mercoledì 14 marzo 2018

Di cosa parliamo quando parliamo di "Labbra" di Irene Lamponi

Non ho quasi mai parlato di teatro su questo blog, ma credo che sia giunta l'ora di farlo più spesso. Anche perché ho avuto la fortuna di assistere, ormai una settimana fa, a uno spettacolo incredibile come "Labbra" di Irene Lamponi, che oltre a curare la regia è anche una delle due interpreti insieme alla bravissima Valeria Angelozzi. "Labbra", volendo semplificare, parla di amore e sesso senza troppi tabù, ma lo fa con una grazia e una serenità travolgenti. Naturalmente si ride (e pure parecchio), ma ci si commuove anche, si soffre e ci si riconosce. Persino se le protagoniste sono due ragazze alle prese con i rispettivi problemi di coppia o due vagine parlanti che reclamano un po' di rispetto dalle proprie "padrone" (all'urlo catartico "voglio profumare di fica" è scattata la standing ovation), mentre tu, che sei seduto al buio e ti bevi un gin tonic, sei un trentenne, maschio, etero, gay, italiano, straniero: insomma apparentemente un'altra cosa. "Labbra" non è uno spettacolo di genere (maschile/femminile, intendo). Parla di donne, certo, ma parla soprattutto di noi; delle nostre paure, del nostro rapporto con gli altri e finisce affrontando un tema serio come quello della violenza sessuale. Lo spettacolo è diviso in tre parti, distinte ma necessarie. Nella prima, ambientata nel bagno di una casa, due ragazze chiacchierano dei loro rispettivi compagni mentre si depilano, si truccano e si vestono. Nella seconda parte, come detto, Lamponi e Angelozzi diventano il "volto" e la voce di due vagine (con la testa che spunta dalle sagome di cartone di due donne). Nel terzo e ultimo blocco, infine, si parla di violenza sessuale e della strumentalizzazione che in alcuni casi i media fanno di queste vicende.
In poche parole: si inizia ridendo e si finisce con un nodo alla gola e un vuoto tremendo. Ma la forza di questo spettacolo non sta solo nei temi affrontati (il sesso senza tabù, ma anche la tragedia dello stupro): ciò che rende davvero unico "Labbra" è la fisicità dei dialoghi scritti da Irene Lamponi, che con una sincerità e una crudezza disarmanti riesce a raccontare e dare forma alla nostra intimità. D'altra parte Irene (che conosco da qualche anno e che seguo attentamente) ha già dimostrato altre volte di avere una marcia in più come autrice - se non avete visto il suo piccolo grande capolavoro "Tropicana" fatelo alla prima occasione - ma con "Labbra" - realizzato in collaborazione con in il Teatro della Tosse e il Centro sociale Zapata - ha raggiunto una maturazione ulteriore. Lo spettacolo, in realtà, se non ricordo male, era nato parecchi anni fa al Teatro dell'Ortica, ma col passare del tempo è stato aggiornato, limato e modificato. E il risultato è impressionante.
Oltre che su un ottimo testo "Labbra" può contare anche su una recitazione di alto livello. Lamponi e Angelozzi sono una coppia formidabile: hanno tempi perfetti e quel tono scanzonato e scazzato che ti permette subito di entrare in sintonia con loro. Riescono a farti ribaltare dalla risate, ma sanno anche inchiodarti alla sedia quando il racconto diventa più scuro e tragico. Irene, nella prima parte, veste i panni di una ragazza impegnata politicamente piena di dubbi e insicurezze sul rapporto di coppia; il personaggio interpretato da Valeria è apparentemente la sua nemesi, ma dietro una patina più frivola, nasconde molti problemi irrisolti: quasi due stereotipi dai quali si sviluppa una storia originale e coinvolgente. Qualcuno, soprattutto guardando alla seconda parte, potrebbe pensare ai famosi "Monologhi della vagina" e forse non avrebbe tutti i torti. Ma fermarsi qui sarebbe assai superficiale, perché "Labbra" ha uno stile talmente personale da impedire qualsiasi paragone. E' uno spettacolo "politico" senza alcuna presunzione, è diretto e crudo senza essere volgare, più che comico è pirandellianamente umoristico.






sabato 17 febbraio 2018

"Polvere di stelle" di Simon Reynolds - Questo libro poteva esse' fero e invece è stato piuma

