venerdì 18 maggio 2018

Un po' di recensioni a babbo/5 La pigrizia è il mio mestiere


I soliti accidenti della vita (cioè la mia pigrizia) rendono sempre più radi gli aggiornamenti. E le poche volte che mi decido a scrivere finisce che sparo le solite cazzate. Il fatto è che ho un sacco di cose interessanti da leggere (più di quante che riesca a comprare) e quindi preferisco dedicarmi a quelle e al pastis. Tanto è uguale, no?


His Electro Blue Voice - Mental hoop
Avrò iniziato a scrivere questa recensione (non richiesta) di "Mental hoop" degli His Elcetro Blue Voice almeno un milione di volte. Ma come accade spesse con i dischi che mi ossessionano in modo particolare ho sempre finito per cancellare tutto e ricominciare da capo. Il fatto è che non è facile parlare di album del genere senza rischiare di incorrere nella più classica supercazzola giornalistica, che sa tanto di vecchia volpe della critica musicale (pur non essendola...). Ma detto francamente non saprei proprio come descrivere altrimenti questi 35 minuti e 29 secondi di nichilismo sonico. La band italiana, qui al suo secondo disco (il primo era su Sub Pop - esticazzi! - mentre adesso esce per la benemerita Meaple Death di Bologna) suona una sorta di hardcore industriale dai tratti spettrali, che lungo questi bellissimi 8 pezzi più intro si trasforma in una sinfonia disperata e violenta, suonata in mezzo a una spessa coltre di synth radioattivi. Un disco feroce e al tempo stesso melodico, che va ascoltato tutto d'un fiato (lo trovate su bandcamp e su youtube, ma procuratevi il vinile come sto tentando di fare anch'io in questi giorni). Gli His Electro Blue Voice mescolano le radici rock'n'roll degli Stooges e l'attitudine apocalittica dei gruppi dark californiani degli anni Ottanta (Christian Death su tutti), il post-punk pestone e travolgente dei primi Killing Joke e le ripetizioni ossessive dei Joy Division. Ci sono chitarre impazzite e rumori assortiti che tentano di soffocare, sotto un muro di suono nebuloso e scrosciante, una voce urlata e carica di angoscia. Un disco meravigliosamente contorto e disturbante, impossibile da non amare.


The Longshot - Love is for losers

Il mio rapporto con Billy Joe Armstrong (naturalmente a totale insaputa dell'interessato) è ridotto ormai ai minimi termini. Ho amato alla follia i Green Day e tutti i vari side-project dei componenti della band senza badare minimamente alle prese per il culo inevitabili che tale devozione finiva per scatenare fra i miei amici "punk". Ma adesso, francamente, mi sono rotto un po' i coglioni. E la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l'uscita, un paio di anni fa, di "Revolution radio": un album terribile, con canzoni terribili e suoni terribili. Ok, anche la trilogia non era un gran che (a cominciare dall'idea stessa di far uscire tre dischi uno dietro l'altro). Ma sì sa, è difficile restare lucidi quando si parla della band che ti ha letteralmente cresciuto e ti ha fatto conoscere gruppi che ancora oggi restano nella tua top ten di tutti i tempi (Adolscents, Descendents e Mr. T Experience, tanto per citarne tre). E così ho pensato che quel loro ultimo disco monotono, leccato e senza un briciolo di cuore potesse essere il classico passo falso di un gruppo in stallo creativo e con troppi anni di carriera alle spalle. Poi però sono arrivati i Longshot, il nuovo side-project di Billy Joe, e ho capito che per i Green Day non c'è più nulla da fare. Diventeranno i nuovi U2, io smetterò di andarli a vedere e finirò di comprare i loro dischi. Anche perché posso capire che, per il gruppo principale, il caro vecchio Armstrong (più vicino ai 50 che ai 40, ommiodddio!!!) abbia certi standard da garantire (anche se in realtà, ormai, i Green Day possano ciò che vogliono), ma se la stessa mancanza di verve riecheggia anche nei pezzi di una band messa su per puro divertimento con gli amici di una vita, allora il problema sei tu. Anzi è la tua voce, caro Billy. Infatti studiando attentamente ciò che più non mi convince dei recenti Green Day e che, a cascata, mi fa letteralmente odiare questi mediocrissimi Longshot mi sono accorto che il punto debole è proprio il modo di cantare di Billy Joe Armstrong. Quella voce nasale e sgraziata che è sempre stata un segno distintivo della band e che per me rappresenta il timbro ideale del cantante pop-punk, oggi suona talmente pulita, insipida e monotona che riesce a smorzare qualsiasi entusiasmo. I pezzi sarebbero anche discreti (no, in realtà sono da 5 meno meno), ma poi arriva Billy a cantare buona notte. E' un vero peccato essere arrivati a questi punti. Anche perché i Green Day restano ancora oggi una band che ascolto tantissimo. Ogni volta che metto su "39 Smooth", ma anche "Insomniac" e naturalmente "Dookie" mi vengono la pelle d'oca e le lacrime agli occhi. Di questi Longshot, invece, non so proprio che farmene.

Red Dons - Genocide 7''
Anche in questo caso, come per gli His Electro Blue Voice, il disco di cui mi accingo a parlare è uscito a novembre, ma io, come al solito, me ne sono accorto dopo sei mesi. A mia parziale discolpa devo dire che era un po' di tempo che i Red Dons, una delle migliori punk hardcore band in circolazione, non si facevano sentire. Dopo lo splendido "The dead hand of tradition" del 2015 (anno in cui li ho persino visti dal vivo in un bellissimo concerto a Milano) la band aveva fatto perdere le proprie tracce, complice anche il fatto che pur facendo base a Portland, i componenti del gruppo vivono sparsi per il mondo. Detto ciò e tornando a bomba a questo nuovo singolo intitolato "Genocide" che comprende, oltre alla title track, anche il pezzo "Letters", gli ingredienti che avevano reso così unica la band ci sono ancora tutti. Anzi, in queste due canzoni - ragazzi su, regalateci un nuovo album! - la formula Red Dons si mostra in tutto il suo splendore. Melodie malinconiche ma molto marcate, chitarre liquide e velocissime, punk 77 e primo hardcore californiano che si fondono alla perfezione in un mix di beach punk, surf e dark. Il tutto condito da ottimi testi. Se amate i primi Rotten Mind e i compianti Vicious non potete non ascoltare i Red Dons. Da non perdere anche l'ottimo secondo album, uscito una decina di anni fa e intitolato "Fake meets failure".

