venerdì 8 maggio 2020

Un po' di recensioni a babbo/17 Roma punkona e co.


Torno ad aggiornare il blog dopo un mese di silenzio con qualche recensione, visto che mi sono trovato per le mani una manciata di ottimi dischi. Quattro su cinque sono targati Area Pirata.


AAVV – Rocks these ancient ruins – Mamma Roma's kids
Non è sempre stata figa come oggi la scena punk romana. Ha attraversato varie fasi, come capita spesso. Ma ci ha sempre regalato grandi band. Prendete il periodo d'oro dell'hardcore italiano: nei furiosi anni Ottanta erano decisamente altre le città a dettare la linea. Anche se dalla Capitala arrivava un gruppo stratosferico a metà fra il punk 77 e l'hc che tutti voi dovreste conoscere e amare: i Bloody Riot del compianto Roberto Perciballi. E proprio nei Bloody Riot ha mosso i primi passi uno dei pilastri della Roma punk di ieri e di oggi: Alex Vargiu, che sin dalla fine degli Anni Settanta è stato (ed è tuttora) uno dei protagonisti della scena capitolina, grazie a una serie di band incredibili come i Bingo, autori di un solo album e di una manciata di singoli nella seconda metà degli anni novanta (altro periodo fertilissimo per la Città Eterna). Ma dicevamo di Alex - che ho avuto il piacere di conoscere una volta da Hellnation –: è sua, in tandem con Pauletta Du (Plutonium Baby e Motarama), la mano dietro lo splendido artowork di “Rocks these ancient ruins – Mamma Roma's kids”, splendida raccolta di band punk, rock'n'roll e glam della scena romana, curata e compilata con grande gusto da Simone Lucciola (Blood 77, Gioventù Bruciata e la fanza Lamette) e Lorenzo Canevacci (Wendy?! e Bloody Riot). Un'idea semplice, ma meravigliosa - nata sulla scia delle prime edizioni del “Raw rock'n'roll festival” - che ci dimostra quanto siano vivi e pulsanti certi suoni nelle viscere della Capitale. La compilation, prodotta da Area Pirata e Surfin' Ki Records in vinile, non mette in fila solo i migliori gruppi attualmente in circolazione, ma butta nella mischia anche qualche nome storico tornato recentemente alla ribalta. Il piatto è davvero ricchissimo e la scaletta è con i contro fiocchi. C'è il punk dritto e sporco degli Alieni, il power-pop glammoso degli Wendy?! e il punk melodico e velenoso di Alex Dissuader (Alex Vargiu), che è, senza ombra di dubbio, tra le cose migliori che potrete ascoltare su questi solchi. E ancora: il garage psichedelico dei Plutonium Baby, il punk-rock ramonesiano dei Beats Me (che non conoscevo e che mi sono piaciuti molto), il rock'n'roll marcio e catarroso dei Blood '77 e i Cyclone (altro gruppo che ho ascoltato per la prima volta grazie a questa raccolta) con la loro trascinante e dissonante "Fuga fuori Roma", una sorta di oi! sperimentale. Non saprei definirla altrimenti.
Anche se in questa compilation mancano i Giuda ci sono comunque i mai troppo lodati Taxi (l'incarnazione precedente e punk della band di Tenda e Lorenzo): un gruppo pazzesco, che andrebbe riscoperto all'istante. I Queen Kong – band al suo esordio assoluto con Alex Vargiu e Daniela dei Plutonium Baby e Carlo Panta - hanno una vena pop seducente, che si insinua come un serpente sotto una chitarra punk che macina riff a manetta, mentre gli Human Race - tra i miei preferiti fra i nuovi gruppi romani - vanno alle radici del punk '77 californiano e toccano le corde del cuore. Gli Idol Lips sono una macchina ben oliata di garage a tutta velocità, mentre i Tigers in Furs sono un'altra punk band "alla vecchia" - come i già citati Human Race - da cui attendo, ormai da tempo, un album sulla lunga distanza. Chiudono questa compilation pazzesca - non c'è neppure un pezzo fuori posto – altre due grandi band: i Mad Rollers, vorticosi e in bilico tra punk, glam e power-pop, e un pezzo di storia del primo punk romano di fine Settanta come i Ferox, che qualche mese fa hanno pubblicato il loro primo disco su Rave Up. La nota critica del disco è curata dal giornalista Federico Guglielmi (che non credo abbia bisogno di presentazioni).

Smallatown Tigers – Five things
Punk sporco e indolente, una voce catarrosa che fa da contraltare a melodie allo zucchero filato avariato e un'urgenza, come si dice in questi casi, che ti riconcilia con il mondo. Le Smolltown Tigers sono tre teppiste di Rimini che suonano un rok'n'roll cattivo e senza pretese, pieno di coretti deliziosi e guidato da un suono di chitarra minimale ed eccitante. Per quel che mi riguarda hanno tutti gli ingredienti della band perfetta. Non fanno nulla per farsi piacere e invece sono irresistibili. Questo lp di 8 pezzi targato Area Pirata arriva dopo un ottimo e promettente singolo uscito qualche mese fa. Ma quello era solo l'antipasto: con "Five things" le ragazze dimostrano che ci sanno fare alla grande. "Girl", il secondo pezzo in scaletta, è una vera bomba, così come "Runaway girl", con quel ritornello zoppicante e quel riff clamoroso, che ti entra subito in testa. Ma tutte le otto canzoni in scaletta sono dei veri gioielli. L'album sembra registrato 45 anni fa, agli albori del punk, quando una manciata di band decise di resuscitare il vecchio rock'n'roll, con una dose di cattiveria in più. Non voglio tirarla troppo per le lunghe, ma credo proprio che "Five things" si candidi a diventare uno dei dischi più belli usciti quest'anno. Non è un caso che le Smalltown Tigers siano in piedi da poco tempo, ma abbiano già suonato in giro per l'Europa.

Strange Flowers – Songs for imaginary movies
"Songs for imaginary movies" è il nome perfetto per l'ottavo album degli Strange Flowers, targato Area Pirata e Surfin' Ki. La band neo psichedelica pisana (attiva dal 1987) non ama guardarsi indietro e nella sua seconda vita iniziata 17 anni fa e costellata di alcuni cambi di formazione - anche se qui i ragazzi si riprestano con il nucleo praticamente originale - ha dimostrato di sapersi sempre reinventare, senza perdere il proprio tocco "magico". E questo nuovo disco ne è uno splendido esempio. Gli undici brani in scaletta (più due bonus per la versione cd) scorrono limpidi e avvolgenti come un Margarita ghiacciato, bevuto a bordo vasca e hanno una carica onirica unica, che li fa sembrare davvero la colonna sonora di un film. Ci sono i rimandi alla psichedelia anni Sessanta, chiaramente, ma non mancano neppure i punti di contatto con il power-pop della origini (alla Big Star, tanto per capirci): quel suono malinconico ma dannatamente rock, che ti ammalia subito con le sue melodie liquide e ricercate. D'altra parte gli Strange Flowers sono un gruppo che fa le cose per bene e che cura nei minimi dettagli ogni pezzo (gli arrangiamenti sono uno dei punti di forza del disco). La freschezza di "Song of the jungle" fa da contraltare alla psichedelia di "Heal", il garage (quasi funk) di "Supermodel" va a braccetto con il folk di "The girl with the moon in her eyes". Un album che colpisce subito al cuore e che si fa amare sin dal primo ascolto.