Ho appena finito "Polvere di stelle" di Simon Reynolds - pubblicato a inizio autunno in Italia da Minimun Fax - e non è stata una lettura facile e del tutto appassionante. Mi c'è voluto più di un mese e mezzo - intervallato da un bel po' di fumetti incredibili come l'intera epopea di Kagemaru Den - per terminare questo tomo di 660 pagine sul glam. E, in tutta franchezza, devo ammettere che mi aspettavo qualcosa di diverso. Per carità, forse ho sbagliato io buttarmi a capofitto su questo libro sperando di trovare pagine e pagine sul revival glam degli ultimi anni (Giuda, Cozy, Starcrawler, Slick, Dr. Boogie e Fatz Waltz) e confidando di poter finalmente leggere qualcosa su quei gruppi "minori" della scena inglese che, nella prima metà degli anni Settanta, hanno sfornato decine e decine di singoli bollenti e incredibili, per poi scomparire misteriosamente. Insomma ho fatto l'errore di sperare che Reynolds oltre a raccontarci la storia di campioni come David Bowie, T-Rex e Alice Cooper parlasse anche, in maniera diffusa, del junckshop glam (che è come il punk killed by death, cioè quello più oscuro e sfigato, che, proprio per la sua essenza effimera e perdente, ci ha regalato alcuni pezzi bellissimi e indimenticabili). Invece a questo particolare argomento il libro dedica appena due o tre pagine, con pochi consigli e soprattutto pochissime storie. Va ancora peggio per il revival glam (o forse sarebbe meglio dire: per il nuovo glam), che Reynolds associa a Lady Gaga e a tutti quei cantanti americani mainstream che fatico davvero a mettere nella stessa famiglia di T-Rex e co. Ora, i Giuda saranno anche di nicchia (e italiani), me ne rendo conto, ma mi pare un po' azzardato, quando si parla del glam contemporaneo, tirare fuori i nomi di Kesha e di altre cagate simili e non citare neppure per sbaglio tutte quelle band underground che hanno iniziato a suonare un rock'n'roll pestone e melodico, rifacendosi alle gesta degli Sweet, dei Bay City Rollers, dei Mott The Hoople e appunto del junckshop glam.
"Polvere di stelle", essendo un libro di Reynolds, ha naturalmente un'impostazione molto intellettuale e cerca di trattare la materia in modo organico e globale, fra citazioni colte di filosofia, letteratura e sociologia. E fin qui tutto bene, anche perché non è che se parli della musica della strada e del proletariato - com'era una parte di glam inglese se pensiamo, per esempio, agli Slade, che personalmente adoro - devi per forza abbandonare ogni pulsione intellettuale e rifiutare a priori un'analisi più approfondita, elaborata ed erudita. Anzi, farlo - come in parte avviene in questo libro - offre senza dubbio una serie di spunti interessanti e rende ancora più avvincente la lettura. Insomma, in questo Reynolds non delude certo i suoi "fan" (me compreso).
Ma è la scelta musicale dell'autore che mi sento di criticare (lo so che può sembrare grottesco che un cretino come me critichi il grande Simon Reynolds e quindi, forse, è meglio che concludiate qui la lettura di questo post; chi invece intende farsi del male o non vede l'ora di prendermi giustamente per il culo vada pure avanti). Secondo me "Polvere di stelle" assomiglia più una biografia di David Bowie, o forse sarebbe meglio dire a un trattato o addirittura a un atto d'amore nei suoi confronti, che a un libro sul glam. Reynolds non si limita a parlare della fase legata a Ziggy Stardust e Diamond Dogs, quella appunto "glam" del Duca Bianco (soprannome che tra l'altro riguarda un'altra sua evoluzione, ma vabbè, famo a capisse'), ma parte dalla giovinezza dell'artista - quando ancora non aveva scritto neppure una canzone - e arriva fino alla pubblicazione di "Blackstar" e alla suo morte. Il tutto, naturalmente, intervallato dalle storie di altre icone glam come Marc Bolan, Alice Cooper, i Mott, gli Slade e tutto il campionario. A mio modesto parere , però - ma forse sono io ad aver sbagliato libro - parlare così diffusamente di Bowie - compreso il suo soggiorno parecchio incasinato in California o il suo periodo berlinese - ha portato Reynolds decisamente fuori tema. Anche perché se avessi voluto leggere una biografia di David Bowie me ne sarei comprata una. Ma questo, cazzo, doveva essere un libro sul glam! Poi certo, come ho già detto, si parla dei New York Dolls, dei Roxy Music (in questo caso, per fortuna, anche assai diffusamente) e di tutti i gruppi "classici" del genere. Di band un po' più sfigate, ma decisamente importanti per la diffusione e la canonizzazione del glam come Bay City Rollers e Mud, invece, si fa giusto qualche timido cenno. E' come se Reynolds avesse voluto privilegiare i gruppi di cui, bene o male, la gente sa già parecchie cose, lasciando nella loro oscurità la band meno conosciute. Eppure è anche lì che si trova l'essenza di questo genere musicale. Come se in un libro sul punk si parlasse soltanto di Clash, Sex Pistols e Ramones; certo, bisogna raccontare diffusamente le loro storie perché sono i gruppi che hanno maggiormente incarnato il punk soprattutto agli occhi del grande pubblico, ma poi occorre dare il giusto spazio anche Descendents, Adolescents, Boys, Chelsea, Adverts e a tantissime altre formazioni di cui difficilmente ci si imbatte a un primo approccio, ma che in realtà hanno costituito le basi del punk.
La parte finale del libro, quella sul "nuovo glam", è stata senza dubbio la più faticosa. E associo la scelta di Reynolds di tirare in ballo Lady Gaga e Kanye West a quell'impulso che hanno molti critici musicali "puri" di guardare con curiosità e interesse a qualsiasi evoluzione del music business. Reynolds, che è partito dal punk e dal post-punk, non si è fermato alla musica che ascoltava nella sua adolescenza come ho fatto io e come fanno molti semplici appassionati, ma un po' per lavoro e un po' per interesse culturale è andato oltre. Diciamo che, pur essendo più vecchio di me non ha i miei stessi paraocchi e non si fa ingabbiare da alcuna barriera di genere. E forse è anche per questo che è uno dei critici musicali più stimati in circolazione. Io però, pur leggendolo con profondo interesse, preferisco un approccio più sanguigno e scorretto alla Lester Bangs, che - forse complice la sua prematura scomparsa - è rimasto fedele alle proprie radici - soprattutto a quelle del rock - e non ha risparmiato critiche a certe "evoluzioni" musicali. Reynolds è sempre aggiornatissimo; non perché debba esserlo per forza,. ma perché quella è la sua natura. Ascolta con piacere tutte le trasformazioni dell'hip hop  e della nuova scena elettronica, è avanti anni luce e per uno come me, che da vent'anni, a parte qualche piccola apertura, sente praticamente la stessa musica, rappresenta senza dubbio una lettura stimolante ed esotica. Difficilmente però riuscirà a emozionarmi e a rimestarmi le budella come Lester Bangs (ma questo è un altro discorso)
In conclusione: a me Simon Reynolds piace ("Post-punk" e "Retromania", per ragioni diverse, sono due libri che ho amato moltissimo e che ritengo dei capolavori), ma "Polvere di stelle" mi sembra meno a fuoco rispetto ad altri sui lavori. Pensavo di trovarci qualcosa di meno "canonico" (ma questo è soprattutto un problema mio) e non ho condiviso alcune scelte. Detto questo è un libro ben scritto e con centinaia di spunti e suggestioni interessanti. Leggendolo ho scoperto delle band che non conoscevo come i Mud, di cui sono corso immediatamente a comprare i dischi. Speravo solo in un approccio più underground.