DeeCracks - Sonic delusions
Un bel disco è tale se riesce a catturare la tua attenzione anche quando lo ascolti distrattamente e magari sei impegnato a fare dell'altro. E direi che è proprio il caso di "Sonic delusions" dei DeeCracks. La band austriaca è ormai una veterana della scena punk-rock europea, suona spesso in Italia e fa parte di quel giro di gruppi che - per fortuna - ti capita di vedere quasi una volta all'anno nei locali e ai festival. Naturalmente, non si sta parlando di un album capolavoro, ma di un disco onesto (anzi, honesto!!!1!1!) capace di bilanciare sapientemente Ramones, Motorhead e Queers. Lungo questi 15 pezzi c'è davvero un po' di tutto e cioè la solita (ottima) roba a cui ci hanno abituati i DeeCrakcks: canzoni veloci e dalle melodie ruvide, con riff rockn'roll e ritornelli a rotta di collo (come direbbe Scaruffi). A metà disco c'è persino spazio per uno strumentale surf-desertico ("Mexican standoff"), che spezza per un paio di minuti il ritmo forsennato delle canzoni, ma con "It's been a while" si riprendo subito da dove ci eravamo interrotti. Che dire? Di dischi così, a mio modesto parere, ce n'è sempre un gran bisogno. Perché finiti i tempi belli, quando uscivano almeno venti album memorabili all'anno (tempi che, per inciso, non ho mai vissuto), poter contare su una band come di DeeCracks e su vinili come "Sonic delusions" è tutto grasso che cola.

New Berlin - Basic function
Adoro la musica minimale e scazzata. E' forse una delle cose che in assoluto preferisco ascoltare in questo periodo. Pezzi brevi e fulminanti, strumentazione ridotta all'osso, melodie indolenti e imperizia tecnica sono gli ingredienti ideali per il disco perfetto. E devono dire che i New Berlin, con il loro "Basic function" sono un esemplare davvero unico di questo non-genere. Li ho sentiti per la prima volta esattamente questa mattina e sono già uno dei miei gruppi preferiti. Stavo leggendo svogliatamente Facebbok quando sulla pagina di Lorenzo Belli è apparsa la segnalazione del loro concerto stasera o domani (non ricordo e non ho voglia di controllare) al Taun. Ho visto che fanno altre tre date in Italia, ma tutte abbastanza lontane da casa. Quindi amen: non li vedrò, non comprerò al banchetto il loro vinile e visto la mia idiosincrasia per le spese di spedizione non lo comprerò e basta. Però sentendoli su bandcamp, belli stonati e metalicci, non ho potuto fare a meno di innamorarmi di loro. Sono monotoni e martellanti, quasi robotici nel loro punk sfrigolante e lobotomizzato. Non fanno nulla per farsi notare e credo che stanotte scapperò di casa, prenderò la macchina e andrò a sentirli ovunque cazzo suonino.


giovedì 12 aprile 2018

Un po' di recensioni a babbo/4 La versione di bandcamp

Musica da bandcamp. Mi verrebbe quasi da chiamarli così (anche se il termine è oggettivamente orrendo) certi ascolti recenti. Parlo soprattutto di dischi nuovi su cui non sono ancora riuscito a mettere le mani e che muoio dalla voglia di sentire. E così, in attesa di recuperare venile o cd (e di avere anche qualche palanca per comprarli) mi accontento di soddisfare la mia curiosità buttandomi sul maledettissimo streaming. Certo, per un tossico del disco come il sottoscritto mettersi ad ascoltare musica al computer è come rifilare un cono gelato a un eroinomane, però non è che si possa sempre svortà (come dice il poeta). E quindi si fa quel che si può. Qui sotto trovate le mie solite vaccate su alcune cose ascoltate ultimamente grazie "all'internet".

Plutonium Baby -  Blast! Sci_fi music for contemporary freak


Più invecchio più penso che il punk sia tutto fuorché un genere musicale ben definito. E anche se amo ancora ascoltare "il rock'n'roll sporco e pulcioso suonato a mille all'ora" di molte band, resto un grande appassionato di tutti quei gruppi irregolari che finiscono (o sono finiti) nel calderone punk perché difficili da classificare, urticanti, incasinati, rumorosi e "sperimentali" (lo so, è un termine insensato e fuorviante, ma tant'è...). Prendiamo, per esempio, i Plutonium Baby di cui Area Pirata ha appena pubblicato l'ottimo disco "Blast! Sci_fi music for contemporary freak": la musica di questo terzetto romano mescola sintetizzatori deliziosi, chitarre metalliche e voci maschili e femminili che si rincorrono all'impazzata, come se fossero una sorta di Epoxies più sporchi e contorti. Dodici pezzi ficcati dentro un frullatore di suoni fantascientifici e sintetici, senza per questo rinunciare al rock'n'roll più basico e cavernicolo (i Devo che coverizzano i Cramps?). Ma al di là delle suggestioni che si possono utilizzare per provare a descrivere la musica dei Plutonium Baby, diciamo che parlare di punk, in questo caso, è più che giustificato. Anche perché se c'è una cosa che considero fondamentale per essere etichettati in questo modo è il senso di angoscia e frustrazione che certe pezzi riescono a trasmettere. E con i Plutonium Baby su questo terreno andiamo sul sicuro. Insomma, un album inaspettato e magnifico.


