) TUNAS "Tunas"
9) HEROIN IN TAHITI "Death surf"
10) EDDA "Odio i vivi"

giovedì 6 dicembre 2012

Ricomincio da tre (album) - Green Day vi voglio bene

Forse dovrei aspettare l'uscita ufficiale di "Tre", il terzo album della trilogia dei Green Day, per parlare di questa nuova follia di Bollie Joe e compagni. Ma visto che ieri notte, grazie al solito Youtube, mi sono sentito anche l'ultimo capitolo in streaming, credo sia arrivato il momento per scrivere due o tre cazzate su questi tre dischi.
Allora: parlare dei Green Day con obiettività non è mai stato il mio forte. E devo ammettere che qualche volta sono stato eccessivamente partigiano nei loro confronti. Certo, poi il tempo mi ha dato - personalmente - ragione, ma la questione è sempre rimasta all'interno di un discorso alquanto soggettivo. Tanto per fare un esempio, anch'io come molte persone, dodici anni fa, ero rimasto spiazzato da "Warning". Perché insomma dopo "Nimrod", che secondo i miei canoni conteneva già una buona dose di "tradimenti", quel nuovo album sembrava una robetta buttata lì per doveri di contratto. Poi invece ho imparato ad amarlo e oggi  ritengo che sia "Warning" che "Nimrod", a parte "King for a day" che trovo orrenda e demenziale, siano due ottimi dischi. Su "American idiot" nulla da dire: appena è uscito mi è sembrato uno degli album più belli incisi negli ultimi dieci anni (dal '94 al 2004 s'intende). Mentre "20st century breakdown" fatico ancora a digerirlo completamente (anche se contiene almeno un pezzo importante - per me - e un altro di altissimo livello). In poche parole, da quando i Green Day hanno abbandonato il classico suono punk-rock - il dopo "Insomniac" tanto per capirci - ho avuto molti conflitti con i loro nuovi dischi. Ogni volta, però, sono riuscito a ricredermi e ad abbandonare quasi tutte le mie perplessità.
Ma torniamo alla trilogia. Aspettavo questi tre album con una certa ansia e il fatto che i Green Day, all'ultimo momento, avessero annullato il concerto di Bologna aveva alimentato ulteriormente i miei dubbi sul loro futuro. Poi è uscito "Uno" e mi sono subito fiondato da Disco Club e l'ho comprato. Quando sono arrivato a casa e l'ho fatto girare nello stereo il primo pensiero che ho avuto è stato: ok, poteva andare peggio. Lo so che è una cazzata, ma quando ami una band e sai che gioca sul filo del rasoio fra la classifica e le sue radici underground che te l'hanno fatta amare, temi sempre che ti possa deludere. O, ancora peggio, hai paura di non voler ammettere che abbia inciso un album di merda. "Uno" invece, a dispetto di alcune recensioni piuttosto negative, si è rivelato un bel disco. E se fosse stato l'unico cd partorito dai Green Day quest'anno sarei stato persino contento. La cosa più importante, secondo me, era affrancarsi dal formato concept che ormai aveva esaurito la sua carica di novità e freschezza (parlo sempre in termini di punk-rock e pop). E i Green Day questa volta ci sono riusciti. Di pezzi brutti, su "Uno" non ce ne sono molti. L'unico davvero schifoso è "Kill the dj". Ma quando si fa prima ad elencare le ciofeche rispetto alle canzoni interessanti si è già sulla buona strada.