mercoledì 14 febbraio 2018

Sporchi, melodici e imbecilli - Ode alla Dirtnap records

E' vero che sono facile agli innamoramenti musicali improvvisi. Ma di solito durano poco e, nonostante lascino sempre qualcosa di interessante, poi, come sempre, torno al mio caldo e rassicurante ovile fatto di solide certezze come Husker Du, Clash, Ramones, Green Day e NOFX. Che ci volte fare: sono abitudinario (e no, ragaz, non sto citando Elio e le storie tese, mi fanno schifo, lo sapete, dai). Comunque: complice il mitico Franz Barcella - a cui ormai ho deciso di affidare i miei corsi d'aggiornamento musicale in campo punk-rock e power-pop - mi sono imbattuto in una band che, da ragazzino, avevo completamente ignorato e che adesso mi fa girare la testa come un adolescente. Sto parlando dei Marked Men, un gruppo texano di fine anni Novanta-primi anni Duemila che ha pubblicato su Dirtnap quattro dischi di punk melodico ed evocativo, a base di coretti, pezzi brevi e fulminanti e spirito lo-fi. A me sembrano una sorta di ibrido fra il beach punk di Orange County e i gruppi Lookout di 25 anni fa: come se i Queers coverizzassero gli Adolescents e i Middle Class. Una rivelazione, cazzo. Che oltre a farmi vedere finalmente la luce, mi ha anche fatto rimpiangere tutto quel tempo perso tra la fine del liceo e l'inizio dell'università - il periodo in cui più o meno i Marked Men cominciavo a pubblicare le prime cose - passato ad ascoltare gruppi di merda come i Good Charlotte (ok, ero piccolo e mi ero solo masterizzato il primo disco: quindi non esagerate). Ma non sono qui per parlarvi solo dei Marked Men, altrimenti, essendo un neofita dovrei chiuderla qui o al massimo potrei consigliarvi di recuperare ogni loro disco e in particolare "Fix my brain" (ma che ve lo dico a fa'?, tanto siete tutti più sgamati e avanti di me).
In realtà sono partito da questa fantasmagorica band texana per fare un discorso più ampio e parlare della Dirtnap records. Anche perché una volta recuperato il tempo perduto e constatato, come mi accade spesso, che anche questa band super figa ha inciso i propri dischi per la label di Madison (Wisconsin), mi è venuto quasi naturale fare mente locale sui dischi targati Dirtnap che ho a casa. Purtroppo ho scoperto, con mio sommo rincrescimento, che non ne ho tantissimi (Epoxies, Briefs, Steve Adamyk Band, Mean Jeans, Mind Control e Bad Sports). E così ho fatto la classica cazzata che non bisognerebbe mai fare in questi casi: sono andato sul sito della casa discografica e ho cliccato alla voce "releases". Quello è stato l'inizio della fine, una fine che non è ancora arrivata - perché il fondo in questi casi non lo tocchi mai davvero - che ha avuto il suo apice quando ho provato ad ascoltare, un po' per caso e quasi in ordine di pubblicazione, i dischi che non conoscevo del periodo aureo della Dirtnap.
Il primo in cui mi sono imbattuto (trovandolo su Spotify perché su Yuoutbe c'era poco e niente) è "Need a wave" di Jeffie Genetic And His Clones: una bomba assoluta. Tanto che poi me lo sono comprato (su Discogs, visto che è fuori catalogo da un pezzo). Al di là del nome ignorantissimo - che rivela come il nostro Jeffie sia l'unico componente della band - ci troviamo di fronte a un piccolo capolavoro dimenticato del punk degli anni Duemila. Il periodo è lo stesso degli Epoxies - una mia vecchia passione - e infatti i suoni sono abbastanza simili a quelli della band di Portland. Jeffie però, oltre alle massicce dosi di synth poppettosi alla Devo, infila dentro il suo fantastico minestrone anche un bel po' di power-pop e punk 77 tipo Beat, Dead Boys e Boys. Quel pizzico di rock'n'roll marcio ma dal cuore melodico, che alterna chitarre taglienti a suoni sintetici, voci dementi e cori a manetta. Un album senza neppure un cedimento, compatto e perfetto nella sua semplicità. Una di quelle botte di culo, che ogni tanto la vita ti riserva.
E quindi, visto che mi era andata così bene al primo tentativo, ho deciso di continuare e, purtroppo, ho scovato altre band incredibili. Dico purtroppo perché sono tutti dischi che vorrei comprare senza starmela troppo a menare. Ma visto che sono poveraccio, mi dovrò accontentare di recuperarne soltanto qualcuno e di ascoltare gli altri su Spotify (che per me equivale alla differenza tra scopare e farsi una sega). Il secondo superdisco del lotto è il primo dei Girls, uscito proprio un attimo dopo quello di Jeffie. Si tratta di una band tutta al maschile nata a Seattle - anche perché le cose più fighe targate Dirtnap vengono da lì o da Portland - che pur mescolando sempre le solite carte (punk, power-pop e questa volta pure un pizzico di glam alla T-Rex) sforna un album potente, rumoroso e melodico. E se vi sembra che la parola "melodia" ricorra un po' troppo spesso lungo il post, sappiate che è proprio questo, secondo me, il filo conduttore delle produzioni Dirtnap: tutti i dischi, anche quelli più sporchi e ruvidi, hanno un fondo melodico impareggiabile, che te li fa amare immediatamente. E' inutile dire che anche quest'album, grazie a un'offertona me lo sono portato a casa, tiè. Dopo i Girls è stata la volta dei Minds e del loro disco "Plastic Girls". Anche questa band, di cui non so praticamente nulla e che credo, si sia fermata solo a questa prima uscita, flirta pericolosamente con i sintetizzatori e i suoni sintetici, ma spinge molto di più sul punk e il garage rispetto al power-pop. Un suono più grezzo e sporco, quindi, ma sempre melodico e dal retrogusto agrodolce. Un marchio di fabbrica, che difficilmente non troverete sui dischi di questa fantastica label. E badate bene che fino a qui non ho detto niente su gente già abbastanza famosa come Briefs (nell'elenco del sito Internet non ci sono, ma a quanto so il primo disco è uscito inizialmente su Dirtnap), gli Epoxies, che mi avevano letteralmente folgorato con "Need more time" ai tempi del primo volume di "Rock against Bush" e che per me restano una delle band cardine dei Duemila e i primissimi Mean Jeans, che purtroppo hanno perso la bussola già dal secondo disco targato sempre Dirtnap, prima di rinsavire - seppure leggermente e mai ai livelli dell'esordio e dei singoli - col terzo album su Fat. La label di Mike, tra l'altro, ha sempre tenuto d'occhio la Dirtnap - così come la Red Scare - e infatti gli Epoxies li ho scoperti proprio grazie alla Fat, che oltre a infilarli a tradimento in quella storica compilation aveva anche ristampato il loro primo disco su Dirtnap (anche il secondo album è molto bello). Per non farla tanto lunga e chiuderla qui, altri consigli al volo che mi sento di dare a tutti i neofiti della Dirtnap (anche se mai come in questo caso vale la pena dire: comprate tutto a occhi chiusi) sono i già citati Bad Sports (soprattutto il primo disco omonimo), gli Ergs!, gli Exploding Hearts e i Guntanamo Baywatch (tutti e tre hanno pubblicato dischi un po' ovunque ma la roba su Dirtnap merita di sicuro), i Mind Spiders, i Radioactivity, gli White Wires, le Riff Randells e i Beat Beat Beat, abrasivi e punk ma - eccevelodicoafa' - melodici.