Labradors - Future ghosts
La prima volta che ho sentito i Labradors è stato a un loro concerto un bel po' di anni fa (2013?). Erano i tempi del primo album (che ancora mi piace un casino), ero a Varazze, era estate e mi trovavo a un super festival pieno di gruppi fighi, fra cui i Labradors, appunto, e i Faz Waltz. Alla fine del concerto sono corso a comprarmi i dischi di entrambe le band e al banchetto (o forse qualche giorno dopo su Facebook) mi sono buttato nei miei soliti discorsi contorti, finendo per dire che i Labradors mi ricordavano un grandissimo e a mio avviso sottovalutatissimo gruppo di cui avevo purtroppo perso le tracce, i Suinage. A quel punto qualcuno mosso a compassione mi ha rivelato che si trattava praticamente della stessa band, ma con un nome diverso (sto semplificando, he). Insomma amavo i Labradors ancora prima di averli sentiti e da quel momento ho continuato a seguirli con una certa costanza (li ho visti dal vivo almeno altre due volte). E visto che proprio in questi giorni la band ha sfornato un disco nuovo di zecca mi sono subito fiondato su bandcamp per sentirlo in anteprima. "Future ghosts", è questo il titolo dell'album uscito per To Lose La Track, va decisamente oltre quel power-rock dei loro primi lavori (che a qualcuno ricordavano un po' i Foo Fighters degli esordi ma con un pizzico di punk in più). Le canzoni, infatti, virano verso un rock più variegato, compatto e chitarristico, possono contare su suono bello pieno e ricco e decisamente meno punk di un tempo. Anche se forse, detta così, rende davvero poco. Ma non è facile descrivere questo nuovo lavoro dei Labradors utilizzando le solite categorie da finto critico musicale. Quindi diciamo subito che "Future ghosts" è un gran disco. Perché su questo non ci possono essere fraintendimenti. Se proprio volessimo fare dei paragoni, questo nuovo album suona molto "mouldiano", nel senso mi sembra piuttosto vicino al modo di comporre di Bob Mould, sia con gli Sugar sia nella sua versione solista (mentre la componente Husker Du, band che immagino rappresenti una grande influenza per i Labradors, si sente molto meno rispetto ai tempi dei Suinage). Pezzi come "Apart", con il suo crescendo "epico" e le sue chitarre a briglia sciolta o "Wave", che gira tutta intorno a una strofa molto melodica e impossibile da dimenticare, sono alcuni degli episodi migliori di un disco che va ascoltato tutto, dall'inizio alla fine. Atmosfere malinconiche si alternano a improvvise sgasate melodiche, come un ibrido fra power-pop, post-rock ed emo-core di fine Novanta.


Radio Days - El Delfin Y El Varano

E chi se l'aspettava questa svolta dai Radio Days? Intendiamoci: stiamo pur sempre parlando di una delle mie band preferite in assoluto (dico davvero, he). Un gruppo che mi ha letteralmente aperto un mondo facendomi conoscere, con colpevole ritardo e alla veneranda età di 25 anni (si parla di circa 10 anni fa) il power-pop. Quindi, al di là della mia passione sfrenata per Bare, Paco e Dario, ho un forte debito di riconoscenza nei loro confronti (come ce l'ho per i Giuda sul fronte del glam). Ma è chiaro che appena ho ascoltato questo nuovo ep pubblicato in occasione del recente tour spagnolo della band sono rimasto subito spiazzato. Perché in questi 4 pezzi (3 originali e una cover) del power-pop travolgente che ha sembra caratterizzato i Radio Days non c'è praticamente più traccia. Insomma, la band ha cambiato (quasi radicalmente) il proprio sound. Almeno per questo mini. E se devo essere sincero non è stata una brutta scelta. "El Delfin Y El Varano" infatti suona benissimo e nonostante resti dell'idea che album come "Midnight cemetery rendezvous" (che dovrebbe essere ristasmpato in vinile a breve) e "Back in the day" rimangano dei veri capolavori, anche in questo caso ci troviamo di fronte a materiale si altissima qualità. Si parte subito con una sferzata garage "alla vecchia" grazie alla sferragliante "Time is over". Con la seconda traccia si passa invece al pop delicato di "Sometimes": una ballata alla Kinks con qualche reminiscenza lennoniana. Il terzo pezzo è la cover di "I wanna be your boyfriend" dei Ramones che i Radio Days suonano da qualche tempo dal vivo (e che è sempre un bel sentire), mentre il finale riserva ancora una volta una sorpresa: un pezzo surf strumentale lungo quasi quattro minuti, che proprio non ti aspetti. Siete rimasti choccati? State tranquilli, "El Delfin Y El Varano" è un bellissimo ep, variegato ma molto personale. Ma se si tratti dell'inizio di un'interessantissima svolta o soltanto di un episodio isolato è presto per dirlo. Comunque vada, però, i Radio Days restano uno dei migliori gruppi italiani degli ultimi 10 anni.



martedì 3 aprile 2018

Un po' di recensioni a babbo/ 3 Ma c'è molta roba vecchia

E' un bel pezzo che non scrivo con regolarità su Hello Bastards (inizia così almeno la metà dei miei post) e proprio per questo ho in arretrato una bella sequela di dischi - ma non solo - di cui vorrei parlare. Magari anche brevemente, così evito di rompere le scatole ai quei quattro fuori di testa che ancora leggono le mie stronzate (lo so che lo fate solo perché siete segretamente innamorati di me!). Insomma, al di là del mio proverbiale braccino corto, in queste settimane mi sono passati per le mani un po' di album interessanti. Ed ecco, veloce come lo struzza, qualche considerazione tanto al chilo.

Briefs - Off the charts e Steal Yer Heart
I Briefs sono una delle mie nuove-vecchie ossessioni. Li avevo conosciuti grazie al libro "100 dischi ideali per capire il punk" del buon Gilardino (che ho sempre considerato il mio Vangelo) e avevo recuperato il primo e terzo album beccandoli usati rispettivamente a una fiera e durante il mio primo viaggio a Londra. E anche se mi erano piaciuti parecchio (soprattutto l'esordio "Hit after hit") non avevo mai completato la discografia. Un errore madornale a cui ho riparato solo di recente, in piena foga Dirtnap (anche se per quest'etichetta sono usciti soltanto i primi due lp). In poco tempo e con pochi soldi mi sono portato a casa i due tasselli mancanti: un paio di album da paura, che consiglio a tutti gli amanti del punk 77 e del power-pop più sporco e malato (ma che ve lo dico a fare?). Soprattutto "Steal Yar Heart" - il loro ultimo lavoro - che è uno dei quei dischi il cui successo (quasi nullo, direi) è inversamente proporzionale alla sua bellezza. Qui i Briefs hanno raggiunto l'apice della loro formula fatta di chitarre rock'n'roll marce e melodie stupende, suonate e cantate a rotta di collo. Un disco sottovalutatissimo e da ascoltare cento volte al giorno. Ottimo pure il secondo "Off the charts", anche se un pizzico meno leggendario del loro canto del cigno e forse un po' più ruvido.