Golden Shower – Dildo party
Si fa presto a dire garage. I Golden Shower sono un gruppo urticante di punk'n'roll tagliente, che non disegna la melodia acida e il rock delle radici. Sin dal nome (ma anche dal titolo del disco: "Dildo party") i nostri non fanno nulla per farsi accettare nei salotti buoni della musica di tendenza. E fanno maledettamente bene. Anche perché il rock'n'roll non è mai stato un party di gala, al massimo un dildo party. D'alltra parte se la musica del diavolo oggi non fa più paura a nessuno, riuscire a imbarazzare qualche anima candida è il minimo sindacale per chi suona un certo tipo di musica. Ma in questi tredici pezzi i Golden Shower non si limitano a mettere a nudo - è il caso di dirlo - la nostra falsa moralità: la band punta soprattutto a farci ballare e divertire. Come si fa a stare fermi con il ritmo vorticoso di "Velvet sky"? E che pezzo da sballo è "Timeless", con la sua inaspettata vena "pop" che ricorda gli ultimi Black Lips? "Dildo party" è un album davvero ottimo, che parte bello spedito, ma che è anche capace di rallentare e regalarci pezzi intensi e rock "all'americana". Un disco davvero eccellente, che porta il marchio di qualità Area Pirata.

The Trip Takers – The Trip Takers collection
Esattamente un anno fa (vabbè, era l'11 maggio ma siamo lì) ho recensito su questo scalcinato blog "Don't back out now" dei Trip Takers, un ottimo lp di scintillante r&b anni Sessanta, che mi aveva colpito al cuore. Dodici mesi dopo Area Pirata - che aveva prodotto quel 33 giri - ha deciso di pubblicare un cd con tutto il materiale della band e quindi oltre a "Don't back out now" anche il singolo "Jumpers blues/Another one" del 2018 e il mini album omonimo del 2017. Otto tracce in più rispetto al disco dell'anno scorso, che rendono ancora più speciale questa "raccolta". Gli ingredienti che mi avevano fatto amare "Don't back out now" ci sono tutti, ma devo dire che il primo materiale della band - che ignoravo totalmente - è ancora più devoto alla causa sixties dell'album uscito 365 giorni fa: i campanellini di "You are not me", che chiude il mini, sono spettacolari, mentre il 7'' sembra uscito direttamente dalla penna dei Count Five. Sulla qualità dell'album dell'anno scorso non mi sto a ripetere: era una figata molto Kinks e Creation. Ma se proprio vogliamo trovare una piccola differenza tra il materiale più vecchio e quello più recente dei Trip Takers direi che prima i modelli di riferimenti mi parevano più americani, adesso - almeno per quanto riguarda"Don't back out now" - direi che lo sguardo è rivolto soprattutto (ma non solo) all'Inghilterra.

Kinn-Ocks - Resurrection
Dura 11 minuti per sei canzoni (più un'introduzione e un outro di pianoforte) il nuovo rozzissimo ep dei Kinn-Ocks di Paolo Merenda. “Resurrection” è stato scritto e registrato in piena quarantena e dopo una partenza “lenta” con la ballata “8 bit love”, sfodera una serie di randellate scum punk pronte a spettinarvi i capelli (che tanto sono due mesi che non andate dal parrucchiere e sarete tutti un disastro). Pezzi come “No onions” e la metallica “Old school” sono proiettili di piombo per lupi mannari con la cresta alla moicana. Ma anche i brani più cadenzati e meno violenti come “Capitan underpants” (titolo da dieci, vorrei leggere il testo) e “Donate blood” - con le sue atmosfere dark – sono carichi di ferocia e spontaneità. Chiude (prima dell'outro) un'altra bastonata nei denti intitolata “Nintendo R'N'R”: un piccolo inno malsano, condito da una chitarre che frigge e si tormenta. I Kinn-Ocks sono un dei gruppi più punk in circolazione. Suonano come se non potessero farne a meno. E forse è davvero così. Per il momento il disco esiste solo in formato digitale (lo trovate su Yuotube). Spero di poterlo stringere presto fra le mie vecchie mani rugose.

mercoledì 8 aprile 2020

Nuovo cinema punk-hardcore

In questi giorni di quarantena, pur lavorando e pur avendo una bambina piccola (ok, presto smetterò di scriverlo in ogni post), ho trovato più tempo per fare cose che mi piacciono e piano piano sto cercando di recuperare alcuni dischi, libri, fumetti, film, riviste (e quindi cose importanti) che ho accumulato nei mesi scorsi e che non sono ancora riuscito a godermi appieno. Negli ultimi tre giorni, anche grazie all'aiuto fondamentale di due amici, ho visto tre di documentari che bramavo da diverso tempo: "Turn it around", sulla scena californiana della Bay Area legata al Gilman Street e alla Lookout, "Punk", la serie tv in 4 puntate prodotta da Iggy Pop (che tra l'altro è pure la voce narrante di "Turn it around", vedi i casi della vita) e "Hanno paura di me", il documentario sul Professor Bad Trip.


TURN IT AROUND - THE STORY OF EAST BAY PUNK. 
di Robert Adeuyi.
Partiamo proprio da "Turn it around", uscito un annetto fa e prodotto dai Green Day (con tanto di colonna sonora in vinile): un film bellissimo dalla durata "monstre" di due ore e mezza (anzi, due ore e 37 minuti). Appena ne ho sentito parlare ho cercato in tutti i modi una versione in dvd che contenesse i sottotitoli in italiano. E avrei speso anche 30 euro, se qualcuno lo avesse messo in commercio. Il massimo che sono riuscito a trovare però - grazie alle solite buone dritte - è stata la versione integrale su Youtube in alta risoluzione, senza alcun tipo di sottotitolo (neppure in inglese). Naturalmente in pochi giorni quel video è stato rimosso dalla piattaforma (lode a chi l'ha caricato nottetempo). Ma, fortunatamente, ho avuto l'accortezza di segnalarlo a Gippy (che aveva già sottotitolato lavori simili, ma mai così lunghi) che, in men che  non si dica, l'ha scaricato e si è messo sotto a tradurlo. Un lavoro mastodontico e completamente diy, terminato pochi giorni fa solo grazie alla quarantena.
Esatto, avete capito bene: uno dei migliori documentari sul punk americano è stato finalmente sottotitolato in italiano e oggi se lo possono godere anche i caproni come me (anche perché dovreste provare a decifrare ciò che dicono Mike Dirnt e Matt Freeman nelle interviste... ).
Ma torniamo al contenuto vero e proprio del "film". "Turn it around" prende il nome dalla prima e seminale compilation sulla scena punk (ma non solo) che, a fine anni Ottanta, gravitava intorno al 924 Gilman Street, il circolo giovanile di Berkeley fondato, nel 1986, da Tim Yohannon di Maximumrocknroll e da una schiera di giovani reietti della zona compresa tra San Francisco, Oakland, Berkeley e tutte le piccole e insignificanti cittadini lì intorno (Pinole, Rodeo ecc). Una comunità, che ha potuto contare anche sul supporto della Lookout Records di Larry Livermore, che qualche anno dopo avrebbe fatto il botto grazie ai Green Day e al loro successo planetario su major.
Senza scendere troppo nei dettagli "Turn it around" è indubbiamente uno dei documentari sul punk più appassionanti e coinvolgenti che abbia mai visto. Ma forse la penso così perché adoro quella scena e vado matto per gruppi come Crimpshrine, Mr. T Experience, Operation Ivy, Sweet Baby (ex Sweet Baby Jesus), Lookouts, Isocracy e Corrupted Morals. Insomma il punk e l'hc della Bay Area per eccellenza. Il documentario scandaglia fino in fondo questo periodo storico, che, come precisa qualcuno, sarebbe rimasto sommerso o relegato a una precisa area geografica se non ci fosse stata la Lookout Records. Prima di lanciare Queers e Screeching Weasel, l'etichetta di Livermore ha fatto ciò che tutte le case discografiche indipendenti dovrebbero fare: ha registrato le band della sua zona, dando un chance a un sacco di ragazzini arrabbiati e senza nulla da perdere. In questo modo ha dato dignità a una scena, che, per sua fortuna, era molto viva, creativa ed eterogenea, pur rimanendo all'interno del "recinto" punk. Ogni band, come succede tutte le volte che ci troviamo di fronte a un piccolo miracolo musicale, suonava diversa dalle altre, ma le radici e la matrice erano comuni (anche per il grunge è stato così. E che mi dite del primissimo punk newyorkese, almeno fino al 77?). Quella era la sua forza, corroborata, naturalmente, da uno spazio come il Gilman che, oltre a offrire un palco e un tetto a tutte quelle band, ha anche contribuito alla loro educazione "politica", promuovendo l'aggregazione, l'antirazzismo, l'antifascismo, la lotta al sessismo e a qualsiasi tipo di prevaricazione.
Inutile dire che lungo le 2 ore e 37 minuti di "Turn it around" potrete vedere e ascoltare praticamente tutti i protagonisti di quella storia. E il fatto che siano stati proprio i Green Day a produrre il documentario, secondo me, è un altro segnale importante di come fosse unita la scena del Gilman delle origini. Tim Yohannan (buonanima) non è mai stato tenero con Billie Joe e soci dopo che hanno firmato per la Reprise (anzi, su Maximumrocknroll vennero messi letteralmente alla gogna, anche se non direttamente da Tim) e per molto tempo la band fu addirittura bandita dal Gilman, nonostante fosse stata la sua casa per anni. In tempi recenti - purtroppo dopo la morte di Yohannan, direi, anche se da tempo Tim non guidava più il centro giovanile - i Green Day si sono riappacificati con il club di Berkeley (anche perché molte band di quelle parti devono parecchio a Billie, Mike e Trè) e con questo documentario direi che il cerchio si è finalmente chiuso.
Come detto la voce narrante appartiene - inspiegabilmente, ma va benissimo così - a Iggy Pop. L'inizio di "Turn it around" inquadra dal punto di vista storico, sociale e culturale la Bay Area oggetto di indagine. E al di là delle classiche interviste che scandiscono il tempo del documentario - una costante, ormai, per questo tipo di lavori - ci sono tantissimi filmati dell'epoca che tolgono letteralmente il fiato. In "Turn it around", naturalmente, potrete vedere e ascoltare Jello Biafra, i Green Day, Fat Mike, Tim Armstrong e altri "big" della scena, ma nel documentario non mancano neppure le voci e i volti di personaggi fondamentali, ma meno conosciuti, come Aaron Cometbus, Jesse Michaels e Kamala, solo per citarne alcuni.
In poche parole "Turn it around" è un vero gioiello, che non potete permettervi di non vedere. Adesso non avete più scuse.