venerdì 2 febbraio 2018

Akira - La colonna sonora della mia infanzia post-atomica

Avevo 9 anni e facevo la quarta elementare quando ho comprato il mio primo "Akira" dal giornalaio sotto casa. Era il numero 21 - edizione Glénat Italia - e si intitolava "La rabbia e il tormento": una manciata di parole che già così - senza neppure sfogliare le pagine dell'albo - mi avevano piacevolmente inquietato. E anche se "Akira" di Katsuhiro Otomo non è mai stato un "fumetto" particolarmente violento e angosciante, devo ammettere che, quel numero in particolare, era una roba assolutamente clamorosa per un pivello delle elementari. C'era Testuo che smadonnava perché era in crisi d'astinenza, c'erano montagne di pillole colorate che comparivano da una pagine all'altra come caramelle e verso le fine del numero una banda di pazzi entrava nel convento di Lady Miyako e faceva a brandelli i poveri monaci che lo presidiavano. Come direbbe il poeta: ettolitri di sangue. Tanto che i miei genitori avevano pensato di requisirmi quel piccolo tesoro e fargli fare la fine del primo numero della rivista "Zero" che avevo comprato a 6 anni sull'entusiasmo di Ken il guerriero: e cioè buttarlo nella spazzatura, dopo la spiata del solerte papà di un compagno di scuola. Vabbè, robe da chiodi.
Ma torniamo ad "Akira": da quel momento, direi approssimativamente dall'inverno del 92, la mia vita è totalmente cambiata. L'incontro con i manga e soprattutto con quel manga che ancora oggi venero e adoro mi ha sconquassato, e lo ha fatto quanto e come il punk 5 anni dopo. Insomma: la scoperta di "Akira" resta uno dei momenti più importanti e formativi della mia miserabile esistenza. Tanto che, pur avendo una memoria formidabile in quanto a brevità, ricordo quasi tutto di quei giorni. Per esempio non dimenticherò mai quando, pochi mesi dopo quella prima lettura maledetta, sul numero 23, è comparso l'annuncio che, finalmente, anche nelle sale cinematografiche italiane, sarebbe arrivato il "cartone animato" del capolavoro di Otomo. Dopo mille insistenze ero riuscito a convincere mio padre a portarmelo a vedere in un sonnacchioso pomeriggio di primavera e ricordo, come se fosse ieri, che mi tremavano le gambe dall'emozione. La sala era semivuota, a parte qualche nerd e una nonna coi nipotini che probabilmente non aveva la più pallide idea di cosa avrebbe visto da lì a poco. Inutile dire che per me si è trattato di un altro pomeriggio cruciale e fondamentale, che ha contribuito a cambiare ancora un po' la mia sfigatissima vita. Nel corso degli anni il mio personalissimo culto nei confronti di "Akira" è sempre rimasto vivo e fortissimo, tanto che oltre alla prima edizione a colori del fumetto in 38 numeri (i primi 20 li ho recuperati tutti insieme come unico regalo di Natale), possiedo anche i sei volumi in bianco e nero della Planet Manga (sullo stile della versione originale giapponese) che oggi campeggiano nella libreria del mio salotto (fino a un paio d'anni fa avevo anche i 12 numeri in bianco e nero usciti quando ero alle superiori ma li ho regalati a un amico, perché altrimenti rischiavo il divorzio). Anche il film è stato preda della mia ossessione collezionistica. Ho comprato la videocassetta appena è uscita a metà Anni Novanta (al momento però non so dirvi dove diavolo l'abbia infilata), mentre una quindicina di anni fa mi sono procurato il doppio dvd, con gli inserti speciali. Ciò che non ho mai avuto, almeno fino a ieri, è la colonna sonora del cartone animato, che mi aveva colpito tantissimo sin da quella prima visione al cinema. A 9 anni, però, non capivo nulla di musica (e qualcuno potrebbe sostenere che da allora è cambiato molto poco). Ma quei suoni ossessivi e claustrofobici, quelle melodie malate e ansimanti che accompagnavano gli scontri in moto fra la banda di Kaneda e i Clown di Joker oppure quelle cavalcate soniche durante la trasformazione di Testuo hanno risuonato per anni nelle mie orecchie.
Qualche giorno fa leggendo sul sito Fummettologica del un ritorno "Akira" al cinema (solo il 18 aprile, con un nuovo doppiaggio) mi sono chiesto se fosse possibile trovare quella colonna sonora che avevo sempre desiderato ascoltare, ma che poi, stupidamente, non avevo mai realmente comprato. Spulciando un po' in rete ho scoperto che la musica del film di "Akira" - pubblicata su cd o doppio vinile - è una sorta di composizione unica divisa in tracce diverse, con motivi ricorrenti. Ad averla scritta, suonata e incisa è il collettivo Geinoh Yamashirogumi, che conta quasi un centinaio di musicisti ed è stato fondato 1974 da un personaggio incredibile e fondamentale per la musica d'avanguardia giapponese: Shoji Yamashiro, pseudonimo di Tsutomu Ōhashi, che oltre a essere un compositore e un direttore d'orchestra è anche un noto scienziato, che fonde musica e ricerca, mescolando i suoni algidi dell'elettronica, con il folk e la musica antica e tradizionale. Un vero e proprio alchimista, che Otomo ha voluto con tutte le sue forza per musicare il film più importante della sua carriera. Di questa colonna sonora esistono tre diverse versioni, ma io ho preso banalmente quella più standard ed economica. Ascoltarla in cuffia è un'esperienza incredibile, perché si riesce a percepire la varietà di suoni che il collettivo Geinoh Yamashirogumi è riuscito a infilare in queste composizioni così stratificate e ipnotiche. E' una musica molto fisica e ossessiva quella che esce fuori dalle dieci tracce del disco: ci sono suoni liquidi e quasi impercettibili, come piccoli carillon che tintinnano nel buio e poi lunghe suite a base di percussioni violentissime, che squarciano il silenzio. Il disco si apre con "Kaneda", un brano che per me vale l'intero album, grazie a quella melodia viscida che ti si insinua subito nel cervello, per poi procedere con una progressione sempre più angosciante e pronta a esplodere. Chiudo gli occhi e mi sembra di vedere le immagini del film: le moto che sfrigolano sulla tangenziale di Neo Tokyo, con le luci dei fari che restano appiccicate alla strada e le insegne al neon dei negozi. Un altro brano pazzesco è "Battle against clown", con quel respiro ansiogeno e affannoso che sembra uscire direttamente da sotto l'asfalto e che compone il tema principale della seconda traccia. La chiusura del disco è affidata alla lunga suite "Requiem" che rappresenta un po' la summa dell'intera composizione, con suoni e temi che ritornano e si intrecciano fra loro, come una lunga preghiera psichedelica a un Dio alieno che ci annienterà tutti.