Un mese dopo è stata la volta di "Dos". Prima che uscisse però sono riuscito a sentirlo in streaming su Youtube e l'impressione iniziale è stata terrificante. Quando poi sono riuscito a metterci le mani sopra (Gian sia lodato!) ho cambiato radicalmente idea. Anche in questo caso, però, almeno una canzone di merda, i nostri ce l'hanno infilata. "Nightlife", infatti, col suo finto rap rock, è il peggio del peggio e sembra quasi uno scherzo di cattivo gusto. A parte questa schifezza il resto del disco viaggia su buoni livelli, con punte altissime e qualche riempitivo di lusso. Insomma se "Uno" si merita un 7, a "Dos" si potrebbe dare persino 7,5. Ma comunque i due album si equivalgono. Certo, secondo le intenzioni dei nostri, il primo disco sarebbe quello più pop-punk mentre il secondo avrebbe un tiro più garage. Ma, a dirla tutta, né l'una né l'altra definizione sembrano descrivere al meglio i due lavori. Diciamo che nel primi si guarda più alla melodia e nel secondo ci sono più chitarre ruggenti. Ma siamo sempre nella solita formula di punk-rock misto a power-pop dei Green Day, poche palle.
Detto dei primi due cd, eccoci finalmente arrivati a "Tre", anche se qui il giudizio resta a metà, visto che l'ho potuto ascoltare solo su Youtube. La prima impressione però, salvo rettifiche, resta tutto sommato buona. Magari questo terzo capitolo è leggermente inferiore agli altri due soprattutto dal punto di vista "rock", ma si lascia comunque ascoltare piuttosto bene. E se è vero che, rispetto ai suoi due predecessori,"Tre" è quello più vicino alle ultime cose scritte dei Green Day, con tanto pianoforte e molte canzoni lunghe e "articolate", bisogna anche ammettere che non mancano alcuni pezzi più veloci e divertenti. A differenza di "Uno" e "Dos", poi, in quest'ultimo capitolo non c'è il pezzo "cesso" e anche se alcune canzoni sono meno belle di altre, tutte quante, comunque, conservano una certa dignità. Forse è l'insieme che non colpisce più di tanto. Se dovessimo usare il solito metro numerico, "Tre" si beccherebbe un bel 6/7.
Insomma volendo fare i matematici fino in fondo, la media di questa trilogia dei Green Day, secondo il mio opinabile parare, è 7 pieno. E anche se sono d'accordo che se da questi tre album ne avessero tirato fuori uno solo da 15 pezzi ci sarebbe scappato un mezzo capolavoro: alla fine, forse, è stato giusto così. Lo stesso discorso, 30 anni fa, qualcuno lo fece per "Sandinista!" dei Clash. Con tutto il rispetto per i Green Day, però, il paragone con quel progetto è decisamente blasfemo.
Visto che vi ho annoiato fin qui, continuerò a farlo ancora per qualche riga, scrivendo quello, che secondo me, sarebbe potuto essere il "disco perfetto" fondendo il meglio di "Uno", "Dos" e "Tre". I pezzi sono in ordine sparso:

Nuclear family
Fell for you
Oh love
Loss of control
Angel blue
Stray heart
Makeout party
Ashley
Lazy bones
Baby eyes
Lady cobra
Missing you
X-Kid
99 Revolution

venerdì 19 ottobre 2012

The shape of pop-punk to come

Forse è solo una massa confusa di cazzate. Ma tutto questo "nuovo" interesse intorno al pop-punk e al punk-rock ramonesiano mi ha fatto riflettere. L'epoca d'oro di questa specie di sottogenere è - anno più anno meno - il periodo di tempo che va dal 1990 al 1997 circa: e cioè il momento di massima espansione della Lookout Records, l'etichetta regina della musica veloce, melodica e basata sui soliti tre accordi, che ha chiuso i battenti circa un anno fa, dopo aver tirato a campare (male) per ben due lustri. Tirare fuori i soliti nomi di Screeching Weasel, Queers, Mr T Experience, Pansy Division ecc è quasi pleonastico, però tanto per mettere i puntini sulle i è proprio grazie a queste band (e non solo loro) che il verbo del pop-punk è arrivato anche in Italia. Anzi il nostro Paese, sedici-diciassette anni fa, è stato letteralmente conquistato da questo tipo di gruppi, tanto che persino qui da noi hanno iniziato a formarsi le prime band di ispirazione Lookout Records. Parte del merito, naturalmente, è stato del revival punk del 1994 scaturito dall'uscita di "Dookie" dei Green Day, ma era già qualche anno che un manipolo di coraggiosi, fra fanze, band ed etichette, aveva messo a germogliare i primi semi di questa scena. SenzaBenza, Fichissimi, Kill Joint e Manges sono stati il risultato dell'ondata pop-punk italiana anni Novanta: un fiume in piena di energia e melodia durato meno di dieci anni, ma che ha lasciato decisamente il segno. Poi basta. Come accade spesso i corsi e ricorsi storici della musica alternativa hanno azzerato anche la scena pop-punk italiana e prodotto un ricambio generazionale che ha messo le basi per un nuovo ed ennesimo revival: l'emo. A chi pensa ancora che l'hardcore emozionale sia nato nel 1998 grazie ai Get Up Kids o ai Jimmy Eat the World è fin troppo facile consigliare di consultare il catalogo Dischord degli anni Ottanta, magari andando a riscoprire le band della cosiddetta Revolution Summer. Non si inventano mai nuovi generi, quindi andate in pace. (Fra l'altro da qualche anno stiamo persino assistendo a un interessante - dico sul serio - revival del revival emo con qualche piccola novità autarchica)
Comunque: fatta questa lunghissima e arzigogolata premessa torno subito al punto di partenza: il pop-punk, che ora sembra tornato abbastanza di moda, è stato buono buono fino a metà anni Duemila. Tanto che i pochi rimasti fedeli alla linea hanno faticato parecchio a trovare nuove band fra la fine degli anni Novanta e il 2005. Uno dei momenti cruciali di questo ritorno in grande spolvero è, secondo me, "Total" dei Teenage Bottlerocket, uno dei dischi "Lookout style" (anche se uscito per la Red Scare) più belli di sempre, quasi a livello dei migliori lavori dei Queers e degli Screeching Weasel. Quell'album e tanti altri fattori hanno ridato linfa a un fiume carsico che aveva mantenuto, come unico e ultimo baluardo, gli annuali tour dei Queers in tutto il mondo e specialmente in Italia. Un appuntamento per nostalgici e "vecchietti" con le All Star, che ha saputo travalicare le mode e mantenere vivo un sottobosco di appassionati. In Italia a tenere duro sono stati, per un certo periodo, quasi solo i Manges, mentre in Europa si poteva contare sugli Apers, qualche altra band della Stardumb e nulla più. Dal 2005 in poi però tutto è cambiato e sono letteralmente esplose case discografiche come la già citato Red Scare, l'It's Alive, la Monster Zero e in Italia la Making Believe. Adesso, anzi da qualche annetto ormai, è tutto un fiorire di nuovi gruppi, anche nel nostro Paese. Vecchie band che si riformano - non credo proprio per far soldi visto che guadagnare qualche euro col punk-rock è quasi impossibile - e aprono blog e webzine dedicate al genere. Insomma l'epoca flower-punk (tanto per citare l'omonima compilation che fece ordine nella scena quasi 20 anni fa) è tornata. Anzi: era tornata e forse oggi sta iniziando nuovamente la sua parabola discendente. A farmi partorire tutta questo grumo di stronzate è stato il concerto di martedì sera degli Hard-Ons, altri eroi anni Novanta per gli amanti dei Ramones (anche se la band australiana, il suo meglio, lo aveva dato a fine Ottanta). Prima di loro hanno suonato gli italiani Riccobellis, un onesto terzetto dedicato al culto dei quattro fratellini newyorkesi. Loro, come i Locals, i Sensibles, i Tough (guarda caso con gente della vecchia scena), i riformati Monelli, i Goonies, Teenage Bubblegum, i Teenage Gluesniffers e molti altri sono le band della "nuova" ondata a cui si aggiungono i numi tutelari Manges. Ora mandatemi affanculo senza problemi.