PUNK (SERIE TV)
di Jesse James Miller. 
Non avrei mai immaginato che qualcuno si prendesse la briga di tradurre, quasi in tempo reale, "Punk", la serie in 4 puntate prodotta da Iggy Pop sulla nascita e lo sviluppo - principalmente in America e in Inghilterra - di questa controcultura. E invece l'ha fatto Sky Arte: un canale a pagamento mainstream, che con quest'operazione si è guadagnato tutta la mia riconoscenza. Quando cercavo forsennatamente un link per vedere la serie (non ho Sky, visto che già pago Netflix e Prime e i soldi sono quello che sono) in tanti cercavano di indorarmi la pillola avvertendomi che non mi stavo perdendo tutto sto gran che. "Sono le solite robe", mi dicevano.Ma io adoro le solite robe! Cioè la storia del punk, per chi ha letto qualche libro o rivista, è abbastanza chiara, almeno se parliamo del suo sviluppo generale: e cioè i primi vagiti che iniziano a farsi sentire negli Stati Uniti con M5C e Stooges - che rappresentano una sorta di progenitori del "movimento" (anche se io ci metterei pure le garage band di qualche anno prima, come i Count Five) - e poi i New York Dolls e la scena della Grande Mela legata al Cbgb's e al Max verso il 1975. Parallelamente qualcosa stava iniziando a germogliare anche in Inghilterra (e il ruolo di Malcom Mc Laren è stato fondamentale per questa connessione transoceanica) e via di questo passo. Certo, nessuna rivelazione particolare, però, diavolo!, è comunque una bella storia. E se a raccontarla sono direttamente i protagonisti, da Wayne Kramer a Sylvain Sylvain, da Johnny Rotten (parecchio inciccionito) a Fat Mike (i nomi sono tantissimi e di alto livello) la cosa si fa ancora più interessante.
Come già detto ormai la formula del documentario musicale che ti racconta una storia intrecciando interviste (anzi piccoli interventi tratti da interviste più grandi) e immagini di repertorio è un classico. Però la materia, in questo caso, è talmente incandescente che l'originalità della tecnica narrativa passa in secondo piano.
Questa prima serie - che credo sia unica, anche se spero di sbagliarmi - si articolare in 4 puntate. La prima è sul proto-punk, la seconda è sul punk del 77 soprattutto a New Yor, la terza sull'Inghilterra del 77 e sugli anni Ottanta (anche se qui mancano parecchie cose) e la quarta sul revival anni Novanta.
Certo, non si parla mai dei Misfits, degli Husker Du e di un sacco di altri gruppi fondamentali. Ma la storia ha comunque un suo filo logico e non credo che gli autori avessero velleità di completismo. Se si volesse andare più a fondo, però, servirebbe davvero una seconda serie, che colmasse qualche lacuna e magari ampliasse il raggio d'azione. Il punk ha indubbie radici negli Stati Uniti e in Inghilterra, ma ha attecchito ovunque, riuscendo a cogliere lo spirito del luogo in cui è via via arrivato, manifestandosi, ogni volta, con alcune peculiarità della cultura locale che "aggrediva".
A tal proposito sarebbe un delitto non parlare di scene fertili e stupende come quella australiana o non citare alcune band europee e sudamericane pazzesche (l'hc italiano degli anni Ottanta ha fatto letteralmente scuola, anche in Usa). Del Canada, invece (altra fucina di gruppi incredibili) si fa solo un breve accenno, attraverso i Doa. Ma anche qui si potrebbe aprire un libro enorme.
Detto questo se riuscite a recuperare "Punk" (la prima puntata è gratis in lingua originale su Youtube) guardatela e ditemi se sono stato, come al solito, troppo buono o se anche voi vi siete divertiti.

HANNO A PAURA DI ME. SANNO CHE SONO PUNK E CHE VENGO DAL CANALETTO
di Andrea Castagna e Carmine Cicchetti.
Un'altra perla trovata in questi giorni di quarantena (gratis su Youtube) e dopo mesi di vane ricerche è il breve, ma bellissimo documentario sul Professor Bad Trip e cioè Gianluca Lerici, uno dei più grandi artisti italiani usciti dal marasma controculturale degli anni Ottanta: un disegnatore eccezzionale, legato saldamente alla scena punk italiana. Credo che tutti qui (e cioè tutti e 3, quanti siete) conoscano il Prof. Bad Trip e i suoi fumetti (o le sue tavole) psichedeliche e coloratissime, con quel tratto grasso e pieno, come un Van Gogh punk-hc stordito da un concerto di Dead Kennedys e Fear. Ma se così non fosse fate subito ammenda, guardate il documentario e appena riaprono le librerie compratevi tutti i suoi volumi (che purtroppo non sono molti).
Gianluca, classe 1963, è morto improvvisamente e inspiegabilmente 16 anni fa (è già passato così tanto: è incredibile). Era spezzino, anzi veniva, come ricorda orgogliosamente il titolo del documentario, dal quartiere popolare del Canaletto, zona di "muscolai" (i pescatori che raccolgono i "muscoli", come vengono chiamate in Liguria le cozze) e di parecchie teste di cazzo (a detta dello stesso artista). Autore di fanzine e musicista nella band di culto Holocaust, credo che il Prof. non abbia mai davvero raccolto quanto seminato nel corso della sua breve, ma intensissima esistenza. Mi sono innamorato dei suoi disegni da ragazzino, dopo aver letto "Costretti a sanguinare" di Philopat, che, nell'edizione Shake, conteneva un suo breve fumetto che illustrava il pezzo "I love livin' in the city" dei Fear.
"Hanno paura di me", che dura appena 26 minuti, parla del Professor Bad Trip, ma anche di Gianluca Lerici, dell'artista incredibile che abbiamo perso, ma anche della persone eccezionale che si celava dietro i suoi disegni. Naturalmente c'è anche qualche aneddoto interessante sulla scena punk spezzina, grazie agli interventi Benzo dei Fall Out, storico gruppo cittadino ancora in attività. D'altra parte il Prof. era molto legato alla sua terra e lo testimoniano le sue opere realizzate e regalate alla Skaletta, che ancora oggi impreziosiscono le mura di questo storico circolo punk rock della Liguria.
Insomma lungo questa mezzora scarsa scorre una storia minima, ma al tempo stesso enorme. Un omaggio fatto con il cuore (nel documentario parla spesso anche l'amico e artista Vittore Baroni) a un gigante dell'underground italiano. Uno che, tanto per usare un cliché abusato ma mai così azzeccato, se fosse stato americano o inglese avrebbe esposto i suoi lavori in tutto il mondo e oggi sarebbe ricordato al pari di Pettibon e di altri grandi artisti.