venerdì 15 dicembre 2017

10 dischi del 2017

Giorcelli mi ha talmente setacciato la minchia con sta storia della classifica dei dischi del 2017 che ho buttato giù, senza starci troppo a pensare una lista di 10 titoli (cercando di ricordarmi cosa sia uscito quest'anno e cosa l'anno scorso, quali dischi vecchi abbia ascoltato e quanti dischi nuovi abbia comprato). Il risultato è il solito elenco di roba ignorante, che se va bene piace solo a me.
Mi scazza solamente per almeno tre o quattro album che sono finiti tutti idealmente all'undicesimo posto a pari merito e che quindi non si trovano in questa lista per un soffio; ma come dice il ragionier Ugo Fantozzi alla Pina quando rientra dalle lezioni di biliardo: sì, è la vita! Dalla classifica ho tolto scientemente ristampe o raccolte (altrimenti rischiavo di mettere solo vecchiume). Bando alle ciance ecco la CLASSIFICA DEI 10 DISCHI DEL 2017 in ordine più o meno sparso, ma non sempre:

Mr. T Experience “King Dork Approximately” lp
Aspettavo questo disco da anni, ma che dico anni: decenni e settimane. A parte tutto, quando ho saputo che Dr. Frank avrebbe resuscitato i MTX e dato alle stampe un nuovo lp dopo quasi 3 lustri me la sono fatta letteralmente sotto dalla paura. Il precedente "Yesterday rules", diciamoci la verità, è una mezza ciofeca e chi ce l'ha come me lo tiene per mero completismo e affetto. Questo "King Dork ecc", invece, è un gran disco. Davvero. Ci sono ottime melodie, pezzi un po' più tirati e altri molli ma ben scritti e si sente il guizzo del vecchio Frank, che tanto ci aveva fatto innamorare 20 anni fa. Power-pop e punk-rock, naturalmente, restano le coordinate principali. Ma c'è anche un po' di pop-rock alla vecchia maniera. Un ritorno coi fiocchi.

Capitalist Kids “Brand damage” lp
I Capitalisti Kids del mio amico Jeff hanno pubblicato indubbiamente il loro album migliore e se non fosse uscito quello dei Mr. T "Brand damage" sarebbe in cima al podio. Anche qui si battono i territori del pop-punk e del power-pop, con una predilezione più per Elvis Costello che per i Ramones. Jeff sa scrivere canzoni veloci e super melodiche, alternando testi impegnati che parlano della situazione socio-politica americana a brani d'amore. Il disco perfetto dell'era Trump.

Downtown Boys “Cost of living” lp
Tra i miei gruppi hardcore preferiti in assoluto ci sono i Downtown Boys: una band devastante dal vivo (li ho visti un anno e mezzo fa a Imperia e devo ancora riprendermi). Uno dei loro pregi più grandi è l'essere riusciti a trovare un suono così originale ma al tempo stesso familiare che ha davvero pochi eguali fra i gruppi contemporanei. Testi in inglese e spagnolo, che parlano di cosa sia oggi l'America e di come sia ancora attuale lottare e resistere per i propri diritti, tentando di cambiare il mondo. Nessuna velleità, solo sincerità, attitudine e urgenza. "Cost of living" è un filo meno dirompente del suo predecessore "Full Communism", ma resta un disco in cui punk e hardcore trovano un originalissimo modo per stare insieme. Ma se seguite questo blog scalcinato avrete già letto la recensione del disco.

Dalton “Dei malati” lp+cd
Anche in questo caso parliamo di un secondo album che arriva dopo un esordio capolavoro, il fantastico "Come stai?" e quindi "Dei malati" resta, per forza di cose, un gradino sotto quella meraviglia. Detto questo siamo comunque di fronte a un album stupendo, da imparare letteralmente a memoria. Questa splendida formula a base di oi!, pub-rock, punk, folk e cantautorato spinto rende i Dalton una band unica ed eccitante. L'inizio è fulminante, tanto che "Gaia" sembra una b-side di "Come stai?". E poi c'è un altro inno come "La dose fa il veleno" e un gran pezzo dal super riff come "Estate". Non mancano neppure qui le cover che non t'aspetti, da Tenco ai più "allineati" Pogues. Pochi brani, solo sette purtroppo, ma tutti da sentire 100 volte al giorno, senza stancarsi.

She Said What?! “Demichelis” cassetta
Eccolo qui il mio duo proferito. Anna e Manuela (anche se a volte dal vivo la sostituisce Bernardo) sono due tipe toste delle mie parti, che suonano una sorta di punk lo-fi acido ma al tempo stesso melodico, che mi fa letteralmente uscire di testa. Dopo qualche anno di stop, hanno ripreso a suonare da circa 12 mesi e hanno appena sfornato un disco (per ora solo su cassetta, presto anche su vinile) che è una delle robe più belle che abbia ascoltato in questi anni. L'album è una specie di concept (non pretenzioso) sulla prima repubblica e contiene pezzi come "Demichelis", Sigonella, "Craxi", "Fanfani" e "Love party" (ok li ho detti tutti). Il tutto suonato alla velocità della luce, come della Bikini Kill ridotte all'osso (batteria, basso distorto e due voci che si rincorrono in un botta e risposta strepitoso) alle prese con le cover dei Dead Kennedys. Un groviglio di ironia, minimalismo punk e melodie malate e stridule. Uno sballo.