Bee Bee Sea - Sonic Boomerang
Ho scoperto i Bee Bea Sea grazie a Jean di Bang Bang Radio (con cui ho fatto una puntata del mio programma su Radio Gazzara, che si chiama - pure quello - Hello Bastards, visto che sono un tipo fantasioso). Vengono da Mantova e suonano un garage lo-fi melodico e indolente, dannatamente delizioso. "Sonic boomerang" è il loro secondo disco ed è straconsigliato a chi ama le chitarre sporche, ma ha un'insana passione per il pop. Non credevo che in Italia ci fossero band così, pensavo - stupidamente - che potessero nascere solo in una terra crudele e bellissima come la California. E invece sticazzi.

Kidnappers - Will protect you
Ogni volta che Franz arriva in città con la sua distro è una festa. Magari non per il mio portafogli. Ma questo è un altro discorso. Il fatto è che quando mi immergo nel suo scatolone dei dischi trovo sempre della roba che non conosco e che finisce per piacermi alla follia. E così è stato anche in occasione del concerto dei K7's. Questo disco, in particolare, sui cui Gabry mi aveva messo in guarda (ma ormai lo so che abbiamo gusti differenti, quindi dobbiamo fare la tara sui consigli che ci diamo reciprocamente) trovo sia stato un acquisto super azzeccato. Anche i Kidnappers suonano un mix di garage melodico venato di pop-punk: tutte cose,  mi rendo conto, che piacciono ormai a pochissima gente. Quest'album, tra l'altro, è di 8 anni fa e dire che sia passato inosservato è un eufemismo. Eppure, diavolo!, soltanto l'opener "Milkshake" dovrebbe essere dichiarato patrimonio dell'umanità. Storie minime e melodie celestiali, noncuranza e bellezza assoluta. Un album che vive di grandi contrasti, ma che per quanto mi riguarda resta un piccolo capolavoro.

The Hex Dispenders - s/t
"Ma come, non conosci gli Hex Dispensers?". Quando Franz (ok, lo so che sembro fissato) ti dice una cosa del genere finisce che ti fai piccolo piccolo e abbozzi un sorriso, agguanti più in fretta che puoi il disco e speri che nessuno in giro abbia registrato la conversazione e possa utilizzarla per ricattarti. Cazzate a parte il primo lp omonimo di questa band che fino a poco tempo fa ignoravo bellamente è un bel mix di Ramones, Misfits e Groovie Ghoulies. Pop-punk oscuro e darkeggiante, come una giornata d'agosto in spiaggia con le nuvole e il venticello che ti pizzica la pelle nuda. Un altro bel disco vecchio (siamo addirittura nel 2007 e la band si è sciolta da uno o due anni) che sta monopolizzando il mio stereo. Pure la copertina spacca.

Cambrian - Mobular
Di solito, da questi parti, quando si parla di musica (cioè praticamente sempre) si tratta, al 90%, di punk. Ma in questo caso ci troviamo a fare i conti con quel 10% che mi ritaglio - orrore - per altri generi, come fanno alcuni quotidiani sportivi italiani con tutto ciò che esula dal calcio. "Mobular" dei Cambrian, però, non è uno di quei dischi "diversi dal solito" da una botta e via. E' un album bellissimo. Ed è pazzesco che possa piacere a un cazzone come il sottoscritto. Anche perché, udite udite, si tratta di un disco strumentale di 5 pezzi, con durate monstre di 9 o 8 minuti (anzi il secondo brano supera persino gli 11 minuti). Roba proibitiva, sulla carta. E allora come diavolo fa a piacermi quest'album, pubblicato dagli infaticabili ragazzi di Taxi Driver? Semplicemente perché è un disco incredibile, che mescola il doom (ommiddio) a un ingrediente insolito e formidabile: la musica hawaiana. Lo so che sembra una roba folle e in effetti lo è. Ma vi sfido a immergervi in questo oceano di suoni liquidi e pesantissimi, come un vecchio vascello che affonda a due passi dalla spiaggia. Fabio Cuomo, Boggio Nattero e Stefano Parodi hanno realizzato un'opera unica nel suo genere, da ascoltare a ripetizione e senza mai stancarsi. Copertina da 10.