 

giovedì 19 marzo 2020

Siamo nati da soli - Alessia Masini

E' da un pezzo che non scrivo da queste parti. Sarà almeno un mese e mezzo. Ma come molti sapranno sono giorni complicati e al tempo stesso bellissimi, visto che sono diventato papà di una splendida bimba (anche se sto cazzo di Coronavirus ci sta complicando un po' le cose). Questo però non è un blog personale; quindi bando alle ciance e alle classiche scuse, e iniziamo a parlare delle solite cose importantissime.


Siamo nati da soli. Punk, rock e politica in Italia e in Gran Bretagna (1977-1984) - Alessia Masini (Edizioni Le ragioni di Clio)

Avrei dovuto parlarvi di questo libro a dicembre, appena ho finito di leggerlo, perché come accade a tutti gli anziani ho una pessima memoria. Ma per fortuna non sono così suonato da aver dimenticato tutto. "Siamo nati da soli" non è il classico libro di storie sul punk raccontate da protagonisti di prima mano e reduci - certo, ci sono anche alcuni contributi di quel genere -: il volume di Alessia Masini è soprattutto uno studio accurato su un fenomeno controculturale che, nel nostro Paese, è sempre rimasto ai margini della cosiddetta accademia (cosa che, invece, non è avvenuta altrove, per esempio in Inghilterra). Intendiamoci: istituzionalizzare il punk non è mai cosa buona e semplice. E lo dice uno che, nel suo piccolo ci ha persino provato, seppur involontariamente, visto che mi sono laureato con una tesi sulle fanzine punk e hardcore diventata poi un libercolo di scarso successo (che Alessia, gentilmente, cita nelle prime pagine del suo testo). Molti punk, soprattutto, chi ha vissuto sulla propria pelle il periodo tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, non guardano con favore a questo tipo di approccio e tendono a preferire (e approvare) solo i libri scritti all'interno della scena.
Alessia Masini, però, non è solo una giovane studiosa che prende questa controcultura, la viviseziona e la indaga cercando di darle una veste universitaria, è anche un'appassionata militante, una persona che applica la metodologia della storica a un materiale infiammabile, che la coinvolge in prima persona. Il risultato è un libro che riesce a stare perfettamente in bilico tra la ricerca storico-sociale e l'epica del punk. Un racconto coerente e articolato, che va maneggiato con cura e letto con estrema attenzione.
A guidare Alessia in questo viaggio, in molti passi del libro, è una protagonista d'eccezione come Laura Carroli dei Raf Punk (dalla sua collezione personale arrivano molte delle fanzine e dei materiali che l'autrice cita). E già questo basterebbe a mettere da parte qualsiasi tipo di riserva sulla genuinità di questo libro. "Siamo nati da soli", anche se mette in parallelo il punk inglese e quello italiano, si concentra soprattutto su due città cardine per questo asse internazionale: Londra e Bologna. Anche se oltre alla City bisognerebbe citare anche le campagne dell'Essex in cui vivevano i Crass, visto che la band di Steve Ignorant ed Eve Libertine rivestono un ruolo molto importante nell'economia del libro (d'altra parte Bologna è stata una delle città più crassiane d'Italia, proprio grazie ai già citati Raf Punk e alle loro varie diramazioni). 
Tra gli aspetti più interessanti del libro ci sono le riflessioni sulle implicazioni politiche del punk, sulle incomprensioni che nacquero soprattutto inizialmente di fronte a certe provocazioni (le svastiche, tanto per dirne una), che ebbero conseguenze diverse in Italia e in Gran Bretagna. "Siamo nati da soli" è stato scritto attingendo a una ricchissima mole di fonti (dalle riviste alle fanzine più oscure, e proprio questo è uno degli aspetti più gustosi dell'intero volume). Certo, trattandosi di uno studio effettuato con metodo accademico ci sono anche alcune pagine in cui si racconta la genesi del punk inglese e il suo sviluppo: storie che tanti appassionati avranno già letto e conosceranno più o meno a memoria. Ma credo che scrivere solo per una stretta cerchia di persone che sa già tutto della materia (e che quindi, forse, non avrebbero neppure bisogno o voglia di documentarsi) sia la cosa meno punk che ci possa essere. Quindi ben vengano libri come "Siamo nati da soli", che trattano questa controcultura putrescente e fuori dagli schemi con metodi e sistemi nuovi e diversi dal solito. Non si tratta di dare dignità al punk (e chi l'ha mai voluta?), ma di capire, esplorare, collegare e mettere insieme una serie di spunti, per stimolare la nostra curiosità su una storia che ci ha letteralmente cambiato la vita. Questo è ciò che mette in moto Alessia Masini attraverso il suo libro. Un prezioso tassello all'interno di una vicenda che, ancora oggi, dopo oltre 40 anni, riesce a farci litigare e discutere, ma anche commuovere e stupire, come se andassimo ancora al liceo e avessimo la cresta verde.


mercoledì 29 gennaio 2020

Un po' di recensioni a babbo/16 Rieccolo

Non sono tornato per costituirmi. E' che in questi mesi di latitanza dal blog ho avuto un milione di cose da fare. Come tutti, certo, ma io sono anche pigro e lento. Quindi dovete avere un po' più di pazienza. Detto questo ho anche un milione di cose che vorrei scrivere su queste pagine scalcinate. Mi riferisco soprattutto ad alcuni libri e fumetti davvero interessanti usciti in questa fine 2019-inizio 2020 e di cui non ho avuto ancora tempo di parlare. La cosa più impellente però restano i dischi. Eccovi quindi un po' di recensioni a babbo.