Human Race “Negative” lp
Gli Human Race arrivano da Roma e spaccano i culi. Sono una band totalmente derivativa (punk '77 a manetta fra Boys, Buzzcocks, Weirdos, Germs e gruppi minori californiani). Ne ho parlato giusto il post scorso e quindi credo sia superfluo riscrivere le stesse cose. Però sappiate che questo pezzo di vinile è uno di quei classici dischi che, se amate certi suoni, faticherete davvero a mettere da parte. E' come un the best of o una summa della prima scena punk, con quel suono secco e abrasivo, un rock'n'roll imbastardito da distorsori marce e melodie storte. Una goduria.

Leisfa “Liturgie di fallimenti e sconfitte” cd
Anche i Leisfa, come le She Said What?! e tra poco i Goonies sono genovesi. E anche loro, come tutti gli altri, sono miei amici. Vi sembro campanilista? Ma non diciamo cazzate: questo è soltanto culo, misto a un pizzico d'intelligenza nello scegliere le persone con cui passare il proprio tempo libero. Luca e i suoi fantastici amici (questo il nome per esteso della band) si sono guadagnati sul campo i galloni e con questo terzo disco (se si conta come secondo il loro split con gli Essere) raggiungono la piena maturità. I Leisfa sono una band hardcore granitica, composta da ragazzi sui 25 anni (quindi giovani, dai), che è riuscita a trovare un sound personale, nonostante il genere. In questo "Liturgie di fallimenti e sconfitte" i ritmi sono leggermente più lenti rispetto ai primi album, ma ci sono comunque muri di chitarre in tempesta, canzoni furiose e testi introspettivi e carichi di pathos. Gippy ha una voce perfetta, tagliente, sporca e capace di raggiungere vette di cattiveria inaudita. Uno dei migliori gruppi hardcore italiani degli ultimi dieci anni (consigliatissimi anche dal vivo).

Goonies “Connessi e soli” cd
Ed eccoci nuovamente ai Goonies (di cui parlo anche nel post precedente). Senza stare troppo a ripetermi Ippo, Matteino, Buddy e Albe suonano un punk-rock in italiano superveloce e melodico sullo stile di Monelli, Ignoranti e Fichissimi. I sei pezzi di quest'album sono uno più bello dell'altro, scorrono come birra ghiacciata nel gargarozzo e non smetteresti mai di ascoltarli.


Heroin In Tahiti “Remoria” lp
Ogni volta che esce un disco nuovo degli Heroin In Tahiti finisce, puntualmente, nella mia classifica di fine anno, perché anche se questo duo romano di musica strumentale è, sulla carta, parecchio lontano dai mie classici ascolti, ogni volta che mi imbatto in qualche loro produzione finisco per andarci a bagno. Forse a farmi andare via di testa è il fatto che una volta messa la puntina sul primo solco inizia un viaggio ipnotico da cui è difficile tornare indietro. "Remoria", grazie ai suoi richiami mediterranei, assomiglia più a "Sun and violence" che a "Death surf", il disco che mi aveva fatto innamorare di loro. Ma resta comunque un album pazzesco e inteso, un disco dall'incedere tribale, con echi di musiche antiche in sottofondo. Un vinile da ascoltare completamente strafatti sul divano mentre si beve pastis. Nel caso foste straight edge o troppo vecchi come me per certi vizi, "Remoria" funziona ugualmente. Magari con le luci basse e il cuore sincronizzato sui battiti della musica.

The Minneapolis Uranium Club “Live at Arci Taun” lp
A causa della mia proverbiale ignoranza mi sono perso la prima e unica data italiana dei Minneapolis Uranium Club l'anno scorso a Fidenza. Ma grazie ai "colleghi" di Sottoterra ho potuto riparare, almeno in parte, a quest'errore. Perché sotto il marchio della rivista che ho la sventura di dirigere è uscito questo bel vinile nero, in cui è stato immortalato, grazie a una registrazione di ottima qualità, quello storico concerto. Dentro questi solchi c'è tutta la forza dirompente e dissonante dei MUC: un mix fra Devo, garage, punk e kraut da due soldi. Musica rumorosa ridotta all'osso: un viaggio cosmico a bordo di una motoretta scassata.




lunedì 11 dicembre 2017

Un po' di recensioni a babbo/ 2

E' stato un novembre impegnativo; pieno di concerti e quindi di dischi, visto che, come mi aveva detto una quindicina di anni fa Matteino, "non riesco ad andare a sentire una band e non comprare nulla al banchetto". Una maledizione che mi porto dietro da allora e cioè da quando ho iniziato a consegnare pizze in macchina - perché non ho mai imparato a guidare il motorino - per comprarmi cd e vinili. E quindi ecco il mio classico inventario semi ragionato fra alcune delle ultime robe che sono finite nel mio stereo o che ho ascoltato in streaming (salvo gli evergreen che tornano a farmi visita come i fantasmi dei Natali passati).

The Kinn-Ocks - s/t
Il buon Paolo Merenda degli Anno Senza Estate e prima ancora dei Kompagni di Merenda (nome geniale) mi ha inviato per posta il suo ultimo cd, che è anche l'esordio della nuova band della sua allegra combriccola: i Kinn-Ocks. Dieci pezzi (più una traccia fantasma strumentale) in meno di 15 minuti (compresi i secondi di attesa dell'undicesima canzone): una randellata di rock'n'roll sporchissimo e abrasivo, sullo stile degli Zeke tanto amati e venerati da Paolo e sulla falsariga di quel punk-rock maleducato e assai poco melodico che piaceva tanto a noi giovani negli anni novanta. Undici tracce registrate in presa diretta, nude e crude e suonate con scarsa perizia tecnica (che per quel che mi riguarda è uno dei migliori complimenti che possa fare a una band). Per citare il poeta: poche musse, qui c'è menù fisso, rock'n'roll robusto e voce che arriva dall'oltretomba per farvi fuori con una manciata di rasoiate.