mercoledì 14 marzo 2018

Di cosa parliamo quando parliamo di "Labbra" di Irene Lamponi

Non ho quasi mai parlato di teatro su questo blog, ma credo che sia giunta l'ora di farlo più spesso. Anche perché ho avuto la fortuna di assistere, ormai una settimana fa, a uno spettacolo incredibile come "Labbra" di Irene Lamponi, che oltre a curare la regia è anche una delle due interpreti insieme alla bravissima Valeria Angelozzi. "Labbra", volendo semplificare, parla di amore e sesso senza troppi tabù, ma lo fa con una grazia e una serenità travolgenti. Naturalmente si ride (e pure parecchio), ma ci si commuove anche, si soffre e ci si riconosce. Persino se le protagoniste sono due ragazze alle prese con i rispettivi problemi di coppia o due vagine parlanti che reclamano un po' di rispetto dalle proprie "padrone" (all'urlo catartico "voglio profumare di fica" è scattata la standing ovation), mentre tu, che sei seduto al buio e ti bevi un gin tonic, sei un trentenne, maschio, etero, gay, italiano, straniero: insomma apparentemente un'altra cosa. "Labbra" non è uno spettacolo di genere (maschile/femminile, intendo). Parla di donne, certo, ma parla soprattutto di noi; delle nostre paure, del nostro rapporto con gli altri e finisce affrontando un tema serio come quello della violenza sessuale. Lo spettacolo è diviso in tre parti, distinte ma necessarie. Nella prima, ambientata nel bagno di una casa, due ragazze chiacchierano dei loro rispettivi compagni mentre si depilano, si truccano e si vestono. Nella seconda parte, come detto, Lamponi e Angelozzi diventano il "volto" e la voce di due vagine (con la testa che spunta dalle sagome di cartone di due donne). Nel terzo e ultimo blocco, infine, si parla di violenza sessuale e della strumentalizzazione che in alcuni casi i media fanno di queste vicende.
In poche parole: si inizia ridendo e si finisce con un nodo alla gola e un vuoto tremendo. Ma la forza di questo spettacolo non sta solo nei temi affrontati (il sesso senza tabù, ma anche la tragedia dello stupro): ciò che rende davvero unico "Labbra" è la fisicità dei dialoghi scritti da Irene Lamponi, che con una sincerità e una crudezza disarmanti riesce a raccontare e dare forma alla nostra intimità. D'altra parte Irene (che conosco da qualche anno e che seguo attentamente) ha già dimostrato altre volte di avere una marcia in più come autrice - se non avete visto il suo piccolo grande capolavoro "Tropicana" fatelo alla prima occasione - ma con "Labbra" - realizzato in collaborazione con in il Teatro della Tosse e il Centro sociale Zapata - ha raggiunto una maturazione ulteriore. Lo spettacolo, in realtà, se non ricordo male, era nato parecchi anni fa al Teatro dell'Ortica, ma col passare del tempo è stato aggiornato, limato e modificato. E il risultato è impressionante.
Oltre che su un ottimo testo "Labbra" può contare anche su una recitazione di alto livello. Lamponi e Angelozzi sono una coppia formidabile: hanno tempi perfetti e quel tono scanzonato e scazzato che ti permette subito di entrare in sintonia con loro. Riescono a farti ribaltare dalla risate, ma sanno anche inchiodarti alla sedia quando il racconto diventa più scuro e tragico. Irene, nella prima parte, veste i panni di una ragazza impegnata politicamente piena di dubbi e insicurezze sul rapporto di coppia; il personaggio interpretato da Valeria è apparentemente la sua nemesi, ma dietro una patina più frivola, nasconde molti problemi irrisolti: quasi due stereotipi dai quali si sviluppa una storia originale e coinvolgente. Qualcuno, soprattutto guardando alla seconda parte, potrebbe pensare ai famosi "Monologhi della vagina" e forse non avrebbe tutti i torti. Ma fermarsi qui sarebbe assai superficiale, perché "Labbra" ha uno stile talmente personale da impedire qualsiasi paragone. E' uno spettacolo "politico" senza alcuna presunzione, è diretto e crudo senza essere volgare, più che comico è pirandellianamente umoristico.






sabato 17 febbraio 2018

"Polvere di stelle" di Simon Reynolds - Questo libro poteva esse' fero e invece è stato piuma