AA/VV - XXV-XII-MMXIX

E' uscita poco più di un mese fa, ma solo adesso riesco a scrivere qualcosa su questa nuova compilation Asbestos Digit intitolata "XXV-XII-MMXIX". L'uscita numero 81 della prolifica ed eterogenea casa discografica indipendente di Casale Monferrato è come al solito spiazzante e urticante: un concentrato di suoni molesti e rumori irresistibili, che faranno la gioia di tutti coloro che dalla musica si aspettano qualcosa di più del classico rock'n'roll. La partenza è affidata alla dance liquida e martellante dei Leather Parisi e della loro "Innerstella 666": un viaggio in un piccolo rave domestico, in cui fanno capolino dei Daft Punk da sagra della salamella (con tutto il rispetto per entrambi). "XDXDXTXCXHXRXSXMXS" degli Outdoor Sex è un trapano lo-fi con voce meccanica, che si trasforma in una breve marcia di soldati robot in avaria. Il terzo pezzo della raccolta chiama in causa i lisergici Lucy Mina che con "Birthday Song" ci propongono il suono di una giungla meccanica dissonante e carica di ansia, che termina la sua corsa con una coda disco-noise. Il giro di boa è affidato ai suoni truzzi ed heavy metal dei Legendary Gay Cowboys: "Islamabad" è un brano cafone e roboante, come la moto di Joey DeMaio che scoreggia sul palco, mentre i Surfisti Nazi (che devono morire) del mitico film della Troma  si prendono allegramente il sole a due passi dal pogo. Un brano, quello dei Legendary Gay Cowboys, che è un po' il contraltare di "Antipater II" dei Dope In The Pig Bags: anche in questo caso ci troviamo di fronte a suoni scoppiettanti e metallici, ma il tutto è mescolato a un bombardamento di droni impazziti. Il sesto gruppo in scaletta sono i Bosna e anche qui - ma forse la colpa è mia che sono un dannato bruciato - appena parte "Surfing Sarzo Ssamritch" la mente corre al già citato capolavoro trash di Peter George. Certo, in questo caso siamo in territori più mistici, con un'elettronica ricca di suoni stratificati e scampanellii. Ma le atmosfere da videogioco selvaggio postatomico ci sono tutte. A questo punto è la volta di Pierluigi Pugno che, con "The Birth Of J.C." spinge la sua ricerca musicale attraverso un noise rarefatto e pacato, grazie a un suono laborioso che cresce di intensità a mano a mano che macina secondi. Fabio Fazzi, altra vecchia conoscenza Asbestos (come molti protagonisti della compilation) con "Shattered Connections (Xmas Revamp)" propone una dance dissonante, obliqua e dark, un suono inquietante e circolare dall'incedere ipnotico.
Chiude una delle mie band avant preferite: la Furnasetta, un po' il pezzo da novanta del catalogo Asbestos, grazie a un approccio musicale totalmente anarchico e al tempo stesso rigoroso. "trOto Cooks Great Meatballs" è una traccia meno violenta del solito e assomiglia a un bisbiglio elettronico, intriso di mirabile decadenza.


La Furnasetta/Lether Parsi - Past Present Temple

Quando due pezzi da novanta della famiglia Asbestos si mettono insieme non possono che fare sfracelli. Se poi si tratta de La Furnasetta e dei Lether Parisi: allora è il caso di gridare al miracolo. Lo split tape che è venuto fuori da questa collaborazione si chiama "Past Present Temple", esce per l'inglese Industriale Coast, porta la firma grafica ed estetica di Rosa Lavita e contiene sette pezzi per ciascuna delle due band mescolando elettronica minimale, noise e avanguardia (quando non so cosa dire mi gioco sempre questi termini). Un mix letale che riuscirà a rivoltarvi le viscere come un aruspice.
Il lato della Furnasetta - ricco di collaborazioni e mix - parte con la cantilena infernale di "Diaz" e si conclude con l'elettronica deviata di "Risultato" (che assomiglia a una telefonata partita dalla viscere della terra). In mezzo ci sono videogiochi interstellari ("Sadhu Sonic"), musica che frigge di rabbia, noise orientaleggiante ("Fallimento di Ottobre") e muraglie di suono psichedelico.  
Il lato affidato ai Lether Parisi è forse più uniforme rispetto a quello dei compagni di avventura. I sette brani in scaletta sono una versione minimale e disossata della dance, un suono tribale e carico di ritmo, che ha in "Taxidermist", la traccia numero tre, uno dei suoi apici. Il resto spazia dal classico rumorismo ruvido e martellante (al limite della sparatoria) di "21/10/19" al il vortice di violenza sonica e inquieta di "Katodik". Chiude questa cassetta infernale e deliziosa il minuto e 24 secondi di "Panchina legacy": un invito a ballare sul ciclo di un burrone.


Toni Crimine - s/t

Garage acuminato e beach punk sono gli ingredienti del disco omonimo dei Toni Crimine uscito per Area Pirata dopo 15 anni di silenzio (nel 2006 i nostri avevano dato alle stampe uno split ep con i Fase Quattro). Una scheggia di musica robusta e senza troppi fronzoli, che mescola Rich Kids On Lsd, Zeke e un certo retrogusto beat all'italiana. Saranno i testi nella nostra lingua madre (un azzardo assai difficile quando si maneggiano certi suoni), ma era dai tempi degli Smart Cops che non ascoltavo un album italiano così tirato e genuinamente rock. In molti casi i 14 pezzi del disco non superano i 2 minuti di durata: la voce è pura cartavetro stesa su chitarre velenose e ferrose. Un approccio "alla bersagliera" e a rotta di collo, che mi ricorda quelle band che, dal vivo, suonano tutta la scaletta un pezzo dopo l'altro senza mai fermarsi, neppure per dire grazie. Tra i pezzi da segnalare ci sono piccoli gioielli come "Pisa Brucia", l'apripista "Linoleum" e la ruspante "Collezione di vizi".


Le Carogne - TuttiFuzzy

Le Carogne hanno un suono inconfondibile: il loro intruglio di garage, beat e punk fuzzettoso è ormai un marchio di fabbrica che le rende immediatamente riconoscibili anche per chi abita fuori dai confini liguri e le conosce da relativamente poco tempo. Con questo "TuttiFuzzy" appena uscito per Area Pirata in formato 10'' la band di Imperia sporca ulteriormente il proprio sound, rendendolo leggermente più lo-fi e violento. Unica eccezione la bellissima e melodica "Peonia", che diventa immediatamente uno dei miei pezzi preferiti della band. Gli altri sei brani di questo mini - che annovera in tutto tre pezzi in italiano e quattro in inglese - alternano psichedelia e rock'n'roll con gusto e attitudine, aggiungendo al classico formato chitarra-basso-batteria anche sintetizzatori, Theremin e armonica (ma chi conosce le Carogne non si stupirà di certo). Menzione speciale alla splendida grafica dell'album curata da Stefano Rossetti, che insieme al fratello Riccardo rappresenta il cuore pulsante del gruppo imperiese. 


Not Moving L.T.D. - s/t

Parlare di una band storica e fondamentale come i Not Moving - scoperta, naturalmente, con enorme ritardo dal sottoscritto una ventina di anni fa leggendo Bassa Fedeltà - non è mai facile, perché c'è sempre di mezzo un pezzo di cuore. Il gruppo piacentino, negli anni Ottanta, non aveva nulla da invidiare a gente del calibro di Flesh Eaters e Gun Club, ma ha avuto decisamente meno fortuna dei suoi colleghi americani. Oggi, dopo una prima reunion di una decina di anni fa, i nostri hanno deciso di tornare a incendiare i palchi dello stivale, presentandosi in una versione aggiornata che vede coinvolti tre componenti storici come Lilith, Antonio Bacciocchi e Dome la Muerte, più la "novizia" Iride Volpi. Il moniker è leggermente cambiato e al nome storico è stato aggiunto l'acronimo L.T.D (che penso stia per Lilith, Tony e Dome). La vera notizia, però, è che oltre a suonare in giro portando lo storico repertorio punk-blues e voodoo-billy la band è tornata a incidere materiale inedito. Per il momento parliamo di un solo pezzo, "Lady Wine", che occupa il primo lato di questo 7'' targato Area Pirata: un ottimo brano di blues carvernoso e dall'incidere funereo, che spero sia il succulento antipasto di un imminente lavoro sulla lunga distanza. Sul lato B del singolo ci sono invece due vecchie canzoni riarrangiate  per l'occasione ("Spider" e "Suicide Temple") che servono a ricordare ai più giovani la grandezza di una band che ha saputo scrivere, senza montarsi la testa, un pezzo di storia del rock italiano.


giovedì 31 ottobre 2019

Un po' di recensioni a babbo 15/Io sono vivo e voi siete tutti morti (cit)

E vabbè manco lo faccio più il cappello sul fatto che cercherò di scrivere con più costanza... tanto non ci credo neppure io. Daje, ecco qualche recensione 'a babbo...