Goonies - Connessi e soli
I Goonies sono una delle mie band preferite. E non lo dico perché siamo amici da una vita; il fatto è che questa banda di ragazzi - per citare un loro vecchio pezzo - sa come farmi felice in poche e semplice mosse: suoni veloci e melodici come le pop-punk band di 25 anni fa, pezzi che ti si incollano al cervello e un'attitudine incredibile. "Connessi e soli", che arriva parecchi anni dopo quel mezzo capolavoro che era "Suoniamo ancora anni novanta" non tradisce le aspettative. Certo, l'80 per cento dei sei pezzi di questo mini album faceva già parte del repertorio live del gruppo (e quindi appena ho messo su il cd ho iniziato a cantare le canzoni a memoria), ma a parte le mie digressioni da fan (li avrò visti 1457893 volte dal vivo) credo sia impossibile, per chiunque ascolti punk-rock, non amare quest'album e non adorarne la sua sincerità. E' raro che ascolti per più di 3 o 4 giorni di fila lo stesso disco, avendo sempre nuovo e vecchio materiale da sentire (il bello e il brutto di Internet).Ma nel caso di "Connessi e soli" è stato davvero difficile togliere quel pezzettino di plastica dallo stereo. Disco clamoroso e da 10.

Bully - Losing
Gian di Disco Club, qualche mese fa, mi ha passato da recensire il nuovo disco di una rocker chiamata Bully uscito su Sub Pop e intitolato "Losing". Premesso che anch'io, come i più avveduti di voi, non sapevo manco chi fosse Bully (un nome che può accompagnare solo) ho deciso di accostarmi a quest'album con le migliori intenzioni e senza pregiudizio alcuno. Peccato però che il disco sia una vera e propria ciofeca, col suo rock mollo simil-grunge, che mi ricorda un'Anouk (quella che cantava di essere una spiaggia o una prostituta, non ricordo bene) senza la freschezza di Anouk (e v'ho detto tutto). Di questi 12 pezzi ne salvo giusto un paio e guarda caso sono i lentoni ("Blame" nonostante tutto si lascia ascoltare, dai). Il resto è robetta da finta ragazza incazzata, con chitarre così molli e canzoni così leziose che al primo che si fa avanti regalo il cd e non ne parliamo più.

Human Race - Negative
Aspettavo questo disco da mesi. E più precisamente da quando ho ascoltato i primi due micidiali singoli - "Human race" e "I dont' mind" - di questa band romana (l'ennesima rivelazione in arrivo dalla Capitale). Gli Human Race suonano con una naturalezza disarmante, come i gruppi punk inglesi e americani del '77, soprattutto quelli sfigati e di serie B, che spesso sfuggono ai classici elenchi degli imprescindibili. Pensate a una miscela di Boys, Buzzcocks, Germs, Weirdos, Generation X ed Eater e ci sarete quasi vicini. Insomma, roba da leccarsi le dita dei piedi. Forse l'impatto di questo bel vinilone pubblicato dalla benemerita Dead Beat di Cleveland è un pizzico meno dirompente rispetto ai primi due singoli di cui ho parlato all'inizio (nell'album comunque c'è la splendida "I don't mind") però questo "Negative" resta un disco prezioso e vibrante, genuino e talmente sincero che vi farà godere come dei ricci.

Vecchiume su cui ho messo le mani di recente:

AA/VV - Bloodstains Across Califronia
Preso al banchetto dei Leeches al concerto dei Dictators questo volume della serie Bloodstains, una sorta di Killed by Death e cioè una compilation col meglio del punk più oscuro e sfigato, è un disco definitivo che gronda bellezza da ogni solco. Venti brani per altrettanti gruppi, di cui i più conosciuti sono, forse, i Dogs (non quelli francesi, he) e i Controllers. Cioè degli emeriti signor nessuno, ma con un talento immenso nello scrivere almeno un pezzo memorabile in tutta la loro vita. Cosa che per me vale già il Nobel per la pace. Tra le band migliori (ma tutti i pezzi e tutti i gruppi spaccano) ci sono le Maggots con una fenomenale "Tammy Wynette", i già citati Controllers, qui con "Slow boy" e i Child Molesters che, con un moniker così, non possono che estrarre un pezzaccio del calibro di "I'm gonna punch you in the face". Il filo conduttore di questa raccolta è un punk marcio e urgente, fatto di chitarre rumorose, melodie sgraziate ma che colpiscono al cuore e voci incerte e deliziose: insomma tutta la bellezza e l'ingenuità della prima scena punk californiana, una delle mie preferite in assoluto.

Teenage Head - s/t
Sia lodato Federico Tixi che con le sue segnalazioni delle migliori offerte Amazon è riuscito a farmi trovare il primo vinile dei Teenage Head a 13 euro. Da anni cercavo di comprarlo a un prezzo umano, almeno sotto i 15, anche se si tratta di uno di quei dischi della vita per i quali dovrei sforzarmi di spendere qualcosa di più. Ma, come dice il saggio, la perseveranza è stata premiata e finalmente ho potuto mettere le mani su un album che, grazie a Youtube, conoscevo già a memoria. Il primo disco di questa storica band canadese è una bomba assoluta. Power-pop e punk al massimo dello splendore. Tutti i pezzi sono bellissimi, veloci e ipermelodici. Non è facile raccontare un album così perfetto e vorticoso. Anche perché se bazzicate il punk-rock, il power-pop o l'hardcore sapete già con ragionevole certezza che difficilmente una band canadese (così come un'australiana) sbaglia un colpo o quantomeno il primo disco. Vi dicono qualcosa D.O.A., Propagandhi (fino ai primi tre album), Pointed Sticks, Yesterday's Kids, Hanson Brothers e No Means No?


lunedì 20 novembre 2017

Un weekend da leoni (e un lunedì da...): quella volta che in tre giorni ho visto i Dictators e i M.o.t.o. a due passi da casa