Ho appena finito "Polvere di stelle" di Simon Reynolds - pubblicato a inizio autunno in Italia da Minimun Fax - e non è stata una lettura facile e del tutto appassionante. Mi c'è voluto più di un mese e mezzo - intervallato da un bel po' di fumetti incredibili come l'intera epopea di Kagemaru Den - per terminare questo tomo di 660 pagine sul glam. E, in tutta franchezza, devo ammettere che mi aspettavo qualcosa di diverso. Per carità, forse ho sbagliato io buttarmi a capofitto su questo libro sperando di trovare pagine e pagine sul revival glam degli ultimi anni (Giuda, Cozy, Starcrawler, Slick, Dr. Boogie e Fatz Waltz) e confidando di poter finalmente leggere qualcosa su quei gruppi "minori" della scena inglese che, nella prima metà degli anni Settanta, hanno sfornato decine e decine di singoli bollenti e incredibili, per poi scomparire misteriosamente. Insomma ho fatto l'errore di sperare che Reynolds oltre a raccontarci la storia di campioni come David Bowie, T-Rex e Alice Cooper parlasse anche, in maniera diffusa, del junckshop glam (che è come il punk killed by death, cioè quello più oscuro e sfigato, che, proprio per la sua essenza effimera e perdente, ci ha regalato alcuni pezzi bellissimi e indimenticabili). Invece a questo particolare argomento il libro dedica appena due o tre pagine, con pochi consigli e soprattutto pochissime storie. Va ancora peggio per il revival glam (o forse sarebbe meglio dire: per il nuovo glam), che Reynolds associa a Lady Gaga e a tutti quei cantanti americani mainstream che fatico davvero a mettere nella stessa famiglia di T-Rex e co. Ora, i Giuda saranno anche di nicchia (e italiani), me ne rendo conto, ma mi pare un po' azzardato, quando si parla del glam contemporaneo, tirare fuori i nomi di Kesha e di altre cagate simili e non citare neppure per sbaglio tutte quelle band underground che hanno iniziato a suonare un rock'n'roll pestone e melodico, rifacendosi alle gesta degli Sweet, dei Bay City Rollers, dei Mott The Hoople e appunto del junckshop glam.
"Polvere di stelle", essendo un libro di Reynolds, ha naturalmente un'impostazione molto intellettuale e cerca di trattare la materia in modo organico e globale, fra citazioni colte di filosofia, letteratura e sociologia. E fin qui tutto bene, anche perché non è che se parli della musica della strada e del proletariato - com'era una parte di glam inglese se pensiamo, per esempio, agli Slade, che personalmente adoro - devi per forza abbandonare ogni pulsione intellettuale e rifiutare a priori un'analisi più approfondita, elaborata ed erudita. Anzi, farlo - come in parte avviene in questo libro - offre senza dubbio una serie di spunti interessanti e rende ancora più avvincente la lettura. Insomma, in questo Reynolds non delude certo i suoi "fan" (me compreso).
Ma è la scelta musicale dell'autore che mi sento di criticare (lo so che può sembrare grottesco che un cretino come me critichi il grande Simon Reynolds e quindi, forse, è meglio che concludiate qui la lettura di questo post; chi invece intende farsi del male o non vede l'ora di prendermi giustamente per il culo vada pure avanti). Secondo me "Polvere di stelle" assomiglia più una biografia di David Bowie, o forse sarebbe meglio dire a un trattato o addirittura a un atto d'amore nei suoi confronti, che a un libro sul glam. Reynolds non si limita a parlare della fase legata a Ziggy Stardust e Diamond Dogs, quella appunto "glam" del Duca Bianco (soprannome che tra l'altro riguarda un'altra sua evoluzione, ma vabbè, famo a capisse'), ma parte dalla giovinezza dell'artista - quando ancora non aveva scritto neppure una canzone - e arriva fino alla pubblicazione di "Blackstar" e alla suo morte. Il tutto, naturalmente, intervallato dalle storie di altre icone glam come Marc Bolan, Alice Cooper, i Mott, gli Slade e tutto il campionario. A mio modesto parere , però - ma forse sono io ad aver sbagliato libro - parlare così diffusamente di Bowie - compreso il suo soggiorno parecchio incasinato in California o il suo periodo berlinese - ha portato Reynolds decisamente fuori tema. Anche perché se avessi voluto leggere una biografia di David Bowie me ne sarei comprata una. Ma questo, cazzo, doveva essere un libro sul glam! Poi certo, come ho già detto, si parla dei New York Dolls, dei Roxy Music (in questo caso, per fortuna, anche assai diffusamente) e di tutti i gruppi "classici" del genere. Di band un po' più sfigate, ma decisamente importanti per la diffusione e la canonizzazione del glam come Bay City Rollers e Mud, invece, si fa giusto qualche timido cenno. E' come se Reynolds avesse voluto privilegiare i gruppi di cui, bene o male, la gente sa già parecchie cose, lasciando nella loro oscurità la band meno conosciute. Eppure è anche lì che si trova l'essenza di questo genere musicale. Come se in un libro sul punk si parlasse soltanto di Clash, Sex Pistols e Ramones; certo, bisogna raccontare diffusamente le loro storie perché sono i gruppi che hanno maggiormente incarnato il punk soprattutto agli occhi del grande pubblico, ma poi occorre dare il giusto spazio anche Descendents, Adolescents, Boys, Chelsea, Adverts e a tantissime altre formazioni di cui difficilmente ci si imbatte a un primo approccio, ma che in realtà hanno costituito le basi del punk.
La parte finale del libro, quella sul "nuovo glam", è stata senza dubbio la più faticosa. E associo la scelta di Reynolds di tirare in ballo Lady Gaga e Kanye West a quell'impulso che hanno molti critici musicali "puri" di guardare con curiosità e interesse a qualsiasi evoluzione del music business. Reynolds, che è partito dal punk e dal post-punk, non si è fermato alla musica che ascoltava nella sua adolescenza come ho fatto io e come fanno molti semplici appassionati, ma un po' per lavoro e un po' per interesse culturale è andato oltre. Diciamo che, pur essendo più vecchio di me non ha i miei stessi paraocchi e non si fa ingabbiare da alcuna barriera di genere. E forse è anche per questo che è uno dei critici musicali più stimati in circolazione. Io però, pur leggendolo con profondo interesse, preferisco un approccio più sanguigno e scorretto alla Lester Bangs, che - forse complice la sua prematura scomparsa - è rimasto fedele alle proprie radici - soprattutto a quelle del rock - e non ha risparmiato critiche a certe "evoluzioni" musicali. Reynolds è sempre aggiornatissimo; non perché debba esserlo per forza,. ma perché quella è la sua natura. Ascolta con piacere tutte le trasformazioni dell'hip hop  e della nuova scena elettronica, è avanti anni luce e per uno come me, che da vent'anni, a parte qualche piccola apertura, sente praticamente la stessa musica, rappresenta senza dubbio una lettura stimolante ed esotica. Difficilmente però riuscirà a emozionarmi e a rimestarmi le budella come Lester Bangs (ma questo è un altro discorso)
In conclusione: a me Simon Reynolds piace ("Post-punk" e "Retromania", per ragioni diverse, sono due libri che ho amato moltissimo e che ritengo dei capolavori), ma "Polvere di stelle" mi sembra meno a fuoco rispetto ad altri sui lavori. Pensavo di trovarci qualcosa di meno "canonico" (ma questo è soprattutto un problema mio) e non ho condiviso alcune scelte. Detto questo è un libro ben scritto e con centinaia di spunti e suggestioni interessanti. Leggendolo ho scoperto delle band che non conoscevo come i Mud, di cui sono corso immediatamente a comprare i dischi. Speravo solo in un approccio più underground.