No Strange - Mutter der erde
Sembra un manifesto di psichedelia bucolica "Mutter der erde", il nuovo disco dei No Strange pubblicato su vinile da Area Pirata. Dodici tracce fra rock progressivo, new age e musica antica, che guardano alle sperimentazioni più ardite degli Anni Sessanta e mescolano suoni crepuscolari e colori pastello. Composizioni - è proprio il caso di dirlo - che sembrano scritte per la colonna sonora di un film in costume, magari uno dei tanti Decameroni che andavano in voga una quarantina di anni fa ed erano girati con poche lire nelle campagne del centro Italia. Flauti e chitarre conducono le danze, ma sono tantissimi gli strumenti impiegati lungo i solchi di questo vinile. Le canzoni, preghiere laiche intrise di misticismo, hanno titoli programmatici come "Il profumo del bosco alto", "Un viandante tra le stelle" e "Madre della terra". Su tutte spicca l'intensa "Kilikia", una un brando che affonda le radici nella tradizione della musica araba, impreziosito dalla voce suadente della cantante armena Rita Tekeyan. Certo, a un primo ascolto, un album come "Mutter der erde" non sembra proprio pane per i miei denti (marci) abituati al rock'n'roll sporco e dissonante (e in parte è proprio così). Ma per chi frequenta certi territori musicali e ha seguito l'insolita, ma al tempo stesso solidissima storia dei No Strange - uno dei nomi di punta della nuova psichedelia italiana anni Ottanta, qui al quinto album dopo la reunion di 8 anni fa - questa raccolta di canzoni non può che rappresentare una nuova tappa nell'intenso cammino musicale di questa magnifica band torinese. Quindi: via i paraocchi, posate la puntina sul primo solco, abbassate le palpebre e preparatevi a iniziare un viaggio lisergico verso terre ed epoche lontane. 

Orrendo Subotnik - Orrendo_1
Tredici minuti (e 41 secondi) d'odio. Dura meno di "Group Sex" e di un quarto d'ora accademico "Orrendo_1", il disco d'esordio degli Orrendo Subotnik, un gruppo di cui ignoro praticamente tutto e che mi è stato segnalato da Tommaso Salvini (che non credo proprio sia parente di Matteo...) con un messaggio privato su Facebook. Soltanto il fatto che mi abbia scritto "Ciao, ti ho chiesto l'amicizia perché ho scoperto, per caso, che sei tu il ragazzo di Hello Bastards. Se ti va bene, posso mandarti un link col disco del mio gruppo per una recensione a babbo?" mi ha fatto sciogliere. Naturalmente mi riferisco alla parola "ragazzo", che, alla mia veneranda età, ormai, me l'affibbiano soltanto i vecchietti in coda alle poste. E così, colpito al cuore, ho accettato di buon grado di ascoltare questo dischetto di punk rumoroso e urticante, che, per il momento, esiste solo in formato digitale. I 12 pezzi in scaletta durano una media di un minuto ciascuno, con deliziose punte da 39 secondi netti. I testi, in italiano, sono quasi impossibili da decifrare, essendo letteralmente sepolti sotto uno spesso strato di chitarra ferrosa e batteria martellante. La musica è un ammasso di suoni malati e minimali, un punk ridotto all'osso e velenoso che vi striscerà sulla schiena come una vipera impazzita. Un mix fra hardcore e garage, suonato con strumenti rubati alla Standa (che non esiste più, tra l'altro). Lungo i 12 brani del disco c'è spazio anche per una cover da paura come "Scemo" dei Peggio Punx, una della band cardine dell'hc italiano anni Ottanta. La dimostrazione lampante che la furia degli Orrendo Subotnik arriva da lontano e ha solide basi. 

Santamaria - s/t
E' da una vita che voglio scrivere due parole sul primo disco omonimo dei Santamaria: quattro ventenni genovesi che, grazie al cielo, ascoltano e suonano punk-rock, come se fosse la loro unica ragione di vita. In questo cd prodotto da Flamingo Records - una delle migliori realtà punk italiane, tra negozio-rifugio e preziosissima casa discografica indipendente - c'è tutta la meravigliosa ingenuità di chi suona per divertirsi, ammazzare la noia e fare incazzare i propri genitori. I pezzi del disco sono ruvidi e melodici, veloci e sgraziati come quelli dei Crimpshrine e dei Corrupted Morals (chi se li ricorda?). Anche se dubito che qualcuno dei Santamaria sappia chi siano queste due storiche e misconosciute band californiane (anzi, spero proprio che sia così). Ascoltando questo delizioso dischetto sembra di essere tornati alla San Francisco di fine anni Ottanta-primi Novanta, quando la Lookout non era ancora il punto di riferimento del pop-punk americano, ma cercava solo di documentare una micro scena locale, che faceva capo al Gilman Street. Ecco, con le dovute proporzioni, mi sembra che Flamingo e Santamaria abbiano quell'attitudine lì. Musica da perdenti fatta con il cuore e senza starci troppo a pensare. Ogni canzone è un piccolo gioiello di urgenza, fatto di melodie sgraziate e zoppicanti, che rendono assolutamente unico e irripetibile questo disco. Un esordio coi fiocchi, insomma, e a mio insindacabile parere uno degli album punk dell'anno. Più lo ascolto (e lo avrò già sentito almeno 30 volte) più ci vado sotto.

Punx Xerox - Game Over
Io e Luca Tanzini, alias Tab_ularasa e un'altra miriade di progetti grafici e musicali stupendi - uno su tutti la mitica Bubca Records - ci vediamo una volta ogni due o tre anni, ma, per fortuna, ci sentiamo regolarmente. E quando la scorsa settimana, dopo una vita che non ci si beccava dal vivo, è venuto a suonare a Genova, è stato così gentile da regalarmi un sacco di musica bellissima. Il primo disco che ho messo su quando sono arrivato a casa è stato "Game over" di Punx Xerox, uno dei suoi progetti più interessanti, figlio delle pulsioni cosmiche e kraute di Luca. Una viaggio musicale nello spazio, che mescola elettronica minimale e analogica a rumori ed effetti vari. Non sono molto ferrato in materia, ma quando infilo il cdr di Punx Xerox nello stereo: spengo le luci e mi abbandono sulla mia vecchia poltrona da anziano, pronto a partire per galassie sconosciute. A differenza di "Broken", il disco precedente questo "Game over" è in alcuni tratti più "giocattoloso", come direbbe Giorce. Un pezzo come "Buttero", per esempio, che supera la soglia dei 14 minuti, sembra il resoconto di una partita a videogame giocata tra Marte e Saturno. Il resto del'album, parliamo di cinque tracce in tutto, con lunghezze che vanno dai 4 ai 6 minuti (senza contare i già citati 14 minuti di "Buttero") viaggia tra nebulose soniche e lunghe cavalcate strumentali, dove la stella polare sono i Kraftwerk, ma anche certe atmosfere cupe da periferia metropolitana. 



venerdì 23 agosto 2019

Un po' di recensioni a babbo 14/Pi$, love & Furnasette (più Enkil)

Due recensioni al volo, anche per non perdere l'appuntamento mensile con questo scalcinato blog. Con l'autunno spero di riuscire a scrivere un po' di più. Non è una promessa, ma una minaccia.