Ok non scrivo da un po' e bla bla bla, ma sono stato parecchio incasinato. Sono giorni pieni di cose interessanti (concerti, spettacoli teatrali ecc) e prometto che se riesco a uscire vivo da questo mese di novembre mi metto a ballare la Giga. Prima però devo sopravvivere alla doppietta del prossimo weekend: la presentazione del libro "La storia del punk" di Gilardino (di cui ho già parlato da queste parti) con tanto di concerto dei Ramoni (venerdì all'Altrove, a partire dalle 21, puntualissimi, davvero) e la serata organizzata sabato allo Zapata da Robertino con Dalton (cioè avete capito bene? Dalton!!!), Klasse Kriminale, Leisfa e Mad Beat. Lo scorso fine settimana però mi sono spaccato altri due concerti della vita: i Dictators (che ora sono costretti a farsi chiamare Manitoba NYC) al Raindogs e i M.o.t.o. al Little Italy. Ed è proprio di questi due mega eventi che voglio parlare. Partiamo dai cinque arzilli vecchietti di New York che, fuori da ogni pronostico, se la sono cavata alla grande. Oltre ai due fondatori Handsome Dick Manitoba - che ha il nome più bello di sempre - e Ross “The Boss” Friedman - che ha fondato anche i Manowar: uno dei miei incubi adolescenziali - sul palco c'erano Daniel Ray (che ha prodotto qualche album dei Ramones) e altri due anziani da competizione come JP "Thunderbolt" Patterson alla batteria e Dean "The Dream" Rispler al basso. Come detto le aspettative non erano altissime, ma al di là di una certa mollezza di alcuni pezzi - che però erano molli anche nel 1975 - il concerto è stato una piccola rivelazione. In apertura hanno suonato i Leeches, che sono sempre un bel sentire, con il loro mix di rock'n'roll grasso e sporco, quel tocco beach-punk che non guasta mai e un bell'assortimento di storie incredibili a base di assalti notturni al frigorifero e proclami anti-sportivi. I Dictators - non fatemeli chiamare Manitoba, visto che pure a loro sto moniker sta piuttosto stretto - sono saliti sul palco conciati come dei tamarri di New York che avevano dormito con tutti i vestiti addosso. Tanto per fare un esempio Handsome Dick, per tutto il concerto, ha tenuto in testa un cappello di lana con la scritta sbrillucciocosa Bronx e si è presentato con due camicie, una più improbabile dell'altra. Ma questioni di stile a parte la band ha dato davvero tutto, suonando una hit dietro l'altra e tenendo il palco con passione, senza abbandonarsi a stupide pose da leggende del rock. Manitoba se la chiacchierava allegramente col pubblico, raccontando aneddoti e provando a parlare malamente in italiano, visto che il suo vocabolario consisteva in tre magiche parole: "mamma", "cucina" e "pizza". Ross The Boss, che non si è lasciato andare a tentazioni metallare, ha messo la sua tecnica al servizio del rock'n'roll e si è limitato a sfoggiare un sorriso sornione per tutto il concerto, mostrando a più riprese i suoi tatuaggi da antologia (uno per tutti il campo da baseball che ricopre il suo bicipite destro). Insomma tanto cuore e una scaletta da lacrime, eseguita alla perfezione. I Dictators avranno pure una certa età e delle mise imbarazzanti, ma sono una delle band più genuine che abbia mai visto dal vivo. Lunga vita ad Handsome Dick e alla sua cricca di vecchietti terribili. E a proposito di anziani non è che Paul Caporino dei M.o.t.o. sia tanto più giovane dei Dictators. Anzi, Franz sostiene che dovrebbe avere più o meno 60 anni. E diciamo che così di primo acchito li dimostra tutti. Quando suona però è una furia inarrestabile. E domenica al Little Italy hanno dovuto fermarlo a forza, perché altrimenti sarebbe andato avanti a suonare tutta la notte (anche dopo che il resto della band aveva posato gli strumenti a terra). Nel giro di un'ora abbondante questo scalcinato terzetto di garage supermelodico è riuscito a farmi palpitare il cuore come non mi succedeva da un po' di tempo. Prima dei M.o.t.o. a scaldare il pubblico (piuttosto numeroso) ci hanno pensato i Goonies, che sono una delle mie band preferite. Ok, li conosco da una vita e sono quel tipo di amici che immagini che frequenterai anche quando sarai un vecchio rincoglionito che passerà le giornate a guardare i lavori in corso; però dai, come si fa a non amare il loro pop-punk in italiano deliziosamente anacronistico? Citando il titolo del loro penultimo disco: i Goonies suonano ancora Anni Novanta e lo fanno senza troppe menate e con una classe innata. Al concerto di spalla ai M.o.t.o. hanno presentato pure il loro ultimo disco, "Connessi e soli", ma - come accade ai veri loser - avevano pochissime copie da vendere, a causa di alcuni casini con la stampa del cd. Io un disco me la sono agguantato e vi consiglio di fare lo stesso, facendo un passo da Flamingo nei prossimi giorni. Il bilancio del loro concerto è stato: mezzora di ignoranza a velocità supersonica. Una delle mie band del cuore, ma forse l'ho già detto. I M.o.t.o., inutile dirlo, sono stati uno spettacolo assoluto. Paul si è fatto fuori mezzo bar e ha continuato a ciucciare, per tutta l'esibizione, una bottiglia di whisky, brindando con il pubblico in delirio e a due centimetri dal suo microfono. "I hate my fucking job", "Gonna get drunk tonight", "Dance dance dance dance to the radio" e "Crystallize my penis" hanno scatenato il delirio. La mia acufene deve aver superato i livelli di guardia, ma ne è valsa decisamente la pena. Certo, se siete dei puristi della pulizia sonora e del rock più classico e tecnico, le mitragliate punk di Caporino e soci potrebbero farvi letteralmente inorridire. Ma se invece amate la buona musica e cioè quella più sporca e veloce e se andati pazzi per le melodie rumorose e i pezzi sotto i due minuti, allora i M.o.t.o. potrebbero essere il vostro gruppo della vita. Quello che mi fa impazzire di Paul Caporino - che è stato davvero incredibile, l'altra sera - è anche la sua inesauribile vena melodica. Perché sotto quegli strati di chitarre minimali e sferraglianti, il nostro riesce, da oltre 30 anni, a scrivere pezzi stupendi e appiccicosi che ti si piantano in testa sin dal primo ascolto. A volte si ha la sensazione di conoscerli da sempre quei brani scalcinati e zuccherosi. Eppure c'è voluta la lungimiranza di Matteino perché, qualche anno fa, scoprissi questa band sotterranea e incredibile. Un culto totale per pochi eletti. Vederli a Genova, in una saletta minuscola al piano interrato di un bar (sia lode ai ragazzi del Little Italy e ad Alberto per aver organizzato questo concerto) è stato come sbronzarsi per la prima volta di gin tonic. Torni a casa col sorriso sulle labbra e ti svegli devastato come ai bei tempi.