mercoledì 14 febbraio 2018

Sporchi, melodici e imbecilli - Ode alla Dirtnap records

E' vero che sono facile agli innamoramenti musicali improvvisi. Ma di solito durano poco e, nonostante lascino sempre qualcosa di interessante, poi, come sempre, torno al mio caldo e rassicurante ovile fatto di solide certezze come Husker Du, Clash, Ramones, Green Day e NOFX. Che ci volte fare: sono abitudinario (e no, ragaz, non sto citando Elio e le storie tese, mi fanno schifo, lo sapete, dai). Comunque: complice il mitico Franz Barcella - a cui ormai ho deciso di affidare i miei corsi d'aggiornamento musicale in campo punk-rock e power-pop - mi sono imbattuto in una band che, da ragazzino, avevo completamente ignorato e che adesso mi fa girare la testa come un adolescente. Sto parlando dei Marked Men, un gruppo texano di fine anni Novanta-primi anni Duemila che ha pubblicato su Dirtnap quattro dischi di punk melodico ed evocativo, a base di coretti, pezzi brevi e fulminanti e spirito lo-fi. A me sembrano una sorta di ibrido fra il beach punk di Orange County e i gruppi Lookout di 25 anni fa: come se i Queers coverizzassero gli Adolescents e i Middle Class. Una rivelazione, cazzo. Che oltre a farmi vedere finalmente la luce, mi ha anche fatto rimpiangere tutto quel tempo perso tra la fine del liceo e l'inizio dell'università - il periodo in cui più o meno i Marked Men cominciavo a pubblicare le prime cose - passato ad ascoltare gruppi di merda come i Good Charlotte (ok, ero piccolo e mi ero solo masterizzato il primo disco: quindi non esagerate). Ma non sono qui per parlarvi solo dei Marked Men, altrimenti, essendo un neofita dovrei chiuderla qui o al massimo potrei consigliarvi di recuperare ogni loro disco e in particolare "Fix my brain" (ma che ve lo dico a fa'?, tanto siete tutti più sgamati e avanti di me).
In realtà sono partito da questa fantasmagorica band texana per fare un discorso più ampio e parlare della Dirtnap records. Anche perché una volta recuperato il tempo perduto e constatato, come mi accade spesso, che anche questa band super figa ha inciso i propri dischi per la label di Madison (Wisconsin), mi è venuto quasi naturale fare mente locale sui dischi targati Dirtnap che ho a casa. Purtroppo ho scoperto, con mio sommo rincrescimento, che non ne ho tantissimi (Epoxies, Briefs, Steve Adamyk Band, Mean Jeans, Mind Control e Bad Sports). E così ho fatto la classica cazzata che non bisognerebbe mai fare in questi casi: sono andato sul sito della casa discografica e ho cliccato alla voce "releases". Quello è stato l'inizio della fine, una fine che non è ancora arrivata - perché il fondo in questi casi non lo tocchi mai davvero - che ha avuto il suo apice quando ho provato ad ascoltare, un po' per caso e quasi in ordine di pubblicazione, i dischi che non conoscevo del periodo aureo della Dirtnap.
Il primo in cui mi sono imbattuto (trovandolo su Spotify perché su Yuoutbe c'era poco e niente) è "Need a wave" di Jeffie Genetic And His Clones: una bomba assoluta. Tanto che poi me lo sono comprato (su Discogs, visto che è fuori catalogo da un pezzo). Al di là del nome ignorantissimo - che rivela come il nostro Jeffie sia l'unico componente della band - ci troviamo di fronte a un piccolo capolavoro dimenticato del punk degli anni Duemila. Il periodo è lo stesso degli Epoxies - una mia vecchia passione - e infatti i suoni sono abbastanza simili a quelli della band di Portland. Jeffie però, oltre alle massicce dosi di synth poppettosi alla Devo, infila dentro il suo fantastico minestrone anche un bel po' di power-pop e punk 77 tipo Beat, Dead Boys e Boys. Quel pizzico di rock'n'roll marcio ma dal cuore melodico, che alterna chitarre taglienti a suoni sintetici, voci dementi e cori a manetta. Un album senza neppure un cedimento, compatto e perfetto nella sua semplicità. Una di quelle botte di culo, che ogni tanto la vita ti riserva.
E quindi, visto che mi era andata così bene al primo tentativo, ho deciso di continuare e, purtroppo, ho scovato altre band incredibili. Dico purtroppo perché sono tutti dischi che vorrei comprare senza starmela troppo a menare. Ma visto che sono poveraccio, mi dovrò accontentare di recuperarne soltanto qualcuno e di ascoltare gli altri su Spotify (che per me equivale alla differenza tra scopare e farsi una sega). Il secondo superdisco del lotto è il primo dei Girls, uscito proprio un attimo dopo quello di Jeffie. Si tratta di una band tutta al maschile nata a Seattle - anche perché le cose più fighe targate Dirtnap vengono da lì o da Portland - che pur mescolando sempre le solite carte (punk, power-pop e questa volta pure un pizzico di glam alla T-Rex) sforna un album potente, rumoroso e melodico. E se vi sembra che la parola "melodia" ricorra un po' troppo spesso lungo il post, sappiate che è proprio questo, secondo me, il filo conduttore delle produzioni Dirtnap: tutti i dischi, anche quelli più sporchi e ruvidi, hanno un fondo melodico impareggiabile, che te li fa amare immediatamente. E' inutile dire che anche quest'album, grazie a un'offertona me lo sono portato a casa, tiè. Dopo i Girls è stata la volta dei Minds e del loro disco "Plastic Girls". Anche questa band, di cui non so praticamente nulla e che credo, si sia fermata solo a questa prima uscita, flirta pericolosamente con i sintetizzatori e i suoni sintetici, ma spinge molto di più sul punk e il garage rispetto al power-pop. Un suono più grezzo e sporco, quindi, ma sempre melodico e dal retrogusto agrodolce. Un marchio di fabbrica, che difficilmente non troverete sui dischi di questa fantastica label. E badate bene che fino a qui non ho detto niente su gente già abbastanza famosa come Briefs (nell'elenco del sito Internet non ci sono, ma a quanto so il primo disco è uscito inizialmente su Dirtnap), gli Epoxies, che mi avevano letteralmente folgorato con "Need more time" ai tempi del primo volume di "Rock against Bush" e che per me restano una delle band cardine dei Duemila e i primissimi Mean Jeans, che purtroppo hanno perso la bussola già dal secondo disco targato sempre Dirtnap, prima di rinsavire - seppure leggermente e mai ai livelli dell'esordio e dei singoli - col terzo album su Fat. La label di Mike, tra l'altro, ha sempre tenuto d'occhio la Dirtnap - così come la Red Scare - e infatti gli Epoxies li ho scoperti proprio grazie alla Fat, che oltre a infilarli a tradimento in quella storica compilation aveva anche ristampato il loro primo disco su Dirtnap (anche il secondo album è molto bello). Per non farla tanto lunga e chiuderla qui, altri consigli al volo che mi sento di dare a tutti i neofiti della Dirtnap (anche se mai come in questo caso vale la pena dire: comprate tutto a occhi chiusi) sono i già citati Bad Sports (soprattutto il primo disco omonimo), gli Ergs!, gli Exploding Hearts e i Guntanamo Baywatch (tutti e tre hanno pubblicato dischi un po' ovunque ma la roba su Dirtnap merita di sicuro), i Mind Spiders, i Radioactivity, gli White Wires, le Riff Randells e i Beat Beat Beat, abrasivi e punk ma - eccevelodicoafa' - melodici.