Enkil / La Furnasetta - Industrial Archeology
Archeologia industriale è il termine giusto per definire questo split urticante fra Enkil e la Furnasetta, appena pubblicato su cassetta dalla svizzera Luce Sia. Due progetti musicali - quelli in messi in campo un questo disco - che, banalmente, potremmo definire di pura avanguardia, tra noise, sperimentazioni varie e metal estremo. Musica fragorosa e sferragliante, suonata con due tipi di approccio assai diversi. Gli Enkili, sempre che si tratti di una band, sembrano dei Massimo Volume da Istituto Luce. Una voce enfatica che si insinua tra rumori, scampoli di elettronica e musica meccanica. Sembra di sentire un coro di operai-messa morti sul lavoro, che mettono a processo il capitale. Non lo so, magari dico una cazzata, ma è questa la sensazione che mi dà questo lato dello split. Ci sono pezzi lunghi 5 minuti e persino lunghissimi ("Madre" che supera i 10 minuti), ma anche brani più "a misura" come la conclusiva "Vento" che, con la sua lenta coda elettronica, suona come un perfetto epilogo.
A questo punto tocca alla Furnasetta, di cui ormai parlo con una certa frequenza, vista la mole di uscite recenti (tra compilation, dischi e, appunto, split). Senza tradire la sua tradizione avant e il suo storico amore per il rumore, la band piemontese, in questo disco, sposa il tema industriale attorno il quale girano i due lati della cassetta. Dopo un intro insolitamente a basse frequenze, "Fonderia informe" raccoglie i suoni della fabbrica dentro una crisalide elettronica. "North sentinel" ha un incidere cadenzato e ossessivo, con voci di sottofondo quasi indecifrabili, che si mescolano alla musica fino a soppiantarla. "Schegge di un'estate senza fine" è claustrofobica e dark come una gita notturna in una centrale nucleare abbandonata: si sente quasi il lamento degli spiriti che viaggiano tra i laboratori e a un certo punto arriva una voce di donna, dai toni spettrali, che parla della paura
"Submit to force", invece, ricorda dei Prodigy da officina, con il suo ritmo che via via si fa sempre più danzereccio, mentre la chiusura di "VII Legio" è un'altra variante del rumorismo, questa volta insistente e quasi spensierato, come un bimbo-robot deciso a rompere tutto. 

Pi$ - s/t
L'altro giorno, mentre stavo andando a comprare il pane, ho avuto la malsana idea di dare un'occhiata alla pagina bandcamp della Bubca Records (altro nome che gli sventurati quattro lettori di questo blog conosceranno a memoria). E cosa ti becco: il disco (o forse il singolo) di un gruppo mai sentito prima e di cui non ho trovato neppure mezza informazione, I Pi$.  O meglio le Pi$, visto che in questi quattro pezzi rapidi come una sciabolata la voce princiale e le doppie voci sono tutte femminili. Un altro indizio arriva con la terza traccia: "IOMISONOINNAMORATODITE", unico pezzo in italiano del disco (e stranamente declinato al maschile) da cui si evince la nazionalità della band. Per il resto a parlare sono le quattro canzoni di questo mini album omonimo e della grafica bellissima in stile Bubca. Le Pi$ suonano un pop scarnificato e appiccicaticcio, costruito su ottime melodie vocali dal suono stridulo e acido, che si muovono su un tappetto sonoro essenziale e semiacustico. Punk nell'approccio ma non solo. Come delle novelle Slits senza la fascinazione per il lato black della musica, con qualche richiamo anche alle più recente Goat Girl di casa Rough Trade. Se non fossi stato abbastanza chiaro: questi quattro pezzi sono una bomba. E non vedo l'ora che Luca Tanzini - boss della Bubca e tante altre bellissime cose - mi dica qualcosa di più sulle Pi$ (che, tra l'altro, hanno un nome della madonna).  




domenica 21 luglio 2019

Un po' di recensioni a babbo 13 Parte 2/Frittura globale totale

Con un ritardo immenso ecco la seconda parte delle recensioni iniziate un mesetto fa. Sono lento, lo so, ma prometto, come al solito, che d'ora in poi mi darò una mossa. Anche perché vorrei scrivere un sacco di altre fregnacce su questo blog scalcinato.


Franco Zaio - Those important years
"Those important years" di Franco Zaio è uno dei dischi più belli che abbia ascoltato quest'anno. E non me ne importa niente che si tratti un album di cover suonato da un mio amico fraterno, in cui canta (in due pezzi) una carissima amica come Francesca Pongiluppi e che sia stato registrato da un altro super amico come Berna. Non è colpa mia se conosco gente speciale, che fa cose bellissime. Ciò che conta è che ascoltando queste 14 rivisitazioni acustiche di altrettante canzoni degli Husker Du - e cioè IL GRUPPO - la pelle d'oca sale veloce lungo le braccia e il cuore corre in gola come una macchina impazzita. E' davvero difficile capire se le emozioni fortissime che questo disco è capace di sprigionare sin dal suo primo pezzo (la maestosa "Standing in the rain") siano frutto dell'intesa interpretazione di Franco o siano la naturale conseguenza del fatto che gli Husker Du, in meno di dieci anni di vita artistica, siano stati capaci di scrivere una miriade di pezzi incredibili. Forse, come banalmente si dice in questi casi, sono vere entrambe le cose. Anche se la chiave di volta del disco è innegabilmente la voce di Zaio, più vicina alla dolcezza di Hart che all'irruenza di Mould, ma comunque lontanissima da qualsiasi maldestro tentativo di imitazione. "Those important years" è un tributo suonato - e soprattutto cantato - col cuore, da un ragazzo di 50 anni a cui "Warehouse" e "Zen Arcade" hanno letteralmente cambiato la vita. E infatti la scaletta pesca a piene mani da questi due dischi, ma anche da "New day rising" (con tanto di omaggio in copertina), "Flip your Wig" e "Candy apple gray": insomma gli Husker Du più melodici ed eccitanti, quelli del periodo di mezzo e del glorioso epilogo su major. Ma anche quelli capaci di erigere un muro di suono denso e psichedelico, che nella versione di Franco Zaio torna, invece, alle origini scheletriche voce-e-chitarra, senza perdere un briciolo di magia. Anzi, ascoltando "Those important years" si capisce benissimo come molte di questa canzoni siano nate, probabilmente, in questo modo: con Bob e Grant che imbracciavano la loro sei corde e, dopo aver bevuto un paio di lattine di birra del discount, buttavano giù una melodia e tre accordi sghembi (Norton intanto si lisciava i baffi a manubrio e si preparava un hamburger). Certo, nel disco ci sono anche arrangiamenti più complessi come in "Green eyes", dove spunta la chitarra psych-folk di Matteo Bocci dei Fenomeni e in "Book about Ufos", uno dei pezzi più belli di questo tributo, trasformato in una sorta di gospel indù, con tanto di sitar, suonato in onore della dea Shiva appena atterrata da Marte. E poi ci sono "Pink turns to blue" e "She's a woman (and now he is a man)" cantante entrambe da Francesca Pongiluppi: la prima con una voce dolorosa e in stato di grazia e l'altra in duetto con Franco, in un crescendo potentissimo. E poi "These important years" - uno dei miei pezzi preferiti degli Huskers - suonata con meno irruenza rispetto all'originale, quasi come se si trattasse di un'amara constatazione del presente, più che di una celebrazione di ciò che è stato; e ancora: "Sorry somehow", altra paela assoluta dell'album, con la voce di Franco che insegue la chitarra o la furia disperata e sonica di "Something a learned today". A chiudere il disco un brano giudicato a torto minore di "Warehouse" come "Bed of nails", qui trasformato in una cavalcata noise sporca e disturbante, grazie alla metal machine guitar di Berna e alla voce distorta di Franco, pronta a intonare l'apocalisse. Che dire? Se siete fan del Husker Du spero vivamente che dopo appena due righe di questa stupida recensione abbiate spento il pc o il telefonino e siate usciti di casa per cercare di procurarvi questo album bellissimo. Tutti gli altri, e cioè coloro che non sanno minimamente chi siano Mould, Hart e Norton, si vergognino e chiedano umilmente scusa.