venerdì 2 febbraio 2018

Akira - La colonna sonora della mia infanzia post-atomica

Avevo 9 anni e facevo la quarta elementare quando ho comprato il mio primo "Akira" dal giornalaio sotto casa. Era il numero 21 - edizione Glénat Italia - e si intitolava "La rabbia e il tormento": una manciata di parole che già così - senza neppure sfogliare le pagine dell'albo - mi avevano piacevolmente inquietato. E anche se "Akira" di Katsuhiro Otomo non è mai stato un "fumetto" particolarmente violento e angosciante, devo ammettere che, quel numero in particolare, era una roba assolutamente clamorosa per un pivello delle elementari. C'era Testuo che smadonnava perché era in crisi d'astinenza, c'erano montagne di pillole colorate che comparivano da una pagine all'altra come caramelle e verso le fine del numero una banda di pazzi entrava nel convento di Lady Miyako e faceva a brandelli i poveri monaci che lo presidiavano. Come direbbe il poeta: ettolitri di sangue. Tanto che i miei genitori avevano pensato di requisirmi quel piccolo tesoro e fargli fare la fine del primo numero della rivista "Zero" che avevo comprato a 6 anni sull'entusiasmo di Ken il guerriero: e cioè buttarlo nella spazzatura, dopo la spiata del solerte papà di un compagno di scuola. Vabbè, robe da chiodi.
Ma torniamo ad "Akira": da quel momento, direi approssimativamente dall'inverno del 92, la mia vita è totalmente cambiata. L'incontro con i manga e soprattutto con quel manga che ancora oggi venero e adoro mi ha sconquassato, e lo ha fatto quanto e come il punk 5 anni dopo. Insomma: la scoperta di "Akira" resta uno dei momenti più importanti e formativi della mia miserabile esistenza. Tanto che, pur avendo una memoria formidabile in quanto a brevità, ricordo quasi tutto di quei giorni. Per esempio non dimenticherò mai quando, pochi mesi dopo quella prima lettura maledetta, sul numero 23, è comparso l'annuncio che, finalmente, anche nelle sale cinematografiche italiane, sarebbe arrivato il "cartone animato" del capolavoro di Otomo. Dopo mille insistenze ero riuscito a convincere mio padre a portarmelo a vedere in un sonnacchioso pomeriggio di primavera e ricordo, come se fosse ieri, che mi tremavano le gambe dall'emozione. La sala era semivuota, a parte qualche nerd e una nonna coi nipotini che probabilmente non aveva la più pallide idea di cosa avrebbe visto da lì a poco. Inutile dire che per me si è trattato di un altro pomeriggio cruciale e fondamentale, che ha contribuito a cambiare ancora un po' la mia sfigatissima vita. Nel corso degli anni il mio personalissimo culto nei confronti di "Akira" è sempre rimasto vivo e fortissimo, tanto che oltre alla prima edizione a colori del fumetto in 38 numeri (i primi 20 li ho recuperati tutti insieme come unico regalo di Natale), possiedo anche i sei volumi in bianco e nero della Planet Manga (sullo stile della versione originale giapponese) che oggi campeggiano nella libreria del mio salotto (fino a un paio d'anni fa avevo anche i 12 numeri in bianco e nero usciti quando ero alle superiori ma li ho regalati a un amico, perché altrimenti rischiavo il divorzio). Anche il film è stato preda della mia ossessione collezionistica. Ho comprato la videocassetta appena è uscita a metà Anni Novanta (al momento però non so dirvi dove diavolo l'abbia infilata), mentre una quindicina di anni fa mi sono procurato il doppio dvd, con gli inserti speciali. Ciò che non ho mai avuto, almeno fino a ieri, è la colonna sonora del cartone animato, che mi aveva colpito tantissimo sin da quella prima visione al cinema. A 9 anni, però, non capivo nulla di musica (e qualcuno potrebbe sostenere che da allora è cambiato molto poco). Ma quei suoni ossessivi e claustrofobici, quelle melodie malate e ansimanti che accompagnavano gli scontri in moto fra la banda di Kaneda e i Clown di Joker oppure quelle cavalcate soniche durante la trasformazione di Testuo hanno risuonato per anni nelle mie orecchie.
Qualche giorno fa leggendo sul sito Fummettologica del un ritorno "Akira" al cinema (solo il 18 aprile, con un nuovo doppiaggio) mi sono chiesto se fosse possibile trovare quella colonna sonora che avevo sempre desiderato ascoltare, ma che poi, stupidamente, non avevo mai realmente comprato. Spulciando un po' in rete ho scoperto che la musica del film di "Akira" - pubblicata su cd o doppio vinile - è una sorta di composizione unica divisa in tracce diverse, con motivi ricorrenti. Ad averla scritta, suonata e incisa è il collettivo Geinoh Yamashirogumi, che conta quasi un centinaio di musicisti ed è stato fondato 1974 da un personaggio incredibile e fondamentale per la musica d'avanguardia giapponese: Shoji Yamashiro, pseudonimo di Tsutomu Ōhashi, che oltre a essere un compositore e un direttore d'orchestra è anche un noto scienziato, che fonde musica e ricerca, mescolando i suoni algidi dell'elettronica, con il folk e la musica antica e tradizionale. Un vero e proprio alchimista, che Otomo ha voluto con tutte le sue forza per musicare il film più importante della sua carriera. Di questa colonna sonora esistono tre diverse versioni, ma io ho preso banalmente quella più standard ed economica. Ascoltarla in cuffia è un'esperienza incredibile, perché si riesce a percepire la varietà di suoni che il collettivo Geinoh Yamashirogumi è riuscito a infilare in queste composizioni così stratificate e ipnotiche. E' una musica molto fisica e ossessiva quella che esce fuori dalle dieci tracce del disco: ci sono suoni liquidi e quasi impercettibili, come piccoli carillon che tintinnano nel buio e poi lunghe suite a base di percussioni violentissime, che squarciano il silenzio. Il disco si apre con "Kaneda", un brano che per me vale l'intero album, grazie a quella melodia viscida che ti si insinua subito nel cervello, per poi procedere con una progressione sempre più angosciante e pronta a esplodere. Chiudo gli occhi e mi sembra di vedere le immagini del film: le moto che sfrigolano sulla tangenziale di Neo Tokyo, con le luci dei fari che restano appiccicate alla strada e le insegne al neon dei negozi. Un altro brano pazzesco è "Battle against clown", con quel respiro ansiogeno e affannoso che sembra uscire direttamente da sotto l'asfalto e che compone il tema principale della seconda traccia. La chiusura del disco è affidata alla lunga suite "Requiem" che rappresenta un po' la summa dell'intera composizione, con suoni e temi che ritornano e si intrecciano fra loro, come una lunga preghiera psichedelica a un Dio alieno che ci annienterà tutti.