N.I.A. Punx - N.I.A. Punx 1989-2019
Dopo la sberla di ristampe sull'hc italiano anni Ottanta, che negli ultimi 15-16 anni ha fatto conoscere alle nuove generazioni (e anche alla mia, che sta in mezzo tra i vecchi e i giovani) un po' di dischi fino a quel momento introvabili a prezzi umani, pare sia (finalmente?) arrivato il momento di riscoprire anche ciò che è successo immediatamente dopo quella stagione incredibile. Parlo del periodo che va dalla fine della scene hardcore (che collocherei intorno all'88) e arriva giusto un attimo prima dell'esplosione del revival punk di metà Novanta (1993-94 diciamo). Un momento storico particolare e molto sperimentale dal punto di vista sonoro, con band pronte a mescolare stili e generi diversi (punk, hc, ska e tanto altro, a volte persino dentro un unico pezzo) nel nome del "crossover" (quello vero, però, non la merda nu metal di fine Novanta). Tra questi gruppi difficilmente classificabili c'erano senza dubbio i N.I.A. Punx di Cosenza, dove N.I.A. sta per Nerds In Acid, che dall'89 al 2005 (anche se la prima formazione si è sciolta a metà Novanta) hanno rappresentato un vero e proprio punto di riferimento per la scena del sud Italia. A ristampare tutto il loro materiale (compreso il primo demo) è la solita e inarrestabile Area Pirata che ha stipato la bellezza di 23 canzoni in un sontuoso digipack dal titolo "N.I.A. Punx 1989-2019". Dentro trovate letteralmente di tutto, viste le tante direzioni musicali presa dalla band nel corso degli anni. Ci sono pezzi hardcore e brani più squisitamente punk, randellate metalliche e ballate power-rock. E anche i testi - quasi mai banali - alternano italiano e inglese, come succedeva spesso in quel periodo incasinato che erano i primi anni Novanta. Il disco parte con il combat punk-rock di "Voice of freedom" e "In ginocchio mai", che mostrano alla perfezione la dualità inglese-italiano di cui si diceva prima. Chitarre minimali, batteria suonata e mille, cori che esplodono in ritornelli a presa rapida: dentro i pezzi di questa raccolta c'è davvero di tutto, dall'oi! al punk 77 fino, come detto, all'hardcore furioso e metallico. I N.I.A. sono figli del loro tempo nel senso migliore del termine, erano ingenui e sinceri, ma anche potenti e capaci di scrivere pezzi trascinanti come l'esplosiva "No eroina". E se "Sdp" sembra uscita da un concerto del Virus e ricorda Impact e Wretched, "Last sacrifice" e "Questa città" suonano granitiche come l'hc di New York di fine anni Ottanta. "When I'll pass the limit" è invece una ballata power-rock dal retrogusto amaro e intrisa di blues, così come "Scendere a sud" (che è il suo contraltare in italiano), mentre più ci si avvicina alla fine del disco più ci imbatte in facili melodie flower-punk ("Power punk"), incursioni oi! ("Warriors") e pezzi di hc melodico anni Novanta con tanto di batteria tupa-tupa ("Suffer of children"). Una fotografia perfetta di un'epoca che sembra lontanissima. Che cos'è l'eternità se gli anni Novanta era tanto tempo fa?


Tab_ularasa - Faccia di fiori
Filastrocche ipnotiche e viaggi spaziali dentro scatole di biscotti arrugginite. "Faccia di fiori" di Tab_ularasa (pubblicato da Mondo Tarocco records con l'ormai inimitabile marchio di fabbrica della "sorella" Bubca) è ciò che dovrebbe essere oggi il punk: diretto, minimale, fastidioso, inclassificabile, sincero, ingenuo, urticante e povero. Un disco "rito propiziatorio", come lo definisce Luca Tanzini - voce, chitarra e mente dietro Tab_ularasa - che festeggia il solstizio d'estate, con 8 brani di musica fatta in casa con scope, mestoli, chitarre rotte e vecchi computer. "Goccioline", "Faccia di fiori" e "4 metri sotto terra" sono cantilene monotone e marziali, dal sapore ermetico e demenziale. "Pioggia e vento prosegue l'ondata di maltempo" è un pezzo strumentale che taglia in due il disco, grazie alla sua chitarra acustica affilata e meccanica. Con "Fatti un selfie" inizia la seconda parte dell'album, quella più sperimentale e krauta, che assomiglia alla colonna sonora di un film balenare per alieni. Pura psichedelia spaziale, sempre intrisa di poesia bambina ("Lo spaventapasseri"), ma con un sottofondo di sonar e carambole interstellari ("San Pietro"), che sapranno teletrasportarvi verso galassie lontane ("Mondo tarocco"). Un disco apparentemente eterogeneo, ma che conserva ha una coerenza di fondo fortissima. Quella di Tab_ularasa è musica marziana che viene da lontano e che non ha - per fortuna - alcun punto di riferimento.


AAVV - Asbestos sampler 2019
Suoni metallici e sconnessi, come una lama che cerca di forare l'acciaio. Lunghe cavalcate psicheliche e viaggi all'inferno senza ritorno. "2019 sampler", la compilation annuale di Asbestos Digt, ormai una vecchia conoscenza per chi frequenta questo blog e per chi ama la musica d'avanguardia più sghemba, dissonante e senza compromessi, è come sempre una miniera di suoni e sensazioni dannatamente inquietanti. "Lubna e Ranxerox (Instrument aginst time mix)" (che titolo, ragaz!) dei Legendary Gay Cosplayers (altro super nome!) - e cioè la prima traccia di questa raccolta pubblicata solo in digitale sulla pagina bandcamp della casa discografica - è una rasoiata di velenoso metal evoluto, intriso di suoni pastosi e ruvidi. "The Dentist" di Fabio Fazzi, invece, centellina una serie di note acquatiche e suoni lontani che si perdono nel tempo: una sorta di preludio all'arrivo del terribile trapano del dentista. Il terzo nome in scaletta è quello della Furnasetta - collettivo di cui ormai sono totalmente innamorato - che qui appare in collaborazione con Eljam. La lor "Mandik" è parecchio diversa dalle cose ascoltate finora e ci regala una melodia quasi esotica, mista a lamenti ed elettronica intermittente. Con "Reactive metal" di HgM ci troviamo di fronte a una nuova frontiera della psichedelia piuttosto rumorista, una sorta di contraltare della traccia seguente: "Ecstasy of Saint Terese" degli Outdoor Sex, che alla mistica sonica aggiunge un ritmo serrato da marcia funebre interstellare. I Dope in the Pig Bags, con la loro "The guide for the perplexed" sono puro "spippolamento", mentre Buckminister - M.A.I. (non ho capito se si tratti di due gruppi e o di uno solo) propone - o propongono - una sonata per violini in fondo agli abissi, come una sorta di orchestrina lisergica del Titanic poco dopo la collisione con l'iceberg. Il brano numero 8 è forse il pezzo più conturbante di questo sampler: "3" di Bosna, infatti, è una danza robotica e vagamente psichedelica alla Kraftwerk e alla Cunfusional Quartet. Le atmosfere cupe e spaziali tornano a fare capolino con "Night lady I'm here" di Leather Parisi & Lucy Mina, una lunga intro jazz metal strumentale che sembra quasi la colonna sonora di un film di guerra ambientato nella giungla di qualche pianeta sconosciuto. E se con "Mithlab" i Cubic Centimetre ci regalano un minuto e pochi spiccioli di rumorismo puro che lascia davvero poche tracce, a chiudere i conti di questa compilation a suo modo estiva della Asbestos ci pensano Girl In The Fridge e Little Boy Blue: dei cubisti del rock'n'roll, che scompongono il suono per riassemblarlo a caso, generando un'interessante ibrido di elettronica "a tentativi" (non saprei come definirla altrimenti) dal titolo "And Now For Something Completly Different". Qui trovate il link della compilation: https://asbestosdigit.bandcamp.com/album/various-artists-2019-sampler-asbestos-digit-64